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Pizzo Cassana

Il passo di Cassana (m. 2694, "pass da Casciàna", secondo l'espressione dialettale, “pass Chaschauna” - pronuncia: ciascèna - secondo la denominazione romancia del versante elvetico) è il più agevole valico che mette in comunicazione il Livignasco con S’chanf, quindi l’antica Contea di Bormio con l’Engadina (diciamo Bormio con Coira, attraverso Livigno, Arosa, Davos e il passo della Scaletta). Assunse, quindi, in passato una notevole importanza storica, soprattutto nel contesto delle guerre di Valtellina (1620-36), che videro contrapposte da una parte le Tre Leghe Grigie, cui si allearono i Francesi, dall’altra gli Spagnoli che appoggiarono la rivolta dei nobili cattolici valtellinesi e gli Imperiali della casa d’Asburgo (genericamente chiamati tedeschi).
Di qui passarono gli eserciti di Bernesi e Zurigani, chiamati in aiuto dalle Tre Leghe (poi sconfitti nella attaglia di Tirano), decise a riprendersi la Valtellina ed i Contadi di Chiavenna e Bormio dopo l’insurrezione dei nobili cattolici del 1620.
Così scrive lo storico Enrico Besta ("Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. II: Il dominio grigione", Milano, Giuffrè, 1964): "S'adunavano intanto i Grigioni e gli Svizzeri dietro le Alpi. Sette erano le compagnie dei Berrnesi, comandate dal colonnello Nicolò un massiccio gradasso che portava sul petto una grossa catena d'oro e che con volgare spacconeria prometteva di volerla ornare di tanti macabri ed osceni trofei tolti ai preti quanti ne erano gli anelli. Tre erano le compagnie dei Zurigani, comandati dal colon nello Gian Giacomo Steiner. Ai reparti prigioni, il cui supremo comando era rimasto sempre a Giovanni Giiler, erano preposti oltre che Florio Sprecher e Rodolfo Salis, a noi ben noti, Giovanni Yeuch, Cristiano Florin, Florio Buoi, Antonio Violant, Nicolò Nuttin. Parrebbe che dapprima volessero sboccar nella valle della Mera, correndo tutta l'Engadina, ma poi preferirono i passi bormiesi. Il 1 settembre del 1620 erano già nella valle di Livigno e, da quei pochi abitanti che non erano ancora fuggiti sulle vette, si facevano giurare fedeltà, dietro promessa di aver libero il culto cattolico. Per Foscagno e Trepalle scesero nella Valle di Dentro. Il piccolo presidio posto dietro la chiesa di S. Martino di Pedenosso fu sopraffatto; non resistettero le trincee frettolosamente apprestate..."
Il passo fu, poi, al centro di un decisivo fatto d’armi nel giugno del 1635: gli Imperiali tenevano Livigno ed il duca di Rohan, protagonista di una brillante campagna militare, scese proprio dal valico per sconfiggerli nella piana di Livigno, costringendoli alla ritirata. La battaglia è anche legata ad una curiosa leggenda, che ci racconta Glicerio Longa, nel suo bello studio su “Usi e costumi del Bormiese” (1912; nuova edizione a cura di Alpinia Editrice nel 1998):
L'esercito imperiale condotto in Valtellina dal Fernamonte (1635), forte di quasi ottomila uomini, con cavalleria, era accampato a Livigno sotto gli ordini di Breziguel. Il duca di Rohan, che era a Scanfs in Engadina, mandò Frezeliere con alcune truppe attraverso il passo di Cassanna e la Val Fedaria a occupare le alture di Blesécia, e poi scese egli stesso con tutte le truppe, circa quattromila fanti e quattrocento cavalli, per il passo e le valli sopraddetti. Il combattimento fu accanito specialmente attorno al Camposanto. Era notte. I francesi — in numero molto minore — ricorsero a uno strattagemma. Travestitisi coi bianchi camici dei confratelli occuparono il sacrato attorno alla chiesa. Sopraggiunti i tedeschi, a quella vista, gridarono: «Noi combattiam coi fanti e non coi santi!». E, in preda al più superstizioso terrore, fuggirono, rincorsi, fin sotto li Ostarìa (bàjta de l'òlta), dai furbi francesi, che rimasero padroni del campo. Questo episodio lo raccontano spesso i vecchi di Livigno, convinti come gli imperiali che i soldati combattenti in veste bianca, attorno al cimitero, fossero proprio... i mort.”
Ecco come Tullio Urangia Tazzoli, nel III volume de “La Contea di Bormio”, racconta la battaglia:
A Zuotz… il duca di Rohan… giunse in rapida marcia dal Maloja il 25 giugno 1635, congiungendosi ai distaccamenti del De Lande e Montauzier: un totale di 3000 francesi, 1500 grigioni e 400 cavalli. In valle di Livigno eranvi 8000 imperiali sotto il comando di Brisighel: quasi il doppio del piccolo esercito franco-svizzero. Nella notte dal 25 al 26 giugno Rohan tiene consiglio di guerra. Malgrado l’opposizione del De Lande decide l’azione a oltranza e dà l’ordine di avanzata immediata verso il passo di Cassana. Impresa ardita il valico di passi ancora coperti di neve, in una stagione, data l’altitudine, non la migliore, con centinaia di cavalli ed impedimenti, contro un nemico assai più numeroso, agguerrito, riposato!
Le avanguardie ai primi chiarori dell’alba pel vallone di Diveria sboccano nella valle dello Spöl. Un ripato misto, grigione e francese, occupa a sorpresa la chiesa parrocchiale di S. Maria ed il cimitero attiguo che diventa il perno della resistenza e dell’offensiva. Gli imperiali, sparpagliati largamente nelle bajte a bivaccare, senza alcuna ordinanza né protezione ai passi, vengono colti all’improvviso e quasi assonnati dai franco-svizzeri. Per maggiore sfortuna ed imprevidenza i ponti sullo Spöl erano stati tagliati e più difficile riusciva la ritirata. Al meglio le ordinanze imperiali si composero e contrattaccarono. Affermano Glicerio Longa e Giuseppina Lombardini, che si occuparono di storie bormiesi, che in un primo momento i francesi ebbero la peggio. Ma travestiti coi camici di una confraternita, spaventarono gli imperiali che fuggirono in preda al più superstizioso terrore… Ma la tradizione popolare non è questa: ha una concezione assai più larga, religiosa e patriottica insieme. Dice essa (e il ricordo in Livigno è ancora vivo) che contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, comunque e sempre stranieri e predatori della valle, insorsero i morti livignaschi tanto più sdegnati dalla profanazione e dall’oltraggio recato ai luoghi sacri. Insorsero e gridarono altamente, nei primi bagliori dell’alba: “Via di qua!” E l’effetto fu immediato e disastroso! Poche ore dopo, infatti, gli imperiali si ritiravano su Bormio pei passi d’Eyra e di Foscagno ed, a sua volta, il Rohan per il passo della Forcola e Poschiavo si dirigeva su Tirano
.”


Baita in Val Federia

Vediamo, infine, cosa scrive il protagonista di quella giornata, cioè il Rohan, nelle sue memorie:
“Il 26 le truppe francesi si incamminarono verso l’alpe di Cassana e là venne riunito tutto l’esercito, che poteva contare su non più di tremila Francesi, millecinquecento Grigioni e quattrocento cavalli. Livigno è una valle che dipende dal contado di Bormio e che si estende per circa due ore in lunghezza e mille e duecento o mille cinquecento passi in larghezza; essa ha tre uscite, la prima attraverso la valle di Fraele a Bormio, la seconda attraverso il monte di Pisciadello a Poschiavo e la terza per il monte di Cassana in Engadina alta. È un prato ininterrotto, disseminato di case distanziate fra di loro; è divisa nel mezzo da un piccolo torrente difficile da guadare in estate quando si sciolgono le nevi. Per attaccare le truppe imperiali occorreva che i Francesi varcassero la montagna di Cassana e da lì scendessero nella Val Federia, che gli Imperiali potevano difendere con gran facilità, sia perché sbarrata da una grande trincea sia per essere stretta in alcuni punti e dominata da una montagna sovrastante il passaggio difeso dagli Imperiali. La principale preoccupazione di Rohan era di occupare questa montagna per dominare dall’alto coloro che custodivano l’ingresso di Livigno…
Egli scelse per questa impresa Isaac de la Frezelière, gentiluomo pieno di coraggio e di ambizione che, con settecento uomini, partì a mezzanotte per andare a impossessarsi della montagna e… quando arrivò in Val Federia tagliò a destra e occupò la montagna… Il duca di Rohan fece avanzare le sue truppe quando ritenne che il Frezelière fosse di fronte a lui. Ma il duca, avanzando per la vai Federia, era molto intralciato da un torrente, che scorre lungo detta valle, di cui i nemici avevano rotto i ponti. Gli Imperiali accennarono a disporsi in battaglia, ma poi, vedendosi attaccati dall'alto e dal basso, cedettero il passo e dopo avere ripassato il torrente che taglia la valle di Livigno, fecero resistenza sull'altra sponda, tenendo vivala scaramuccia per oltre un'ora e mezzo. Ci si battè tutto quel tempo, divisidal torrente, í cui ponti erano stati bruciati dai Tedeschi e che era ritenuto inizialmente non guadabile. I Francesi all'inizio non avevano tentato di superarlo, ma dopo averlo fatto scandagliare si avvicinarono per passarlo e allora gli Imperiali si ritirarono attraverso una montagna prendendo la strada per Bormío; così i Francesi rimasero quel giorno padroni del campo di battaglia e della valle.”
(Henri de Rohan, “Memorie sulla guerra di Valtellina”, edito dalla Editoriale Mondatori per la Fondazione Credito Valtellinese nel 1999).


Chiesetta in Val Federia

Peraltro la calata dei franco-grigioni dal passo di Cassana non è il primo episodio storico che riguarda questo valico. Nel 1499 truppe imperiali provenienti dal Tirolo passarono di lì per calare in Engadina ed incendiare i villaggi di Zuoz e di S’chanf, nel contesto della guerra fra gli Asburgo ed i cantoni della futura Confederazione Elvetica che rivendicavano orgogliosamente la propria indipendenza dalla casa d’Austria.
Retrocedendo più ancora nel tempo, al tardo Medio-Evo, vediamo il passo al centro di un episodio a metà fra la storia e la leggenda. Siamo nel secolo XIV ed i rapporti fra livignaschi e tavatini (abitanti di Davos, l'antica Tavate) erano molto tesi, anche perché le due comunità stavano a guardia rispettivamente della Valle dell'Adda e del bacino del Reno, e questo determinava attriti e scontri che avevano portato la tensione al culmine. Venne, dunque, decisa da entrambe le parti un'azione che aveva lo scopo di portare alla rovina la comunità nemica, il rapimento della sua stessa radice vitale. Si trattava di due animali, nei quali si riassumeva la potenza generatrice della natura, il toro Nino, a Livigno, e l'orso Moro, a Davos. Ebbene, durante una notte oscura avvenne una duplice spedizione di manipoli che rubarono, dall'una e dall'altra parte, questi animali. Le conseguenze non si fecero attendere. A nord ed a sud del passo di Cassana la natura cominciò a perdere, gradualmente ma inesorabilmente, la propria potenza vitale: i pascoli inaridirono, gli armenti non diedero più latte, nessuna bestia rimase più gravida. Tutto sembrava condurre alla morte, perché gli uomini non sarebbero potuti sopravvivere a lungo alla morte della natura che li ospitava. Ed allora, su entrambi i fronti, fu deciso di chiedere consiglio agli spiriti dei defunti. Così nel livignasco le anime purganti della Valle delle Mine pronunciarono un verdetto inequivocabile: restituite ai tavatini l'orso rapito. Analogo il verdetto del Genio del Bosco nella Valle dello Zug: restituite il toro ai livignaschi. Così il passo di Cassana fu teatro, questa volta alla piena luce del giorno, della restituzione delle bestie rapite e della riconciliazione. La natura subito rifiorì, tutto tornò alla vita ed il 18 maggio 1365 fra le due comunità venne firmata una pace solenne.
Dopo quest’ampia premessa storico-leggendaria, dobbiamo enumerare sinteticamente gli ulteriori elementi di fascino di questo passo. Quello panoramico è assolutamente di prim’ordine: si tratta di un osservatorio eccellente sulle alpi dell’Engadina e dell’alta Valtellina. La vicina punta di Cassana, poi, con la sua forma singolarissima ed i suoi colori eccezionali, dà al quadro d’insieme una nota del tutto particolare. I cultori della geologia saranno sicuramente attratti dalla presenza di una particolari forme di roccia scistica, che costituisce fra l’altro la base della dolomitica punta di Cassana. Si tratta delle rocce chiamate dal Theobald, nella sua Carta Geologica della Regione dell’Ortles, scisti di Cassana (“Casannaschiefer”, termine nel quale viene utilizzata l’antica denominazione di “capanna”, attestata accanto a quella di “Casana”; l’etimo più probabile è da casa+ana, nel significato di “cascina”, anche se non è da escludersi la derivazione da un nome gentilizio come Cassius).
Inoltre, essendo raggiunto da una pista sterrata con fondo buono, anche se piuttosto ripida in diversi punti, rappresenta una meta ambita dagli amanti della mountain-bike, che infatti, nel periodo estivo, lo frequentano numerosi e trovano nel vicino rifugio Cassana, posto un centinaio di metri più in basso rispetto al passo (m. 2601), un felice punto di appoggio. Infine per gli escursionisti è una meta ideale, in quanto comporta un impegno medio, consente di conoscere la Val Federia, uno fra i più incantevoli scenari del Livignasco, ed anche di ritemprarsi e rifocillarsi al già citato rifugio. Una curiosità di carattere legale, per concludere quest’ampio preambolo: pochi sanno che è consentito varcare il confine italo-svizzero, al di fuori dei passi presidiati, solo attraverso questo passo e l’altrettanto storico e famoso passo del Muretto, in alta Valmalenco; farlo in uno dei numerosi altri valichi è tollerato, ma di per sé costituisce reato, che potrebbe dunque essere contestato e perseguito.
Vediamo, ora, come salire al rifugio ed al passo, offrendo molte indicazioni desunte dall’ottimo volumetto “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina”, di Giovanni Peretti (Alpinia Editrice, 1987).

DAL PONTE DI CALCHEIRA AL PASSO DI CASSANA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Ponte Calcheira-Passo di Cassana
2 h e 30 min
730
E
SINTESI. A Livigno seguiamo le indicazioni per il Passo del Gallo e la Svizzera e prendiamo, poi, a sinistra poco prima di raggiungere il lago di Livigno (indicazioni per la Val Federia). Percorso un tratto di strada, seguendo le indicazioni per la Val Federia pieghiamo a destra e ci portiamo ai parcheggi che precedono il ponte di Calcheira (m. 1850), all'imbocco della Val Federia; parcheggiamo ai parcheggi oltre i quali il transito dei veicoli non autorizzati è vietato. Ci inamminiamo sulla strarina che oltrepassa la chiesetta di Val Federia (m. 1954). Proseguiamo, con andamento pianeggiante o in falsopiano, superiamo il modesto “Rin Toscè” su un ponticello in legno e siamo ad un primo bivio, al quale ignoriamo la pista di destra e proseguiamo diritti. Superato su alcune pietre un secondo torrentello, raggiungiamo una leggera discesa che ci porta al “Pian de l’Isoléta”. Sulla destra indoviniamo il solco di una valle piuttosto incassata, ed infatti poco più avanti siamo al bivio segnalato per il rifugio Cassana, dato ad un’ora e 45 minuti (sentiero 119): qui, ad una quota di 2050 metri, prendiamo a destra, imboccando una pista che corre sul lato sinistro (per noi) del solco della valle, salendo nel primo tratto diritta (nord-ovest), per poi piegare a sinistra. Saliamo con molti tornanti e, dopo aver incontrato tre ripiani, ragigungiamo il rifugio Cassana (m. 2601). Sulla sinistra del rifugio la pista, più stretta, riprende a salire, passa a sinistra di una piccola croce di ferro e, con pochi tornanti, guadagna l’ampia sella del passo di Cassana, che raggiungiamo dopo circa un quarto d’ora di cammino dal rifugio (m. 2694).

Punto di Partenza è Livigno, e precisamente il ponte di Calcheira, all’imbocco della Val Federia (m. 1850). Lo raggiungiamo con l’automobile dirigendoci verso il lago di Livigno (indicazioni per il Passo del gallo e la Svizzera) e prendendo, poi, a sinistra poco prima di raggiungerlo (indicazioni per la Val Federia). Percorso un tratto di strada, seguendo le indicazioni per la Val Federia (o Val Fedarìa) pieghiamo a destra e ci portiamo ai parcheggi che precedono il ponte, oltre il quale il transito dei veicoli non autorizzati è vietato.
Parcheggiata l’automobile, iniziamo a salire lungo la stradina asfaltata che si addentra in questa incantevole valle (da “feta”, termine che dal significato originario di “prima pecora che ha partorito” è passato a significare semplicemente “pecora”: si tratterebbe, dunque, della valle delle pecore). Incontriamo subito un cartelo escursionistico che segnala, sulla destra, la partenza del Sentiero Federico Cusini; proseguendo sulla stradina, invece, viene segnalato il rifugio Cassana, dato a 3 ore, ed il passo di Val Federia, dato a 5 ore. C’è da dire che l’indicazione delle 3 ore è sicuramente abbondante: camminando con passo medio si impiegano circa 2 ore ed un quarto.
La stradina comincia a salire, passando a valle di alcune belle baite; incontriamo anche una prima cappelletta, datata 1970, e poco più avanti una seconda. Molto bello è lo scenario che lasciamo alle nostre spalle, nel quale spicca, al centro, il corrugato massiccio del pizzo del Ferro e della Cassa del Ferro. Davanti a noi, invece, dopo un po’ compare l’ottocentesca chiesetta di Val Federia (m. 1954), con il caratteristico campanile a bulbo, un gioiellino perfettamente incastonato nello scenario bucolico della valle. È dedicata alla Beata Vergine Addolorata ed è stata interamente ricostruita, rispettando però fedelmente il modello originale, nel 1984. Oltrepassata la chiesa, il fondo della strada diventa sterrato e propone una breve discesa. Ripresa la salita, oltrepassiamo alcune baite che hanno la forma caratteristica della “tea” livignasca (baita in legno), ed un crocifisso. Su un successivo baitone alla nostra sinistra vediamo dipinto un crocifisso con le anime purganti, e leggiamo: “Oh passeggier se brami di sicurar la via dimmi un requiem con una Ave Maria”. Sulla nostra destra, ora, si stende un’ampia fascia di prati, con qualche baita disseminata qua e là; i prati sono ben curati, e testimoniano di un’attività agricola che è ancora presenza importante nella valle.
L'escursione ci consente di ammirare diversi esempi ben conservati di dimore rurali livignasche. Scrive, al proposito, Dario Benetti, nell’articolo “Abitare la montagna.Tipologie abitative ed esempi di industria rurale”, (in AA.VV., “Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, Milano, 1995):
"La valle di Livigno è posta al di là dello spartiacque ed è stata sempre condizionata, fino ad un recentissimo passato, da un particolare isolamento e dalla quota elevata (tutto il territorio è posto al di sopra dei 1800 m s.l.m.). L'economia era basata sostanzialmente sull'allevamento, rigoglioso grazie agli ampi pascoli. L'agricoltura era limitata ad un brevissimo periodo ed a pochi resistenti prodotti (come le rape). Ancora oggi, nonostante il «boom» edilizio e turistico di questi ultimi anni, è riconoscibile l'antico assetto insediativo, caratterizzato da una lunga teoria di abitazioni in legno, poste ad una certa distanza l'una dall'altra. È probabile che l'insediamento di Livigno sia da collegarsi a migrazioni di popolazioni walser: la cosa sarebbe confermata anche da alcune caratteristiche della casa, come la presenza delle piccole aperture dalle quali si pensava dovesse uscire l'anima delle persone morenti. ...la valle di Luvino (Luvinium, Levinium) ... è una amena solitudine, perché senza Terre, né Ville; ma con le Case precisamente qua e là per la medesima seminate, dove più di duecento Famiglie assai bene si mantengono con le saporosissime Carni e coi Latticini, onde abbondano, che con l'altre cose loro mancanti tramutano. Hanno Acque altresì di delicatissime Trotte copiose; e i Boschi vi sono per giocondissime Caccie assai dilettosi.
La tipologia delle dimore rurali si ripete con poche varianti, dovute soprattutto alla diversa epoca di costruzione. Le case più antiche sono completamente in legno, con struttura a travi incastrate, qui detta cardàna (a parte le zone interrate adibite a cantina, detta ceseta), mentre più ci si avvicina temporalmente ai nostri giorni acquista rilevanza la muratura in pietrame. A causa del clima molto rigido acquista una certa importanza l'atrio interno coperto (cort) che divide l'edificio residenziale (‘l bait) da quello rurale (toilà) e che è utilizzato anche come svincolo dei locali e come luogo riparato per svolgere attività lavorative. La corte interna si ripete anche ai piani superiori e a volte dà accesso ad un balcone (lòbia) con parapetto in assicelle lavorate e alla latrina esterna (omìn).
Per quanto riguarda le destinazioni d'uso, al piano terra sono poste le stalle e il pollaio (tipica è la scaletta esterna per l'accesso delle galline), al primo piano da una parte troviamo il fienile, dall'altra la cucina (cogina), la stüa e le camere da letto vere e proprie (arcobi). È frequente la presenza di un altro piano nella parte residenziale dove è collocata la stüa alta; mentre la stüa, quando è costituita solo dalla struttura a travi incastrate senza rivestimento interno, è detta stüa mata. Il sottotetto della parte residenziale è detto i sot i teit, mentre nella parte rustica è denominato crapéna (nella crapéna venivano legati a fasci i salami di rape, detti lughégna da pàssola). Altra caratteristica della casa di Livigno è la larga scala in legno esterna che conduce al fienile (la pont da toilà). La casa in genere è attigua alla stalla e al fienile; in certi casi però il fienile è isolato, senza stalla ed è chiamato nassa. Nonostante la quota elevata, anche nella valle di Livigno si assiste ad uno spostamento estivo della residenza, seguendo, in agosto e settembre, il bestiame. A mezza costa si trovano infatti delle baite di alpeggio dette li tea.
"


Rifugio Cassana

Torniamo al nostro cammino. In cima ad un primo vallone che intaglia il crinale vediamo innalzarsi da un’ampia base di rocce pallide quello che da qui sembra poco più che uno spuntone di roccia. Si tratta della già citata punta di Cassana (m. 3007), che sorveglia da nord-est il passo omonimo. Proseguiamo, con andamento pianeggiante o in falsopiano, superiamo il modesto “Rin Toscè” su un ponticello in legno e siamo ad un primo bivio: un cartello indica la pista che sale a destra come percorso della “Pedaleda”; noi proseguiamo diritti, seguendo l’indicazione “Passo Cassana”. Superato su alcune pietre un secondo torrentello, raggiungiamo una leggera discesa che ci porta ad una splendida conca, eletta da molti villeggianti come luogo per un riposante pic-nic in un’area attrezzata: si tratta del “Pian de l’Isoléta”. Sulla destra indoviniamo il solco di una valle piuttosto incassata, ed infatti poco più avanti siamo al bivio segnalato per il rifugio Cassana, dato ad un’ora e 45 minuti (sentiero 119): qui, ad una quota di 2050 metri, prendiamo a destra, imboccando una pista che corre sul lato sinistro (per noi) del solco della valle, salendo nel primo tratto diritto, per poi piegare a sinistra.


Passo di Cassana

Il fondo della pista è buono, ma l’andamento, quasi a farci scontare il precedente lungo tratto di blanda salita, ha una pendenza che oscilla sempre dal medio al marcato. Inizia, dunque, la salita al passo. Guardando in alto, diritto davanti a noi, intravediamo già una bandiera italiana che, supponiamo, segnali il rifugio (in realtà il rifugio è poco più avanti, e la bandiera è stata posta lì per poter essere scorta dal fondovalle). La pista, che ha una lunghezza complessiva, dalla partenza al rifugio, di 2 km e 800 metri, comincia ad inanellare un tornante dopo l’altro. A quota 2200 metri circa guadagniamo un primo ripiano, chiamato delle Fontanelle, dal quale il colpo d’occhio sulla parte più interna della Val Federia e sulla sua parte inferiore è già molto suggestivo. A quota 2400 metri circa siamo ad un secondo ripiano, dal nome poco allegro di “Piano dei Morti”, che rimanda, forse, proprio al famoso episodio storico presentato all’inizio: la discesa dal passo di Cassana alla Val Federia, come possiamo constatare direttamente, impone (non c’era, allora, la comoda pista che stiamo percorrendo, ma solo una mulattiera più stretta e più ripida) il superamento di alcuni passaggi piuttosto ripidi ed insidiosi, soprattutto in presenza di neve. Può darsi che questo sia costato la vita a qualche soldato francese o grigione. A quota 2500 eccoci al terzo ripiano, detto “Piano dei Becchi” (da bec, caprone). Il silenzio sarà rotto, se non dal vociare di qualche escursionista loquace (chissà perché la montagna ha il potere di far parlare anche le persone più laconiche…), dal fischio delle marmotte o dallo scampanio di qualche mucca al pascolo, che si è portata sul versante alla nostra sinistra. La bandiera è ormai prossima, ci siamo: dietro la bandiera ancora nulla, se non l’indicazione dell’apertura del rifugio e del menù del giorno, con l’aggiunta che mancano ancora dieci minuti. Diciamo un quarto d’ora; dopo aver tirato il fiato, gustando l’ampio panorama sulla Val Federia, ci accingiamo agli ultimi sforzi. 
Ecco, infine, il massiccio edificio del rifugio Cassana, che tradisce l’origine militare: si trattava, infatti, di una casermetta costruita prima della Prima Guerra Mondiale, per controllare un passo che, pur non dando accesso ad un fronte nemico, avrebbero potuto assumere una valenza strategica. Il generale Cadorna, in particolare, diffidava della neutralità elvetica, sospettando delle simpatie filo-germaniche dello stato maggiore Svizzero, per cui temeva che la Condererazione Elvetica avrebbe potuto consentire il transito dell’esercito Austro-Ungarico lungo l’Engadina e la Valle di Poschiavo, aggirando l’intero schieramento difensivo allestito sulla linea Stelvio-Ortles-Cevedale. L’ex-caserma rifugio è collocata su un poggio sotto l’ultimo crinale che separa dal passo, a 2601 metri.
Siamo in cammino da circa due ore ed un quarto ed il dislivello approssimativo in salita è di 750 metri.
Una grande scritta spicca sulla sua facciata: “A solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Domini”, che i cultori del latino o delle lodi al Signore non faranno fatica a tradurre: “Dal sorgere del sole fino al tramonto il nome del Signore è degno di essere lodato”. La scritta venne suggerita dai superbi spettacoli che il sole offre, da qui, al suo sorgere ed al suo tramontare. D’estate, però, si potrà avere l’impressione che qualcuno la fraintenda, interpretandola come “dall’alba al tramonto si deve prendere il sole”. Ma, insomma, essendo la montagna regno di libertà ciascuno la vive a modo suo. A proposito di libertà e non libertà, un pannello su una parete del rifugio ci offre una serie di informazioni che è utile e/o doveroso tener presente. Eccone il contenuto:
Si avvertono GLI ACCOMPAGNATORI E LE GUIDE CON GRUPPI che i tavoli sono riservati al servizio. BAR - RISTORANTE del rifugio: per coloro che intendono consumare colazione o merenda al sacco e' possibile accomodarsi sull'apposita AREA PIC - NIC, sulla sinistra della strada che porta al nostro rifugio (indicazione ben visibile).
Si ricorda inoltre che:
NON SI POSSONO RACCOGLIERE FIORI NON SI DEVE SPORCARE LA MONTAGNA NON SI DEVE USCIRE DAL SENTIERO NON BISOGNA DISTURBARE LA NATURA
NON SI PUO LASCIARE IL CANE LIBERO: METTETEGLI IL GUINZAGLIO!
Sono in servizio in questa zona, futuro PARCO DEL LIVIGNESE, GUARDIE AGRO - SILVO - PASTORALI, FORESTALI e anche ECOLOGICHE VOLONTARIE, che possono invitare tutti coloro che percorrono questi pascoli a RISPETTARE L'AMBIENTE E LA NATURA avvalendosi delle leggi appositamente emanate in materia: FLORA E FAUNA SONO PROTETTE.
In questa conca posta a un'altitudine di 2601 m. s.l.m. si gode un incantevole panorama:
da sinistra verso destra si possono ammirare le seguenti cime: GRUPPO ORTLER, GRAN ZEBRU, MONTE CEVEDALE, GHIACCIAIO DELLA STELVIO, GHIACCIAIO DEI FORNI, CIMA PIAllI, MONTE FILONE. PIZZO PARADISINO. GH.VAL NERA, CORNO DI CAMPO. E' presente una ricca flora alpina con specie assai rare: Primula latifolia, Papaver aurantiacum, Androsace alpina, Doronicumgrancifflorum, Viola calcarata, Leontopodium alpinum, Saxifraga caesia,Dianthus glaclatis, Saxifraga oppositifolia, Salix sp.plurima, Dryas octopetala, Leucanthemopsis minima, Carex firma, Gentiana kochiana, Ranunculus glacialis. Silene acaulis, Gentiana bavarica, Campanula cenisia, Nigritella rubra e nigra, con la fauna tipica degli alti pascoli: Stambecchi, Camosci, Marmotte, Volpi, Ermellini, Cervi, Pernici, Aquile, Corvi e Gipeti.”
Vengono, poi, indicate le possibili traversate che hanno come punto di partenza il passo di Cassana:
1) Capanna VARUSH - S-chanf (3 ore)
2) Ponte CALCHEIRA - Livigno (2 ore)
3) Passo FEDERIA - Val Federia (4 ore)
4) Passo LEVERONE - Chamue-sh (5 ore)
5) Passo ALPISELLA - S. Giacomo (5 ore)
6) Capanna CLUOZZA - Zernez (7 ore)
7) Sassal Masone - Ospizio Bernina (8 ore)
8) Val del Fieno - Bernina Suot (7 ore)
9) Alp Timun - Pontresina (7 ore)
10) Vetta Blesaccia - Costaccia - Livigno (8 ore).
Un secondo pannello ci dà indicazioni sul sito del rifugio (www.rifugiopassodicassana.travelcontent.it) e sui numeri telefonici per prenotazioni o informazioni (0342 997205 e 333 5942572).
Completiamo l’informazione segnalando che è dotato di 12 posti letto, di tre servizi (di cui uno con doccia), di telefono e posto chiamata del Soccorso Alpino, mentre non dispone di locale invernale.
Sulla sinistra del rifugio la pista, più stretta, riprende a salire, passa a sinistra di una piccola croce di ferro e, con pochi tornanti, guadagna l’ampia sella del passo di Cassana, che raggiungiamo dopo circa un quarto d’ora di cammino. La quota cartografica di m. 2694, a voler essere pignoli, non è proprio quella del passo, ma della poco più alta gobba erbosa che vediamo alla nostra sinistra. Sul versante italiano non troviamo nessun cartello escursionistico; solo un crocifisso, rivolto verso Livigno (come si trova su tutti i passi del Livignasco che portano in Svizzera. Sul versante svizzero troviamo, invece, cartelli del CAS (il Club Alpino Svizzero), che danno il rifugio Cassana a 10 minuti e Livigno a 2 ore, e, in direzione opposta, l’alpe Chaschauna (cioè Cassana) ad un’ora e S-chanf a 3 ore ed un quarto.
Il panorama da qui è già molto ampio, ma se vogliamo allargarlo, percorriamo il largo crinale erboso alla nostra destra; raggiunta una conca, proseguiamo fino a guadagnare la sommità di un cupolone di detriti, a quota 2800 (un altro quarto d’ora di cammino dal passo): da qui il panorama è davvero emozionante, con un bel primo piano, a nord-est, sulla punta di Cassana (m. 3007) e sul pizzo di Cassana, alla sua sinistra (m. 3070).
Un’immensa colata di sfasciumi di un incredibile color caffelatte scende dalle due cime. Seguono, procedendo in senso orario, il massiccio della Cassa del Ferro e del Pizzo del Ferro, le cime del versante nord-orientale della Val Fraele, la Reit sopra la conca di Bormio, il ghiacciaio dello Stelvio, le cime del gruppo Ortles-Zerbù-Cevedale, il ghiacciaio dei Forni, il pizzo Tresero, il massiccio dell’Adamello, la parete nord della cima Piazzi, il pizzo ed il corno di Dosdè, la cima Viola e le cime di lago Spalmo ed il pizzo Filone, alle spalle del lungo versante Blesaccia-Campaccio (che fu risalito dal Frezelière nella famosa battaglia del 1635). L’ampio solco della val Federia chiude un po’ il panorama ad ovest, ma si riconoscono le tre cime del pizzo Palù, nel gruppo del Bernina, il pizzo Morteratsch ed il pizzo Roseg. Alla loro destra, l'inconfondibile ed aguzzo profilo del piz Languard.
Molto bello anche il panorama settentrionale, con un’ampia teoria di cime dell’Engadina. Per giungere fin qui dal ponte di Calcheira abbiamo impiegato, a conti fatti, poco meno di tre ore (il dislivello approssimativo in salita è di 950 metri). Se la giornata è bella, difficilmente dimenticheremo questa escursione.


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Non possiamo chiudere il racconto di questi straordinari luoghi senza menzionare alcune leggende legate ai favolosi tesori che, si racconta, l’alpe Cassana (o Capanna), in territorio svizzero, nasconde. Per farlo cediamo la parola ad Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, il quale, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969), racconta:
La fama che gli Scolari Vaganti conoscessero i nascondigli dei tesori, sussurrata da orecchio ad orecchio non mancò di diffondersi nel paese, onde i Veneziani si sentirono sorvegliati. Non lo si faceva apertamente, tuttavia si seguivano i loro movimenti. Allora essi si travestirono da vagabondi e mendicanti.
Un pastore del Casanna notò una specie di accattone girare con insistenza intorno alla capanna ed al bestiame. Più volte lo invitò ad andarsene, ma quello, fingendo dapprima di ubbidire, faceva un lungo giro ritornando di bel nuovo all'alpeggio.
Stanco d'esser gabbato, l'alpigiano si adirò e percosse lo strano viandante che peraltro non reagì e scomparve. Alcuni anni dopo, trovandosi sulla piazza di un mercato del Veneto, con grande meraviglia si vide riconoscere da un signore:
- Siete il tale e tale pastore del Casanna.
- Per l'appunto - rispose.
- Dovrete venire a casa mia - e lo condusse in un sontuoso palazzo dalla facciata di marmo con snelle bifore dall'arco inflesso e portale scolpito.
Uno stuolo di servi aprì l'uscio inchinandosi; entrarono in sale mirabilmente dipinte e lussuosamente arredate. Il pastore non credeva ai propri occhi, e guardava senza parole i pavimenti di mosaico ricoperti di soffici tappeti, i quadri e gli specchi dalle cornici dorate, i lampadari di cristallo sfolgoreggianti, i servizi d'oro e d'argento incisi ed arabescati.


Passo di Cassana

L'ospite licenziò con un cenno la servitù e rimasti soli chiese:
- Ricordate il mendicante che avete picchiato sul Casanna?
Certo che ora lo ricordava, il pastore, né dubbio poteva sussistere: il vagabondo da lui maltrattato e quel padrone dinanzi al quale uno stuolo di servi si inchinava, erano l'identica persona. Un tremito lo prese, un freddo sudore gli diede i brividi. Si trovava in balia dell'uomo che aveva cacciato; quello poteva vendicarsi di lui, a proprio piacimento.
Il Veneziano, sorridendo, si affrettò a rincuorarlo: non temesse il Grigione, egli era il benvenuto e doveva anzi restare per tre giorni nel palazzo, ossequiato e servito.
- Tutto ciò che qui vedete - disse lo Scolaro della Scuola Nera - viene dal Casanna ed in nome dei tesori del Casanna dobbiamo fare la pace. Che la vasta Alpe Casanna fosse carica di metalli preziosi era noto in val Partenzo.
Un capraio sorpreso dal temporale si era ritirato sotto alcune rocce sporgenti a mo' di tetto; allorché tornato il sereno egli raggiunse l'alpeggio, i compagni meravigliati gli videro brillare alcune gocce d'oro sul cappello. Immediatamente si posero alla ricerca della roccia che tra sudava oro, ma per quanto il ragazzotto si sforzasse di ricordare, non gli fu possibile individuare l'anfratto dove per mero caso si era riparato.
Un povero diavolo della valle, vagabondando sul Casanna, scoprì per caso una vena d'oro: due volte vi attinse e diventò ricco.
Né ciò gli parve bastare; dominato dall'ingordigia risalì la terza volta ma non ritrovò più il luogo e stanco delle insistenti ricerche, prese mestamente la via del ritorno.
Si udì allora una voce ultraterrena:
- Ciò che hai avuto è più che sufficiente. La sorte ti è stata benigna: non tentarla perché potrebbe volgerti le spalle.
- Vuoi scoprire una vena d'argento sul Casanna? - chiese uno Scolaro Vagante ad un giovanotto di Cunter in val Partenzo.
Questo sollevò le spalle e sorrise con malizia: - Son cose che si chiedono? -
- Cerca un compagno coraggioso come te e che sappia tacere. Gli uomini dovrebbero tagliarsela, la lingua! -
Salirono in tre all'Alpe del Casanna, avendo cura di non farsi scorgere da nessuno per mantenere il segreto.
- Ecco il posto - indicò il Veneziano, e cominciarono a scavare con lena, servendosi dei picconi e delle pale portate a spalla fin lassù.L'opera durò diverse settimane, perché appena sotto l'erba trovarono roccia e bisognò faticare parecchio per inciderla Lo scavo si fece profondo, e per scendervi occorse una scala a pioli. Finalmente, dopo giornate di assiduo lavoro, la vena d'argento venne alla luce: un metallo purissimo, smagliante, abbondantissimo.


Passo di Cassana

Lo Scolaro risalì velocemente i gradini della scala a pioli e tracciò un cerchio chiuso intorno alla fossa. Il premio è qui, per voi che avete lavorato fiduciosamente. Ma state all'erta. Il tale e tal giorno verrà una donna e con tutte le forze cercherà di oltrepassare questo cerchio per gettare uno sguardo dentro la buca. Dovete impedirglielo ad ogni costo. Detto questo prese tra le mani i lembi del mantello e volò via.
Fin dal primo mattino del giorno indicato uno dei due giovani montò la guardia al cerchio torno la fossa, mentre l'altro sul fondo, scavava alacremente argento.
Il sole camminava nel cielo, le ombre sul terreno e nessuno appariva. Mezzogiorno passò, passarono le tre. Verso sera ecco giungere una donna coi capelli sciolti al vento. Dubbio non poteva esistere: era la nemica. da fermare prima che riuscisse a var care il cerchio e gettare uno sguardo nel fosso.
Il giovanotto le corse incontro, l'afferrò stretta ma quella si divincolò come una biscia, e parve possedere forza sovrumana perché riuscì a liberarsi, raggiunse correndo il cerchio tracciato dal Veneziano, l'oltrepassò, gettò un'occhiata maligna dentro la miniera. Un sordo rumore di rocce frananti frustò l'aria; il giovane che lavorava riuscì a malapena a salvarsi arrampicandosi come un gatto su per la scala a pioli. Per poco non rimase sepolto. Lo scavo profondo si colmò ed il prato tornò intatto.”

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

 

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