ALTRE ESCURSIONI A MONTAGNA - CARTA DEL PERCORSO

Ogni valle ha i suoi misteri. Quella del Davaglione ne è particolarmente prodiga. Il più famoso è legato all'epica sfida fra il diavolo ed il canonico di San Giovanni. Nelle leggende la figura del diavolo appare sotto una duplice veste. Da un lato si mostra come il Principe delle Tenebre, l’artefice primo dei danni materiali e spirituali che affliggono l’umanità, il signore cui recano omaggio le varie creature che la paura popolare ha immaginato nella schiera degli esseri malefici, prime fra tutte le streghe. Dall’altro viene presentato come una figura dai tratti più sfaccettati, nel linguaggio contemporaneo si direbbe un perdente, che vede sfumare miseramente i suoi progetti, ed alla fine, magari, sembra più un povero diavolo che un terribile artefice di male.
E’ questo il caso del diavolo del Davaglione, o di San Giovanni, la bella località che si trova, a 1000 metri di altitudine, fra i boschi del versante occidentale della valle del Davaglione, sopra Montagna in Valtellina, a 7 km dal centro del paese. A San Giovanni (san giuàn, frazione un tempo assai popolata: contava 122 abitanti nel 1861) si trova una graziosa chiesetta quattrocentesca, il cui campanile si può scorgere anche da lontano, perché si erge al di sopra della linea di larici ed abeti. La chiesetta, dedicata a San Giovanni Battista, venne poi restaurata in due successivi momenti, nel Seicento e nel 1707, e mostra, sul lato destro della facciata, un affresco tardo cinquecentesco, che raffigura il battesimo di Cristo, episodio evangelico che riguarda, appunto, San Giovanni Battista. Questo raccontano le cronache ed i documenti ufficiali.
Una diffusa leggenda popolare, però, (riportata nell'articolo "Geologia spicciola del Davaglione...", di Guiscardo Guicciardi, in "Rassegna Economica della Provincia di Sondrio, 1976) aggiunge alcuni particolari suggestivi. Pare che l’edificazione di questa chiesa fosse un evento così significativo, che il diavolo chiese a Dio di potervi contribuire. Non gli fu detto di no, ma gli venne posta una condizione ben precisa: doveva portare a valle il masso più grande del “gandon de Mara”, cioè della grande ganda che si stende, nell’alta alpe di Mara, ai piedi del versante meridionale dell’omonimo corno. Non solo, ma doveva portarlo sul sagrato della chiesa prima che ne venisse ultimata la costruzione e che suonassero le campane della cerimonia di consacrazione. Non era una condizione da poco, perché il masso era assai pesante, ed anche un diavolo ha il suo bel daffare per caricarselo sulle spalle e portarlo giù, diverse centinaia di metri più in basso. Ma il diavolo non si perse d’animo, cercò il masso, se lo mise in spalla e cominciò a scendere sbuffando.
Aveva calcolato male i tempi: quando giunse, non fece neppure in tempo a deporre a deporre il macigno, che le campane cominciarono a suonare, annunciando la consacrazione della chiesa, già bell’e terminata. Rimase, è proprio il caso di dirlo, scornato, perché, alla fatica inutile che aveva fatto, si aggiungeva la figuraccia di fronte a tutte le autorità che erano convenute per l’occasione. Il diavolo, si sa, non è anglosassone, e quel giorno perse veramente le staffe. Immaginate la scena: divenne ancor più rosso per l’ira e l’umiliazione, con quel macigno che aveva ancora sulle spalle, e, dopo qualche istante di smarrimento, lo scagliò con violenza sul sentiero. Poi, un po’ per l’ira, un po’ per lo sconforto, cominciò a piangere, e pianse, e pianse tanto che le lacrime formarono veri e propri ruscelli, che scesero giù, nel cuore della valle del Davaglione. Ma la terra si ritraeva al loro passaggio, per cui si formarono tante piccole guglie di terra, che ancora oggi si possono ben osservare, proprio al centro della valle.
Una diversa versione della leggenda racconta che la posta in gioco della scommessa era l'anima del curato; quando, poi, il diavolo dovette constatare la propria sconfitta, pare non si sia limitato a piangere (cosa, peraltro, poco consona ad un diavolo), ma abbia sfogato tutta la sua cieca rabbia vomitando e defecando. Quindi i calanchi della valle del Davaglione non sarebbero stati scavati dalle sue lacrime, bensì, molto meno romanticamente, da altro materiale organico; per questo vengono chiamati "cagadüsc del diàul" o "recadüsc del diàul".
Esistono altre versioni ancora: secondo una terza versione, il diavolo strinse un patto con il Padre Eterno: avrebbe dovuto portare dalla ganda di Mara un masso enorme giù fino alla chiesa di San Giorgio, prima del suono delle campane. Se lo caricò, dunque, sulle spalle e scese, fino all''Acquetta ed a Ca' Credaro. Pensava ormai di avercela fatta, perché era giunto in vista della chiesa, ma proprio allora le campane suonarono l'Ave Maria, ed egli dovette tornarsene, scornato, verso il monte, finché, spossato, abbandonò il masso nel cuore della valle del Davaglione.
Una quarta versione, riportata da Raul mattaboni nella raccolta dattiloscritta "Leggende delle nostre valli", curata dalla Scuola Elementare di Piateda (1976), mentre si costruiva la chiesa di S. Giovanni, il diavolo si presentò al parroco pregandolo che glie ne cedesse una parte. Il parroco rifiutò, ma il diavolo insistette, tanto che questi, per tagliar corto, gli propose una scommessa: il diavolo doveva portar giù dalla ganda di Mara il masso più grande prima che la Messa, che si accingeva a celebrare, giungesse al momento più sacro, quello della consacrazione. Il diavolo accettò e, con granzi balzi, volò, quasi, alla ganda di Mara, mentre il sacerdote indossava i paramenti, sicuro che la provvidenza divina non avrebbe permesso che parte della chiesa finisse in mano a Belzebù. Così, proprio mentre il sacedrote usciva dalla sacrestia con i chierichetti, per iniziare la Messa, il diavolo individuava, fra i pietroni della ganda di Mara, il più grande, e se lo caricava sulle spalle. Il masso aveva un peso del diavolo, si può ben dirlo, e la sua discesa fu assai più lenta della salita.


Alpe Mara

Intanto la Messa andava avanti: terminata la liturgia della Parola, il parroco tenne la sua omelia, senza però tirarla troppo in lungo, per evitare la beffa di perdere la scommessa. Ecco, quindi, l'Offertorio e l'inizio della Preghiera di Consacrazione. Il diavolo era ormai al sagrato della chiesa e, sbuffando, si accingeva ad entrare trionfante, quand'ecco che il suono argentino dei campanelli, nelle mani dei chierichetti, annunciava l'Elevazione e quindi la Consacrazione. Per un soffio, dunque, il diavolo aveva perso. La reazione di stizza la conoscete già: il masso fu scagliato, con rabbia, più in basso, nel cure della valle del Davaglione.
E il masso? Una grosso frammento, che reca ancora l’impronta del diavolo, finì proprio in cima ad una di queste piramidi di terra, e lì sta ancora, in una posizione curiosissima, quasi impossibile, a mo’ di cappello. Possiamo facilmente andarlo a visitare, anche se del diavolo non troveremo più traccia, perché da allora, forse per la vergogna, sembra non si sia fatto più vedere da queste parti.
Da San Giovanni dobbiamo imboccare la strada asfaltata che si dirige verso est, cioè verso il torrente Davaglione, che attraversa su un ponte, per poi scendere, sul versante opposto, ad intercettare la strada che da Montagna sale all’alpe Mara. Lasciamo l’automobile nei pressi del ponte ed incamminiamoci su un sentierino sulla sinistra del torrente. Superiamo una prima briglia, poi, a breve distanza, una seconda. Ora prestiamo attenzione: appena sopra la seconda briglia, guardando sul versante boscoso della montagna alla nostra sinistra, ci apparirà, improvviso e sorprendente, il “Crap del Diaul” (chiamato anche "funch del diàul", cioè fungo del diavolo, per la sua caratteristica forma, o anche "capèl del diàul" e "pilùn"). Il masso non è grande, ma poggia su una piramide di terra di circa quattro metri, e l’effetto è davvero curioso, anche perché è circondato da un bel bosco, e non da terreno brullo o terroso. Ci sono diverse altre piramidi di terra, ma sono più a monte, e da qui non si vedono (possono, invece, essere osservate percorrendo la strada per l’alpe Mara).
Dal diavolo, l'operatore del male per eccellenza, a coloro che ne seguono le orme: di questo parla la leggenda del mitico Regno del Tartano, che godeva, in un tempo lontano, di una particolare floridezza, grazie, soprattutto, al pregiato vino prodotto, che veniva venduto ai mercanti del Nord.
Ora, sentendo parlare di Tàrtano si penserà che si tratti della celebre valle orobica in bassa Valtellina. Non è così. C'è un Tartano (tàrten) anche in quel di Montagna: si tratta di una località al piano, dove sfocia l'omonima valletta del Tàrten, la quale, sua volta, raccoglie le acque della valle dell'orco (val de l'òrch, anch'esso nome che evoca risonanze sinistre) e di quella di Ca' Magìn. Una vallecola solo all'apparenza inoffensiva: abbondanti e prolungate precipitazioni possono, infatti, ingrossarla e farla straripare, tanto che a più riprese ha scaricato detriti alluvionali nei boschi e nei prati adiacenti alla località del Tartano, fino agli anni settanta del secolo scorso, quando le sue acque sono state incanalate in tubi sotterranei.
Ma se torniamo al nostro antichissimo tempo mitico, allo sbocco della valletta vi era lo splendido regno del Tartano. Come tutte le cose belle, venne però anche per questo regno il momento del tramonto. Ma non fu, a voler essere precisi, un tramonto, bensì un’improvvisa e tragica scomparsa, legata alla frivolezza ed all’empietà dell’ultima regina. Costei si recava, nelle festività comandate, a sentir la messa nella chiesetta di San Rocco: era un’abitudine cui non avrebbe mai rinunciato, quasi un vezzo. Per questo motivo aveva ordinato al sacerdote che la celebrava di non iniziarla prima del suo arrivo, anche se avesse dovuto, per qualsiasi motivo, tardare.
Ed il giorno del ritardo venne, per un motivo, peraltro, banale. Diluviava, infatti, quella domenica, e la regina, che non era certo abituata alle situazioni di disagio, non si risolveva a lasciare la sua reggia, per paura di bagnarsi. Attese, quindi, che spiovesse, prima di mettersi in viaggio con la sua corte. Aveva, però, accumulato un ritardo così consistente, che il sacerdote, vuoi per rispetto dei fedeli convenuti, vuoi per rispetto della sacralità della S. Messa, ad un certo punto si era deciso a celebrarla anche in sua assenza. Quanto la regna giunse e constatò che era già stato pronunciato l’”ite missa est”, l’antica formula con la quale si congedavano i fedeli, andò su tutte le furie. Interpretò la disobbedienza del sacerdote come un vero e proprio delitto di lesa maestà, e la pena, in questi casi, non poteva essere che la morte. Non fu celebrato neppure il processo: il sacerdote, per ordine della regina, venne messo a morte prima che giungesse la sera di quella tragica domenica.
Ma il gesto, empio ed ingiustificato, non fu privo di conseguenze. Sul far del tramonto, il cielo cominciò ad oscurarsi, si fece nero come la pece e scaricò sul quel disgraziato lembo di terra un vero e proprio diluvio d’acqua, neppure lontanamente paragonabile a quello che la mattina aveva creato tanta apprensione nella regina. La valletta del Tartano si gonfiò tanto da diventare un torrente in piena, che, con la furia delle sue acque scure e devastanti, trascinò con sé massi, terra, tronchi. Tutto questo materiale venne scaraventato giù, verso il piano, e travolse lo sventurato regno, la sua crudele regina ed i suoi infelici abitanti. Di tanta prosperità e bellezza non restò, dunque, nulla più che il ricordo, che, come monito, è ancora vivo nell'immaginario dei più anziani.
Per completare il quadro delle presenze inquietanti in quel di Montagna, non possiamo lasciar fuori le streghe, che, pare, siano di casa in Val di Togno (valle, che, peraltro, merita un discorso a sé, dal momento che, a quanto si narra, ospiterebbe macabri banchetti notturni e ridde delle anime dei sondriese crapuloni e gaudenti, oltre ad un inquietante e disumano urlo attribuito ad uno smisurato gigante). Alla vicenda di una strega rimanda però anche il "crap de la vèggia" (roccia della vecchia), poco a valle rispetto alla chiesetta di S. Maria Perlungo. Spostandoci più ad est, dobbiamo menzionare una valle dell'orco (val de l'orch), che confluisce nella valle del tàrten, di cui sopra abbiamo detto, e che rimanda ad una delle più classiche figure del terrore ("orco" da "ogre", "Ungaro" - con riferimento alle terribili razzie degli Ungari nel secolo X - o da "orcus", regno dei morti, le cui porte, rappresentate dalla bocca spalancata di mostri orrendi, si trovavavno nel profondo dei più oscuri baratri?).


Chiesa di San Giorgio a Montagna in Valtellina

Ancora più ad est, nel cuore della valle del Davaglione, si trova (anche se non è facile, in effetti, andarla a trovare) una roccia che cade a picco sul torrente, chiamata "ciàtta del melegàsc", legata ad una leggenda dal carattere chiaramente ammonitorio. Si racconta che una volta passò di lì un tale reduce da una notte di baldoria e bagordi, nel quale non aveva saputo tenere a freno i propri istinti. Pare che l'incauto privo del timor di Dio, giunto alla roccia, fu avvolto da un fuoco misterioso, che lo bruciò interamente, nel breve volgere di pochi istanti in cui può essere incenerito un pugno di paglia. Di lui non restò nulla, se non il ricordo, monito esplicito rivolto a tutti i crapuloni.
Dalla punizione divina a quella umana. Si sa che in passato le persone colpevoli di delitti particolarmente gravi venivano condannate a morte, mediante decapitazione, se nobili, oppure impiccagione. Sembra che il luogo delle esecuzioni mediante impiccagione fosse, in quel di Montagna, al piano, nei pressi dell'attuale confine fra i comuni di Sondrio e Montagna, là dove si trova ancora la cappelletta denominata "capitèl del bun consìgliu" (con involontaria ironia nei confronti di coloro che dei buoni consigli non avevano saputo far tesoro!) ed anche "capitèl de l'agnéda".


Alpe Mara

Ma per andare ad indagare la presenza più enigmatica nella Valle del Davaglione dobbiamo, d'un balzo, passare da un estremo all'altro, cioè dal piano al suo vertice, rappresentato dall'imponente Corna Mara. E' una presenza che incute un antichissimo e potente timore, una presenza appene rintracciabile sotto la scorza del toponimo "Mara" (riferito all'alpeggio ed alla cima che lo sovrasta). E' la presenza del drago, che forse, in un tempo remotissimo, spiccò qualche volta il volo nel cielo sopra Montagna. Così parrebbe, stando a quanto afferma Remo Bracchi, che, nell' "Inventario dei Topinimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - Montagna", fa presente che tale toponimo deriva dalla radice prelatina "mara", che ha generato nomi di diversi insetti con caratteristiche demoniache, e che si trova anche in voci europee che significano "incubo" ("nightmare", in inglese, "cauchmare", in francese, "mara" nell'alto tedesco).
Questa rapida carrellata sui misteri della Valle del Davaglione non può che concludersi con una proposta di camminata o di pedalata che, partendo da San Giovanni, ci permette di conoscerla più da vicino. San Giovanni può punto di passaggio per un facile anello di mountain-bike, con partenza ed arrivo dal centro di Montagna in Valtellina (o anche da Sondrio). Dal centro, infatti, possiamo salire, sulla sinistra verso Ca’ Paini e Ca’ Bongascia, raggiungendo, infine San Giovanni; proseguendo verso destra, possiamo, poi, attraversare, come già detto, il Davaglione, e cominciare la discesa che ci conduce alla strada Montagna-Mara, la quale ci riporta, dopo circa 14 km, al centro di Montagna.
Salendo verso San Giovanni, all'altezza del nucleo denominato Ca' Bongiascia, troveremo, sulla destra delle baite (est), presso una fontanella, la partenza del sentiero, segnalato, per il castello di Mancapane, anch'esso legato ad una leggenda, che però ha un fondo storico. La riporta Lina Rini Lombardini, nella raccolta "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Ramponi, Arti Grafiche, Sondrio, 1961, pg. 122). "Perché ebbe nome Mancapane, il piccolo castello poco sopra il formidabile di Grumello, pure dei Capitanei, divenuti ormai, da guelfi, ghibellini? Perché gli assalitori Comaschi, dopo aver ostruito la galleria sotterranea che li univa e aver distrutto Grumello, gli avevan posto lungo spietato assedio, e tutte le sue genti morirono di fame. Non resta di Grumello, tra il verde, che un tratto di muro merlato e, ricordo d'ore procellose, la pietra in cui sono scavate delle buche: «lì si fondevano le bombe di ferro»."


Val di Togno

ANELLO CARNALE-CROCE DI CARNALE-ALPE MARA-STODEGARDA-CARNALE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Carnale-Croce di Carnale-Alpe Mara-Stodegarda-Carnale
4 h
620
E
SINTESI. Saliamo da Sondrio a Montagna in Valtellina e di qui proseguiamo sulla carozzabile per i maggenghi, prendendo a sinistra al primo bivio e salendo verso San Giovanni. Proseguiamo sulla medesima strada che termina al maggengo di Carnale (m. 1250), dove parcheggiamo. Superiamo le ultime baite ed incontriamo il punto nel quale parte la pista tagliafuoco, tracciata di recente, che piega a destra ed effettua una traversata fino a Stogegarda. La seguiamo per breve tratto ma dopo uno slargo ed un accenno di curva a sinistra, nel punto in cui comincia a salire, vediamo, a sinistra, sul limite di uno splendido bosco di abeti rossi e larici, un accenno di pista che si restringe ed entra nel bosco, facendosi sentiero. Lo seguiamo salendo in pineta, verso nord-est, e fino alla radura della Crus, cioè alla Croce di Carnale (m. 1569). Il sentiero prosegue fino alla poco evidente sommità del Dosso della Foppa, a quota 1629. Dopo un tratto quasi pianeggiante, il sentiero, sempre sul filo del lungo dosso, riprende a salire, verso nord-est. Raggiungiamo, così, quota 1840, e troviamo un casello dell’acqua, in cemento. Qui giunge anche, dall’alpe Mara, un tratturo lo imbocchiamo (dir. est) lasciando il sentiero alla nostra sinistra, ci immettiamo nella pista e scendiamo verso destra all’alpe Mara (Arcino, m. 1740). Giunti a monte dei prati, invece di proseguire sulla carrozzabile, scendiamo a destra, passando, su sentiero, per i nuclei di baite di Mara bassa (m. 1680; si trovano, ben visibili, disposte sul lungo prato proprio a valle del parcheggio). Scendendo al nucleo più basso, verso destra, cerchiamo il sentiero che attraversa una breve fascia boscosa e porta alle baite di Stodegarda (m. 1583), poste nella parte alta di una lunga fascia di prati. Seguiamo ora il sentiero che si inoltra decisamente nel bosco, a destra (ovest), e che ci riporta sul filo del dosso di Carnale: ci ricongiungiamo con il sentiero percorso all'andata e ridiscendiamo a Carnale.

Se, invece, siamo a piedi, possiamo salire, seguendo la strada asfaltata, al bel maggengo di Carnale, che si trova a circa 1,5 km da San Giovanni, a quota 1220 metri, sul largo dosso che separa la media Valtellina dalla bassa Val di Togno. Una stradina in cemento porta alle case superiori di Carnale, dove parte il sentiero per la val di Togno, segnalato da un cartello e da qualche bollo giallo-viola. Da qui si può scorgere anche una parte del versante occidentale della Valmalenco, che include il monte Disgrazia. Il sentiero per la val di Togno è assai interessante: dopo aver guadagnato circa un centinaio di metri di quota, comincia ad abbassarsi gradualmente, tagliando un versante scosceso, fino al corpo di una frana, attraversato il quale raggiunge il fondovalle. Qui troviamo un ponte che ci permette di oltrepassare il torrente Antognasco e di raggiungere il rifugio Val di Togno, a 1317 metri.
A noi interessa, però, un secondo e meno conosciuto itinerario escursionistico. Proprio sul crinale del dosso troviamo, segnalato da un cartello, il sentiero che, salendo in un bosco di una bellezza incantata e fiabesca, porta alla Crus, cioè alla Croce di Carnale. Il sentiero è abbastanza ripido nel primo tratto, e risale una pineta dalla bellezza davvero fiabesca. Rimane, nella salita, sempre nei pressi del crinale del dosso e permette, in diversi punti, di godere ottimi squarci panoramici sulla catena orobica orientale. Sul sentiero troviamo, anche, una deviazione a destra (che ignoriamo) per i prati di Stodegarda.
La croce si trova in una panoramica radura, a quota 1569. Essa non è però posta sulla sommità del dosso: il sentiero prosegue fino alla poco evidente sommità del Dosso della Foppa, a quota 1629. Il cammino da Carnale alla sommità del dosso richiede circa un'ora di cammino, per superare circa 330 metri di dislivello.
Ma possiamo proseguire ancora: dopo un tratto quasi pianeggiante, il tracciato, sempre sul filo del lungo dosso, riprende a salire, in uno senario sempre incantevole, che regala, sulla nostra sinistra, anche suggestivi scorso sui Corni Bruciati ed il monte Disgrazia. Raggiungiamo, così, quota 1840, e troviamo un casello dell’acqua, in cemento. Qui giunge anche, dall’alpe Mara, un tratturo che è stato tracciato per consentire la raccolta della legna: possiamo utilizzarlo per lasciare il sentiero alla nostra sinistra e scendere verso destra all’alpe. Nel primo tratto di cammino, passiamo ai piedi di una specie di grande cimitero di alberi: il fianco del dosso alla nostra sinistra, infatti, che culmina con un gruppo di roccette a quota 2000, è costellato di moncherini d’albero, resti di un incendio che lo ha privato di un bellissimo bosco, conferendogli un aspetto un po’ sinistro ma suggestivo. Se, invece, guardiamo davanti a noi possiamo distinguere il grande Dosso Liscio, e, alla sua sinistra, la sella che lo separa dal più modesto Dosso Bruciato: si tratta di mete di ulteriori escursioni, facili ed estremamente panoramiche, che hanno come base l’alpe Mara.
Il tratturo conduce al primo tornante destrorso (per chi sale) della pista che dall’alpe Mara prosegue verso il grande e solitario edificio della casera dell’alpe (m. 1951), passa a valle di un casello dell’acqua (qui parte, sulla destra, il sentiero che raggiunge la bocchetta di Mara, a quota 2342, facile porta di accesso all’alta val Rogneda, sopra Tresivio) e termina al rifugio Gugiatti-Sertorellli, a 2137 metri. 
E’ interessante osservare che al rifugio si può giungere anche proseguendo la salita lungo il dosso che parte da Carnale, ed anzi si può andare anche oltre, fino ad una piccola croce in legno poco sotto un’evidente sella erbosa quotata m. 2289. Dalla sella possiamo, poi, scendere facilmente, sulla destra, alla bellissima Piana dei Cavalli (o Pian dei Cavalli), percorrendo la quale ci ritroviamo al limite del grande “gandon de Mara”, dove possiamo constatare che, con tutta probabilità, gran parte del tempo il diavolo dovette perderlo a cercare quale fosse effettivamente il più grande fra i massi che vi sono disseminati. Siamo proprio ai piedi della più celebre cima della zona, il Corno di Mara (o Corna Mara, m. 2807), non difficile da raggiungere. Il percorso di salita, però, non parte dalla piana, ma dalla sella di quota 2289: un sentierino poco evidente prosegue salendo sul filo del dosso, fino ad introdurre ad una grande conca disseminata di sfasciumi: tagliata la conca in diagonale, verso il vertice opposto a quello raggiunto, possiamo risalire, con un po’ di attenzione, un canalone che ci fa guadagnare il crinale. Un ultimo tratto verso destra ci porta all’asta metallica che segnala la cima.
Torniamo alla Piana dei Cavalli: la discesa all’alpe Mara (m. 1749) è assai facile, basta guadagnare, oltrepassando alcune baite, la pista che sale al rifugio Gugiatti-Sertorelli. Per tornare dall’alpe a San Giovanni possiamo sfruttare la tranquilla, ma un po’ monotona, carrozzabile che, oltrepassato il Davaglione da ovest ad est, passa a monte scende a Montagna, passa a monte dell’alpe Arcino (m. 1748) e scende alle baite del Dos de Agnisc (Onisco, m. 1515, a 9,3 km da Montagna) ed a quelle di Scessa (m. 1272), dove al fondo sterrato si sostituisce quello in asfalto. Nella prima parte della discesa possiamo anche sfruttare una bella mulattiera che scende più diretta nei boschi, tagliando in diversi punti la carrozzabile. Scendendo ancora, raggiungiamo la località Bèdola (m. 1030), dove, sulla destra, troviamo la deviazione per San Giovanni, cioè la strada asfaltata che porta al ponte sul Davaglione e di qui al punto di partenza dell’anello. L’anello San Giovanni-Carnale-Croce-Alpe Mara-San Giovanni richiede circa 4 ore e mezza di cammino, per superare 840 metri di dislivello in salita.
Nella discesa dall’alpe Mara a Bèdola troviamo due deviazioni segnalate, legate ad altre interessanti opportunità escursionistiche, fra le molte offerte dalla valle del Davaglione. Torniamo alla discesa dall’alpe Mara: oltrepassato il Davaglione, troviamo, sulla carrozzabile, alcune baite e, subito dopo, sulla sinistra, una pista che si stacca da quella principale, con un cartello di divieto di accesso per i non autorizzati. Un cartello segnala che si tratta della pista per Boirolo, dato ad un’ora e mezza di cammino (in realtà un’ora è sufficiente). Si tratta del bell’alpeggio che si stende sui prati sopra Tresivio, fra quota 1330 e 1600 circa.
La pista si addentra sul fianco occidentale della val Rogna, in uno scenario selvaggio e bellissimo, attraversando alcuni canaloni che però, in presenza di neve, sono a rischio di slavina. Superato, a 1735 metri, il più grande canalone, quello della valle del Solco, la pista si interrompe bruscamente, per lasciare il posto al vecchio sentiero Mara-Boirolo, segnalato da alcuni segnavia rosso-bianco-rossi. Questo, oltrepassati alcuni valloncelli, perde leggermente quota e si porta nel cuore della valle, dove un ponticello in legno, a quota 1670, permette di oltrepassare il torrente Rogna. Ci portiamo così sul lato orientale della valle, dove, con percorso più breve, il sentiero si affaccia alla parte alta dei prati di Boirolo, cominciando, nell’ultimo tratto, una decisa discesa. Uscito dal bosco, infatti, cala sulle baite più alte dell’alpe, poste sul suo limite occidentale (di destra, per chi scende), raggiungendole in corrispondenza di un casello dell’acqua. Si tratta di una bella traversata, che va messa in programma se si amano gli scenari solitari e selvaggi. 
Torniamo alla carrozzabile Mara-Montagna: scendendo ad Onisco, troviamo, ad un tornante sinistrorso (per chi scende), una seconda deviazione segnalata, sulla destra: si tratta della pista che porta agli alpeggi di Davaglione piano (m. 1405) e Stodegarda (m. 1583), che si stendono su bellissimi prati nel cuore della valle del Davaglione e rappresentano la meta di un’ulteriore variante escursionistica.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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