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Ponte di Ganda

Il ponte di Ganda (punt de gànda) costituisce uno dei simboli di Morbegno. Edificato verso la fine del Quattrocento, come ponte in pietra (unico, sul torrente Adda), in località Ganda, venne distrutto da una piena nel 1566, e ricostruito nel 1568; di nuovo abbattuto nel 1772, venne ricostruito nel 1778, su progetto del capomastro Antonio Nolfi di Como, ma ad opera dell'ingegner Francesco Ferrari, con un piano carreggiabile largo sei metri arcuato a schiena d’asino e con materiali di pietra locale in modo da poter resistere alle piene dell'Adda.
Può essere la base di partenza per almeno un paio di interessantissimi anelli di mountain bike, godibilissimi anche nella stagione invernale, perché la felice esposizione della Costiera dei Cech, sulla quale si sviluppano, fa sì che la neve, quando viene, resista assai poco e che il pericolo di placche di ghiaccio sia ridotto al minimo. Nulla vieta, ovviamente, che questi anelli vengano percorsi anche a piedi. In entrambi i casi, costituiranno un’occasione preziosa per conoscere alcuni fra i più bei luoghi del versante retico valtellinese di mezza costa, del quale il comune di Morbegno si ritaglia una porzione non ampia, ma significativa.
Usciamo, dunque, da Morbegno verso nord, prendendo a sinistra al primo semaforo in ingresso (per chi proviene da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech), superando il cavalcavia sulla linea ferroviaria, un semaforo ed una rotonda, fino al nuovo ponte sul fiume Adda a ridosso del versante retico. Superato il ponte, prendiamo a destra e, prima del tornante sx, lasciamo l’automobile ad un ampio parcheggio che troviamo sulla sinistra (m. 250). Saliti in sella, torniamo sulla strada, salendo a tornante sx, dove troviamo un inatteso “stop” (non è questa, infatti, la strada principale, bensì quella che, con sede decisamente più stretta, sale da destra, proprio dal ponte di Ganda; al tornante troviamo anche il cartello che specifica che siamo al km 0 della strada provinciale n. 10 della Costiera dei Cech orientale, che porta a Dazio – 5 km -, Civo – 7 km – e Caspano – 9 km). Scendiamo, dunque, verso destra (con velocità moderata, perché la carreggiata non consente il transito contemporaneo di due veicoli in direzione opposta), raggiungendo in breve l’imbocco settentrionale del ponte di Ganda, alla nostra destra. Lo possiamo ammirare in tutta la sua bellezza, che neppure il transito di veicoli turba.
Torniamo, poi, indietro, risalendo fin quasi al tornante; appena prima, però, imbocchiamo una stradina asfaltata che si stacca sulla destra (indicazione per San Bello e Case Morelli) e sale sul ripido fianco della Costiera. Se siamo a piedi, ci conviene sfruttare la vecchia mulattiera chiamata “strada vèsgia de san bèl”; su due ruote, invece, percorriamo la “strada növa de san bèl”, inanellando una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, senza eccessiva fatica, perché la pendenza è regolare e non eccessiva. Il colpo d’occhio su Morbegno, poi, è davvero ottimo: da qui possiamo apprezzare la forma regolare dell’ampio conoide del Bitto che ospita le sue case. Alle sue spalle, sul fondo della Val Gerola, fanno capolino le più famose cime della sua testata, vale a dire, da sinistra, il caratteristico uncino del Torrione della Mezzaluna, l’affilato profilo del Pich (Torrione di Tronella), il poderoso e regolare cono del pizzo di Trona e l’arrotondato cupolone del pizzo dei Tre Signori. Passiamo anche a destra di una splendida fontana ricavata da un unico blocco di granito.
Dopo l’ultimo tornante dx, al quale ci raggiunge, da sinistra, la mulattiera, portiamoci al successivo tornante sx ma, invece di impegnarlo, proseguiamo diritti, percorrendo il breve tratto che ci separa dalla chiesetta di San Bello (“sgésa de san bèl”, m. 352). È, questa, insieme alla più famosa chiesa a Monastero di Berbenno, l’unica dedicata alla memoria di san Benigno de Medici, soprannominato, per la nobiltà dell’aspetto, il Bello. Figura interessantissima di santo, di cui vale la pena ripercorrere, anche se solo per sommi capi, le vicende.


Morbegno

Nacque il 19 luglio 1372 a Volterra, dall’illustre casata de Medici, e si addottorò in teologia, a Parigi, nel 1399. Entrato nell’ordine degli Umiliati, scelse una interamente dedita alla predicazione, alla fondazione di sempre nuovi monasteri ed all’esercizio dell’umiltà. Era di bell’aspetto, di solidissima cultura teologica, di grande eloquenza e di fede profondissima: teneva sotto le vesti, spesso ben curate, il cilicio, e conduceva sempre un tenore di vita modestissimo. Dopo vari peregrinazioni in Italia ed Europa, fu alla Maroggia di Berbenno, dove si legò d’amicizia con un ricco contadino della famiglia de Lupi. Tornò altre volte in Valtellina, e qui scelse di rimanere negli ultimi anni della sua vita: il 29 ottobre del 1458, ad 86 anni, “si prese a locazione per dodici anni la terza casa di Lorenzo, Domenico et Andrea Marongini o Maini de Lupi della Maroggia” (Romerio del Ponte, “Vita di San Benigno de Medici detto Bello”, tradotta dal latino da Vincenzo Guarinoni e pubblicata nei numeri 80-81 del 2002 dei Quaderni Valtellinesi). La voce dell’arrivo di una figura già circonfusa di un alone di santità si diffuse in tutta la Valtellina: ed ecco che il 9 settembre del 1459 San Benigno “fu visitato dal molto reverendo di Berbenno con quattro sacerdoti et sei dei principali di Berbenno. Di puoi si fermò ivi esso padre abbate Benigno Bello con grandissima soddisfatione non solo del popolo di Berbenno e della plebe, ma di tutta la Valtellina, li di cui infermi incurabili se gli conducevano davanti… si risanavano”. Restituì anche alla sua importanza il monastero di Assoviuno, a monte della Maroggia (l’attuale Monastero di Berbenno), e ne divenne abate.


Strada di San Bello

Morì il 12 febbraio 1472. Dopo la sua morte non cessarono i miracoli riconducibili a lui: “Nel spatio puoi di quelli tre giorni che stette insepolto…furono guariti cento sette infermi…, cioè tre indemoniati…, di più un cieco muto e sordo per causa d’un fulmine…et altri due ciechi,…di più due muti,…di più sei sordi,…di più quattro paralitici,…di più cinque zoppi…et tre podagrosi invecchiati”, e numerosi altri, i cui nomi non furono annotati dal fedele compagno padre Modestino. Tutti furono risanati “al tocco del corpo di questo beato”. Sette anni più tardi fu di nuovo il santo a venire in soccorso della comunità a lui così cara: nel 1479 “nel mese di maggio, essendo venuta una grossissima e continua pioggia, talmente che pareva fosse insorto un torridissimo diluvio in Bormio e suo distretto, nella Valtellina e nel contado di Chiavenna e da per tutto, puoiché l’Adda talmente crebbe che inondò fino a toccare le case sotto l’Arbosta di Tallamona, onde non vi era sicurezza alcuna nella pianura, puoca nelli monti, in cui li torrenti de fiumi conducevano gran sassi, che sovvertivano tutti gli luoghi coltivati, e pochissima nell’alpi, le valli delle quali erano impedite dalli arbori spiantati, ma in questo tempo così piovoso fu osservato da molti, degni di fede…che ogni giorno, circa le hore venti, benché da per tutto fosse piena l’aria di aquose nubi, però sopra il luogo di Monastero…per un’hora continua si vedeva un lucidissimo sereno,…ed altresì…che il fiume della Maroggia non era cresciuto e…nel contorno delli arbori non era caduta alcuna goccia d’acqua”. Nacque così la consuetudine, che si conservò nei secoli, di invocare il santo per riportare il bel tempo quando gli elementi della natura scatenano la loro furia.
Ma ora è tempo di riprendere a pedalare, non prima, però, di aver gettato lo sguardo dal sagrato al sottostante fondovalle, cui precipita un ripidissimo versante montuoso. Ridiscendiamo alla strada che sale dal fondovalle e continuiamo la salita fino ad intercettare la strada provinciale 10 dei Cech orientale, che dobbiamo attraversare per imboccare la stradina che parte sul lato opposto (indicazione: Santa Croce, m. 450, comune di Civo: infatti passando sul lato opposto della provinciale lasciamo, temporaneamente, il territorio del comune di Morbegno). Una sequenza di tornanti dx-sx-dx ci porta al centro del paese, appena a sinistra della chiesa.
Santa Croce
(santa crùus), picco borgo di 128 abitanti, è posta nel cuore di una fascia di vigneti, con ottima vista panoramica su Morbegno, la bassa Valtellina e le valli del Bitto. Sul sagrato della chiesa parrocchiale, di origine secentesca, restaurata nel 1933, si respira un intenso profumo d’antico, ed anche la caratteristica Trattoria di Santa Croce, di fronte al sagrato, contribuisce a conservare l’atmosfera di paese, raccolta, tranquilla. Sul lato opposto della trattoria c’è, infine, una splendida fontana, datata 1873, con acque così limpide e pulite da restituire un riflesso verde assai raro da osservare. Santa Croce è anche, per noi, un crocevia: qui si congiungono, infatti, i due anelli di mountain-bike che possono essere percorsi separatamente o congiuntamente. Partiamo da quello che si sviluppa più ad ovest, passando per Mello e Civo.
Dalla piazzetta di fronte alla chiesa prendiamo a sinistra (ad ovest), proseguendo fino al limite occidentale del paese, dove la strada lascia il posto ad una pista che comincia a salire, tagliando una splendida fascia di vigneti. Si tratta della vecchia strada per Mello. Dopo un primo tratto di salita, ignoriamo un ripido tratturo in cemento, che se ne stacca sulla sinistra (scende a Corlazzo, dove si trova l’antica chiesetta di S. Caterina, e prosegue fino ad intercettare la strada Traona - Mello), ed incontriamo un paio di tornanti, che ci portano ad un rustico che ha dipinta, sulla facciata, una crocifissione. Poi il fondo della strada, da sterrato, diventa asfaltato, e superiamo i nuclei rurali dei Freddi e di Ca’ du Carna.
La strada ridiventa sterrata, entra nell’ombra di una selva di castagni e scavalca, su un ponte, la valle che scende al piano in località Valletta. Non manca molto alla meta: usciti dalla selva, dopo un ultimo tratto in salita raggiungiamo il piazzale che sta di fronte all’ingresso del cimitero di Mello. Percorso l’ultimo tratto della via S. Croce, raggiungiamo la via Papa Giovanni XXIII, per la quale possiamo salire al centro del paese. Lasciano l’imponente chiesa parrocchiale di San Fedele alla nostra sinistra, proseguiamo salendo verso est, sulla strada per Civo.
Ignorata la deviazione a sinistra per Poira, passiamo per la frazione di Ca’ Molinari, uscendo dal paese e portandoci, in breve, al limite occidentale dello splendido pianoro che ospita Civo (“cììf”, m. 754). Entrati in paese, dirigiamoci verso la splendida chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, che sorge, isolata, sul limite orientale del paese, su un piccolo colle, in posizione bellissima. È, questo, il punto più alto dell’intero anello. A destra (sud) della chiesa parte la strada che conduce a Serone, centro amministrativo del comune di Civo: imbocchiamola, scendendo, fino a trovare, sulla destra, una stradina asfaltata che sale da ovest, provenendo da Santa Croce.
Lasciamo, ora, la strada Civo-Serone e scendiamo per questa stradina o, in alternativa, per la mulattiera in risc, cioè con fondo acciottolato, che la taglia in diversi punti: la troviamo al primo tornante sx e proviene anch’essa da Civo). Dopo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx, prestiamo attenzione: sulla nostra sinistra, in corrispondenza di un punto nel quale la mulattiera intercetta la strada asfaltata, parte una pista che porta ad una chiesetta, che vediamo proprio davanti a noi, al termine di una breve discesa. Si tratta della chiesetta di S. Biagio alle vigne (sgésa de san biàas ai végn, detta anche sgésa de sèlva piàna), di origine secentesca (il portale, invece, reca incisa la data 1769), dedicata anche a S. Giuseppe e restaurata nel 1953 dai “benefattori d’America”.
Siamo tornati nel territorio del comune di Morbegno e possiamo proseguire la discesa per due vie. La più diretta ed interessante sfrutta la prosecuzione della mulattiera che abbiamo incontrato più in alto, e che riprende a scendere proprio a sinistra della chiesa: si tratta della “strada de riègn”, chiamata così perché attraversa l’omonimo nucleo di baite, in una splendida fascia di vigneti. Qui, nel secolo scorso, veniva aperta, in primavera, addirittura una scuola elementare, per i bambini dei contadini di Civo che scendevano alle vigne per lavorarle. La discesa, un po’ ripida, ci porta ad un lavatoio, oltre il quale la mulattiera diventa una stradina con fondo in asfalto e, dopo pochi tornantini, intercetta la più larga strada che da Santa Croce porta a Cerido (strada de santa crùus, scerìi, sèlva piàna), appena a sinistra di una baita che reca sulla facciata un dipinto che ritrae la Madonna incoronata, con Bambino, fra due santi.
Vediamo come giungere fin qui con percorso più tranquillo. Invece di scendere passando a sinistra della chiesetta di S. Biagio, proseguiamo sulla strada asfaltata (strada di garài), che propone una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx, prima di ricondurci alle porte di Santa Croce (limite orientale), dove si potrebbe chiudere il primo anello, con ritorno al ponte di Ganda. Raccontiamo, però, il secondo possibile anello (o la prosecuzione del primo), che passa per Dazio, Vallate, Cerido, Cermeledo e Campovico. Non appena vediamo il cartello che annuncia Santa Croce, prendiamo a sinistra, invertendo bruscamente la direzione ed imboccando la strada asfaltata la cui partenza non si vede molto (è segnalata da un cartello che indica Selvapiana e Marsellenico: si tratta della già citata “strada de santa crùus, scerìi, sèlva piàna”).
Dopo una breve discesa, ignoriamo, sulla destra, una strada a fondo cieco che si stacca per scendere alle case più basse di Marsellenico (marsalènech), nucleo in territorio del comune di Morbegno, di origine assai antica (è sicuramente citato, nella forma “Masxalinico”, in un documento del 992, e forse, nella forma “Marcellisco”, in un più antico documento del 843). La successiva moderata salita ci regala un colpo d’occhio ottimo su Campovico ed il fiume Adda. Superata una fontanella, vediamo, in alto, proprio nel mezzo della fascia di vigne che caratterizza il versante, due enormi massi erratici di granito, fermatisi, chissà come, proprio lì. Il più grande è chiamato “corna de riègn”; poco più in alto la già menzionata chiesetta di San Biagio alle vigne.
Siamo alla località di Selvapiana (selva piàna), ad una quota di circa 450 metri, costellazione di baite che popola lo splendido versante di vigneti e castagneti, per divisa fra il territorio del comune di Civo e quello di Morbegno. Entrati in una breve selva di castagni, passiamo a destra della baita con dipinto alla quale scende anche la strada de riègn, descritta sopra come via più breve per giungere qui. Usciti dalla selva, ci troviamo ad un parcheggio, oltre il quale la strada si restringe un po’ ed oltrepassa una grande casa con inferriate alle finestre. Scendiamo gradualmente fino al punto nel quale ci intercetta, sulla destra, una pista in cemento; poi iniziamo a salire, sempre molto gradualmente, passando a sinistra di una corna rocciosa a ridosso della strada ed a destra di una cappelletta. Superiamo, quindi, su un torrentello il torrente Acquate (aquàa), che nasce sopra Cerido e si getta nell’Adda a sud-ovest di Campovico. Proseguiamo la discesa all’ombra dei castagni, fino al punto nel quale all’asfalto si sostituisce il fondo in cemento e la pendenza si fa più accentuata. Qui la strada piega leggermente a destra, mentre sulla sinistra vediamo un sentiero che porta a Cerido. Scendendo per quella che un tempo era chiamata la "strada de la riva", passiamo a destra dell’agriturismo “La pecora nera”, raggiungendo, infine, il punto in cui la pista confluisce nella strada provinciale 10 dei Cech orientale, che percorriamo salendo verso sinistra.
Ignorate due deviazioni (la prima, a sinistra, per Cerido, la seconda, a destra, per Cermeledo), proseguiamo, superando su un ponte il torrente Toate (tuàa) e passando dal territorio del comune di Morbegno a quello di Dazio. Ci affacciamo alla splendida piana di Dazio (dasc), scavata dalla colata dei ghiacciai del quaternario, che non è riuscita ad avere ragione della fiera resistenza del più antico granito del Culmine di Dazio, che si frappone, fiero e boscoso, alla nostra destra, fra la piana e la bassa Valtellina. Giunti alle case di Dazio, sul cui limite basso si impone alla vista la chiesa parrocchiale di San Provino (m. 568), seguiamo la strada provinciale, che descrive un arco verso sinistra, ed ignoriamo la strada che se ne stacca, sulla destra, per salire a Cadelsasso, Cadelpicco e Caspano. Proseguendo diritti, raggiungiamo, in breve, la frazione di Vallate (m. 697), sul confine fra i comuni di Dazio e Civo.
Qui dobbiamo prestare attenzione sulla sinistra: appena oltre le ultime case, che si trovano sul lato destro della strada, vediamo, a sinistra, appunto, una pista che scende ad un ponticello che scavalca un torrente tributario del Toate, nei pressi di una cappelletta e di un grande castagno solitario. Scendiamo al ponticello e, ignorate le indicazioni del Percorso Anna per Ca’ Donai, ci portiamo sul lato opposto del torrente, dove parte la mulattiera che scende a Cerido (molto bella ed incredibilmente non indicata sulla carta IGM). Per un tratto la mulattiera segue il limite orientale di un ampio prato (sulla nostra destra vediamo un curiosissimo castagno con il tronco cavo ed un grande masso altrettanto curioso, per la sua forma piatta ed arrotondata, in mezzo al prato). Poi iniziamo a scendere per breve tratto lastricato, cui segue un tratto pianeggiante con fondo regolare e sterrato: stiamo tagliando il fianco del vallone boscoso sul cui fondo scorre il torrente, di cui sentiamo il fragore. Poi, superata una cappelletta sulla destra della mulattiera, ritroviamo il fondo lastricato a riprendiamo a scendere, fino ad una seconda cappelletta, questa volta sulla sinistra.
Fermiamoci un attimo ad osservare il dipinto, una Madonna con Bambino che ha ai lati san Sebastiano, immancabilmente trafitto dai dardi, e san Rocco, che mostra la coscia destra con la piaga della peste. La devozione a questo santo si diffuse molto, in Valtellina, soprattutto dopo la terribile epidemia del 1630-31, portata dai famigerati lanzichenecchi, che ridusse la popolazione a poco più della metà o, secondo alcuni, a poco più di un quarto. Interessante osservare l’espressività dello sguardo del santo, carico di mestizia. Proseguiamo nella discesa, prestando un po’ di attenzione perché il fondo sconnesso propone un paio di “salti”; dopo una sequenza di tornanti sx-dx, l’ultimo tratto, molto bello, in ottime condizioni, ci riporta in territorio del comune di Morbegno, alla parte alta del nucleo di Cerido ("scerìi, m. 508), di origine antica, essendo attestato per la prima volta in un documento del 1357, nella forma "Zerido". Ci accoglie un enorme masso erratico, sotto il quale è stata ricavata una sorta di cantina; scendendo, lasciamo alla nostra sinistra una fontana e, dopo pochi zig-zag, usciamo dalla selva di castagni piegando a destra e raggiungendo il cuore del borgo, che regala un'atmosfera unica e davvero suggestiva. Un nucleo ricco di storia e di una curiosa e simpatica umanità. Basti pensare ad alcuni soprannomi delle famiglie che un tempo lo popolavano, e che si sono trasferiti ai luoghi.
Un gruppo di case e terreni è chiamato "cagazéchìn": vi abitava un tal Venina, cui non faceva difetto certamente il buonumore, e che era solito raccontare, con aria serissima e compresa, delle straordinarie qualità del suo asino, parente, alla lontana, della famosa gallina dalle uova d'oro, dato che quello (l'asino, s'intende), quando andava di corpo, non deponeva a terra vile sterco, ma preziosissimi zecchini d'oro. Un altro gruppo di case è denominato "orài", dal soprannome di un ramo della famiglia Alberti, un componente della quale, emigrato in America e tornato al paese natìo, intercalava ogni frase con un sonoro "all right", nel quale esprimeva tutta l'ammirazione per quel lontano e grande paese. Un terzo gruppo di case era quello dei "giascgià", dal soprannome di un ramo della famiglia Busnarda, derivato dalla curiosa abitudine di un suo componente: lo incontravi, e ti salutava con un "Ehilà, ehilà."; gli chiedevi come stesse, e ti sentivi rispondere un "Bene, bene"; ti lamentavi che le stagioni non sono più quelle di una volta, ed avevi come risposta un cenno di assenso ed un convinto "Già, già..." Per chiudere con un'ultima pennellata queste scarne note di colore, varrà la pena di ricordare che a Cerido venne, molti e molti anni or sono, avvistato un animale più unico che raro, il "ghetùn ghèt", "gattone gatto", una sorta di folletto, alto un’ottantina di centimetri, con le orecchie appuntite e pelose, le lunghe braccia, le dita dotate di unghie affilate e gli occhi giallastri e fosforescenti, che brillavano, sinistri e diabolici, sul far della sera e nel cuore della notte, terrore dei bambini disubbidienti. Una lince, forse.
Raggiunte le case di Cerido, vedremo facilmente anche un cartello che ci indirizza al Torchio di Cerido. Nei giorni di giovedì e domenica, dalle 14.30 alle 17.00, potremo visitare questo piccolo museo della civiltà contadina, un torchio vinario e di un frantoio oleario del secolo XVII (funzionanti fino agli anni '40 del secolo scorso), cui si sono aggiunti altri interessanti oggetti della vita contadina nei secoli passati (gerli, tini e tinozze, stadere, irroratori, mazze, stai, ceste, pentole, lampade, borracce, cappelli, e così via). La gentile signora Amelia Margnelli si renderà, poi, disponibile a fornire notizie interessanti su questi strumenti che rappresentavano, nell'economia contadina, risorse essenziali in una zona nella quale la viticoltura si è sempre avvalsa di un'ottima esposizione al sole.
Qui arriva anche la strada asfaltata che sale dalla provinciale n. 10 e che sfruttiamo, scendendo, con un tornante dx ed uno sx, fino alla confluenza con quest’ultima. Appena prima di immetterci nella provinciale, però vediamo, alla nostra sinistra, una pista in cemento che, dopo breve quanto ripida salita, ci porta al sagrato della chiesa di S. Nazzaro, la "sgésa de scèrmelée", dedicata ai santi Nazzaro e Celso, il cui primo nucleo fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, di origine comasca, nel 1369, per poi essere ampliato nel 1624. La cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui.
Siamo in località Dosso del Visconte ("dossum sancti Nazarij, nel secolo XV, "dòs del viscùunt" o semplicemente "el dòs", con voce dialettale). La denominazione è legata al fatto che in epoca medievale probabilmente qui sorgeva un castello (di cui si sono perse le tracce), dimora del Visconte di Valtellina, investito della signoria sull'intera valle. Se così è, negli oscuri secoli IX e X il baricentro della Valtellina era qui. Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete, rotta veramente, forse, solo l'ultima domenica di luglio, quando si celebra la festa dei santi Nazzaro e Celso.
Di fronte alla facciata della chiesa c’è una cappella, con un dipinto presso il quale vale la pena sostare e meditare, perché apre uno squarcio storico di cui ci parla Giustino Renato Orsini nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959): “Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la B. Vergine del viaggio compiuto… I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni.
Scendiamo, ora, alla provinciale n. 10 e percorriamone, per la seconda volta, un brevissimo tratto, in salita, fino a trovare, dopo una semicurva a sinistra, lo svincolo, sulla destra, della stradina che scende a Cermeledo. Portiamoci a questo nucleo, anch’esso di straordinario interesse storico, scendendo subito alle sue case e baite.
Cermeledo
("scèrmelée", anch'esso, come Cerido, frazione di Morbegno, e, prima del 1938, di Campovico), è uno splendido piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri. Il suo nome deriva da "cerro" o dal nome personale latino "Celemna" (come Cermenate). Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616: “Mille passi al disopra di Campovico, sopra un ameno ripiano del monte sta Cermeledo: fertile paese, i cui campi, in parecchi punti vengono rinfrescati dai ruscelletti che scendono da Roncaglia. La popolazione è numerosa; ma buona parte di essa, essendo angusto il territorio, deve cercar lavoro in paesi forestieri”. Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono addirittura indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze rovinose di alluvioni e vicende belliche.
A destra (per chi scende) della bella fontana che ci ha accolto scendendo al paese vediamo la partenza di una mulattiera che scende a Campovico: si tratta della "strada de scèrmelée", un tempo la più praticata della zona, vera delizia per i bikers, per il suo fondo (che alterna cemento, risc ed asfalto) e la sua pendenza regolari. Al primo tornante sx troviamo una splendida fontana, con sedile in pietra che invita alla sosta, conciliata anche dalla fresca ombra dei castagni. La stradina propone, poi, una sequenza di diversi tornanti dx ed sx, e termina proprio al sagrato della chiesa parrocchiale di Campovico, dedicata alla visitazione della B. V. Maria (la "sgésa de camvìic", la cui costruzione iniziò nel 1613 e la cui consacrazione è del 1706), arroccata, a 281 metri, su un bel poggio che domina il paese, a monte del cimitero.
Scendiamo, così, in breve al paese, che merita un’attenzione particolare, in quanto, fino al 1938, tutti i luoghi del territorio del comune di Morbegno toccati dalla nostra pedalata appartenevano al comune di Campovico, che a quella data fu inglobato in quello di Morbegno. Ecco, di nuovo, quanto ci riferisce Giovanni Guler von Weinceck: “Vicino ai Torchi c’è Campovico, in basso nella pianura vicino all’impetuoso torrente Tovate; è un villaggio assai antico che fu un giorno molto fiorente, sia per la sua numerosa popolazione, sia ancora per i mercati settimanali e per le fiere annuali che ivi si tenevano prima che fossero trasferiti a Morbegno. L’Adda ed il torrente Tovate, in mezzo ai quali sta Campovico, hanno poi rovinata e insabbiata non solo la pianura che era vasta e ridente, ma anche il paese stesso; e a tal segno che oggi si scorgono appena poche tracce della sua passata floridezza, perché gli abitanti si sono trasferiti in alto, a Cermeledo. Presso Campovico si combatté anticamente una sanguinosa battaglia contro i Milanesi, i quali durante la guerra con Como volevano occupare l’intera Valtellina; e avrebbero vinto i Milanesi, se in Valtellinesi non fossero stati di grande aiuto ai Comaschi e a loro favorevoli”. Luogo denso di storia, dunque, anche questo, degna conclusione di questo duplice anello che, per bellezza di scorci, luminosità, intensità di colori e profumi, ha pochi eguali in provincia di Sondrio.
Scesi lungo le vie del paese, ci immettiamo nella strada provinciale Valeriana che lo attraversa e, procedendo verso destra, superato il semaforo all’uscita del paese, ci portiamo all’ex-centrale di Campovico, anch’essa un pezzo di storia: si tratta, infatti, dell’ex-centrale idroelettrica della Società Strade Ferrate Meridionali (la "centràa"), la prima della provincia di Sondrio: costruita nel 1900 per servire l’elettrificazione delle linee Sondrio-Lecco e Colico-Chiavenna, le prime, in Italia, a sfruttare l’alimentazione elettrica aerea. Oltre la stretta della centrale, eccolo, ad attenderci con sguardo magnanimo e benevolo, il ponte di Ganda, cui abbiamo intitolato l’anello, che si chiude poco oltre, dopo un ultimo strappo che ci riporta al parcheggio nel punto di partenza della strada provinciale n. 10.
Il percorso integrale descritto comporta un dislivello in altezza di circa 720 metri. Data la natura dei luoghi, però, carta alla mano possiamo disegnarne almeno una decina di varianti, per tutti i gusti, capacità e tempi.

 

 

 

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