Chi furono i primi abitatori della Valtellina? Da dove vennero? Come vivevano? Cosa pensavano? Domande importanti, soprattutto per una valle la cui posizione, fino al secolo XVII d.C., rimase piuttosto defilata rispetto ai principali corridoi di transito alpini. La risposta è alla luce del sole, sulla più grande roccia incisa delle Alpi, la Rupe Magna di Grosio, ma è scritta in una lingua non facile da decifrare. Si tratta di incisioni rupestri (o petroglifi) scoperti dall’archeologo Davide Pace nel 1966, che risalgono a quattro fasi preistoriche principali, databili rispettivamente al IV-III millennio a.C. (Neolitico ed Età del Rame), al II millennio a.C. (Età del Bronzo), ai secoli XII-VIII a.C. ed infine ai secoli VIII-VI sec. a.C. (Età del Ferro).
I segni di quasi quattro millenni di vicende umane (oltre cinque, se comprendiamo anche i vicini castelli medievali, detti di S. Faustino e Nuovo) sono, dunque, raccolti in quest’area, unica, per importanza, non solo nella provincia di Sondrio. Non per caso. La rupe è posta presso il punto di confluenza della Val Grosina nell’alta Valtellina, in un’area che probabilmente ebbe un grande valore rituale in epoca preistorica e fino al VI sec. a.C., per poi diventare centro di insediamento permanente. Un’area di rilievo primario, anche nei secoli successivi (come testimonia la presenza dei due castelli di cui diremo), al crocevia delle direttrici sud-ovest-nord-est (solco principale della Valtellina) e sud-est-nord-ovest (passo del Mortirolo, che congiunge Valcamonica e Valtellina, e Val Grosina). Di particolare interesse è il vicino passo del Mortirolo: fu, infatti, il facile crinale che separa l’alta Valtellina dalla Val Camonica ad essere, probabilmente, interessato dal transito dei primi gruppi di cacciatori che, in epoca più remota rispetto a quella delle incisioni rupestri, si affacciarono alla nostra valle e che, in epoca assai più recente, diedero vita ai primi insediamenti permanenti. I petroglifi della Rupe Magna sono, infatti, ampiamente accostabili ad analoghe e ben note incisioni rupestri in Val Camonica. Ecco perché il dosso dei Castelli ed il dosso Giroldo, fra Grosio e Grosotto, ebbero, in quel lontano passato, un’importanza nodale.
La recente (1978) creazione del Parco delle Incisioni Rupestri, gestito dal Consorzio per il Parco, di cui fanno parte la Provincia di Sondrio, la Comunità Montana di Tirano e i comuni di Grosio e Grosotto, consente di visitare con consapevolezza e documentazione quest’area, con una facile passeggiata di un paio d’ore, che ci fa salire di poco nello spazio (120 metri in tutto), rispetto al fondovalle, mentre ci immerge (e anche sommerge) nei vertiginosi meandri del tempo. Una passeggiata consigliabile in tutti i periodi dell’anno, purché si abbia l’accortezza di privilegiare le ore pomeridiane (l’ora migliore è compresa fra le 15.00 e le 15.30), per sfruttare l’inclinazione dei raggi del sole che meglio consente di individuare le figure. Il parco è sempre aperto, mentre gli spazi espositivi sono visitabili nei finesettimana dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 13.30 alle 17.00 (ma anche nei rimanenti giorni, previa prenotazione allo 0342.847233). Nel periodo estivo, invece, sono aperti tutti i giorni dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18.00 (è possibile anche prenotare visite guidate, telefonando sempre allo 0342.847233).
Ci si arriva lasciando la ss. 38 dello Stelvio all’uscita per Grosio. Raggiunta la centrale del Roasco dell’A.E.M. di Milano, sulla strada che congiunge Grosotto a Grosio, svoltiamo a destra, seguendo il cartello giallo del Parco delle Incisioni Rupestri, seguiamo le sue mura perimetrali e, parcheggiata l’automobile, proseguendo a piedi. Oltrepassata la curva della strada, troviamo, sulla sinistra, la carrareccia, con fondo acciottolato e corredata da pannelli illustrativi, che ci porta, in una decina di minuti di cammino, all’area del Parco, delimitata da un cancello: si presenta, in tutta la sua imponenza (84 metri di lunghezza per 35 di altezza), la Rupe Magna, roccia montonata dall’azione erosiva dei ghiacciai durante l’ultima glaciazione, dalla caratteristica forma a ventre di balena, con un numero impressionante di incisioni (circa 20.000: gli increduli provino a contarle, oppure immaginino di farlo, in quelle notti nelle quali si stenta a render sonno).
Superata una roccia secondaria, che reca però incisioni interessanti (oranti, coppelle, capridi), ci portiamo ai piedi della rupe, dove troviamo un bivio, al quale prendiamo a destra, salendo per un breve tratto. Dobbiamo, ora, esercitare tutto lo spirito di osservazione di cui siamo capaci, individuando la ricca serie di figure incise. Spicca la fila dei sei grandi oranti saltici, figure antropomorfe risalenti alla fine dell’Età del Bronzo, disposte a coppie che sembrano rappresentare individui che pregano danzando ed impugnando piccoli oggetti circolari, scudi o tamburelli. È possibile però interpretare le figure anche come coppie di duellanti: molto probabilmente, infatti, l’arte petroglifica della Rupe è legata ad un’aristocrazia guerriera che, lasciando di sé traccia nella roccia, intende rappresentare non soltanto la propria devozione alle forze divine, ma anche il proprio orgoglio e valore. Gli arti degli oranti sono rappresentati ad angolo retto, secondo lo schema di una duplice U sovrapposta; la testa è, invece, rappresentata da una coppella. Difficile interpretare, in generale, il significato delle coppelle: rituale, forse, o rappresentativo del sole o di costellazioni.
Sostiamo a lungo presso le figure: più le osserviamo, più sembra che ci parlino, anche se ci resta la disorientante sensazione di non riuscire a comprendere quel che dicono. Se non sappiamo a cosa pensassero questi remoti abitatori della Valtellina, possiamo, però, intuire a chi pensassero: è probabile che le antichissime mani che scolpirono le figure fossero mosse dal pensiero di chi si sarebbe poi soffermato ad ammirarle. Un pensiero che ci raggiunge: gli autori delle incisioni pensavano anche a noi, pur senza conoscerci. Chissà come sarebbero rimasti sorpresi se avessero potuto sapere che oggi non esistono più oranti saltici, ma solo oranti e saltici, che tengono ben distinte, nel tempo e nello spazio (chiese e discoteche) le due attività. Accompagnati da questi interrogativi, torniamo al bivio e prendiamo, ora, a sinistra, salendo alla gradinata scolpita nella roccia. Non potremo non notare due grandi croci, che ben poco hanno a che fare con il resto delle incisioni, risalendo all’epoca medievale.
Raggiungiamo, così, il muro di cinta e dobbiamo toglierci le scarpe per non rovinare la superficie della rupe sulla quale, ora, camminiamo, seguendo, in leggera discesa, l’avvallamento centrale. L’occhio attento scorgerà, qui, numerosissime incisioni, che rappresentano ancora figure di oranti e di guerrieri, ma anche di animali (cinghiali e capre), oggetti (rastrelli) e simboli di difficile interpretazione (spirali, figure meandriformi e serpentiformi, fra cui un lungo cataletto che costituisce la più lunga incisione di tutta l’arte rupestre alpina). Al termine dell’avvallamento possiamo osservare una serie di figure con archi concentrici. L’ultimo tratto della visita ci porta al dorso superiore della rupe,  percorso da un gran numero di coppelle e canaletti risalenti all’Età del Ferro.
Raggiunto il limite della rupe, possiamo proseguire la passeggiata visitando i vicini castelli, che ci fanno compiere un bel balzo in avanti nel tempo, portandoci nel cuore del medioevo, epoca nella quale oranti (la Chiesa) e guerrieri (l’Impero) si dividevano e, spesso, contendevano la potestà su uomini e cose. Siamo subito agli eleganti ed ampi resti del castello nuovo, eretto in epoca viscontea (secolo XIV), in un’area interessata, molti secoli prima, da un insediamento risalente all’Età del Ferro. Poco più in là troviamo le rovine del castello di S. Faustino, eretto fra X e XI secolo, dove spicca il campanile romanico della chiesa castellana.
Immaginiamo lo scenario di quel tempo. La Valtellina era divisa nelle pievi, circoscrizioni religiose e civili dove gli arcipreti curavano le anime ed i capitani assicuravano il rispetto della legge con la forza delle armi. Nel 1006 l’Imperatore Enrico II, per fronteggiare l’influenza di Milano, donò al Vescovo di Como, Everardo, che si contrapponeva a Milano, metà del viscontado di Valtellina, con le pievi di Ardenno,
Berbenno, Tresivio, Villa e Mazzo (pieve, quest’ultima, alla quale apparteneva il territorio di Grosio). Vassalla del vescovo di Como era potente famiglia dei Venosta.


Castello di San Faustino

Nonostante successivi dissidi fra questa famiglia e Como, proprio ai Venosta venne affidata l’amministrazione del castello di S. Faustino, posto in posizione strategica per il controllo del transito dall’alta Valtellina verso Tirano. Il castello sorgeva sul colle di Groxio (termine che probabilmente deriva da quello di origine ligure “crös” - qualcuno ricorderà Creuza de mar di De Andrè -, cioè “incavo”, “solco”, “sentiero”, con riferimento alla forra del torrente Roasco che scorre immediatamente a sud). Due villaggi sorsero alle dipendenze del castello, Gros-sura e Gros-sotto: ecco spiegata l’origine dei nomi di Grosio e Grosotto.
Qualche secolo dopo, nel Trecento, Milano riuscì, sotto la signoria dei Visconti, ad affermare il proprio potere in Valtellina. Fu, quindi, distrutto il castello di S. Faustino ed eretto, fra il 1350 ed il 1375, quello denominato “Nuovo”, che ebbe la singolare e fortunata sorte di sopravvivere, almeno in parte, alla sistematica distruzione delle fortificazioni valtellinesi voluta, nel 1526, dalle Tre Leghe Grigie pochi anni dopo l’inizio del loro dominio sulla Valtellina (1512).
Torniamo, ora, alla Rupe Magna, dalla quale possiamo ridiscendere all’automobile per la via di salita. In una giornata buona, con terreno asciutto, però, possiamo anche proseguire alla scoperta di altri segni del passato lontano. In questo caso seguiamo, verso destra, la stradina sterrata alle spalle del castello, che sale da Grosotto, oltrepassando una cascina, fino al primo tornante: qui  lasciamola, prendendo a destra ed attraversando i prati, fino a raggiungere il limite di alcune formazioni rocciose affioranti. Saliamo, ora, sfruttando i gradini intagliati nella roccia (attenzione, però, a non scivolare). Dopo un quarto d’ora circa di cammino dalla Rupe Magna raggiungiamo, così, un poggio erboso, il dosso Giroldo, posto sotto la frazione omonima, a sud della Rupe Magna e del dosso dei Castelli.
Prendendo a sinistra (in direzione del castello, nord), seguiamo la cresta, incontrando altri petroglifici su singole rocce (coppelle e figure topografiche rettangolari). Superiamo, quindi, in discesa, prestando attenzione, due gradoni rocciosi e raggiungiamo la cosiddetta “Rupe degli Armigeri”, dove individuiamo facilmente diverse figure di guerrieri con lancia, scudo ed elmo, che risalgono alla prima Età del Ferro. Vediamo anche figure rettangolari che, probabilmente, raffigurano la configurazione dei campi coltivati sul fondovalle. Torniamo, ora, indietro, risalendo i gradoni e cercando una roccia montonata quasi piana, sulla quale sono raffigurati cani, stambecchi, guerrieri e grandi coppelle.
Cominciamo, poi, a salire verso le case di Giroldo, seguendo una debole traccia che porta ad un grande castagno. Attraversati alcuni campi, intercettiamo un marcato sentiero che, in un quarto d’ora circa, conduce alla frazione, dove, oltre una fontana, troviamo una strada asfaltata, seguendo la quale ci portiamo alla superiore frazione di Dosso. A destra del numero civico 39, oltre un prato, si trovano altre rocce sulle quali sono incise coppelle con disposizione esagonale. Qui termina l’escursione: tornati a Giroldo, possiamo da qui imboccare la sterrata che scende alla Rupe Magna e di qui tornare all’automobile seguendo a ritroso il percorso di salita. Se vogliamo, infine, trovare altre notizie su questi straordinari luoghi consultiamo la pubblicazione “La Rupe Magna – La roccia incisa più grande delle Alpi”, Sondrio, 1995, con contributi di Andrea Arcà (del cui articolo “Itinerario di visita” il presente è debitore), Angelo Fossati, Elena Marchi ed Emanuela Tognoni.

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