Correva l’anno 1902: nel territorio della Magnifica Terra di Bormio cadde, sotto il fuoco di un fucile, l’ultimo orso segnalato in provincia di Sondrio. Terminava quell’anno (anche se, forse, solo provvisoriamente) un’epoca di plurisecolare presenza del plantigrado sulle nostre montagne. Lo sterminio degli orsi fu motivato dalla minaccia che essi rappresentavano per il bestiame (assai più che per l’uomo, che viene attaccato dall’orso solo per salvare i cuccioli), anche se tale minaccia era probabilmente sovradimensionata: la dieta dell’animale, infatti, è quasi interamente vegetariana.
Dell’orso, oggi, rimane solo il ricordo, legato a qualche toponimo (come la Foppa dell’Orso, sopra Colorina, o il "crap de l'urs", roccia presso il maggengo di Mantegù, sopra Albosaggia), ad usanze ancora vive (come quella che vuole che i bambini vadano, gli ultimi giorni di gennaio, a bussare alla porta della gente, esclamando, rivolti a chi si affaccia all'uscio: "L'è fö l'urs de la tana!", cioè "è uscito l'orso dalla tana!"), a molteplici modi di dire ("sei un orso" significa "sei burbero e solitario"; avere il male dell'orso significa essere affetti da un prurito insistente) ed a molti racconti, spesso sospesi fra il resoconto cronachistico e la narrazione fantastica.
Sul versante dell'immaginario legato a magia e mistero si può riportare, a mo' di esempio, una credenza diffusa in quel di Colorina. Poco sopra la citata Foppa dell'Orso, parte la bella mulattiera che taglia il selvaggio fianco occidentale della Val Madre e sale ripida all'alpe di Bernasca. Ebbene, si narra che molte capre dei pastori che caricavano l'alpe fossero preda di un orso misterioso, che altri non era se non un prete, capace di assumere le fattezze dell'animale in virtù della "fisica" (termine che designa poteri oscuri, legati soprattutto alla capacità di trasformarsi in animali).
Sul versante dei racconti mirabolanti o comici, possiamo, invece, riportare un paio di quelli che Bruno Galli Valerio, nei resoconti delle sue escursioni e scalate in Valtellina (riportati nel bel volume “Punte e passi”, curato da L. Angelici ed A. Boscacci ed edito nel 1998), mette per iscritto così come li ha sentiti da una compagnia di pastori e cacciatori, nel 1893.
Il monte Legnone e la val Lésina pare fossero fra le zone più frequentate dagli orsi. Proprio in questa valle si narra un episodio che getta la luce più chiara sulla natura di questo animale, simbolo di fierezza indomita. Un orso si imbattè, percorrendo il sentiero che si addentra nella valle, in un toro, animale non meno fiero ed indomito: non c’era spazio per entrambi, in quanto il sentiero era chiuso su un lato dal fianco roccioso, sull’altro da uno strapiombo. Si trattava del sentiero che parte da Ravolido e taglia il dirupato fianco orientale della valle, fino al ponte di Stavello, e dal quale, non molti anni fa, un contadino è stato scaraventato nel burrone dall’urto delle corna di una mucca: quello divenne, allora, il teatro della lotta fra due simboli della forza indomita. L’orso attaccò, con l’aria di chi volesse fare del toro un solo boccone, ma questi fu più pronto, e gli infilzò, con le corna, il ventre, immobilizzandolo alla parete. Fu così che l’orso trovò una morte ingloriosa, mentre sulla sorte del toro le versioni divergono: per alcuni morì anch’esso di fame, pur di non mollare la presa, per altri lasciò l’orso solo quando, alcuni giorni dopo, venne trovato dai contadini, cui non parve vero di poter guadagnare così facilmente la proverbiale pelle dell’orso.
Sempre nello scenario della Val Lesina si narrava anche la storia dell’orsa chirurga. Le cose andarono così. Un tale, affetto da un gozzo dalle dimensioni ragguardevoli, che gli rendeva assai difficoltoso il respiro, sorprese, un giorno, nel bosco, due orsacchiotti intenti a giocare, e pensò di approfittarsene per catturali; mamma orsa, però, vegliava, e si avventò sull’incauto, lo gettò a terra e gli sferrò una zampata che, per poco, non gli squarciò la gola. Fortuna volle che l’effetto fosse addirittura terapeutico: dalla ferita uscì tutta l’acqua che provocava il gozzo ed il mancato cacciatore d’orsi se ne andò via guarito, raccontando a tutti la precisione di quell’intervento. Da allora si diffuse la leggenda dell’orsa chirurga.
Uno degli ultimi orsi delle Orobie occidentali, per passare dalle storie mirabolanti alla cronaca, fu avvistato ancora qui, in Val Lésina, dopo che ebbe ucciso una giumenta all’alpe Tagliata, sul versante orobico che guarda alla bassa Valtellina; fu, quindi, ferito presso la casera di Mezzana, per poi essere braccato e finito in Val Fraina (diramazione dell'alta Val Varrone, in provincia di Lecco).
C’è più di un motivo, dunque, per andare a visitare questa valle nascosta, l’ultima grande valle del versante orobico valtellinese, verso ovest. Una valle ancora intatta, in quanto non vi si può accedere con automobili. Bisogna, infatti, partire dal piano, da Andalo (termine che deriva da una voce preariana che significa “frana”) o da Delebio, per salire in valle.
Se vogliamo visitarla con un elegante anello, imbocchiamo, Morbegno, la strada statale della Val Gerola e stacchiamocene, sulla destra, dopo il primo tornante sinistrorso, seguendo le indicazioni per Piantina e la Tagliata. Dopo qualche chilometro, giungiamo ad un bivio e lasciamo a sinistra la strada (chiusa al traffico) per l’alpe, seguendo le indicazioni per Erdona (o Ardona, con derivazione dall’etimo etrusco “hart”, “fertile”, oppure dall’aggettivo latino “aridus”, di significato opposto – “arido”, appunto -).
Lasciata la macchina in una piazzola che funge da parcheggio, poco sopra i 1200 metri, proseguiamo sulla strada o su un sentiero che, poco sopra, attraversa i prati bassi della Masonaccia. Oltrepassate le ultime case, seguiamo la strada (tracciato militare che risale alla prima guerra mondiale) che scende verso ovest. Quando inizia una serie di tornanti, prestiamo attenzione: poco oltre i prati di Avèert, intorno a quota 880, ad un tonante destrorso, dalla strada si stacca a sinistra un sentiero evidente, il Sentée del Munt, che taglia il fianco destro (orientale) della bassa Val Lesina. Percorrendolo, possiamo ammirare, a sud ovest, la mole massiccia del monte Legnone.
Il sentiero, infine, si congiunge alla bella mulattiera che sale da Andalo, in corrispondenza delle poche case di Ravolido (m. 883). Bisogna fare attenzione, però, a non seguire una deviazione che si stacca a destra dal sentiero. Da Ravolido un largo sentiero taglia, pianeggiante, il fianco destro idrografico della valle: la sua esposizione ad impressionanti dirupi è neutralizzata dalla larghezza e dai corrimano che lo proteggono. Si tratta del sentiero che fu già teatro dell’epico scontro fra l’orso ed il toro.
Alla fine raggiungiamo il ponte di Stavello (o ponte delle guardie), ad 889 metri, che ci permette di portarci sul lato sinistro idrografico della valle, superando il torrente Lesina. Entriamo, ora, nel ramo orientale dei due in cui la valle si divide e proseguiamo sul sentiero ben tracciato, ignorando due deviazioni a destra, la prima per il Dosso e la seconda per l’alpe Stavello. Dopo diversi tornanti, in un fresco bosco di alti abeti, un ultimo tratto ci porta alla casera di Mezzana (m. 1430), nell’alpe omonima, che viene ancora caricata. Per i nemici delle automobili questi luoghi sono un’oasi rara: qui incontreremo, al più, qualche moto autorizzata che serve le poche baite e casere. Dalla casera ci si può inoltrare nel ramo orientale della valle, fino alla baita del Sugherone (m. 1826), per poi salire, guidati però da chi conosce i luoghi, al pizzo Alto (m. 2512). Scendiamo, invece, al torrente e superiamolo su un ponticello. Troveremo, sul lato opposto, un sentierino segnalato, che entra nel bosco in direzione nord-est. Siamo ora sulla Gran Via delle Orobie: il sentierino, in diversi punti poco visibile, taglia, salendo, il ripido fianco orientale della valle. Le segnalazioni e qualche corda fissa ci aiutano a non perderlo ed a percorrerlo in sicurezza. Gli interventi di manutenzione, in alcuni punti, si rivelano particolarmente preziosi. In diversi punti le soste per recuperare energie permettono un buon colpo d’occhio sulla val Lesina. Poco oltre la metà del percorso, usciamo dal bosco per superare la valletta della Pescia, selvaggia e torrida nelle assolate giornata estive. La visuale sul ramo orientale della valle comincia a farsi più ampia. Sul lato sinistro della testata si individua il monte Rotondo, al quale si sale facilmente dalla val di Pai (Val Gerola). Superato un secondo valloncello, ecco finalmente luoghi più tranquilli, i prati del dosso
Paglieron (Paierùn, in dialetto), dove si trova, a 1633 metri, una baita solitaria. Siamo sul versante di Val Lesina dell’alpe Piazza. Alle spalle della baita, un sentiero ben visibile risale, con alcuni tornanti, il dosso, fino al crinale, dove si trovano cartelli della Gran Via delle Orobie.
Siamo sul crinale fra Val Lesina e Valtellina, all’alpe Piazza: una piccola deviazione a destra ci porta ad una bella conca, dove si trova una casera ed il rifugio Alpe Piazza, non ancora attrezzato. Raggiunto un palo (ciò che resta di una croce) sulla sommità del crinale, a quota 1855, ci troviamo a poter confrontare le bellezze dello scenario orobico e quelle dello scenario retico, che propone alcune delle famose cime del gruppo del Masino, fra le quali spicca il monte Disgrazia. Nei pressi del rifugio si trova anche uno specchio d’acqua (m. 1844); sullo sfondo, si staglia la testata del ramo orientale della val Lesina. A sud lo sguardo incontra, invece, i pizzi dei Galli (a sinistra) e Olano (a destra), ed i primi rilievi del versante occidentale della Val Gerola. Non ci resta, ora, che scendere, seguendo le indicazioni, verso l’alpe Tagliata, che ben presto appare sotto di noi. Scesi all’alpe, imbocchiamo una strada che prosegue la discesa verso sinistra, con qualche tornante (indicazione per Erdona), e che ci riporta alla Masonaccia, dalla quale possiamo tornare al parcheggio dell’automobile (se, invece, scendessimo sulla destra, raggiungeremmo a 1207 metri, ai piedi dell'alpe, i Bagni dell'Orso: tanto per restare in tema...). Chiudiamo così, dopo circa quattro ore di cammino, l’elegante anello, che comporta il superamento di circa 1000 metri di dislivello in altezza.

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