DESCO

Desco (dèsch, m. 290) è un grazioso paesino, nel territorio del comune di Morbegno, posto sul confine della Costiera, che se ne sta arroccato sopra le rocce più basse del fianco meridionale del Culmine di Dazio, che scendono quasi a picco sul fiume Adda. Per arrivarci possiamo uscire da staccarci dalla ss. 38 a sinistra (se proveniamo da Milano) al primo semaforo posto all’ingresso di Morbegno, seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech. Raggiungiamo, così, il ponte sull’Adda, oltrepassato il quale prendiamo a destra. Saliamo, quindi, per un breve tratto sulla strada per Dazio, ma la lasciamo subito, al primo tornante sinistrorso, staccandocene sulla destra e scendendo al ponte di Ganda, per poi proseguire fino a Campovico. Superato anche questo paese, proseguiamo fino a Paniga e, alla fine, dopo una breve salita, eccoci a Desco.
Se, invece, proveniamo da Sondro ci conviene staccarci, sulla sinistra, dalla ss. 38 appena prima di Talamona, allo svincolo per Paniga. Attraversato, verso destra, un sottopasso, ci portiamo al ponte di Paniga, con traffico a senso unico alternato regolato da un semaforo. Oltrepassato il ponte, prendiamo a destra, proseguendo fino a Desco, dove ci accoglie la cinquecentesca chiesa di S. Maria Maddalena ("sgésa de dèsch", ricostruita fra la fine del XIX ed il XX secolo). Qui, nei pressi del lavatoio ("funtàna de dèsch") troviamo un parcheggio dove possiamo lasciare l’automobile.
A destra della chiesa vediamo una cappelletta, benedetta il 13 novembre del 1945 dal vescovo di Como mons. Alessandro Macchi. Una targa in marmo ricorda che viene concessa un'indulgenza di 100 giorni a tutti coloro che vi sosteranno recitando tre Ave Maria con la giaculatoria "Sia benedetta la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Madre". Due targhe vicine commemorano i caduti di Desco nelle due guerre mondiali del secolo scorso: come vittime della Prima Guerra Mondiale sono ricordati Paniga Pietro, Paniga Onorato, Donini Pietro, Perlini Giuseppe, Perlini Bartolomeo e Paniga Silvio; i caduti nella seconda guerra mondiale sono, invece, Falcetti Biagio, Donini Giacomo, Gerosa Pierino e Falcetti Guido.
Di questo borgo caratteristico e suggestivo, quasi abbarbicato sulle rocce che, in questo punto, cadono a picco sul fiume Adda, scrive il Guler von Weineck, nel resoconto del suo viaggio in Valtellina pubblicato nel 1616: “Cinquecento passi più in giù (rispetto a Pilasco), lungo il corso dell’Adda, sorge Desco che produce pregiati vini dolci. In questo territorio le viti vengono piantate assai rare; si dispongono sulla nuda roccia e vengono coperte di terriccio, affinché le radici possano essere convenientemente coperte; ma le viti si abbarbicano nei crepacci e nelle spaccature delle rocce, dando un abbondante raccolto senza fatica dei contadini, i quali debbono soltanto potare e concimare, oltrechè vangare il terreno due volte l’anno”.
Il vino cui allude lo scrittore e un rosso di qualità pregevole, detto, con voce dialettale, "chèlrós" ("quello rosso") e prodotto nell'omonima fascia di vigneti posta sul dosso (il dòs) che sovrasta il paese.
Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere su Campovico ed i borghi vicini: “Nel piano alle radici del monte Pelasco, il quale stendendosi verso il letto d'Adda molto rende la valle più stretta che in qualsivoglia luoco, lontano un miglio dal ponte del Masino si trova alla strada, qual costeggia Adda di qua, alcune picciole contrate cioè Desco dov'è una picciola chiesa di S. Maria Maddalena, Torchio, Categno dove si fano vini preziosissimi, Campovico vecchio luoco, altre volte mercato del tertiero da basso, dove si veggono li vestigij di muraglie antiche et torri d'un luoco chiamato Barco, destinato a questo fine. Hor è tutto distrutto et per l’inondationi d'Adda et per le ruine del monte; vi sono però alcune case disperse et li vestigij d'un monasterio antico dove habitavano monache di S. Benedetto, quali puoi sono state trasferite a Isola, terra del lago di Como. Adesso l’habitatori sono retirati a Cermeledo, dov'è la chiesa di S. Nazaro, parochiale soggetta ad Ardenno, qual curato officia ancora una vecchissima chiesa di Campo Vico. A questa parochia sono soggette queste contrate: Fiesso con l’oratorio di S. Abondio, Porcido con l’oratorio di S. Rocco, contrate disperse nella montagna tra le vigne. Cermeledo è un miglio sopra la pianura; passa per questo luoco un mediocre rivo quale si spicca da Roncaglia. Puoco lontano sono li vestigij d’un castello antico chiamato S. Nazario in Dosso Visconti, dove trassero l’origine li nobili di S. Nazaro di Como. Puoco lontano dalli vestigij di Campo Vico v'è un ponte chiamato il ponte di Ganda, per il quale, passandosi in aperta campagna, si va a Morbegno.”
Il termine "Desco" deriva probabilmente dal termine latino "descus", "tavola", ma non è escluso che derivi da "tescum", che significa "luogo boscoso" o anche "luogo sacro agli dei". Le case se ne stanno quasi arroccate sul terrazzo rialzato rispetto al fondovalle, dove scorre l'Adda; una fascia di rocce ben visibili, che cadono quasi a picco sul fiume, lo sostiene. E' interessante ricordare che questo salto è chiamato "Sasso di Desco", ma anche "mòrt di gàt", cioè "morte dei gatti": è nota l'abilità che questi felini hanno nell'attutire la caduta anche da altezze considerevoli (per cui si dice che abbiano sette vite), ma neppure un gatto sopravviverebbe precipitando da questo salto! La posizione del paesino l'ha sempre preservato dalla furia delle acque dell'Adda, ma non può dirsi del tutto sicura, perché l'insidia viene dal monte, cioè dal versante del Culmine di Dazio che lo sovrasta. In particolare, dal "crap de la piöda", fascia di rocce a picco molto friabili su questo versante, si staccò un enorme masso che distrusse l'edificio della Latteria sociale di Desco ("latérìa de dèsch"), che era posta sopra la galleria ferroviaria.
L'importanza di Dazio è anche legata alla sua posizione: di qui passava, anticamente, una delle più importanti vie che attraversavano la Valtellina. Esiste ancora oggi (anche se per smottamenti del versante montuoso è stata chiusa al transito), e parte dal cimitero del paese, che si trova in fondo, sul limite orientale. Si tratta di una sterrata che taglia la parte bassa del selvaggio fianco orientale del Culmine di Dazio e della Val Fìria e si immette nella ss. 38 dello Stelvio poco oltre il ponte sul fiume Adda (per chi viaggia da Milano verso Sondrio). In passato era chiamata "strada del pìil", cioè "strada del pelo", perché sui rovi ai suoi lati spesso si trovava il pelo invernale delle volpi, assai numerose. Era anche chiamata la strada dei morti, perché raggiungeva Pilasco e di qui saliva alla piana di Dazio, portandosi, infine, a Caspano, dove venivano spolti i defunti di Desco, che apparteneva, appunto, alla parrocchia di Caspano.

L'ANELLO DESCO-CULMINE DI DAZIO-DESCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Desco - Porcido - Culmine di Dazio - Dazio - Desco
3 h e 30 min.
630
EE
SINTESI. Procedendo sul tirone in uscita da Morbegno (per chi proviene da Milano), all'altezza di Talamona prendiamo a destra quando vediamo le indicazioni per Paniga. Curviamo a destra e ci immettiamo in una strada curvando ancora a destra e superando un sottopassaggio. All'uscita andiamo a destra, portandoci al semaforo del ponte di Paniga. Superato il ponte arcuato, siamo ad un trivio, al quale andiamo a destra, portandoci dopo breve salita a Desco, dove parcheggiamo l'automobile presso la chiesa di S. Maddalena (m. 290). Qui i cartelli del sentiero per Porcido e la Colmen ci guidano salendo sulla carozzabile e lasciandola, al primo tornante dx, per imboccare una pista sulla sinistra. Dopo una sequenza di tornanti dx-sx, al sucessivo tornante dx la lasciamo prendendo a sinistra ed imboccando un sentierino che procede verso ovest e taglia un corpo franoso, guadagnando poi quota con una lunga serie di tornantini. Ad un primo bivio stiamo a destra, ad un secondo bivio prendiamo a sinistra, tagliando un roccione strapiombante e riemergendo alla luce del versante solatio dei Cech. Ci accoglie una baita solitaria ed un prato; il sentiero, però, la lascia a sinistra e piega a destra, risalendo, con rapidi tornantini, una fascia di boscaglia e roccette. Dopo una breve salita, ad un nuovo bivio dobbiamo ignorare la traccia di destra, stando sulla traccia più debole e tagliando un prato. Questa traccia sembra quasi subito prendere a destra e dirigersi verso un muretto a secco; in realtà dobbiamo procedere diritti, presso il limite inferiore del prato (più avanti troviamo due segnavia, su una robinia e su un muretto a secco). Poi pieghiamo leggermente a destra (i segnavia ci aiutano) e, con rapida sequenza di tornantini dx-sx, superiamo un muretto a secco. Superato un secondo muretto, passiamo a monte di un rudere di baita; ci portiamo, quindi, a superare un terzo muretto. Volgiamo, quindi, verso destra, superando una nuova sequenza di tre muretti, il primo ben scalinato, il secondo con scala appena abbozzata, il terzo con scala discreta, prima di giungere finalmente in vista della parte bassa dei prati di Porcido. In breve siamo alla chiesetta di S. Sebastiano (m. 586). Procediamo sulla mulattiera che va a siistra e lascia Porcido, fino ad un bivio al quale la lasciamo prendendo a destra (indicazioni per il Culmine ed il Sentée del Tarci). con andamento dapprima quasi pianeggiante, poi in progressiva salita, verso nord-est. Il sentierino si allarga a mulattiera, nel cuore di un fresco bosco di castagni, supera alcuni ruderi e conduce ad una radura, dove troviamo una grande baita abbandonata. Segue un tratto nel bosco, una radura ed un nuovo tratto nel bosco, finché gli alberi si diradano ed usciamo in vista dell’ultimo tratto, che si snoda su un vallone colonizzato da vegetazione disordinata. Ora procediamo, su traccia più debole, fra ginestre, sterpaglie, roccette levigate e qualche scheletro d'albero, piegando con alcuni tornantini, verso sinistra, ed assumendo un andamento verso nord. Seguendo il canalone e superando alcune formazioni di rocce affioranti, approdiamo, alla fine, al largo crinale immediatamente ad ovest del Culmine, in corrispondenza di un grande ometto. Procedendo a destra siamo subito alla cima del Culmine di Dazio (m. 913).
Per tornare a Desco procediamo così. Dalla cima della Colmen scendiamo lungo la pista sterrata che porta a Dazio, fino al secondo tornante sx, al quale troviamo il pannello che segnala la partenza del sentiero di Cresta Est. Lasciamo la pista scendendo verso est e seguendo con attenzione i segnavia ed agli ometti che dettano il percorso sul filo di cresta (attenzione ai salti sul lato destro). Più in basso il sentiero piega a sinistra ed entra nel bosco, scendendo fino ad un bivio segnalato, al quale pieghiamo a destra. seguendo il sentiero che si affaccia al selvaggio versante orientale del Culmen, che taglia con saliscendi e tratti scavati nella roccia e protetti, giungendo ai prati alti sopra Desco. Seguendo i cartelli proseguiamo scendendo lungo i prati, piegando a destra, superando alcuni muraglioni con reti paramassi e raggiungendo le case di Desco (m. 290).

La più classica escursione che ha come punto di partenza Desco è la salita a Porcido, con eventuale prosecuzione per Dazio e di qui per il Culmine di Dazio (oppure con il sentiero diretto Porcido-Culmine, il Sentée del Tàrci, dedicato alla memoria di Tarcisio Mattei). Portiamoci, dunque, con l’automobile all’ingresso di Desco, superando, sulla nostra sinistra, la fontana-lavatoio chiamata “funtàna de dèsch”. Passando di fronte alla chiesa di Santa Maddalena, pieghiamo a sinistra, trovando subito, sulla sinistra, il parcheggio al quale lasciamo l’automobile (m. 290).
Incamminiamoci, poi, proseguendo sulla medesima via, fino al primo tornante dx, al quale la lasciamo per imboccare una pista sterrata che prosegue sulla sinistra (ovest). All’inizio non c’è alcuna indicazione, ma dopo un breve tratto vediamo, su un masso, alla nostra destra, un segnavia rosso-bianco-rosso. La pista, dopo il primo tratto, volge a destra (il fondo è quasi interamente colonizzato dall’erba) e prosegue all’ombra di una selva. Quando le piante si aprono un po’, sulla destra, abbiamo un colpo d’occhio ottimo sul conoide del Tartano. Proseguiamo fino al successivo tornante sx, dopo il quale ignoriamo, alla nostra destra, un sentierino che si stacca dalla pista e giungiamo ad un punto nel quale la pista passa fra due grandi muraglioni paramassi (realizzati per difendere il paese dal versante di rocce fragili a monte, che in passato ha già scaricato grandi massi, uno dei quali, come detto, ha demolito l’edificio della latteria).
La pista volge nuovamente a destra, ma noi la lasciamo imboccando un sentiero che se ne stacca sulla sinistra proprio al tornante (non ci sono segnalazioni; pochi metri dopo la partenza troviamo, sulla destra, una sorgente), procede per un breve tratto a destra di un muraglione e poi sale gradualmente, sempre in direzione ovest, tagliando il piede di un primo corpo franoso. La traccia è piuttosto esigua ed assediata dalla vegetazione: consigliabile procedere con gambe e braccia coperte. Poi, dopo una breve salitella, attraversiamo un corpo franoso più grande, detto "bàres", e vediamo, alla nostra destra, un piccolo crocifisso. La traccia si fa un po’ più marcata, e propone una sequenza di tornantini dx-sx-dx-sx; al primo tornante dx troviamo, su un masso, un nuovo segnavia rosso-bianco-rosso. Segue una serrata sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx-sx; al successivo tornante dx vediamo di fronte a noi, seminascosto dalla vegetazione, un grande roccione: stiamo risalendo il vallone del purscìil, chiuso ed ombroso, colonizzato da vegetazione disordinata, ma il sentiero ora è ben visibile, delimitato anche da muretti a secco, e ci si rende conto che in passato doveva essere una via di comunicazione piuttosto importante. Si tratta del “sentée de la piöda”, e non facciamo fatica a capire perché fosse chiamato così (roccioni e massi la fanno da padrone, almeno in questo tratto).
Superato un nuovo tornante sx, al successivo dx troviamo un bivio: il ramo di sinistra, sostenuto da un bellissimo muro a secco, taglia l’aspro fianco roccioso del vallone per uscire al versante di prati e vigneti; noi, però, proseguiamo rimanendo nel vallone, cioè prendendo a destra. Segue una sequenza di
tornanti sx-dx-sx-dx-sx, prima di un secondo bivio: anche stavolta il ramo di sinistra è sostenuto da un muro a secco ardito e magistrale.
Ora dobbiamo prendere a sinistra (attenzione ad un passaggio esposto a sinistra), tagliando un roccione strapiombante e riemergendo alla luce del versante solatio dei Cech. Ci accoglie una baita solitaria ed un prato; il sentiero, però, la lascia a sinistra e piega a destra, risalendo, con rapidi tornantini, una fascia di boscaglia e roccette. Dopo una
breve salita, eccoci ad un nuovo bivio: la traccia più marcata prende a destra e rientra nel vallone, ma noi dobbiamo proseguire, su traccia più debole, a sinistra, tagliando un prato (purtroppo qui, come in altri passaggi, non vi è alcuna segnalazione). Questa traccia sembra quasi subito prendere a destra e dirigersi verso un muretto a secco; in realtà dobbiamo procedere diritti, presso il limite inferiore del prato (solo poco più avanti due segnavia, su una robinia e su un muretto a secco, ci confortano sulla bontà della scelta). Poi pieghiamo leggermente a destra (i segnavia qui ci aiutano) e, con rapida sequenza di tornantini dx-sx, superiamo un muretto a secco. Superato un secondo muretto, passiamo a monte di un rudere di baita; ci portiamo, quindi, a superare un terzo muretto. Volgiamo, quindi, verso destra, superando una nuova sequenza di tre muretti, il primo ben scalinato, il secondo con scala appena abbozzata, il terzo con scala discreta, prima di giungere finalmente in vista delle baite più basse di Porcido (purscìil). Salendo sul sentiero,giungiamo ad intercettare una traccia che proviene da destra.
Questo nucleo incantevole riposa su un bel pianoro di mezza costa sul versante meridionale della Colmen. In passato fu frazione del comune di Campovico, mentre ora appartiene, con Campovico, al territorio di Morbegno. Un nucleo di case, fra orti e vigneti, che conserva un incantevole sapore antico, impreziosito da una stupenda chiesetta, la sgésa de puscìil, dedicata a S. Sebastiano (m. 586), sulla cui facciata, cui fa ombra un enorme abete rosso, leggiamo "Porcido, frazione di Morbegno". Il sentiero sale fra le poche case, gli orti e le vigne, in un'atmosfera quasi irreale. Non bisogna però pensare che si tratti di luoghi abbandonati: nei finesettimana, anche d'inverno, qui si incontreranno persone che salgono in baita per gustarsi il tepore di questi luoghi (si tratta di famiglie di Dazio, Cadelsasso e Cadelpicco).
Il panorama sulla bassa Valle di Tartano, sulla bassa Val Gerola e sulla bassa Valtellina è assai felice. Proseguendo sempre verso nord-ovest, sulla cosiddetta "strada de purscìil", superiamo il nucleo di case e vigneti denominato "cà di car" (Cara, sulla carta IGM). Passiamo, poi, a destra di un ottimo punto panoramico, un piccolo terrazzo erboso segnalato ed attrezzato con panchine, dal quale si domina la bassa Valtellina, dal conoide del Tartano all'alto Lario: si tratta del "balabén" (chiamato così dal soprannome di una famiglia). Poco oltre, sulla destra, parte il già menzionato "sentée del Tàrci" (cartello), che, ottimamente segnalato da segnavia bianco-rossi dal CAI di Moprbegno, effettua una lunga diagonale verso destra e, uscito all'aperto, vince un vallone desolato che precede la cima del Culmine di Dazio. Se, invece, restiamo sulla "strada de purscìil", dopo aver superato il punto nel quale parte, sulla destra, un altro sentiero (attrezzato con corde in qualche punto esposto) che raggiunge la cima del Culmine salendo al crinale e percorrendolo, raggiungiamo una cappelletta ed infine ci immettiamo in una carrozzabile che ci fa perdere leggermente quota, con qualche tornante, ma ci regala, soprattutto in autunno, uno splendido gioco di colori, nella cornice di bellissimi boschi di castagno.
La carrozzabile, nella quale confluisce, da sinistra, una pista secondaria, termina immettendosi nella strada asfaltata che sale da Morbegno a Dazio: siamo alla piana di Dazio (dàsc), e percorriamo la strada verso destra, in direzione del paese, che raggiungiamo dopo circa un’ora di cammino, avendo superato approssimativamente 300 metri di dislivello in salita.


Porcido

Vediamo, ora, più da vicino il "sentée del Tarci", che si stacca, come già detto, dalla mulattiera Porcido-Dazio, sulla destra, poco oltre il terrazzo del Balabén. I cartelli danno, nella direzione dalla quale proveniamo, Porcido a 10 minuti e Paniga a 40 minuti, e, nella direzione nella quale proseguiamo, il Culmine di Dazio a 45 minuti. Abbandoniamo, dunque, la direzione verso ovest, seguendo un sentierino che procede in direzione opposta (est), con andamento dapprima quasi pianeggiante, poi in progressiva salita. Il sentierino si allarga a mulattiera, nel cuore di un fresco bosco di castagni, supera alcuni ruderi e conduce ad una radura, dove troviamo una grande baita abbandonata, che incombe sul sentiero con il suo muraglione meridionale.
Segue un tratto nel bosco, una radura ed un nuovo tratto nel bosco, finché gli alberi si diradano ed usciamo in vista dell’ultimo tratto, che si snoda su un vallone colonizzato da vegetazione disordinata, che scende verso sud appena ad ovest della cima del Culmine. Ora procediamo, su traccia più debole, fra ginestre, sterpaglie, roccette levigate e qualche scheletro d'albero. Davanti a noi, ad est, l’impressionante salto roccioso che scende verso il fondovalle a sud della cima del Culmine. Alla sua destra, il solco terminale della Val Tartano ed il conoide del Tartano.
Il sentiero, ora, piega, con alcuni tornantini, verso sinistra, ed assume un andamento verso nord. Seguendo il canalone e superando alcune formazioni di rocce affioranti, approdiamo, alla fine, al largo crinale immediatamente ad ovest del Culmine, in corrispondenza di un grande ometto.
Qui ci attende lo scenario più gentile di una rada selva, che il sole non fatica ad impregnare con la sua luce. Finora ci siamo mossi sul territorio del comune di Morbegno: ora raggiungiamo il confine che lo separa da quello di Dazio, e che passa proprio per il crinale del Culmine.
Seguendo i segnavia, su alcuni massi e tronchi d’albero, proseguiamo verso destra, fino a due cartelli, che indicano la direzione per il Culmine e quella per Porcido e Paniga (dalla quale siamo saliti).
Il cartello serve assai poco a noi, che potremmo facilmente procedere a vista, ma è preziosissimo, per trovare il punto in cui il sentierino si tuffa nel canalone, per chi lo percorre scendendo (che deve prestare attenzione a non seguire il sentierino che percorre per un buon tratto, verso ovest, il crinale sommitale del Culmine).
Poche decine di metri ancora, e, lasciato alla nostra destra un baitone in fase di ristrutturazione, siamo nei pressi del culmine. Lo scenario si apre, a nord, magnificamente, sui pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e le vette della Valle di Zocca. Sul pianoro sommatale del Culmine di Dazio (m. 913) troviamo un nuovo cartello, che dà, nella direzione dalla quale siamo saliti, Porcido a 40 minuti e Paniga ad un’ora e 10 minuti.


Panorama sulla media Valtellina dal Culmine di Dazio

Lo abbiamo raggiunto in due ore circa di cammino (il dislivello in salita è di 664 metri). Da qui possiamo comodamente scendere a Dazio seguendo la larga mulattiera che parte a nord-est della cima.
Se però vogliamo tornare a Desco chiudendo un elegante anello escursionistico, che comunque richiede esperienza e cautela, possiamo sfruttare il sentiero di Cresta Est ed il sentiero che taglia a mezzacosta il versante orientale del Culmine di Dazio.


Media Valtellina dalla cresta est

Se però non manca l'esperienza escursionistica ma fa difetto il tempo, la via più breve per tornare a Desco è quella che sfrutta il sentiero di Cresta Est, inaugurato nel maggio del 2012 a cura dell'Associazione Colmen – la Montagna Magica (sio web: www.associazionecolmen.it). Si tratta di un sentiero che con buone condizioni di terreno non comporta problemi, ma richiede comunque costante attenzione, perché la traccia è debole ed assediata da una vegetazione invadente, ed in alcuni tratti c'è una pericolosa esposizione sul lato meridionale (di destra). Va quindi percorso prestando costante attenzione ai segnavia.


Media Valtellina dalla cresta est

Scendendo dalla cima della Colmen sulla medesima pista di salita, al secondo tornante sx troviamo un pannello che annuncia la partenza del sentiero. Lasciamo dunque la pista prendendo ad est, per portarci, dopo breve tratto in piano fra roccioni affioranti e felci, ad un cartello che dà Desco ad un'ora e 20 minuti. Poco più avanti scendiamo ad un curioso roccione, che sembra un pulpito che guarda in direzione della media Valtellina aperta davanti ai nostri occhi, fino al lontano gruppo dell'Adamello. Scendiamo poi verso sinistra, in un oceano di felci, a destra del limite del bosco di pini silvestri. E' di rigore non perdere d'occhio i segnavia rosso-bianco-rossi su massi o piccoli ometti.
Nel primo tratto zigzaghiamo fra roccette, poi Scendiamo ad un crinale più ampio brullo, saliamo su un piccolo poggio e torniamo a scendere su un sentierino che si vede appena. Siamo sempre in prossimità dei salti di roccia del versante meridionale, ed il colpo d'occhio sulla piana di Ardenno e sulla bassa Val Tartano è davvero suggestivo. Superato un ometto su un roccione, troviamo più in basso un segnavia su un uovo di drago. Tale è, infatti, secondo un'antichissima leggenda, ogni masso erratico che si trovi in una posizione difficile da spiegare con le normali dinamiche naturali. Non di masso si tratta, allora, ma di uovo pietrificato di drago, deposto nei tempi remoti nei quali i draghi erano signori anche delle Alpi Retiche, come leggiamo anche in S. Agostino.


Uovo di drago

Scendiamo ancora, a poca distanza dal limite del bosco, raggiungendo un punto nel quale si vede con ottima panoramica dall'alto lo sbarramento artificiale sul fiume Adda al limite sud-occidentale della piana di Ardenno. Dopo un evidente segnavia su un ometto, pieghiamo un po' a sinistra, procedendo nella boscaglia. Ci immergiamo gradualmente nel bosco, il crinale è ormai alle nostre spalle, e, dopo qualche tornantino, siamo ad un bivio: mentre prendendo a sinistra procediamo in direzione del Crotto di Dazio, prendendo a destra imbocchiamo il sentierino che taglia tutta la parte medio-bassa del versante est della Colmen, terminando alle baite a monte di Desco,che un cartello dà a 40 minuti.
Si tratta di un sentiero suggestivo e panoramicissimo, con tratti scavati nella roccia, esposti e protetti. Dopo un primo tratto in leggera discesa, ci attende la prima calata in un avvallamento roccioso,che richiede cautela e buone condizioni del sentiero. La prima parte della traversata è infatti quella più ostica, perché attraversa un versante dirupato. Nella seconda parte, invece, superato il vallone centrale per il quale passa anche il confine fra comune di Ardenno e comune di Morbegno (nel quale rientriamo), procediamo su un versante che alterna radure brulle alla boscaglia. Si tratta del versante che probabilmente ispirò una celebre poesia di Quasimodo, riportata in appendice. Al termine della traversata usciamo dalla boscaglia ai prati alti sopra Desco. Seguendo le indicazioni dei cartelli scendiamo per un ripido sentierino che più in basso piega a destra e si porta sul fianco franoso solcato da grandi muraglioni che sostengono le gallerie paramassi. Districandosi fra i muraglioni, il sentiero scende alle case di Desco.


Apri qui una panoramica sul gruppo del Masino dalla Colmen

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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