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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campomoro-Monte Spondascia
3 h
890
EE
SINTESI. Saliamo in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue terminando a Campomoro (m. 1990), presso l'omonima diga artificiale. Parcheggiamo all'ampio spiazzo e saliamo al vicino rifugio Zoia, proseguendo sulla mulattiera che traversa all'alpe Campagneda. Dopo diversi tornanti in salita verso sud-est, passiamo accanto alla Falesia dello Zoia (m. 2100). Poco oltre, incontriamo, alla nostra sinistra, un roccione levigato, di modesta pendenza, sul cui limite inferiore è posto un cartello con scritto “Monte Spondascia 2867 m.” Qui lasciamo la larga mulattiera e, seguendo gli abbondanti segnavia, risaliamo il facile roccione, proseguendo su un sentiero che si snoda fra magri pascoli e radi larici. Saliamo con alcune svolte ed andanmento complessivo nord-est, passiamo a destra di un corpo franoso e guadagniamo il limite superiore del versante (quota 2520 circa), raggiungendo la soglia di una conca occupata da un microlaghetto. Davanti a noi si apre un largo canalone, chiuso da una bocchetta, per la quale dovremo passare. Passiamo, quindi, a destra del laghetto. Prima di attaccare la rampa che adduce alla bocchetta, attraversiamo una conca occupata da massi, passando a destra di due enormi macigni. Raggiunta la soglia della bocchetta (2660 metri circa), ci accorgiamo che essa è solo l’accesso ad una nuova pianetta: davanti a noi, infatti, leggermente sulla destra, vediamo un nuoco canalone ed una nuova bocchetta. I segnavia, però, ci portano a sinistra, non in direzione del canalone, ma verso un canalino. Superate alcune roccette con l’ausilio anche delle mani, risaliamo la seconda parte del canalino, ripida ma erbosa. La salita ci porta ad una nuova conca, occupata da un secondo microlaghetto (m. 2740 circa), che circonda, con le sue acque di color verde intenso, un grande masso. In alto, un’altra sella. I segnavia ci fanno passare a destra dello specchio d’acqua e ci indirizzano verso il canalone sotto la bocchetta, dove una traccia ben visibile rende meno faticosa la salita, che nel primo tratto tiene il lato destro del canalone, portandosi poi a sinistra. Vediamo, così, che le selle sono due; ignorata quella alla nostra destra, proseguiamo e, in breve, siamo alla sella di sinistra (quota 2800 circa), che si affaccia sulla val Poschiavina. Di qui possiamo salire alla cima orientale o a quella occidentale, più alta ma più difficile. Nel primo caso procediamo così. Se guardiamo alla nostra destra, salendo, fra il penultimo e l’ultimo segnavia prima della sella, vedremo una traccia di sentiero che punta al facile versante occidentale dell’anticima. Seguiamolo, fino a raggiungere le roccette del versante, che tagliamo in diagonale, salendo gradualmente verso destra e sfruttando una sorta di cengia, fino ad arrivare ad un punto nel quale, voltando a sinistra siamo, in breve, al pianoro sommitale della cima orientale di Spondascia (m. 2851). Per salire alla cime principale, invece, torniamo alla sella di quota 2800: dopo una breve salita verso ovest ci ritroviamo faccia a faccia con alcune roccette verticali (segnavia), che dobbiamo superare sfruttando una corda fissa. Incontriamo, poi, un ripido canalino, reso insidioso dal terriccio (una seconda corda fissa ci aiuta nel tratto più delicato), ed una placca con pendenza media, che dobbiamo tagliare aiutati da una terza corda fissa. A sinistra ci attende un brevissimo tratto su crestina esposta su entrambi i lati, prima di approdare ad una più tranquilla cengia, tagliata poco sotto la larga cima del monte. Seguiamo la cengia, quasi pianeggiante, fino al punto in cui, piegando a destra e salendo alcune facili roccette, siamo all’ampio pianoro della cima del monte Spondascia (m. 2867).


La Val Lanterna dal sentiero per il monte Spondascia (clicca qui per ingrandire)

Nonostate non sia molto elevato (2867 metri), il monte Spondascia ha una superficie fra le più estese della Valmalenco, tanto che il suo versante settentrionale delimita a sud l’intera val Poschiavina, laterale della valle di Campomoro (cammòor), separandola dall’ampia conca di Campagneda. Una superficie irregolare e molto articolata, esteticamente, forse, su qualche lato non bella, se si deve giudicare dal nome, che significa, appunto, brutta sponda. Può anche darsi che il nome gli derivi dal risentimento degli alpigiani di Prabello e Campagneda che, pur potendo godere da una posizione privilegiata dello stupendo spettacolo del pizzo Scalino, si vedono negata da questo monte la visione dei giganti della testata della Valmalenco. Così, nel volume “Ambiente fisico e paesaggio vegetale della provincia di Sondrio”, di G. Nangeroni e V. Giacobini (edito dalla fondazione Pro Valtellina di Sondrio nel 1961), il monte viene definito “triste e tristo”, “perché toglie a quei di Campagneda e di Prabello la magnifica visione del gruppo Bernina – Palù – Fellaria”.


Pizzo Scalino (clicca qui per ingrandire)

Dalla val Poschiavina, però, esso mostra un aspetto degno di considerazione, perché le verticali e scure pareti di serpentino che precipitano verso il fondovalle gli conferiscono un’aria del tutto rispettabile, da autentica cima alpina, ben diversa da quella che, invece, si mostra a quanti, salendo dalla diga di Campomoro al rifugio Marinelli (o alla Carate), e sostando a tirare il fiato dopo le prime severe rampe sui fianchi del Sasso Moro, volgono lo sguardo all’invaso e a quell’enorme massa bitorzoluta, tutta gobbe e gibbosità, che lo guarda ad oriente. Se la questione della sua bellezza è controversa, non è da porre in discussione il valore panoramico della sua cima, belvedere naturale (anche se un po’ decentrato) sulla testata della Valmalenco e sul pizzo Scalino, con scorci interessanti anche sul gruppo dell’Ortles-Cevedale, dell’Adamello e del Disgrazia.
Una cima, peraltro, non difficile, ma neppure elementare da raggiungere: l’impegno dell’ascensione, infatti, richiede esperienza escursionistica ed una certa dimestichezza a muoversi con semplici passi di arrampicata su roccette servite da corde fisse. Se così non è, si può ripiegare sulla vicina anticima orientale, leggermente più bassa (m. 2851), ma di uguale valore panoramico. Nessun problema di orientamento nella salita: recentemente l’itinerario è stato segnalato con abbondanti e meticolosi segnavia bianco-rossi, a prova di escursionista distratto.
Punto di partenza è la diga di Campomoro, dove si trovano l’omonimo rifugio, il bar-ristoro Poschiavina ed il rifugio Zoia. Imbocchiamo, dunque, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (sgésa, 15,5 km da Sondrio); prendiamo, poi, a destra ad una rotonda ed attraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia (localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”), a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita all’inizio della sterrata che percorre il lato orientale dell’invaso di Campomoro.
Qui lasciamo l’automobile (1990 metri circa) e cominciamo a salire, in corrispondenza del bar-ristoro Poschiavina, sul sentiero per il rifugio Zoia (indicazioni per il rifugio Zoia e per il all'alpe Campagneda), collocato poco più in alto rispetto al piano della strada. Dopo un paio di tornanti, lasciamo il rifugio alla nostra destra e proseguiamo sulla larga mulattiera, che conduce all’alpe Campagneda, puntando ad un gruppo di roccioni che costituiscono la propaggine sud-occidentale del monte Spondascia. Dopo un tratto diritto, cominciamo a salire con diversi tornanti, fra radi larici che incorniciano, verso sud-ovest, la solitaria e regale cima del monte Disgrazia, che si eleva alle spalle del monte Motta (“sas òlt”, riconoscibile per l’edificio costruito alla sommità degli impianti di risalita di Chiesa) e, a sud-est, l’altrettanto solitaria e regolare piramide del pizzo Scalino, che, visto da qui, sembra giustificare la leggenda che lo vuole monte magico, abitato da spiriti che presiedono al regolare scorrere del tempo e da cavalieri che ingaggiano, nelle notti di luna piena, spettrali duelli.
Oltrepassato un primo roccione verticale, raggiungiamo, dopo una breve discesa e risalita, un secondo e più impressionante roccione, a quota 2100 metri. Una targa dice che si tratta della “Falesia dello Zoia. Un dono dell’amico Vigne”, con riferimento allo scalatore che ha attrezzato diverse vie di salita (che, viste dal basso, paiono praticabili solo ad esseri umani mutanti, con palmi della mano, naso e ginocchia a ventosa). Questa parete non è, peraltro, anonima: è nota localmente come “sas negru”, per le cupe venature che la percorrono.
Poco oltre, incontriamo, alla nostra sinistra, un roccione levigato, di modesta pendenza, sul cui limite inferiore è posto un cartello con scritto “Monte Spondascia 2867 m.” Qui lasciamo la larga mulattiera e, seguendo gli abbondanti segnavia, risaliamo il facile roccione, proseguendo su un sentiero che si snoda fra magri pascoli e radi larici, in un scenario gentile e suggestivo. Se questa è la carta da visita del monte, ci avverrà forse di pensare, si presenta bene. Scavalchiamo quindi, da sinistra a destra, un rigagnolo e passiamo fra due massi, incontrando, sulla nostra destra, una piccola ed incantevole radura.
Dopo uno strappetto, passiamo a sinistra di uno scuro roccione, piegando poi a destra e, superate alcune roccette, raggiungendo un buon punto di osservazione sull’alpe Campagneda e sul pizzo Scalino; il sentiero volge, quindi, a sinistra, proponendoci un suggestivo colpo d’occhio sul Sasso Moro, la cui cima si mostra, da qui, insolitamente affilata, e, alla sua destra, i pizzi Argient e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere), che si ergono, come giganteschi gemelli, dalla comune base rocciosa. Pieghiamo ancora a destra, percorrendo una sorta di corridoio,  mentre alla nostra sinistra il panorama di allarga alla cima dei Sassi Rossi, alla vedretta di Fellaria orientale, al pizzo Varuna. Saliamo, diritti, fino a raggiungere, a quota 2450 circa, la soglia di due conche, alla nostra destra e sinistra, oltre le quali il sentiero affronta un versante occupato da massi e pascoli.
Passando a destra di un corpo franoso, guadagniamo il limite superiore del versante (quota 2520 circa), raggiungendo la soglia di una conca occupata da un microlaghetto. Davanti a noi si apre un largo canalone, chiuso da una bocchetta, ed intuiamo facilmente che dovremo passare di là. Passiamo, quindi, a destra del laghetto, non lontano dal salto che, alla nostra destra, precipita sulle balze che delimitano l’alpe Campagneda (attenzione a non affacciarsi!). Il paesaggio si fa ora, quasi repentinamente, misterioso, solitario, da “solench”, come si dice in Valmalenco, per alludere a quella solitudine che inquieta e mette quasi paura. Prima di attaccare la rampa che adduce alla bocchetta, attraversiamo una conca occupata da massi, passando a destra di due enormi macigni.
Raggiunta la soglia della bocchetta (2660 metri circa), ci accorgiamo che essa è solo l’accesso ad una nuova pianetta: davanti a noi, infatti, leggermente sulla destra, vediamo un nuoco canalone ed una nuova bocchetta. I segnavia, però, ci portano a sinistra, non in direzione del canalone, ma verso un canalino. Superate alcune roccette con l’ausilio anche delle mani, risaliamo la seconda parte del canalino, ripida ma erbosa. La salita ci porta ad una nuova conca, occupata da un secondo microlaghetto (m. 2740 circa), che circonda, con le sue acque di color verde intenso, un grande masso. In alto, un’altra sella. Alla nostra sinistra, invece, l’aspro salto che scende dalla cima del monte. I segnavia ci fanno passare a destra dello specchio d’acqua e ci indirizzano verso il canalone sotto la bocchetta, dove, per fortuna, una traccia ben visibile rende meno faticosa la salita, che nel primo tratto tiene il lato destro del canalone, portandosi poi a sinistra. Guardando alle nostre spalle, riconosciamo, in alto, sopra il laghetto, il singolare corno roccioso denominato "Cappello del Prete".
Vediamo, così, che le selle sono due; ignorata quella alla nostra destra, proseguiamo e, in breve, siamo a quella di sinistra (quota 2800 circa), che si affaccia sulla val Poschiavina. Sul lato opposto, scende un ripido canalino, che, poco sotto, si fa ancora più stretto e ripido. Davanti a noi, riconosciamo lo splendido terrazzo di pascoli che ospita i laghetti dei Bianchi.
È giunto il momento della scelta. Dopo una breve salita a sinistra, infatti, ci ritroviamo faccia a faccia con alcune roccette verticali, che dobbiamo superare sfruttando una corda fissa. Incontriamo, poi, un ripido canalino, reso insidioso dal terriccio (una seconda corda fissa ci aiuta nel tratto più delicato), ed una placca con pendenza media, che dobbiamo tagliare aiutati da una terza corda fissa. Chi non avesse un minimo di esperienza su percorsi di questo genere (tanto per intenderci, simili, anche se con esposizione minore, a quelli che si affrontano salendo dalla valle del Ferro al passo Camerozzo, lungo il Sentiero Roma), probabilmente si impressionerà. In tal caso, c’è sempre la possibilità di riserva (leggi: cima orientale), che vedremo più avanti.
Mettiamo, ora, di aver superato anche la placca (attenzione, comunque, anche e soprattutto in discesa): a sinistra ci attende un brevissimo tratto su crestina esposta su entrambi i lati, prima di approdare ad una più tranquilla cengia, tagliata poco sotto la larga cima del monte. Finalmente possiamo tirare il respiro e seguire la cengia, quasi pianeggiante, fino al punto in cui, piegando a destra e salendo alcune facili roccette, siamo all’ampio pianoro della cima. In realtà si tratta di tre terrazzi, su altrettante elevazioni poste più o meno alla stessa altezza, e ciascuno sormontato da ometti. I terrazzi sono separati da modeste depressioni, che si superano senza problemi.


Testata della Valmalenco (clicca qui per ingrandire)

Dai 2867 metri della cima del monte Spondascia il panorama è davvero splendido. A nord-ovest ed a nord, la testata della Valmalenco, da una prospettiva leggermente decentrata, ma sempre interessante. Un primo modesto scorcio, sulla sinistra, propone il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511). Lo scorcio è incorniciato a sinistra dal sasso moro (m. 3108), che esibisce in tutta la sua possanza il suo fianco orientale, ed a destra dall’affilata Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), alla cui destra si riconosce la bocchetta di Caspoggio (m. 2983). Poi, i giganti del gruppo del Bernina, con il pizzo Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), lo Scerscen (m. 3971) e, appena visibile, il Bernina (m. 4049). Chi nasconde quasi il Bernina è il pizzo Argient (m. 3945), a sinistra del pizzo Zupò (m. 3995), a monte del ramo occidentale della vedretta di Fellaria: la coppia è davvero stupenda, vista da qui. Procedendo verso destra, alle spalle del Sasso Rosso (m. 3481), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria. A chiudere la testata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453), davanti al quale, leggermente a destra, si riconosce la cima Fontana (m. 3070), che occupa il versante settentrionale della val Confinale.
Poi lo sguardo corre alle cime del versante orientale della Valle di Poschiavo e, alle loro spalle, alla cima Viola (m 3347) ed alla cima Piazzi (m. 3439), che si vede appena, alla sua destra. Sul fondo, ad est, le cime del gruppo dell’Ortles-Cevedale. Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dell’Adamello e, in primissimo piano, quello dello Scalino, con il pizzo Canciano (m. 3103), la cima di Val Fontana (m. 3228) ed il monte magico, il pizzo Scalino, appunto (m. 3323). Alla sua destra riescono ad emergere a malapena la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136), seguite dal crinale che scende fino alla Corna Mara (m. 2807). In primo piano si distinguono invece, sul versante che separa la Valmalenco dalla Val di Togno, il passo degli Ometti, il monte Acquanera (m. 2806) e l’appuntito pizzo Palino (m. 2686). Ai piedi di questo versante si stende, ampia  e luminosa, l’alpe Campagneda, seguita dall’alpe Prabello e dall’alpe Largone (o Argone, probabilmente dal termine ligure “arg”, che significa “bianco”).
Guardando a sud, riconosciamo, a guardia della bassa Valmalenco, il monte Canale (m. 2522), sul limite sud-orientale dell’ampia alpe di Arcoglio (termine connesso con “arco”, in riferimento alla forma della valle). Alle sue spalle, lontane e difficilmente distinguibili dall’occhio non esperto, le cime della sezione centrale delle Orobie. Proseguendo verso destra, i Corni Bruciati (m. 3114 e 3097) ed il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226) preparano il noto profilo del monte Disgrazia (m. 3678), cui fa da valletto, sulla destra, il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), seguito dalla punta Baroni (m. 3203) e dal monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330). A ovest, infine, le cime di Rosso e di Vazzeda (m. 3366 e 3301), seguite dalla cima di Val Bona (m. 3033), dal monte Rosso (m. 3088) e dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214). Prima che il Sasso Moro chiuda l’orizzonte, facciamo in tempo a distinguere la Sassa di Fora (sasa de fura o sasa ffura, m. 3318) e, davanti a lei, la pianeggiante sommità del Sasso Nero (umèt, m. 2919). Una bella indigestione di cime, non c’è che dire. Sicuramente c’è di che ripagare ampiamente le tre ore circa necessarie per la salita (il dislivello approssimativo superato è di 880 metri).


Panorama dall'anticima (cima orientale) del monte Spondascia (clicca qui per ingrandire)

Simile è, però, il panorama dall’anticima o cima orientale, soluzione che non ha quindi il sapore del ripiego. Vediamo come salirvi. Torniamo alla sella di quota 2800 circa. Se guardiamo alla nostra destra, salendo, fra il penultimo e l’ultimo segnavia prima della sella, vedremo una traccia di sentiero che punta al facile versante occidentale dell’anticima. Seguiamolo, fino a raggiungere le roccette del versante, che tagliamo in diagonale, salendo gradualmente verso destra e sfruttando una sorta di cengia, fino ad arrivare ad un punto nel quale, voltando a sinistra siamo, in breve, al pianoro sommitale (m. 2851). Un ripiego di piena soddisfazione, perché il panorama è analogo a quello della cima. Saremo, quindi, d’ora in poi grati a questo monte che ci usa la cortesia di una cima di riserva, e guarderemo con maggiore rispetto alle sue gibbosità, salendo qualche altra volta alla Marinelli.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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