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IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Morbegnesi): 10765 Maschi: 5256, Femmine: 5509
Numero di abitazioni: 4573 Superficie boschiva in ha: 1292
Animali da allevamento: 4033 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 220, m. 1725
Superficie del territorio in kmq: 15,39 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Morbegno m. 262, Campovico m. 235, Desco m. 290, Paniga m. 241, Cermeledo m. 461, San Bello m. 352, Torchi Bianchi m. 347, Campoerbolo m. 850, Valle
Territorio

La città di Morbegno ("murbègn", che tale è, ufficialmente, dal 1967, avendo superato la soglia degli 8.000 abitanti) è lo storico capoluogo del Terziere inferiore della Valtellina, ed oggi è il centro principale della bassa valle. È anche l’unico comune della bassa Valtellina con un territorio che si estende su entrambi i versanti, settentrionale e meridionale, ovvero, per usare le storiche denominazioni, sulla sponda dei Cech e su quella dei Maròch.
Sulla Costiera dei Cech esso comprende, da est, l’intero versante meridionale del Culmine di Dazio (“cùlmen”), dalla Val Fìria (“val fìria”) all’impressionante forra del torrente Toate (“tuàa”), oltre ad una larga striscia della media montagna a monte di Campovico e del ponte di Ganda. Il confine corre, infatti, dalla cima del Culmine (m. 913), verso ovest, seguendone il crinale e comprendendo i nuclei di Desco (“dèsch”), Porcido (“purscìil”), Torchi Bianchi (“tòorc’”), Categno (“catègn”) e Paniga (“panìga”). Passato sul lato occidentale della valle del Toate, scende gradualmente verso sud-ovest fino al ponte di Ganda (“pùnt de gànda”), passando a monte di Cermeledo (“scèrmelée”), Cerido (“scerìi”), Selvapiana (“selvapiàna”), Marsalenico (“marsalénech”), San Bello (“san bèl”), oltre che del paese di Campovico (“camvìich”), comune autonomo fino al 1938, cui in passato questi nuclei appartenevano.
Il confine segue, poi, per un buon tratto, sempre verso ovest, il fiume Adda, fino alla confluenza del Bitto (“ul bìt”); qui volge a sud-sud-est, seguendo il approssimativamente il corso del torrente e portandosi ad ovest di esso nei pressi del versante orobico. Ritaglia, quindi, una piccola porzione del versante occidentale della bassa Valle del Bitto, che comprende il nucleo di San Carlo (“san càrlu”) e la parte bassa di Campione (“campiùn”), prima di volgere ad est, tornando a seguire il corso del Bitto (ramo di Albaredo). Poco a Valle di Albaredo, il confine risale il versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo (“val del bìt de albarée”), un po’ a zig-zag, fino al crinale che lo separa dalla bassa Valtellina (quota 1725, il punto più alto del territorio comunale). Scarta, quindi, a nord-ovest ed a nord, scendendo il versante orobico che si affaccia sulla bassa Valtellina e tornando al corso dell’Adda. Sul versante orobico appartengono, quindi, a Morbegno i nuclei di Arzo (“àars”), Valle (“vàl”) e Campoerbolo (“campèrbul”), tutti sulla strada provinciale che da Morbegno sale ad Albaredo e prosegue per il passo di S. Marco, oltre che una serie di maggenghi minori ed alla cima del monte Pitalone (“el pitalùn”, m. 1334), elevazione di per sé poco significativa, ma di grande valore simbolico, essendo un po’ il monte di Morbegno, in quanto è la massima elevazione visibile sul versante orobico dalla città. Seguendo l’Adda verso est, il confine raggiunge, infine, il piede della Val Fìria. In tutto 15,68 kmq, con diversi maggenghi e nuclei di mezza montagna, ma nessun alpeggio (ad eccezione della piccola porzione a monte del Sertéer, in Valle del Bitto di Albaredo).
La città è posta allo sbocco del Bitto ed ha una storia antica e prestigiosa. Ecco il quadro tratteggiato da Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie dal 1587 al 1588, nell’opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (trad. di Giustino Renato Orsini): “Segue Morbegno, detto in latino Morbonium, il capoluogo di tutta la squadra: esso deriva il suo nome dalla parola morbus, vale a dire malattia. Infatti negli antichi tempi, quando il Bitto scorreva presso Cosio, tutto l’agro morbegnese era pieno di paludi e canneti, i quali traevano origine dalle acque che, discese dal monte nel piano, non avevano tuttavia tale portata da formare un fiume. Perciò, appena il calore del sole si faceva sentire nel paese, da ogni parte erano zanzare e dovunque esalava un miasma insopportabile; così che, in quell’aria greve e corrotta, uomini e bestie deperivano e soccombevano per svariate malattie.


Fiume Bitto

Ciò accadeva principalmente perché l’antica Morbegno stette per parecchio tempo più basso che non quella attuale, e precisamente alle falde di quel monte, addossato a mezzogiorno, dove oggi si eleva la chiesa di S. Martino e dove sorsero i più antichi abitati del territorio. Questa chiesa poi di S. Martino, insieme con quella omonima di Cosio, era stata in origine edificata dagli idolatri, primi abitatori della regione, in onore di Ercole. L’aria in questo punto è ancor oggi abbastanza malsana. Ma, frattanto, è accaduto che, durante una sua piena straordinaria, il Bitto, trascinando materiale d’ogni genere, colmò la valle che fiancheggia Regoledo e Cosio, poi straripò nelle vicine bassure. Infatti il fiume sbocca verso il piano, fra il castello di Morbegno e l’antica torre che sorgono poco sopra l’attuale Morbegno, l’uno a destra e l’altra a sinistra del Bitto… tale interramento proseguì poi per così lunga estensione che tutti i pantani…vennero colmati. Perciò è cessata la malaria e il clima si è fatto salutare… e codesta salubrità deriva dalla soave frescura che ivi spira dai monti e dal Bitto. Si comprende quindi come, attratti da quell’aria così pura, si principiasse ad edificare sotto il castello, sulle sponde del Bitto, e si continuassero ivi le costruzioni finché a poco a poco sorse una bella borgata e infine una città, con le sue mura ed annessi sobborghi…


San Giovanni

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Ma torniamo alle origini. Giustino Renato Orsini, autore della più significativa monografia storica su Morbegno (“Storia di Morbegno”, Sondrio, 1959), ipotizza che il primo documento storico attestante la sua esistenza risalga al 724: si tratta della donazione alla basilica di S. Carpoforo in Como, da parte del re longobardo Liutprando, di alcuni territori dell’alto Lario e della bassa Valtellina, fra cui Mosergia, che dovrebbe essere la più antica versione del nome di Morbegno. Si trattava, quindi, di una curtis longobarda, che comprendeva anche il territorio di Talamona e le cappelle di S. Martino (Morbegno, dove si trovava un ponte su un ramo dell’dda che vi scorreva ancora nel Seicento) e S. Maria (Talamona). Le prime citazioni sicure sono però più tarde e, nelle forme Morbinium (1085), Morbenio (1186) e Morbenno (1158), risalgono ai secoli Xi e XII. La prima è attestata in un documento del 1085, nel quale un tal Martino, figlio del fu Giovanni, vendeva una selva in “carbonaria” “de loco Cruxe, sita Morbinii”.
Giulio Perotti, autore della monografia “Morbegno”, edita nel 1991 a cura della Cooperativa Pan, ipotizza che comune di Murbegno, citato nel XII secolo, si estendesse su un territorio non vasto, con insediamenti sparsi, sia sul monte, sia sul piano. Egli, che riconduce il nome primitivo “Mosergia” alla radice celtica “mos”, “morg”, “murg”, che significa “luogo paludoso”, scrive: “Tre successivi spostamenti spostamenti di luogo e mutamenti nel nome subì la nostra Morbegno: essa sorse dapprima col nome di Mosergia o Morsegia nel piano acquitrinoso di San Martino; nell’alto Medioevo, divenuto il luogo malsano, si trasferì sul monte a Murada e Ortesida, mentre Mosergia cominciò a chiamarsi Morcintia e Morbinio per la malaria; finché nel XIII secolo si trasferì con questo ultimo nome sulle rive salutari del Bitto, dove divenne ben presto fiorentissimo borgo” (op. cit.). Il Perotti osserva che in questo periodo il borgo doveva essere assai sparso, con un punto di riferimento unitario nel castello al “dos de la Lümàga” (dove ora sorge il Tempetto degli Alpini), già scomparso nel Trecento.
Morbegno appartenne originariamente alla pieve di Ardenno, dalla quale si staccò nel 1208, prendendo nel contempo il sopravvento su Talamona come centro religioso principale del versante orobico della bassa Valtellina, da Talamona alla Valle del Bitto di Albaredo. Solo nei secoli successivi si staccarono da S. Martino Talamona (1375), Bema (1386), Sacco di Sotto (1458) e Valle (1480). Morbegno si avviava, così, a diventare centro della squadra omonima del Terziere inferiore, fronteggiata, sul versante dei Cech, dalla squadra di Traona, per poi ricomprendere sotto la sua giurisdizione, fra la fine del Quattorcento e gli inizi del Cinquecento, tutto il Terziere Inferiore.
Giuseppina Lombardini, nella "Breve cronistoria di Morbegno" (Morbegno, 1928), ipotizza in Morbegno una prevalenza ghibellina: "Che in Morbegno prevalesse il partito ghibellino lo testimonia anche il fatto che quivi trovarono ospitalità i figli di Loterio Rusca, il quale, con Giordano, era capo in Como della fazione Rusca ghibellina".
Della Morbegno medievale e della sua vivacità economica scrive B. Credaro, nell'opera "Morbegno" (Sondrio, 1956): "Le acque del Bitto non avevano pace e non potevano, raggiunto il piano, correre tranquille fino all'Adda; erano invece caprate sulle due rive da numerosi canali grandi e piccoli, che le portavano a muovere ruote e a produrre energia per le attività più varie: c'erano infatti nel borgo officine per la lavorazione del ferro e del rame; diversi mulini per macinare la poca segale, perché il granoturco e il frumento vennero più tardi. Non mancavano certamente segherie e fabbriche di mobili per i quali le selve sovrastanti e la valle del Bitto offrivano abbondanza di legname pregiato".
Sulle origini, l’articolazione e gli sviluppi del comune di Morbegno leggiamo, ne Le istituzioni storiche del territorio lombardo (Regione Lombardia, 1999, sotto la direzione di Roberto Grassi): “Il sorgere del medioevale comune di Morbegno rimane oscuro: nel 1208 la comunità riuscì a sottrarre la chiesa di San Martino all’egemonia plebana di Ardenno, non autonomamente però, ma sotto il patronato del monastero di Sant’Abbondio di Como. Dopo il 1210 il comune risultava non più retto da un console, ma da un podestà locale, “communis et hominum”. Nel 1335 (Statuti di Como) era citato come “comune loci conscili de Morbegnio”. …
La metà del XIV secolo è comunque l’epoca in cui il comune di Morbegno assunse un ruolo centrale nella giurisdizione che comprendeva l’intera bassa Valtellina (nel 1377-1378 Morbegno chiese a Giangaleazzo Visconti la separazione amministrativa dal resto della Valtellina), e nel contempo assunse rilievo la nuova società artigiana e commerciale, accanto alla contadina. …
Sul finire del 1363 il comune di Morbegno iniziò a tracciare una prima linea confinaria della sua giurisdizione civile, raggruppando i comuni della pieve di Olonio a est del Ponte marcio o Pontascio e quelli della pieve di Ardenno da Buglio in giù. In data 9 dicembre dello stesso anno il consigliere “in antea” di Morbegno convocò nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo (costruita a partire dal 1337, vi si tennero poi i consigli di terziere, oltre che nei prati della Berlanda) i rappresentanti dei comuni di Cosio, Rasura, Gerola, Dubino, Mantello, Zizini (Cino), Zerzuno (Cercino), Traona, Mello (della pieve di Olonio), Clivio (Civo), Dazio, Campovico, Buglio, Talamona, Albaredo, Bema (della pieve di Ardenno). … La storia del paese rimase in effetti per secoli appannaggio di un numero abbastanza ristretto di famiglie, tutte però di più o meno antica origine “esterna”, entrate nella comunità morbegnese già con titoli nobiliari o con uno spirito imprenditoriale tipicamente borghese, come i Gaifassi e i Castelli Sannazzaro.
Del comune di Morbegno, che si era già garantito il mercato settimanale, si conosce la normativa sul dazio (“datum de dazio”) del vino, pane, carne, pesa e misura (del grano e vino) a partire dal 1435. Il comune, sempre nel XV secolo, era dotato di una propria milizia, stipendiava un maestro per la pubblica istruzione. Fu ancora il comune a volere la fondazione del convento domenicano di Sant’Antonio nel 1457.


Sant'Antonio

La comunità di Morbegno, che antecedentemente al dominio visconteo era ripartita nelle quadre nei nobili e dei vicini, successivamente si divise nelle quattro quadre dei nobili, dei cittadini, del monte, dei vicini; nel 1762, in atti rogati da Paolo Mariani, la si trova divisa in gentiluomini, civili, mercanti di maggior buon nome, e semplici bottegai, artigiani, contadini del piano e terrieri di Arzo, Valle e Camperbolo: ma formanti in tutto ancora quattro ordini o quadre”.

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È il Quattrocento, dunque, il secolo che vede Morbegno assumere l’egemonia sull’intera bassa Valtellina, superando la storica rivalità fra la squadra di Morbegno, sul versante dei Maròch, e quella di Traona, su quello dei Cech. Sul finire del secolo il paese, che pure aveva dovuto subire nel 1482 il saccheggio delle milizie delle Tre Leghe Grigie, pagando poi, per allontanarle dalla valle, 14.000 fiorini, promosse, come segno di questa unificazione, l’edificazione di un ponte in pietra (unico, sul torrente Adda) in località Ganda. Il ponte venne distrutto da una piena nel 1566, e ricostruito nel 1568; di nuovo abbattuto nel 1772, venne ricostruito nel 1778.
Il Ghillini, nella “Tellineae vallis ac Larii lacus descriptio”, stampata nel 1704, scrive che Morbegno era, in quel secolo, “superiore ad ogni altro luogo della Valtellina per il numero degli abitanti e per la ricchezza”, aggiungendo che “anche il costume quivi era più fine e più colto, e… l’eleganza architettonica delle case era ben diversa dalla ordinaria rozzezza delle costruzioni nei territori alpini” (cit. da Orsini, op. cit.). La vivacità e l’importanza del paese nel medesimo secolo è provata anche dall’insediamento stabile, dal 1457, dei domenicani, nel convento di S. Antonio, che ospitava 24 religiosi. Questi promossero non solamente il fervore della vita spirituale e l’ardore nella carità, ma anche quell’attività inquisitoriale che, soprattutto nell’oscuro Seicento, porterà all’incriminazione ed alla condanna a morte di numerose “streghe”. Sorse, infine, in quel secolo “in forme bramantesche la chiesa dell’Assunta, attorno alla quale si sviluppa un culto esteso a tutta la Valtellina e al lago di Como, come testimonia un elenco di 23 miracoli del 1943-94” (Perotti, op. cit.).
Il pur luminoso Quattrocento si chiuse, però, con note decisamente dolenti: nel 1498 infierìla peste, cui si aggiunsero i danni di disastrose alluvioni del Bitto e dell’Adda ed infine, per soprammercato, i saccheggi dell’esercito del Duca di Milano che era impegnato nella lotta contro i Grigioni.

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Degno preludio alla dominazione francese (1500-1512), con la quale si aprì il secolo successivo, rimasta a lungo nella memoria per la sua odiosità. Celebre è l’episodio del ratto di due giovinette che suscitò una piccola sommossa popolare. Nonostante tutto, qualche segno di quel periodo rimase nel dialetto locale, se, come ipotizza l’Orsini, “iscì” (“così”) deriva dal francese “ainsi”, e da forme francesi derivano “püscì” (“almeno”) e “gramazée” (“grazie”, detto a Caspano).
Nessuno pianse, dunque, quando ai Francesi si sostituirono le Tre Leghe Grigie, che iniziarono nel 1512 una dominazione durata quasi tre secoli e caratterizzata da elementi contraddittori ma, tutto sommato, non negativi (diversa è l’opinione dell’Orsini: “Divenimmo dunque sudditi, alla mercé incondizionata dei Magnifici Signori Reti, che subito atterrarono per maggiore sicurezza tutti i castelli e le fortezze valtellinesi e attesero a smungerci”). Per la verità sembrò, ad un certo punto, che i nuovi dominatori dovessero cedere il passo all’intraprendenza militare di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sulla riva occidentale dell’alto Lario, e che, nel 1530 li vinse a Delebio, occupando poi Morbegno. La sua fortuna, però, durò poco: sconfitto a Berbenno ed assediato a Morbegno, batté in ritirata. Ad avere la peggio fu Morbegno, che subì l’incendio della parte oltre il Bitto e dovette pagare ai Grigioni una taglia straordinaria di 5.000 fiorini d’oro. In quel periodo furono anche stabiliti  in forma definitiva i confini di Morbegno con Cosio e Talamona, anche in vista della preparazione dell’estimo generale della Valtellina, completato nel 1531.
Questo documento offre uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Morbinij " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 3419 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Talamona di 1050); i prati hanno un'estensione complessiva di poco più di 2510 pertiche e sono valutati 1681 lire; campi e selve hanno un'estensione complessiva di 5923 pertiche; l'estensione dei vigneti è di 1294 pertiche, per un valore di 2804 lire; gli alpeggi, che caricano 210 mucche, vengono valutati 42 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 52 lire; il valore delle 54 brente di vino torchiato (una brenta equivale a 90 boccali) è di 54 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 12163 lire (sempre a titolo comparativo, per Forcola è 2618, per Talamona 8530 e per Tartano 642).
Prese piede, nel medesimo secolo, sempre in proporzioni assai modeste, la Riforma, favorita dai nuovi dominatori: a Morbegno venne assegnata al culto riformato la chiesa di S. Pietro, e la sede parrocchiale si trasferì, nel 1559, nella nuova chiesa di S. Giovanni.
Ne osservò l’incidenza in Valtellina il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che effettuò una celebre visita pastorale nel 1589 e che diede un ampio resoconto della realtà morbegnese di fine secolo (trad. don Lino Varischetti e Nando Cecini): “Attualmente Morbegno, dove risiede il pretore del terziere inferiore della Valtellina al di qua dell'Adda, si adagia ai piedi del monte sulla destra vicino al ponte del Bitto, il fiume che vi scorre quasi nel mezzo. La Chiesa plebana però dista da Morbegno un miglio scarso, a fianco di un ramo dell' Adda. Costruita oltre settecento anni fa è dedicata a San Martino Vescovo. Nella sua cinta vi è un grande cimitero chiuso da un muro, con intorno diverse cappelle secondo le antiche usanze ed in mezzo le tombe di numerose famiglie. Al tempo in cui fu costruita la chiesa di S. Martino sotto la tutela e la protezione del Rev. Abate di S. Abondio in Conto che designava e confermava il parroco, il paese di Morbegno era costruito in quel posto.
Dopo molto tempo, a causa della malaria ivi esistente, molti abitanti si trasferirono sulla riva del Bitto e lì costruirono le loro case. In un secondo tempo li seguirono gli altri cittadini cosicché nacque l'attuale paese. Circondarono con mura e fossa la parte più grande del paese, che è al di qua del ponte sul Bitto, e costruirono due fortilizi distanti dal paese un colpo di bombarda, uno di là e uno di qua del Bitto, sul monte. Uno è chiamato Castello, l'altro Torre. Attualmente a causa delle guerre e del succedersi dei dominatori le mura sono così rovinate e i due fortilizi così devastati che a stento si vedono i resti. Se non che, presso il castello, furono costruite tre o quattro case di contadini e cinque o sei presso la torre.
Quando gli abitanti di Morbegno si trasferirono dal primitivo paese vicino alla chiesa plebana di S. Martino nel nuovo, costruito sulla riva del Bitto, le case dell’antico abitato a poco a poco si sgretolarono e ora non rimane più nulla all’infuori di qualche rustico dove abitano i contadini… Benchè la chiesa plebana di S. Martino fosse continuamente ben conservata e visitata con devozione dagli abitanti, tuttavia, per l'eccessiva distanza dal paese, — era infatti pesante per il parroco recarvisi per amministrare i sacramenti e disagevole per gli abitanti — i Morbegnesi con la licenza e il consenso del rev. Abate di S. Abondio costruirono in mezzo al paese un'altra chiesa conte parrocchia, che fosse più comoda per amministrare i sacramenti. Fu costruita nel 1325 sotto il nome di S. Pietro Apostolo e fu designata come parrocchia di Morbegno…. A Morbegno settanta anni prima era stata iniziata la costruzione di un'altra chiesa assai ampia in onore e sotto il titolo di S. Giovanni Battista, da un pio sacerdote della famiglia Rusconi…
I Reti, venti anni prima, dietro istanza di una nobile svizzera sposata lì a un certo Tommaso de Guarinoni, stabilirono che una delle due chiese fosse assegnata ai luterani. I Morbegnesi costretti ad obbedire ai loro dominatori, giudicarono più saggio riservarsi la nuova chiesa di S. Giovanni Battista a loro più conveniente per la maggiore ampiezza, capacità di popolo e per la ben più grande bellezza rispetto all'altra, e lasciare agli eretici l'antica chiesa con grande rincrescimento e pianto di tutti. Trasportati tutti gli ornamenti da S. Pietro a S. Giovanni e trasferitavi, per autorità del rev. Vescovo di Como Gio. Antonio Volpi di venerata memoria, la cura parrocchiale con il tabernacolo della santa Eucaristia e il battistero, da quel tempo fino ad oggi, in essa furono amministrati i sacramenti…
Fuori dal paese di Morbegno sulla strada verso la chiesa di S. Martino, immediatamente vicino ad essa, c'è l'ampia e bella chiesa di S. Antonio Abate dell'ordine dei frati predicatori. Annesso vi è un monastero, abbastanza grande e molto bello, dove in altri tempi vivevano più di venticinque religiosi di quell'ordine ed ora a stento ne possano vivere dieci a causa dei tempi calamitosi in cui i religiosi cattolici in codeste zone sono oppressi soprattutto dagli eretici e da altri finti cattolici. A un tiro abbondante di bombarda sulla stessa strada verso S. Martino, sorge la bellissima chiesa dedicata all'Assunzione della B. V. Maria e a S. Lorenzo, meravigliosamente ornata con annesso un bel sacrario e un'altissima e solida torre campanaria. Vi è inoltre annesso un ampio e bell'oratorio per i confratelli della B. V. Maria e la casa per il curato della chiesa, distante un tiro di bombarda da quella di S. Martino: vi risiede come cappellano il sac. Antonio Filipponi di Morbegno
.”
Ecco quel che scrive l’Orsini della situazione religiosa in quel periodo: “L’eresia, mentre non trovò quasi eretici nella zona di qua dall’Adda, aveva invece attecchito nella zona solatìa e sulla montagna dei Cech, soprattutto a Traona, Caspano e Berbenno… Tuttavia (ai tempi del Ninguarda – 1589) in Morbegno erano tutti cattolici, fuorché quattro fratelli Guarinoni e qualche forestiero; come il Sadoleto, quassù rifugiato da Modena”.  
Il Ninguarda contò a Morbegno circa 400 fuochi (circa 2000 abitanti), a cui si dovevano aggiungere le 40 famiglie di Valle, 45 di Arzo, 6 di Tartusei, e circa 30 di Campo Erbolo. Per avere un dato comparativo, teniamo presente che in base agli atti della visita pastorale del vescovo Ninguarda è stata calcolata per l’intera Valtellina una popolazione di circa 75.000 abitanti; per lo stesso periodo un’informazione più precisa è fornita dal duca di Terranova, governatore di Milano dal 1583 al 1592, da cui risultano per il terziere inferiore 4.035 fuochi, per un totale di 21.944 abitanti.
La fine del secolo XVI portò un’importante novità, che alimentò la vocazione commerciale di Morbegno, la quale sopravanzava quella agricola, senza peraltro mai cancellarla: ebbe inizio, nel 1592, la costruzione della celebre via Priula, che univa Morbegno ai domini veneziani nella bergamasca attraverso il passo di San Marco. Il comune di Morbegno, retto da dodici sindaci, nove per il piano e tre per il monte, promise di versare una somma di 1.400 ducati al podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli, per sostenerne la costruzione. Scrive Cristina Pedrana, in “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni” (2004): “La strada venne utilizzata da moltissimi mercanti anche perché Venezia, sulla base dell'alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603, per favorirvi i traffici concesse esenzione daziaria per tutte le merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco e viceversa per le merci valtellinesi e grigionesi importate a Venezia. Qualche opposizione alla costruzione della strada si verificò in Valtellina soprattutto per timore di rappresaglie da parte degli Spagnoli; contrarietà si ebbero anche da parte delle autorità ecclesiastiche che temevano il passaggio e il commercio di libri e opuscoli scritti a favore dell'eresia protestante.” Via Priula e ponte di Ganda costituivano due snodi fondamentali nei commerci verso i paesi di lingua tedesca, che poi transitavano in genere per lo Spluga. Scrive il Credaro (op. cit.): "Questa strada prealpina, pur con i disagi del percorso, evitava il passaggio delle mercanzie per il ducato di milanese che troppe lotte e troppi interessi dividevano dalla Serenissima e faceva schivare, oltre i rischi, anche i dazi che erano fortissimi"
In una relazione il capitano veneziano Da Lezze scrive, in proposito, che la strada serviva a portare a Bergamo "le mercanzie della Francia et Germania et parte anco del negozio dei Paesi Bassi, dei signori Svizzeri e dei signori Grisoni, che sono colli o balle di lana, di seta cambrai, beni et vellami de ogni sorta, et altre qualità di merci della Fiandra, et altre parti, corame, pelli, rame, stagni, et altro...", oltre a "lavezzi, formaggi et altri grassini della Valtolina et bestiame da beccaria, de' quali è grandissima copia in quei paesi". Essa serviva, poi, "ai mercanti nel ritorno loro conducendo drogherie, panni di seta, di lana, sede crude et altre merci di Levante tratte dal fondaco dei Tedeschi di Venetia." Col passare del tempo, però, la scarsa manutenzione del tracciato montano portò ad una progressiva decadenza della “strada de la cà” (chiamata così per la Ca’ San Marco poco sotto il passo, sul versante bergamasco).
Per completare il quadro della fine del Cinquento, possiamo tornare a quanto scrive il Guler von Weineck, nella citata opera “Raetia”: “La cerchia delle mura, che un giorno cingevano Morbegno, è ora distrutta e le sue rovine servirono a colmare i fossati; nondimeno questa borgata, come si presenta oggidì, per la sua grandezza, per i suoi edifici e per la sua prosperità, può essere paragonata a una discreta città. Essa ha inoltre i suoi mercati settimanali e alcune fiere annuali che vengono continuamente frequentate con immenso lucro dei Morbegnesi. I palazzi di Morbegno sono elevati e di stile gotico; vanno anche forniti di ottime cantine, le quali in alcune case sono quattro, l’una sopra l’altra e sotto il livello del suolo; così profonde che in talune si devono scendere ben quaranta gradini per arrivare al pavimento della cantina più bassa. Queste cantine d'inverno sono tiepide ed in estate di mirabile frescura; e appunto durante la canicola vi si può sostare deliziosamente al fresco.
Il territorio di Morbegno abbonda dappertutto di rigogliosi vigneti, di grani, di carni squisite, di buon latte, di pesci, di gamberi; particolarmente pregiata vi è la pesca di grosse trote che abbondano ell’Adda per ogni dove… Legname a sufficienza per tutti i bisogni viene fluttuato lungo il Bitto…
Gli abitanti sono gente distinta, cortese e simpatica per la loro liberalità, sia in patria che all’estero. Perciò si potrebbe con maggior fondamento chiamarli Morbenigni dai loro miti costumi, che non Morbonii dalla parola morbo…

Morbenigni, come dire Mores benigni, cioè costumi affabili: con questo gioco di parole il Weineck esprime tutto il suo apprezzamento sul carattere dei Morbegnesi. Il suo quadro è decisamente lusinghiero, anche se possiamo nutrire il sospetto che l’accento sugli elementi positivi servisse a mettere in buona luce gli effetti dell’amministrazione delle Tre Leghe.

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "La località di Morbegno. Si presume che il suo nome derivi dal termine morbus che significa malattia. Se seguiamo la teoria della derivazione del nome, originariamente il centro abitato avrebbe dovuto trovarsi presso la chiesa di S. Martino, dove le esalazioni provenienti dalle molte paludi appestavano l'aria. Nel corso dei secoli l'abitato venne spostato ai piedi della montagna, sulle due rive del fiume Bitto che l'attraversa. Qui si ergeva un castello che venne circondato da una cinta muraria di cui oggi rimangono solo i ruderi. Durante il mercato settimanale in questo luogo si verifica un grande movimento di uomini. Presso la chiesa di S. Antonio si trova un convento di Domenicani che sta sotto la tutela di un priore; la fondazione del convento è da far risalire all'anno 1300. A Morbegno appartengono anche i paesi di Campo Erbolo. di Valle e di Arzo. Per amministrarlo gli abitanti si servono di dodici sindaci e di un caneparo. Negli anni 1485, 1513 e anche nel 1528 si verificarono in questi luoghi grandi pestilenze che ebbero come conseguenza un notevole tasso di mortalità.

Nomi di tutti i podestà di Morbegno dall'anno 1512
1512 Bartholome Stampa, divisore di Vicosoprano
1513 II medesimo
1515 Simon von Quadrio
1517 Il sopracitato Stampa e Jakob von Castelmur
1519 Hans von Agio
1521 Gubert von Salis. Al suo posto subentrò Johann Stampa.
1523 Konrad von Lombris
1525 Valentin Vatscherin
1527 Christen Bernhard
1529 Josef von
1531 Fiori von Jochberg
1533 Alexander von Jochberg
1535 Bartholome Jegen
1537 Gregorius Carli da Hohenbalken
1539 Christen Schenni
1541 Paul Ambrosi da Lenz
1543 Luzi Ott
1545 Peter Colla
1547 Gaudenz von Salis
1549 Georg Travers
1551  Johann Planta156
1553 Johann Nuttli
1555 Andreas Sprecher da Bernegg
1557 Paul Buol
1559 Luzi Gugelberg
1561 Rudolf von Salis
1563 Johann von Jochberg
1565 Rudolf Matthias Ruotsch
1567 Konrad von Jochberg
1569 Gallus voi) Jochberg
1571 Hans Wyss da Jenaz
1573 Johann Schalgett
1575 Johann Mattli dallo Schams. Morì e al suo posto arrivò Mathis Mattli.
1577 Georg Sumbro dallo Schanfigg
1579 Kaspar Planta dalla Val Monastero
1581 Christoph Castelberg
1583 Johann Enderlin da Griisch
1585 Hans Vonzun da Remiis
1587 Rudolf von Schauenstein
1589 Peter Enderlin da Maienfeld. Morì, e suo fratello Diirig ne fece le veci.
1591 Dusch von Cadusch da Obervaz
1593 Johann Simeon Florin da Ruis
1595 Fiori Sprecher da Bernegg
1597 Johann Schalgett da Bergiin
1599 Joachim von Jochberg da Laax
1601 Hans Hartmann da Klosters


Fiume Bitto

Dopo la Riforma
1603 Kaspar Prevost
1605 Kaspar Janick dallo Schams
1607 Christen Gasner da Seewis
1609 Balthasar von
1611 Johann Oliva da Disentis
1613 Albert von Salis da Jenins. Affogò nel lago e suo padre Vespasian
lo sostituì
1615 Johann Florin da Obervaz
1617 Giovan Antonio Gioiero dalla Val Calanca.Venne scacciato e gli
subentrò Gaspare à Marca dal Misox
1619 Heinrich Hartmann da Parpan

Dopo la ribellione e la riconquista della Valtellina
1639 Johann Anton Buol in nome dell'erede Hartmann
1641 Johann Planta da Zernez
1643 Julius Montalta da Ilanz
1645 Georg Schmid dallo Schanfigg
1647 Johann Capell da Stalla
1649 Jakob Ruinell Rosenroll
1651 Paulus Sprecher da Bernegg
1653 Balthasar Planta da Stcinsberg
1655 Herkules Cabalzar da Laax
1657 Ambrosi Planta da Wildenberg
1659 Johann Anton Beeli
1661 Benedikt von Capol
1663 Flori Sprecher da Bernegg
1665 Andreas von Salis
1667 Johann Jakob Schmid da Griineck
1669 Hieronimus von Salis
1671 Sebastian von Capol"

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E venne il Seicento. Secolo di triste memoria, soprattutto nella sua prima parte. Scrive Giuseppina Lombardini (op. cit.): “Foriero di tristi avvenimenti il Seicento s’annuncia tragicamente con una scossa di terremoto avvertita principalmente a Morbegno nel settembre 1601”. I contrasti fra Cattolici e Riformati si acuirono, anche per l’operato del famigerato tribunale di Thusis, che mandò a morte anche un nobile morbegnese, Ludovico Castelli Sannazzaro. L’esasperazione degli animi portò all’insurrezione contro il governo grigione ed alla caccia al riformato passata alla storia con l’infelice denominazione di “Sacro Macello” di Valtellina (fra il 19 ed il 20 luglio 1620; la notizia giunse però a Morbegno solo la sera del 21). Ecco, di nuovo, l’Orsini: “Anche Morbegno ebbe qualche vittima: così Domenico Pagani, detto Lutero, che, tradotto da Cermeledo quaggiù, venne giustiziato nel pretorio con due figli e con una sorella; così ancora il sarto Andrea Paravicini che, fuggito da Caspano, venne qui bruciato vivo. Neppure i morti vennero risparmiati; e le loro ceneri dalle tombe scoperchiate furono disperse al vento o gettate nei fiumi” (op. cit.). La Lombardini aggiunge al triste elenco delle vittime "il vecchio carpentiere Tomaso Magistrelli da Mello e, fra i nobili, tre Malacrida che entrarono nel numero dei trecentocinquanta trucidati in tutta la valle" (op. cit.).
Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”.
Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Anche Morbegno fu inestita, ovviamente, dall'epidemia. Non era la prima volta; scrive, il Guler von Weineck, nell'opera citata: "Gli abitanti di questo borgo e delle vicinanze hanno patito gravissimi danni dalla pestilenza nel 1485 e parimenti nel 1513 e nel 1528: perciò la popolazione venne stremata a tal segno che si fu costretti ad accogliere fra la cittandinanza non pochi forestieri, per ripristinare la vita di prima e riprendere i lavori agricoli secondo il bisogno". Ma quella volta la pestilenza colpì in modo ancor più duro.
E poi, di nuovo, la guerra: “Nel 1635 i Francesi e i Grigioni prevalevano. E il conte Giovanni Serbelloni l’11 novembre era battuto dal duca di Rohan a Morbegno, in una battaglia fra la Madonna e S. Martino, i cui campanili servirono di vedetta e come propugnacolo… La sera stessa i Francesi entrarono in Morbegno, mettendola a sacco, mentre la popolazione si rifugiava in Val del Bitto, o nel Convento dei Cappuccini” (Orsini, op. cit.). Per la terza volta Morbegno doveva soffrire delle conseguenze dell’occupazione francese. A por fine alla guerra fu un ribaltamento delle alleanze: i Grigioni voltarono le spalle alla Francia e firmarono un accordo con la Spagna (capitolato di Milano, 1639): la Valtellina tornava sotto la loro signoria, ma ai riformati era proibita la residenza in Valtellina.
"Per più di un secolo, scrive la Lombardini (op. cit.), la Valtellina visse una vita di servaggio che paralizzò anche le forme e le iniziative municipali, tanto che anche Morbegno non si distingue in questo tempo per opere speciali di attività". “Il resto del secolo passò in pace tranquilla e rassegnata”, le fa eco l’Orsini, che aggiunge: “Il 600 fu un’epoca di grande ignoranza e ridicola superstizione. Basti ricordare il processo del 1661 contro i bruchi che infestavano il comune di Morbegno e che vennero condannati a ritirarsi in Artololto, apprestando loro le vie e i ponti”. I processi riguardarono, però, non solo bruchi, ma anche povere mentecatte inquisite come streghe. Scrive, in proposito, Rinaldo Rapella, in un articolo su “le vie del bene”: “Certo che di processi alle streghe anche a Morbegno, con tutta probabilità, ce ne sono stati… Comunque l’interrogativo rimane”, in quanto non si sono trovati documenti che li attestassero.
Un quadro sintetico di Morbegno nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Morbegno, terra principale, così detta altre volte per la mala aria quale v'era, essendo fabricata appresso le paludi verso mattina dove si vede la chiesa di S. Martino all'hora parocchiale, overo dalli costumi benigni di quella gente. Ha 300 fameglie incirca, tra le quali sono molti de nobiliet molti forastieri, quali quivi concorrono come terra mercantesca, vicina a Bergamaschi, Chiavenaschi e Comaschi.
Pare piutosto città cheterra. Quivi, et per il mercato settimanale et per mercati d'ogni sorte et diverse arti, niente amanca al viver humano. Il territorio è tutto fertile, utile, ameno et sano. La campagna è grande, larga verso Adda un miglioe mezzo. Abbonda di grassine per la vicinanza de monti et valli vicine.Passa sotto un ponte di pietra un grosso fiume chiamato Bitto, qual nasce nelli alti monti verso mezzogiorno, nelli confini de Bergamaschi, qual, oltre che serve all'usi communi, molini, ferrareccie, folloni, rasighe et per la campagna, serve ancora a condurre grandissima quantità di legnami per la Valle del Bitto utile ad ogni cosa. La terra è pretoria et a questo podestà obediscono dodeci comunità. Il sito della terra dalle radici del monte, quale a mezzo giorno s’estende verso settentrione per pianura alquanto chievosa così fatta dal fiume Bitto.
Et avanti cento anni era circondata la terra da muraglie distinte con alcune torri. Adesso appena si veggiono li vestigij ancora d’un vecchio castello et d’una torre, l’una dlele quali è di qua dal fiume et l’altra di là sopra la terra sopra viva rupe. Questa ancora è stata molto afflitta dalla peste e perciò si veggono molte belle case abbandonate dalli abitatori, particolarmente di là dal ponte verso sera. La chiesa principale è di S. Giovanni Battista. grande et ben ornata con belle immagini, organo, campane e con alto campanile; vi sono molte sante reliquie, in particolare si tiene con gran riverenza una delle spine della corona del Signore. È fatta archipresbiterale da Lazaro Carafino, ma senza canonici.
Vi sono duoi conventi. Uno vecchio de dominicani è fabricato con bell’architettura e grande con duoi chiostri, porticati con belle colonne, con bellissima chiesa et grande, dedicata a S. Antonio abbate. Quivi giace il corpo del beato Andrea di Pescarla [Peschiera], frate dominicano. Questa chiesa è molto frequentata da Morbegnaschi et per le messe, havendo questo convento 12 padri, et per il rosario et per le prediche frequenti et per la musica. V'è una piazza spatiosa avanti la porta della chiesa, dove si fanno ancora mostre, giostre, passegiamenti et altri essercitij di recreatione. Nel’hospitio de padri capuccini stanno al presente quattro padri, quali aiutano l'anime con prediche, sacrificij et confessioni. V'è un'altra chiesa grande, fatta con mirabile architettura, da paragonarsi con le prime della valle, dedicata alla Santissima Vergine. Verso mattina mezzo miglio lontano dalla terra, nella via regia, et alquanto più lontano nell'istessa strada, ve n'è un'altra di Santo Martino, altre volte parocchiale, adesso frequentata per li molti sacrificij, quali ivi si fanno per esser stati sepolti ivi quelli che l'anni passati morsero di peste di quella Parocchia. Ve n'è un'altra di S. Pietro martire tolta alli calvinisti puoco fa, dov'è l'altare di S. Giovanni Battista del iuspatronato delli signori Pigozzi. Nella terra ve n'è un'altra di S. Rocco, nel fine della terra verso sera.
Ha duoi viceparochiali, cioè la Valle et Albaredo. Ha patito questa terra molti disagi ancora per le guerre, non tanto presenti quanto l’anno 1531 da Gio. Giacomo Medici dal quale fu presa et tutta guasta havendo intentione di impatronirsi di tutta la valle, se bene scacciato da Valtelinaschi et Grigioni.”

Le travagliate vicende del Seicento incrementarono il flusso migratorio, che interessò anche il Settecento; il nuovo secolo, però, fu un secolo di ripresa economica e demografica, favorita dalla pace: per esempio, nel 1738 venne impiantato a Morbegno il primo opificio tessile della provincia. Così nel 1797, anno in cui, a seguito della bufera napoleonica, terminò la dominazione delle Tre Leghe sulla Valtellina, Morbegno contava 2350 abitanti ed era uno dei pochissimi paesi della Valtellina ad avere una popolazione superiore a quella antecedente alla terribile peste del 1630-31. La relativa prosperità economica è attestata anche dal numero di religiosi che vivevano a Morbegno: nel 1780 si contavano trenta preti, dodici chierici e venti frati, fra Domenicani e Cappuccini (ricordiamo che la popolazione complessiva si aggirava sui 2300 abitanti). Si rinnovò, infine, la chiesa di S. Giovanni, che assunse lo splendore che mostra ancora oggi, e si ricostruì, come già ricordato, il ponte di Ganda, nel 1778, su progetto del capomastro Antonio Nolfi di Como, ma ad opera dell'ingegner Francesco Ferrari, con un piano carreggiabile largo sei metri arcuato a schiena d’asino. Per la costruzione, alla quale Morbegno contribuì con 8.000 ducati, vennero utilizzati materiali di pietra locale, in modo da poter resistere alle piene dell'Adda, ed il rinato ponte divenne, anche per la sua forma elegante e pittoresca, uno dei simboli più belli di Morbegno.


Morbegno

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Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “La prima Comunità di questa Squadra è Morbegno (Morbonia). Il suo nome gli venne per avventura da Morbo: perciocchè essendo da prima edificato, dov'è la Chiesa al presente di San Martino, dove molte Paludi sono, l'Aere vi era cattivo, e pernizioso, per le morbose esalazioni di quelle. Ma in progresso di Tempo a poco a poco ritiratolo verso il Monte, si è reso agli Abitatori più salubre, e più sano. Il Fiume Bitto, che gli scorre nel seno, concorre colle correnti sue Acque a renderlo più ventilato, e più sano. Dall'una, e dall'altra Riva di questo Fiume aveva già due Castelli; e tutto era circondato di forti Mura, le quali or giaciono rovinose. È però Luogo assai mercantile; e ogni Sabbato vi concorrono da' Luoghi ancora lontani molte Genti al Mercato, che vi si tiene. Ad esso s'aspettano ancor le Contrade Camperbolo, la Valle, ed Arsio. In Morbegno però il Podestà fa sua Residenza; dove il Luogo ha dodici Sindaci, ed un Economo detto da lor Canevajo. Fiorirono quivi molte illustri Famiglie, gli Arrigoni, i Bassi, i Brocchi, i Caifassi, i Cavati, i Castelli, i Cossogna, i Donati, i Filipponi, i Fontana, i Foppa, i Forbecheni, i Franzani, i Guarinoni, i Mandelli, i Mazii, i Niguardi, gli Olmi, i Paravicini, i Passamonti, i Peranda, i Pigozzi, i Porri, i Raimondi, i Ruffoni, i Ruschi, gli Schenardi, gli Uberti, ec.
Sul finire del Settecento, e precisamente nel 1797, per la quarta volta, il vento francese si abbatteva su Morbegno, spazzando via, come detto, la dominazione grigiona.

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Fu, più in generale, una svolta importante anche per l’intera valle, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati.
Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire
”.

I morbegnesi accolsero il nuovo astro napoleonico, a quanto pare, senza rammarichi né entusiasmi, tanto da essere accusati di essere velatamente filo-grigioni. Scrive al proposito Antonio Boscacci, in "Morbegno - Guida della città e dei suoi dintorni" (Bissoni ed., Sondrio, 1983): "Che i Francesi non fossero ben visti ce lo dimostra una specie di rivolta che avviene nel 1798, quando parecchie centinaia di persone, per lo più contadini, entrano in Morbegno e, al grido di "Viva la religione, abbasso i contadini", saccheggiano molte case ed uccidono alcuni morbegnaschi, rei di essere filo-francesi".
Iniziò un periodo assai convulso dal punto di vista istituzionale, nel quale Morbegno fu anche capoluogo del dipartimento dell’Adda e Oglio (capoluogo di provincia, diremmo oggi): “Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Morbegno era posto a capo dell’omonimo distretto. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Morbegno divenne capoluogo del distretto IV. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Morbegno era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario…
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Morbegno venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 2.317 abitanti. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Morbegno, con 2.293 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Morbegno (1993), Valle (150), Arzo (150)
…” (Istituzioni storiche…, op. cit.).
Cadde anche l’astro napoleonico, lasciandoci l’amletico dubbio sulla sua vera gloria, ed il dipartimento dell’Adda venne assoggettato al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815). Morbegno, con 2.852 abitanti totali (2.292 da solo), era comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente ai comuni aggregati di Bema e Albaredo. Il cantone V di Morbegno comprendeva 26 comuni, tutti di III classe: Morbegno, Traona, Ardenno, Buglio, Dazio, Valle del Masino, Civo, Mello, Cercino, Mantello, Cino, Dubino, Monastero, Forcola, Talamona, Gerola, Campovico, Pedesina, Rasura, Bema, Albaredo, Cosio, Rogolo, Andalo, Delebio e Piantedo, per un totale di 18.743 abitanti. Due le date “nere” del periodo di dominazione asburgica: il 1817, passato alla storia come l’anno della fame, quando l’eccezionale gelo dell’inverno 1816-17 e la conseguente carestia provocarono la morte di 223 morbegnesi, ed il 1836, l’anno dell’epidemia di colera, che si portò via, fra il 14 luglio ed il 14 settembre, 42 morbegnesi.
Il dominio austriaco fu attento alle infrastrutture (è del 1829 il tracciato della strada nazionale che attraversa Morbegno, del 1841 l’impianto di illuminazione pubblica ad olio, del 1845 l’inizio dei lavori di rettificazione del tratto dell’Adda fra Dubino e Colico – mentre, nota ironicamente l’Orsini, per quella del tratto tortuoso fra Morbegno e Dubino “pare che si attenda la restaurazione degli Asburgo”), e la prima metà dell'ottocento vide un sensibile incremento delle attività produttive: a Morbegno c'erano due, e fra le maggiori, delle quattordici filande della provincia, oltre ad una fabbrica di cappelli di feltro, ad una cartiera e ad alcune concerie.
Fu, però, anche un periodo segnato dalla sorveglianza e dalla repressione di ogni dissenso politico. Il clima poliziesco si fece più oppressivo dopo il fallimento dei moti del 1848, cui Morbegno partecipò con una guardia nazionale di 250 patrioti, fra i quali vi era il famoso chirurgo Carlo Cotta. Nel plumbeo decennio che precede l’unità d’Italia, e precisamente nel 1853 Morbegno, con le frazioni Valle e Arzo, comune con consiglio comunale con ufficio proprio e con una popolazione di 3.927 abitanti, divenne capoluogo del distretto III della provincia di Sondrio, che comprendeva ventisei comuni, Ardenno, Buglio, Campovico, Civo, Cosio, Dazio, Delebio, Mello, Piantedo, Talamona, Traona, Albaredo, Andalo, Bema, Campo e Tartano, Cercino, Cino, Dubino, Forcola, Girola, Mantello, Pedesina, Rasura, Rogolo, Valle del Masino (la popolazione dell’intero distretto era di 23.611 abitanti).
Venne, infine, il 1859, e con esso Garibaldi, accolto entusiasticamente dalla popolazione morbegnese.
Le lapidi all'ingresso della scuola media di viale Ambrosetti a Morbegno riportano i seguenti nomi di caduti nelle guerre di indipendenza: Mariani Paolo (Roma, 1849), Leone Giacinto (Solferino, 1959) e Somaschni Carlo (Volturno, 1860).
Morbegno entrò nel neo-proclamato Regno d’Italia (1861) con una popolazione di 4067 abitanti, che rimase sostanzialmente stabile nel ventennio successivo (4023 abitanti nel 1871, 4176 nel 1871), mentre subì un sensibile incremento nell’ultimo ventennio del secolo, raggiungendo i 4614 abitanti nel 1901. Fu un periodo di importanti novità, che si susseguirono a ritmo serrato, come scrive il Perotti: “Nel ’65 si fonda la Società Operaia di Mutuo Soccorso, nel ’72 il primo asilo d’infanzia comunale, nel ’95 la Cassa Rurale dei Prestiti. La viabilità migliora con la costruzione dell’attuale ponte sul Bitto (1880), della nuova carrozzabile per Albaredo (1880-85) e, dal ’93 – a otto anni dall’inaugurazione della ferrovia – del viale della Stazione, che apre l’abitato verso nord, anche con la demolizione dell’ex-convento dei Cappuccini… Nel ’98 arriva l’elettricità, fornita dalla Società Elettrica Morbegnese”. Aggiungiamo a queste note il transito, nel 1885, del primo treno dalla stazione ferroviaria di Morbegno, evento che suscitò grande clamore e concorso di curiosi.
Il quadro della seconda metà dell’Ottocento è integrato da queste annotazioni dell’Orsini: “In questa seconda metà del 1800 Morbegno, pur privata degli uffici burocratici quivi residenti nel periodo austriaco, continuava la sua ascesa nel campo economico. Vi sorgevano le prime industrie: la campi coltura cedeva il posto alla praticoltura o all’allevamento di numeroso bestiame. Col denaro ricavato da questo e con le rimesse degli emigranti, i quali allora in grandi masse varcarono l’oceano, la proprietà signorile passò quasi interamente nelle mani dei contadini” (op. cit.).
Nel 1888 per la prima volta arrivò l'energia elettrica a Morbegno; non per tutti, però, ma solo per due opifici, nei quali sono installate piccole dinamo che alimentano gli impianti di illuminazione. Si spiega così il tono sarcastico di un articolo apparso il 16 novembre 1888 su "La Valtellina": "LUCE ELETTRICA A MORBEGNO. L'avremo nel prossimo mese di dicembre ma non in paese, Dio ce ne liberi perché qui abbiamo la nostra luce a petrolio fornitasi ad esuberanza dal nostro Municipio, ma nello stabilimento industriale Silo, Sacchi e Strazza. Per darvi una pallida idea del come Morbegno sia illuminata di notte quando non v'è la luna basti dirvi che la lunga via Borgo Salvo che mette capo a quell'importante stabilimento industriale è quasi completamente al buio...". Solo nell'ottobre del 1897 si costituirà la Società Elettrica di Morbegno, con lo scopo di provvedere all'impianto ed all'esercizio dell'illuminazione elettrica, sia ad uso privato che pubblico.

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Fra le novità del XX secolo, accanto all’emigrazione, già “tradizione locale” (un buon sesto della popolazione era costituita da emigranti), si collocò un incremento della “discesa degli abitanti dalla montagna” (Giulio Perotti, in “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi, Morbegno”, a cura della Biblioteca civica Ezio Vanoni, Sondrio, Società storica valtellinese, 1984), che portò gli abitanti da 4614 nel 1901 a 4904 nel 1911 (anno, peraltro, nero nella cronaca locale per la disastrosa piena del Bitto, che fece seguito quelle del 1882 e del 1890). Si avvicinava la Grande Guerra, e il vecchio convento di S. Antonio, che era stato soppresso durante la Repubblica Cisalpina e trasformato in caserma, venne assegnato al V Reggimento Alpini, come deposito del Battaglione Morbegno, che si segnalerà per l’eroismo nella Prima Guerra Mondiale, sul fronte dell’Ortles e dell’Adamello.
I caduti morbegnesi nella prima guerra mondiale furono Bonistabile Giuseppe, Mattei Aneroesto, Sedini Carlo, Folcher Giovanni, Lombardini Edoardo, Mattei Umberto, Tarabini Dino, Acquistapace Paolo, Angelini Alessandro, Baraglia Giovanni, Bongio Battista, Bossi Giuseppe, Bottà Mario, Cagnoni Dionigi, Cerri Francesco, Cerri Salvatore, Ciapponi Giacomo Enrico, Ciapponi Giovanni, Ciapponi Paolo, Del Barba Arizzo, Del Nero Emilio, Donati Giuseppe, Duca Primo, Fabani Gaspare, Fiori Edoardo, Gerosa Giovanni, Maggi Beniamino, Marieni Matteo, Mazzoni Giovanni, Mazzoni Venanzio, Passerini Francesco, Passerini Luigi, Pensa Domenico, Rapella Carlo, Ravelli Giuseppe, Righetti Domenico, Righetti Pietro, Romegialli Antonio, Romegialli Cesare, Ronconi Antonio, Ronconi Battista, Ronconi Francesco, Selva Luigi, Speziali Antonio, Squaratti Giovanni, Tacchini Giovanni Battista, Tacchini Giuseppe, Tacchini Marco, Tarabini Massimo, Tognoli Rinando, Vassena Pietro, Vigra Giovanni Battista, Vigra Pietro e Vinca Nemesio.

APRI QUI L'IMMAGINE DEL MONUMENTO AI CADUTI


Morbegno

Dopo il tributo costituito dai caduti nella Prima Guerra Mondiale e dalle vittime della pesante epidemia dell’influenza spagnola, la crescita della popolazione morbegnese riprese: nel 1921 gli abitanti erano 5187 e salirono a 5907 nel 1931 e 5988 nel 1936. Nel 1938 il territorio di Morbegno si ampliò di molto, sul versante dei Cech, per l’aggregazione dell’ex-comune di Campovico, e nel 1939 venne aperta la nuova strada statale dello Stelvio.
La Seconda Guerra Mondiale registrò la resistenza eroica, fino all’annientamento, del Battaglione Morbegno nella battaglia di Warwarowka, del 23 gennaio 1943, nel contesto della tristemente nota ritirata di Russia (ne ricorda l’epopea il tempietto votivo – el témpièt - edificato nel 1962 al dos de la lümàga, che sovrasta Morbegno, su disegno dell’architetto Caccia Dominioni, anch’esso simbolo di Morbegno e della sua aspirazione alla pace).
Nella seconda guerra mondiale, infine, o per cause di guerra morirono Bottà Giuseppe, Colombo Renato, Beccaria Marino, Bertolini Pietro, Bolognesi Camillo, Bottà Silvio, Cavallotti Renzo, Cerri Domenico, Cerri Luigi, Chiarini Paolo, Ciapponi Bernardo, Della Nave Giuseppe, Luchina Agostino, Luchina Armando, Moroni Guglielmo, Passerini Giovanni, Passerini Pietro, Pontiggia Dino, Rapella Giulio, Ravelli Pietro, Ronconi Meschino, Rovedatti Giovanni, Sapino Giuseppe, Sedini Andrea e Speziali Giovanni.

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Il secondo dopoguerra è legato alla figura del più importante uomo politico valtellinese, Ezio Vanoni, di Morbegno, nato nel 1902 e morto nel 1956, dopo un accorato discorso in Senato sulla necessità di sovvenire alle necessità dei territori montani svantaggiati (il riferimento era all'isolamento della Val Tartano, che non aveva allora alcun accesso rotabile). In questo periodo l’andamento della popolazione riflette chiaramente lo sviluppo economico ed il fenomeno di spostamento a valle di parte degli abitanti dei borghi di montagna:  si passò dai 6752 abitanti del 1951 ai 7531 del 1961, agli 8831 del 1971 (con il superamento della soglia “cittadina”) ed ai 10124 del 1981: Morbegno crebbe soprattutto nella zona a nord della ferrovia. Poi la crescita rallentò: nel 1991 gli abitanti erano 10765, nel 2001 11087, ed infine nel 2005  11357. Non è rallentato, invece, lo slancio di iniziative culturali ed artistiche che pone Morbegno fra i centri intellettualmente più vivaci della provincia di Sondrio.  

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