Ecco uno dei molti capitoli della plurisecolare lotta fra uomini e streghe. La racconta Renzo Passerini, nel numero di luglio 1994 del Gazetin.
La cornice è la val Viaga, un ripido vallone che, poco a monte rispetto ad Albaredo, precipita, nell’ultimo tratto quasi verticalmente, nelle oscure forre del Bitto. La via Priula la attraversa con un ponte, e ad Albaredo si diceva che un masso fatto rotolare da qui sarebbe finito nel Bitto, oltre 500 metri più in basso.
Ma la val Viaga non era famosa per questo, bensì per un diverso e più inquietante motivo: da sempre, a memoria di contadino, era infestata da streghe particolarmente bisbetiche e petulanti, che traevano un particolare piacere a terrorizzare i viandanti, a combinare scherzi che, possiamo ben immaginarlo, erano sempre di pessimo gusto; ma non si limitavano a questo, poiché giungevano a minacciare anche la salute delle bestie e l’abbondanza dei raccolti. Un vero peso per la vita già faticosa dei poveri contadini, che ne avrebbero fatto volentieri a meno.
Ecco che, nel 1721, un tal Togn (cioè Antonio) di Albaredo ebbe la bella idea di far costruire, nei pressi del ponte sul canalone della valle (il canàa de Viaga), una cappelletta (gesöo, con voce dialettale) dedicata alla Madonna, con l’intento di tener lontane le pestifere megere da quella via, così importante per i contadini che dovevano salire ai monti, così come ai mercanti, che passavano dalla valle di Bitto di Albaredo alla bergamasca per il passo di San Marco.
Colse nel segno, e le maliarde accusarono il colpo: l’odore di santità che promanava da quella sacra edicola le costringeva a starsene alla larga. Ma non si diedero per vinte: meditavano un’atroce vendetta, ed alla fine la loro mente contorta e perversa la partorì. In una notte di sabba, oscura, tremenda, senza luna, con l’aiuto del loro signore, il diavolo, posero un grande masso proprio sopra la cappelletta, a strapiombo sulla mulattiera. Il masso era sì saldato alla parete di roccia che fiancheggiava la mulattiera, ma il suo equilibrio appariva quantomeno precario.
Il mattino successivo il primo contadino che passò di lì rimase esterrefatto: quel masso strapiombante non prometteva proprio nulla di buono, sembrava proprio lì lì per cadere sulla mulattiera. Tornò, quindi, ad Albaredo per informare la gente del paese, che accorse, curiosa, timorosa, interdetta.
Alla fine uno di coloro che erano saliti per vedere quell’inquietante masso, un tipo cui non difettavano coraggio e spavalderia, tagliò corto e se ne uscì con questa frase, con un tono che non lasciava spazio a repliche: “Ma quale prodigio e prodigio! Comunque sia arrivato fin qui, quel masso, non potrà certo saltar giù dalla roccia. Di cosa dobbiamo aver paura? Voi fate come credete, ma io certo non mi farò alcun problema a passare. Figuriamoci se adesso dobbiamo star qui a tremare per un grosso sasso!”
Alle sue parole seguì qualcosa di davvero stupefacente: il masso, come se fosse rimasto offeso da quella tracotanza, cominciò ad oscillare. Tutti rimasero paralizzati dalla paura. Solo il più audace, ormai troppo compromesso per tirarsi indietro senza perdere la faccia, fece qualche passo avanti, come se volesse oltrepassare il masso e proseguire sulla mulattiera. Appena questi giunse, però, sulla verticale del masso, accadde qualcosa di ancor più incredibile ed orribile: il masso si staccò dalla parete di roccia e gli piombò addosso, schiacciandolo.
Con grida di raccapriccio i presenti si diedero alla fuga. Passarono giorni prima che qualcuno osasse tornare sul luogo, e, cosa prodigiosa, del malcapitato contadino, vittima del masso, non c’era traccia. Il masso, dal canto suo, se ne stava esattamente là dove era comparso, come se fosse tornato, non si sa come, al suo posto. I contadini, però, lo sapevano bene come tutto ciò era potuto accadere: c’erano dietro quelle disgraziate di streghe della val Viaga, e magari la mano dello stesso demonio.
Era un gran bel guaio. Quella via era un passaggio obbligato per chi doveva salire ai maggenghi di Egul (Egolo), Gradesc e Corte Grande (Curt Granda), ed agli alpeggi di Baitridana e Piazza. Qualcuno, spinto dal bisogno, tentò di farlo, ma ogni volta la cosa finì in tragedia, perché il masso prese ad oscillare per poi precipitare infallibilmente sul capo del disgraziato.
Come fare? Se la Madonna aveva fatto la prima grazia cacciando, dopo la costruzione della cappelletta, le streghe della val Viaga, solo lei poteva fare la seconda grazia, ponendo fine alla maledizione del masso. Ma dove pregare per questa grazia, se non alla chiesetta della Madonna delle Grazie, al dosso Chierico? Così pensò un tal mandriano, che, armato di fede e determinazione, si recò proprio là, ritirandosi in preghiera.
Quando uscì dalla chiesetta, sapeva cosa fare. Chiese ai contadini di una baita vicina un pezzo di burro fresco (panèt), che immerse nell’acqua benedetta della chiesetta, recitando un’Ave Maria. Si incamminò, poi, alla volta del masso maledetto. Quando giunse nei suoi pressi, si ripeté la solita scena sinistra, il masso cominciò ad oscillare.
Il mandriano non si perse d’animo, e pose il burro proprio alla sua base. E fu grazia per la seconda volta: il masso si fermò, d’improvviso, e non fu mai più visto oscillare. Il burro si era fatto roccia, lo aveva rinserrato definitivamente al corpo della roccia della montagna. La maledizione era terminata.
Da allora chiunque passi di qui recita un’Ave Maria, che è insieme un ringraziamento ed una richiesta di protezione, un’Ave Maria perché il masso non venga più via. Possiamo andarlo a vedere anche noi: dalla piazza di Albaredo percorriamo la via San Marco, fino ad intercettare la provinciale per il passo di San Marco. Pochi metri oltre, vedremo, sulla sinistra, la partenza della via Priula (in questo tratto denominata “grisciùn”). Dopo aver intercettato una pista più a monte, proseguiamo verso destra, ed in breve eccoci alla cappelletta ed al masso che incombe sulla via. È ancora lì. Ben saldato alla roccia.
E le streghe della val Viaga? Non hanno più dato segno di vita. Che stiano meditando una nuova controffensiva?

 

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