Prima che l’universale disincantamento riducesse ogni aspetto del mondo, agli occhi dell’uomo, a realtà disponibile, utilizzabile, manipolabile, esisteva, ben viva, la convinzione che vi fossero limiti oltre i quali l’uomo non potesse spingersi, regioni che gli era interdette, luoghi nei quali solo un empio avrebbe osato avventurarsi. Di questi luoghi esiste, ormai, più solo una sbiadita eco nelle leggende, di cui non è sempre chiara la radice ed il motivo ispiratore ultimo, ma che, nel loro significato complessivo, riescono ancora a parlarci.
L’intera dorsale che fascia, ad ovest, le splendide valli della Val Grosina, con un arco che va dal corno di Dosdè alla val Piana, sembra essere uno dei luoghi più densi di questo alone di leggenda e mistero. Lì l’uomo sembra atteso dall’incontro con i propri limiti, con il proprio limite. Oltre i limiti dell’umano sta il disumano, il mostruoso, con i suoi volti molteplici e spesso sorprendenti. Andando un po’ per categorie, potremmo iniziare con quella dello smisurato, dell’essere che ha sì fattezze umane, ma è smisurato nelle dimensioni, nel sapere, nelle capacità di fare il bene ed il male. Due leggende parlano di questi mostri: una si riferisce ad una mitica razza di giganti che abitava nella zona del corno di Dosdè, l’altra ai salvanchi che abitavano la zona del Sassalbo.


Corno di Dosdè

Viveva, un tempo, un giovane di stirpe divina, con i fratelli giganti, sulle più alte cime della Val Grosina, gustando, sereno, gli incantevoli scenari che questa valle offre. Ma un giorno, mentre contemplava le acque tranquille del lago Negro, vi scorse, specchiata, l’immagine di una bellissima ragazza, di cui subito si innamorò. Non fece però neppure in tempo a chiamarla, che questa si sottrasse subito al suo sguardo: di lei rimase, nel giovane, solo il vivido ricordo dei capelli azzurri e di due dolcissimi occhi che splendevano di riflessi viola. Non si diede però per vinto: ardendo d’amore, cominciò a percorrere, con i fratelli giganti, le cime della valle, ed oltre, per cercare di ritrovare quel volto che si era impresso nel suo cuore. Alla fine, quando ormai stava per disperare, gli fu recata la notizia che la giovane si chiamava Viola ed era figlia della regina che dimorava sulla più alta cima della zona, la cima Viola, non lontano dalle cime che lui stesso aveva eletto come propria dimora. Non perse tempo, e volò dalla regina, per chiedere la mano della figlia.
La risposta che ne ricevette, però, tu un secco rifiuto: la ragazza, disse infatti la regina, appartiene solo alla montagna, e non può essere di nessun altro, pena la rovina sua e del pretendente. Il giovane, tuttavia, era troppo innamorato per accettarla, e tentò di rapire Viola. Non appena le si avvicinò, la triste profezia della regina si avverò, e Viola sembrò svanire nel nulla. Di lei restarono solo i riflessi viola nella luce della sera, lo splendore del viso nella neve della cima, il sorriso cristallino nel torrente che scende nella valle che da lei prese il nome, la Val Viola. Il giovane, a sua volta, fu letteralmente impietrito per il dolore, e si trasformò nella roccia che sormonta la cima del corno di Dosdè. Unico e muto testimone della tragedia, il lago Negro, che non ospitò più nelle sue acque il volto gentile della fanciulla. Da allora racconta questa storia a tutti coloro che si siedono, per riposare, presso la sua riva, a condizione che vi sia silenzio fuori di loro, ma, soprattutto, dentro di loro.
Ben diversa dai colori romantici di questa leggenda è quella dei salvanchi del Sassalbo. Il Sassalbo (sasa bianca, m. 2841), è il monte che sovrasta, ad est, Poschiavo, ed è facilmente riconoscibile fra tutte le altre cime perché le rocce della sua parte sommitale, di natura calcarea, spiccano per il loro colore bianco, tanto da creare l'illusoria percezione, nella stagione estiva, di un innaturale innevamento. È legato ad un’antichissima leggenda che vuole questi luoghi popolati dai mitici salvanchi, uomini selvatici e giganteschi dalla natura singolare ed inquietante, una variante del mito dell’homo salvadego. Possedevano una prodigiosa abilità, che ne faceva esseri tutt'altro che rozzi e crudeli. Si narra che una volta, in particolare, i salvanchi, scesi dal Sassalbo, piombarono all'improvviso sui pascoli dell'alpe Sassiglione, dove i pastori erano intenti a fare il burro. Questi, ammutoliti e sgomenti, li videro appressarsi al loro latte ed al loro siero, con quel volto così inquietante che richiamava le fattezze dell'orso più che dell'uomo. Ma non volevano far razzia, né compiere opera alcuna di violenza: erano, anzi, allegri, si rivolgevano loro con frasi in una strana lingua, mai udita, ma con tono amichevole e scherzoso. I salvanchi, messa mano agli strumenti dell'arte casearia, portarono a compimento l'opera dei pastori e confezionarono un burro eccellente e squisito, compatto e dall'invitante colore biondiccio. Rivolsero, poi, la loro attenzione al siero, dal quale trassero, con una tecnica mai vista dai pastori, cera purissima, prodotto un tempo assai prezioso. Alla fine, improvvisi com'erano venuti, se ne andarono, cantando allegre canzoni con melodie strane e bizzarre. Quando i pastori si riebbero dalla sorpresa, tentarono, e lo fecero più e più volte, di ripetere le operazioni dei salvanchi, ma non riuscirono mai a confezionare un burro altrettanto squisito e, men che meno, a trarre dal siero la cera.
I salvanchi avevano, però, anche una fama sinistra, perché altri racconti li descrivono come esseri feroci, capaci, in qualche caso, di aggredire contadini e pastori ed anche di mangiarseli. Rappresentano, quindi, una delle manifestazioni più tipiche dell’orrore, il mostruoso che divora l’uomo. Fa riflettere anche un’osservazione toponomastica. Appena a nord della cima dei Rossi (cima di Ross), che segue immediatamente il Sassalbo, procedendo sul crinale verso nord, si trova una bocchetta alta che ha l’eloquente quanto sinistra denominazione di “buchéta di òs del mort”, cioè bocchetta delle ossa del morto, vicina ad una seconda bocchetta chiamata “buchéta de l’ors”. Ora, di quale morto si tratta? Una vittima degli orsi che ormai da un secolo sono scomparsi dai monti di Valtellina? Oppure una vittima dei salvanchi?
Una seconda categoria del mostruoso è l’animale-mostro. Il drago, in particolare, riassume in sé tutte le caratteristiche del grandioso e del terrificante. Ebbene, a poca distanza dal Sassalbo, verso sud-est, nel circo terminale della Val Malgina, nascosto, però, in una splendida conca glaciale che lo sottrae agli occhi di chi non sappia esattamente come scovarlo, sta un laghetto chiamato lago del Drago (lèch dal drèch). Visto dall’alto, mostra un aspetto che giustifica la denominazione. Pare proprio, infatti, un occhio di drago. E l’occhio non è solamente un aspetto del drago, ma ne è l’essenza. Drago, dal greco “dràkon”, è, infatti, l’animale che fissa lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza. Per questo molto spesso è l’animale che viene posto a vegliare tesori. Le Alpi sono state sempre considerate dimora prediletta dei draghi: lo attesta anche l’illustre dottore della Chiesa, S. Agostino d’Ippona. Fino a tutto il settecento era vivissima la convinzione che questi abitassero le cime più alte, considerate inaccessibili, ma potessero anche, in questo o quel luogo, infestare passi e valichi. Perfino uno studioso metodico e scrupoloso come il naturalista Johannes Jacob Scheuchzer (Zurigo, 1672-1733), che per primo esplorò le Alpi con l’intenzione di descriverne sistematicamente gli aspetti meteorologici, geologici, mineralogici, botanici e zoologici (scoprì, fra l’altro, una campanula che in suo onore viene chiamata campanula di Scheuchzer) e raccolse i resoconti di nove grandi viaggi di studio nell’opera “Itinera alpina”, riporta, in alcuni capitoli della sua opera, prove dell’esistenza dei draghi. Secondo lui questi animali rappresentano una sorta di variante di dimensioni maggiori dei serpenti, dai quali si differenziano per i seguenti particolari: sono più grandi e dotati, spesso, di barba e baffi, sono rivestiti di una pelle squamosa di colore nero o grigio, emettono un lugubre e tremendo fischio, simile ad un forte sibilo e si nutrono prevalentemente di uccelli che predano, in volo, aspirandoli nelle loro fauci, dall’apertura enorme ed dotate di triplice ordine di denti. Basandosi sulle testimonianze raccolte, giudicate serissime ed attendibili, con il rigore del naturalista classifica 11 diverse specie di drago; fra queste, il drago alato, una sorta di grande serpente che sputa fiamme dalle fauci ed è dotato di ali membranose simili a quelle del pipistrello; il drago dalla lingua bifida, che emette un alito pestilenziale in grado di accecare gli sventurati che vi si imbattono; il drago con corpo di serpente e testa di gatto; i draghi senza ali, di incerta classificazione: forse costituiscono il genere femminile della specie dei draghi. Prima di squadernare il consueto sorriso scettico, dunque, dovremmo andare quantomeno un po’ cauti.


Lago del Drago

Ma se quello che abbiamo davanti a noi è l’occhio del drago, dov’è il drago vero e proprio? Che fine a fatto? Impossibile dirlo. Forse si trattava di un drago parente stretto del famoso drago di cui parla una leggenda, il drago della vicina Val Piana, diciamo un paio di chilometri o poco più in linea d’aria dal laghetto, a sud-est. Forse addirittura si tratta dello stesso drago che, cacciato dalla Val Piana, venne a morire qui. Ma ecco la leggenda. Un tempo l’alpe Piana era ricca di armenti e pastori. La sua condizione florida e felice venne, però, compromessa dall’apparizione, improvvisa e terribile, di un dragone mostruoso, come non se n’era mai visto uno fra le montagne della Valtellina: aveva tre teste, dalle quali sputava fiamme. Venne, non si sa da dove, ed i pastori fuggirono tutti, terrorizzati, lasciando che facesse a pezzi le mandrie. L’alpe divenne, quindi, un luogo deserto, nel quale nessuno osava più avventurarsi. Tennero consiglio, dunque, gli abitanti di Grosio e Grosotto, vincendo la fiera rivalità che li divideva, ma non riuscirono ad accordarsi. Poi, finalmente, si raccolsero, a fatica, le risorse per pagare un esercito da scagliare contro il drago, ma fra la schiera di armati, durante la marcia, non si sa bene come e perché, scoppiarono liti e risse, ed i valorosi guerrieri si dispersero, portandosi via il compenso già intascato. Venne, quindi, anche lui da un luogo ignoto, un giovane biondo, bello, forte e coraggioso, che, conosciuto il flagello dell’alpe Piana, si offrì di sconfiggere il mostro. Anche a lui Grosini e Grosottini versarono oro e gioielli, convinti che quel cavaliere così fiero e nobile d’aspetto avrebbe portato a compimento l’impresa. Invece sparì pure lui, e con lui oro e gioielli.
La gente cominciò a sospettare della faccenda e decise di non pagare più alcun cialtrone, ma di ingrassare un toro possente, per scagliarlo poi contro il drago. Così fecero, ed il toro, che aveva raggiunto una mole enorme, venne portato all’imbocco della valle, perché sconfiggesse quell’essere mostruoso. Ma, invece di scagliarsi contro di lui, il toro gli si rivolse con queste parole: “Io sono una bestia come te, e mi mandano a morire: non uccidere me, ma prenditela con quelli che si sono arricchiti approfittando della tua presenza”. Non si sa come, né perché, ma la storia finì così: il toro tornò indietro illeso, il drago sparì, così come era venuto, all’improvviso e senza lasciar tracce, e di lui rimase solo il ricordo che venne tramandano dai pastori che ripopolarono l’alpe.
La terza categoria del mostruoso è il luogo desolato, remoto, privo di punti di riferimento, che disorienta l’uomo e lo consegna al più radicale spaesamento. Ed anche in questo caso ve n’è uno proprio qui, si tratta della cima chiamata Sasso dell’Uomo, o Ometto (om, m. 2789), elevazione  secondaria compresa fra il passo di Pedruna (buchéta di costi del fèr), a sud, ed il possente pizzo sassiglione (piz de sasilón), a nord. La spiegazione del nome è legata ad una leggenda che rimanda proprio al tema principale che sembra riassumere le molteplici manifestazioni dell’immaginario in questo comprensorio, il tema della consapevolezza dei propri limiti e dei pericoli connessi con il suo smarrimento.
Ebbene, viveva un tempo a Grosio un uomo che tale consapevolezza aveva interamente smarrito. Il suo nome era Michelozzo, signore di Grosio, uomo di rara presuntuoso. Credeva di essere invincibile, di sapersi trarre da ogni impaccio, e se ne stava così, pieno di sé, nel suo castello. Una sera dimenticò di dire le preghiere, ed il diavolo piombò nella sua camera, nella torre del castello, portandoselo via, in un vorticoso viaggio aereo nelle tenebre profonde. Poi venne il momento di lasciarlo, perché la notte volgeva al termine. ma prima di farlo, il diavolo gli rivolse queste parole beffarde: "Prova, ora, tu che credi di poter tutto, a tornare al tuo castello. Provaci, ometto!"


Val Piana

Michelozzo, senza sapere come, si ritrovò in cima ad un monte che precipita a picco sulla Val di Poschiavo. Non sapeva dove fosse, né come tornare alla propria dimora. Capì, allora, quanto fosse debole, e bisognoso d'aiuto. Così, con umiltà, pregò i Santi che lo aiutassero. Venne S. Michele, e Michelozzo cadde ai suoi piedi, ringraziandolo. Il santo lo riportò a volo al suo castello. Aveva capito la lezione: l'uomo che confida solo nelle sue forze è uno sciocco. Da allora divenne saggio ed umile, mentre la cima che gli aveva fatto vivere l’esperienza del più profondo disorientamento venne chiamata “Ometto”, quasi a ricordare che ogni uomo, in fondo, è ometto.
Terminata questa carrellata di luoghi dove l’uomo è atteso dai suoi limiti, scendiamo più in basso, nella dimensione di cui l’uomo si sente pienamente signore, all’alpeggio di Malghera, che è un po’ il baricentro di questo comprensorio. Anche qui, però, esistono situazioni nelle quali l’uomo trema, avvertendo tutta la sua fragilità. Lo scatenarsi degli elementi, con quella furia cieca che può travolgere tutto.
Proprio a metà del Settecento sperimentò questa terribile esperienza un mite pastorello di Malghera, sopreso da una violenta burrasca estiva in aperto alpeggio. Si riparò alla bell’e meglio presso una roccia, ma tremava come una foglia, per il freddo e per la paura suscitata in lui dal rimbombo squassante dei tuoni, dal sibilare furioso del vento, dall’ingrossarsi di rivi sempre più minacciosi e scuri. Proprio quando sembrava lì lì per morire di paura, ecco una luce, non luce di lampo, ma luce che avvolgeva una figura soave: su un cuscino di muschio, in cima alla roccia, gli apparve la Madonna, che lo rassicurò e stese la sua mano protettiva su di lui. Si placarono gli elementi, cessò ogni timore. Quando il pastorello corse a Malghera per raccontare l’accaduto, nessuno dubitò di lui, perché se ne conosceva l’animo sincero e candido. Si gridò al miracolo, che da allora è noto come miracolo della Madonna del Muschio o della Misericordia. Per celebrarne il ricordo fu edificata dapprima, nel 1836, una cappella, addossata alla roccia dell’apparizione, poi, nel 1888 una chiesa, cui fu aggiunto nel 1910 uno splendido campanile e che venne eretta nel 1940, dal vescovo di Como mons. Macchi, a santuario.
Infine, consegnamoci interamente all’umano, con una leggenda che ha i colori di una delle più tipiche vicende umane. Ne è protagonista Beppe, un giovanotto con la testa a posto, fidanzato con una ragazza di specchiata onestà e di nome Giulia. Sua madre lo aveva cresciuto con sani principi, e, finché era rimasta in vita, gli aveva raccomandato di pregare con devozione la Madonna, recitando il rosario, soprattutto nella festa della Madonna del Mischio, che si celebrava la prima domenica di agosto. E proprio agli inizi del mese di agosto accaddero gli eventi narrati dalla leggenda. Beppe, conducendo al pascolo le sue capre, durante un assolato pomeriggio, vide splendere qualcosa in alto, sulla cime di un crap. Fu preso dalla curiosità: forse era una pietra preziosa, forse era dell’oro. Con qualche passo di arrampicata si avvicinò alla sommità del crap. Non vide né pietre, né gioielli, ma una splendida ragazza, che gli sorrideva amabilmente.
Rimase stupito, quasi impaurito, ridiscese al limite dei pascoli, guardò ancora in alto: più niente. Per il restò della giornata rimuginò sull’accaduto. Del resto nelle lunghe giornate d’estate la noia regna sovrana nell’alpeggio, ed uno ha tutto il tempo che vuole per pensare, anche troppo. Nel suo cuore alla paura subentrò, pian piano, un sentimento strano. Certo che la ragazza era bellissima. E cosa voleva dire quello sguardo? Non sarebbe stato meglio rimanere? Che so, per fare due parole. Almeno per chiedere il suo nome. Anche solo per buona educazione: non sta bene andarsene via, così. Ma no, forse era meglio lasciar stare. Cosa avrebbe pensato Giulia di un’amena conversazione con quella sconosciuta? Combattuto fra questi pensieri, passò l’intera notte. Venne la mattina, la mattina del sabato che precedeva la festa della Madonna del Muschio. Beppe si alzò ancor prima del solito. Alla fine le sue gambe decisero per lui. Sul far del giorno fu ai piedi del crap. Ma della ragazza, neppure l’ombra. Salì, il sole, nel cielo, scaldò l’alpeggio per tutta la lunga mattinata, e venne mezzogiorno, e venne pomeriggio: Beppe se ne stava ancora lì, tenace, come il calone che ti attanaglia nelle interminabili giornate estive. Ed alla fine la sua tenacia fu premiata.
Nell’ora più calda del giorno, ecco di nuovo il bagliore. Beppe salì, rapido, fra le roccette, e di nuovo fu in cima al crap. Di nuovo vide la ragazza, che gli parve ancora più bella. Non riusciva a respirare per l’emozione. Avrebbe voluto dire mille cose, ma dalla bocca non uscì alcuna parola. Fu lei, invece, a parlare, con una voce dolcissima, scadenza, quale non aveva mai sentito prima. “Seguimi”, gli disse, e prese a salire, sul crinale del monte. Beppe non se lo fece dire due volte. Del resto, da buon pastore, era abituato al terreno impervio dei crinali: quante volte aveva dovuto affrontare passi rischiosi per recuperare le capre “incrapelate”, cioè intrappolate fra le rocce. Ma nella sua testa le capre, in quel momento, non c’erano proprio. C’era solo una gran confusione, una grande emozione.
Così, quando alzò gli occhi, e passò un po’ di tempo prima che osasse farlo, per incrociare ancora quello sguardo dolcissimo, fu come una doccia fredda quel che vide: la ragazza non aveva piedi, ma zampe di capra. Si bloccò di colpo, capì, rabbrividì: non si trattava di un’angelica fanciulla, ma di una maga, una maliarda, una strega. Esseri di quel genere, quante volte glie l’avevano raccontato, si nascondono dietro le fattezze più leggiadre. Le gambe gli tremavano tanto da rendergli impossibile la discesa. Era terrorizzato: se la maga si fosse accorda che l’aveva scoperta, avrebbe sicuramente deposto l’apparenza fallace, avrebbe mostrato il suo volto repellente, chissà quale stregoneria gli avrebbe scagliato contro. Non sapendo che fare, implorò, in lacrime, la madre, perché, dall’aldilà, lo proteggesse.


Malghera

Come nel più bizzarro dei sogni, ecco che, d'improvviso, dal crinale del monte si ritrovò nella sua camera, steso sul letto. Era il tramonto. La madre stava, con il suo sguardo severo e dolce insieme, accanto al suo letto. La vide, udì le sue parole: “Recita il rosario, Beppe, recita il rosario, il rosario per la Madonna della Misericordia”. Non vide altro, non udì altre parole. Prese la corona fra le mani e cominciò a recitare le avemarie, arrossendo per la vergogna: come aveva potuto essere così stolto? Come aveva potuto mancare di rispetto alla sua Giulia? Il sonno lo sorprese con le dita serrate attorno ai grani della corona.
Venne, infine, anche la domenica. Con la domenica, venne una gran folla da Grosio, per la festa della Madonna della Val di Sacco. E venne anche Giulia, che gli sorrise, di lontano. La vide, ed a quel sorriso il dolore per il rimorso parve scomparire. La prese sotto braccio ed insieme si recarono alla messa. Questa è la storia di Beppe, della sua Giulia e della misteriosa maga del Crap che, dicono, non abbia cessato di comparire negli assolati pomeriggi estivi per irretire qualche altro pastore, confidando nella stoltezza e nella noia, che, da sempre, arrecano i più grandi danni agli uomini.  

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