Orco: nome che incute, con il solo suono, un timore ancestrale. Il termine deriva dal latino "orchus", che significa la bocca spalancata dell'abisso che inghiotte chi vi si avvicina, anche se qualcuno ipotizza un'origine da “Ungaro”: gli Ungari, infatti, soprattutto nel secolo X, con le loro scorrerie sanguinose e talora sanguinarie seminarono terrore in buona parte dell’Europa cristiana. Sembra che fra il 910 ed il 1000 abbiano effettuato incursioni anche in Valtellina. Alla loro immagine terribile è rimasta legata, nei secoli successivi, quella di un essere a metà fra l’uomo ed il mostro, che si ciba di bambini e che terrorizza gli uomini, aggirandosi nei territori prediletti, le selve ed i boschi più fitti.
Nelle leggende, però, come spesso accade, l’aspetto orrorifico si stempera, lasciando il posto a tratti diversi, anche comici e burloni, che sembrano esorcizzare gli incubi più profondi. E’ il caso dell’orco che, si racconta, amava prendersi gioco dei viandanti che passavano nei pressi della chiesetta di san Rocco di Teglio. Si trattava di un orco davvero singolare.
Innanzitutto era davvero difficile vederlo: infatti era molto alto, come un larice (una ventina di metri, diciamo), ma, nel contempo, anche estremamente sottile, più sottile di un crine di cavallo, tanto da risultare invisibile. In tal modo se ne poteva andare in giro indisturbato, studiando i tiri da giocare alle malcapitate vittime. Sì, perché ciò che più amava erano le burle: ci si divertiva tantissimo, non ne poteva fare a meno. Approfittando dei suoi poteri magici, si manifestava in diverse sembianze. Un paio di volte, raccontano, assunse l’aspetto di un asino.
Una prima volta attraversò il cammino di un contadino, che se ne scendeva da san Rocco (località a 890 metri, appena ad ovest di Teglio, che si raggiunge prendendo la strada per Prato Valentino e staccandosene quando si trova l'indicazione per San Rocco) a san Giacomo di Teglio, senza alcun mezzo di trasporto. Non gli parve vero, quindi, di vedersi di fronte quel bell’asino, che se ne stava lì, in mezzo al sentiero, come una bestia senza padrone. Così, almeno, pensò il contadino, che non esitò ad approfittarsene: gli saltò in groppa e lo incitò a muoversi verso San Giacomo. Il poveretto non sapeva sulla groppa di chi era finito! L’orco si mostrò all’inizio docile, con grande soddisfazione del contadino, ma, all’improvviso, si imbizzarrì, scartò, come un puledro selvaggio, cominciò a galoppare come un destriero impazzito, lasciando il pover’uomo esterrefatto e terrorizzato.
Avete presente le scene di un rodeo? L’asino, lanciato in una corsa folle, ed il contadino che, terreo, cercava di restare aggrappato al suo collo, rappresentavano qualcosa di molto simile. Oltretutto l’asino, forse per tener fede alla fama (meritata o meno) degli animali suoi simili, se ne andò in tutt’altra direzione rispetto a quella che portava a san Giacomo: prese, infatti, a salire, su per i boschi, verso Prato Valentino, fino alle baite della località Bollone. Qui decise di obbedire alle suppliche del suo disperato cavaliere, che lo implorava di fermarsi. Solo che lo fece tutto d’un colpo, cosicché il contadino fu sbalzato in avanti e fece un volo così grande da ritrovarsi sulla cima di un larice. E fu proprio da lì che vide qualcosa che gli svelò l’arcano: l’asino riprese il suo reale aspetto di orco, un orco che se la rideva a crepapelle per la burla giocata al poveretto.
Una seconda volta l’orco, sempre in sembianze d’asino, si mise proprio in mezzo al sentiero che un ragazzo percorreva per tornare a Teglio da una baita sui monti sovrastanti. Si mise per traverso, in modo da non lasciarlo passare, con l’aria di non avere alcuna intenzione di spostarsi. Il ragazzo attese un po’, sperando che l’asino se ne andasse, ma, visto che quello non accennava neppure a muoversi, corse a chiedere aiuto ai suoi amici. Insieme, affrontarono l’asino e lo spinsero sul bordo del sentiero, facendolo poi rotolare giù, nel declivio. Ma, sorpresa delle sorprese, l’animale non parve prenderla troppo male, anzi, mentre rotolata, rideva divertito, tanto che i ragazzi rimasero letteralmente a bocca aperta. Insomma, l’orco burlone, sia che avesse la meglio, sia che avesse la peggio nei suoi scherzi, non perdeva mai il buonumore.
Non da meno, a quanto narrano, era un alto orco, che se ne stava in un bosco presso Cepina, ed amava anche lui prendersi gioco degli ignari contadini.
Questo essere era, però, decisamente più strano, e veniva chiamato anche "femenona", perché talora appariva in sembianza di donna di statura eccezionale. Così lo presenta Lina Rini Lombardini, nel bel volumetto "“In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950:
"La femenona, di smisurata statura,... appariva all'improvviso nelle campagne di Cepina, a fianco di notturni viandanti, e subito si trasformava in una mandra di neri maialetti o in un brulichio di grossi, vermi, ovvero in uno stranissimo uccello immoto sulla vetta di un pino. L'ardito cacciatore che tentò una volta di colpirlo, vide l'albero infiammarsi e poi bruciare in un attimo. La femenona era chiamata l'Orco ma apparteneva, in un certo modo, alla famiglia dei folèt. Come questi si trasformava in un gomitolo di lucido filo."
Di questa trasformazione fu vittima una ragazza di Cepina, che, prossima al matrimonio, stava cucendo, insieme alle amiche, l’abito nuziale, quando venne a mancare il filo. Proprio quando sembrava che non ci fosse altro da fare che comperarne dell’altro, ci si accorse che un gomitolo c’era ancora, sfuggito, non si sa come, all’attenzione di tutte. Il filo, che in realtà filo non era, ma era l'orco-femenona, era bellissimo, e splendido risultò, alla fine, il vestito che con quel filo fu terminato. Un vestito da far invidia, che la sposa indossò, orgogliosa, per avviarsi alla chiesa, dove già l’attendeva lo sposo, trepidante.
Lo sposo, come vuole la tradizione, era già entrato; la sposa era pronta, sulla soglia della chiesa, con il padre sottobraccio. Stava per muovere i primi passi nella chiesa, accompagnata dalla classica macia nuziale di Wagner, quanto il vestito comincò a scucirsi: il filo che lo teneva insieme si sfilò via, ed i pezzi si afflosciarono mestamente sul pavimento.
Ci fu un "ooh" generale, la ragazza svenne, il parroco si passò una mano sull'ampia fronte, con gesto di sconforto, lo sposo era ammutolito, il padre teneva fra le braccia, costernato, la figlia svenuta, insomma, fu una mezza tragedia.
Si seppe, poi, che quel filo era l'orco-femenona, ed allora la ragazza fu scusata, anche se la figuraccia rimase, e non fu senza conseguenze: "Ancora in Cepina v'è chi ricorda di aver avidamente ascoltato nei filò invernali la storia di quel gran malefizi a danno della povera giovane che non fu mai più condotta all'altare perché considerata la sposa d'uno striament." (Lina Rini Lombardini, op. cit.; la storia è riportata anche nella "Guida alla Lombardia misteriosa", Sugar, Milano, 1968, pg. 408).
Non si ha, peraltro, notizia di altre beffe cattive architettate dall'orco di Cepina.
Chiudiamo la carrellata degli orchi scherzosi citando un racocnto che ci viene dritto dritto dalla bella Val di Rezzalo, che si apre a monte delle Prese, non lontano da Cepina. Siamo all’alpeggio di Ronzòn dove viveva, un tempo lontano lontano, una vecchia,tutta sola, in una baita. Udì, un giorno, sull’uscio, il pianto di un bambino. Aprì la porta e vide un bambino di pochi mesi, che piangeva a dirotto. Ne ebbe pietà e, senza chiedersi chi fosse o di chi fosse, lo fasciò e gli preparò una pappa con latte e farina, che allora si chiamava “pòlt”. Con molta pazienza e dolcezza prese, poi, ad imboccarlo. Il bambino non si fece pregare, mangiò tutto avidamente. “Avevi proprio fame, eh…”, gli disse allora, sorridendo. Girò un attimo lo sguardo per deporre sul tavolo il recipiente vuoto della pappa, e quando tornò a guardare il bambino non lo vide più. Sparito. Letteralmente sparito. Restavano solo le fasce, afflosciate su loro stesse. Corse, allora, all’uscio, per vedere se in qualche modo fosse sgattaiolato fuori. Fuori non c’era nessuno, ma più in là, ad una certa distanza, vide un omaccio enorme, brutto e deforme, che se ne andava via cantando, allegro: “U, u, u che sont plèn de pòlt!”. Altro che bambino! L’ingenua vecchietta aveva sfamato nientemeno che un orco!
A questo punto vien fatto di chiedere: ma questi orchi di Valtellina, era tutti burloni? Non ce n'erano di orchi classici, cattivi e mangiatori di uomini? Certo. Uno per tutti, quello di Poggiridenti.
A lui si riferisce il “böc' de l’orch”, cioè il “buco dell’orco”. A Poggiridenti il buco dell’orco è una piccola caverna, non lontano dal maggengo di Scens, sul versante occidentale della valle della Rogna, che divide il versante montuoso sopra Montagna da quello sopra Tresivio. La valle ha un aspetto aspro e selvaggio, e rappresenta un luogo ideale per ospitare un essere malvagio e pauroso come l’orco. Nella grotta, si racconta, viveva, un tempo, un orco crudele, che, di quando in quando, lasciava l’ombrosa valle per scendere al paese e rapire, approfittando delle ombre della sera, qualche malcapitato viandante (i bambini disobbedienti che si attardavano nelle strade del paese erano le sue prede preferite). Il poveretto veniva portato nella grotta e gli toccava l’orribile sorte di fare da pasto al repellente essere.
La gente era terrorizzata, ed alla fine ci si decise a perlustrare l’aspro fianco del monte per trovare la tana dell’orco e farla finita con quella minaccia. L’unione fa non solo la forza, ma anche il coraggio, e la ricerca fu condotta con la massima accuratezza. La grotta, infine, venne trovata, mentre l’orco no, di lui non si seppe più nulla. Cosa ancor più strana, nell’antro vennero trovate anche monete false, per cui si diffuse la voce che in realtà essa fosse il covo di una banda di falsari, che coniava le monete utilizzando il rame di alcune “culdere” rubate nottetempo in paese.
Il toponimo “böc' de l’orch”, però, si riferisce anche ad una pozza naturale nel torrente della Rogna, ad est della contrada di Surana e del maggengo di Scens, dove in estate un tempo i ragazzi si ritrovavano a fare il bagno. Un luogo, quindi, assai più legato al divertimento spensierato che alla paura, anche se qualche genitore, probabilmente, avrà desiderato in cuor suo che il riferimento all'orco potesse dissuadere i figli dal frequentarlo troppo spesso.

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