Anche coloro che giù ben conoscono il fascino del granito del gruppo del Masino apprezzeranno questa proposta di anello in 5 giorni (o 4 per grandi camminatori, unendo il primo e secondo giorno) che tocca le tre grandi valli del granito, Val Masino, Val Codera e Val dei Ratti. Con buone condizioni meteorologiche, di visibilità e di terreno l'anello non mancherà di regalare la più ampia soddisfazione anche agli escursionisti più esigenti, toccando luoghi tanto belli quanto poco noti.

ANELLO MASINO-CODERA-RATTI - PRIMO GIORNO - BAGNI DI MASINO-RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Rif. Omio
2 h e 30 min.
930
E
SINTESI. All'altezza di Ardenno, dopo il ponte degli archi, ci stacchiamo dalla ss 38 sulla sinistra (per chi proviene da Milano) e saliamo in Val Masino. Superate Cataeggio, Filorera e S. Martino, saliamo fino al termine della provinciale, raggiungendo i Bagni di Masino (m. 1172). Dopo aver parcheggiato nel parcheggio interno, a pagamento, ci incamminiamo lungo il sentiero che parte nei pressi dell’edificio dei Bagni di Masino; ignorata la deviazione a destra, segnalata, per la Gianetti, superiamo, su un ponticello, il torrente, e puntiamo in direzione del bosco, dove, ignorato il sentiero che procede diritto, prendiamo la mulattiera segnalata che sale verso destra ed inizia la salita, con una pendenza sempre piuttosto impegnativa, verso nord-ovest e nord, in una faggeta, dalla quale usciamo al bel poggio del pian del Fango (m. 1590). Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita verso ovest, in una fresca pecceta, fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. Oltrepassata una fascia di enormi massi, pieghiamo a sinistra, attraversiamo un torrentello e cominciamo a risalire, verso ovest, fra balze e lastroni. La traccia di sentiero, segnalata dai segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, che porta al rifugio Omio (m. 2100).


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

La prima tapa dell'anello prevede la salita dai Bagni del Masino al rifugio Omio.
Per raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza di Ardenno: oltrepassate Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), la strada risale la bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente Màsino (punt dai bàgn), oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare a pagamento, in un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare parcheggio altrove).

Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni (i bàgn véc'), costruito nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni (l’albergo nöf dei bagn), unito al vecchio edificio da una passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto, sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). A nord, invece, si trova la valle più ampia e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo (val do porsceléc'). Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e Fiorelli, sulla costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè la val Ligoncio).
Esiste una consolidata tradizione secondo la quale proprio da qui deve iniziare la stagione escursionisticadegli amanti di questi scenari di incomparabile bellezza: la salita alla capanna Omio è, infatti, la meno faticosa delle tre escursioni che hanno come meta i più famosi rifugi di val Màsino (i rimanenti due sono la capanna Gianetti ed i rifugi Allievi-Bonacossa). Ciascuno si regoli come meglio crede. Se non vogliamo discostarci da questa norma, incamminiamoci lungo il sentiero che, ignorata la deviazione segnalata per la Gianetti (presso la quale, sulla sinistra, su un enorme abete, si vede ancora il cartello con una vecchia indicazione per i rifugi Omio e Gianetti, che dà il primo ad una quota di 2003 metri, sottostimata di un centinaio di metri), supera su un ponticello il torrente (punt da sgèra), punta in direzione del bosco, attraversando una fascia di pascoli e ghiaione chiamata "èl chignö". Prima di raggiungere il margine del bosco, possiamo piegare a destra, seguendo un sentierino che, dopo pochi metri, ci porta ad una bella cascata del torrente che scende dalla Val Porcellizzo (il fiöm da porsceléc').
Tornati sui nostri passi, ci portiamo all'ingresso del bosco, dove troviamo subito un bivio: il sentiero che prosegue diritto è il senté dò ligunc', mentre quello, più largo, che piega a destra è il senté dè l'òr. Seguendo le indicazioni per il rifugio Omio, prendiamo a destra. Iniziamo, così, a salire con una pendenza sempre piuttosto impegnativa, nella cornice di una splendida faggeta. Sotto i nostri piedi sfilano gli innumerevoli massi affioranti, levigati per il passaggio di tanti alpigiani ed escursionisti. Una curiosità geologica: non si tratta, è facile accorgersene, del granito, signore del gruppo del Masino, ma del serpentino, che in questo angolo della valle fa, si può ben dirlo, da intruso inatteso. Stiamo risalendo il fianco settentrionale della valle, ed usciamo ad una prima più modesta radura, per poi raggiungere, ignorate alcune deviazioni a destra, dopo circa tre quarti d’ora di cammino, il bel poggio costituito dal pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590). Questa radura acquitrinosa costituisce non solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto un ottimo osservatorio sull'angolo meridionale dell'anfitreatro dell'Oro (Val Ligoncio), alla nostra sinistra, ma anche sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo, della quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile (badì) e Cengalo (cìngol, dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia) in evidenza.


Salendo in Valle dell'Oro

Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita in una fresca pecceta, fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. All'uscita dal bosco, che è denominato, nell'ultima parte, il "làres", troviamo, sulla sinistra, una deviazione che scende ad una costruzione ricavata sotto un enorme macigno (caduto nel 1963 dal versante alla nostra destra, che separa i pascoli dell'Oro dalla Sceroia), la "casèra de l'òr". Dobbiamo, quindi, superare una breve fascia costituita da enormi massi, sotto il più grande dei quali osserviamo un ricovero per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti della già citata frana ciclopica che scese, nel 1963, dalla costiera che separa l'alpe dell'Oro dall'alpe Sceroia (Val Porcellizzo) e che uccise un pastore e molti capi di bestiame.
Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Ecco come ne descrive, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, la tempra e le durissime condizioni di vita (riferite alla fine degli anni cinquanta del novecento) lo storico Giustino Fortunato Orsini: "Questi, imperterriti e saldi come la roccia del monte, in mezzo alla tormenta e sotto l'imperversare delle saette e di furiosi temporali, sulle alpi più impervie ancora affrontano le più dure fatiche del pastore, in una vita primitiva, tutta rinunce e privazioni. La sporgenza di un roccione sostituisce spesso la baita regolare; per altro lo stare fradici di pioggia per una settimana, o bruciati dal sole per l'intera giornata è cosa da nulla per questi mirabili eroi della montagna, ai quali un lacero boricco basta come riparo dal gelo."
Vale la pena di leggere anche quanto annota Dario Benetti, in "I pascoli e gli insediamenti di alta quota" (articolo di "Sondrio e il suo territorio", pubblicato da Intesa BCI nel 2001): "L'alpe dell'Oro in alta Val Masino evidenzia i caratteri arcaici di una vallata che non aveva sbocchi significativi dal punto di vista delle vie commerciali: tipico di questa valle è il camer, una casera che utilizza un enorme masso come copertura".
L'alpe dell'Oro, peraltro, è, dopo quelle del Porcellizzo e del Ferro, la più ricca della Val Masino: possesso del comune di Cino, permetteva di caricare 110 capi di bestiame. La gemella alpe del Ligoncio, sul medesimo circo glaciale, ma più a sud (sinistra), proprietà di alcune famiglie di Roncaglia, permetteva di caricare anch'essa 110 capi di bestiame.
Oltre i massi, attraversiamo un torrentello ecominciamo a risalire le ampie balze che ci separano dal rifugio. I caratteristici dossi erbosi che stiamo risalendo, per la loro forma a schiena di cavallo, sono denominati "cavài". La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire. La capanna è là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente ristorarci e riposarci al rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio).

Rifugio Omio

Il rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio) venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi edintitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime morte assiderate nella tragica discesa dalla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 16 settembre 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio del rifugio fu, poi, incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane; venne, infine, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997. Si trova nel cuore della Valle dell'Oro. Con la denominazione di Valle dell’Oro (val dè l'òr) ci si riferisce solitamente al grande anfiteatro che si apre allo sguardo di chi raggiunge i Bagni di Màsino, e che comprende, nella parte settentrionale (di destra) la Valle dell’Oro propriamente detta (munt dè l'òr), in quella meridionale (di sinistra) la val Ligoncio (munt dò ligùnc'). Il termine non si riferisce al prezioso metallo, ma alla radice "ör", che significa "orlo", cioè terrazzo o anche limite dei pascoli che si affaccia su un dirupo. Suggestivo e particolare è il panorama di cui si gode dal rifugio. Volgiamo le spalle alla capanna: davanti a noi, guardando verso nord-est, appena a destra della costiera del Barbacan, occhieggia una serie di cime che quasi fanno a gara per conquistarsi un posto sul palcoscenico del panorama. Il pizzo del Ferro occidentale, innanzitutto, e poi la severa costiera che chiude ad est la Val Porcellizzo, dal pizzo Porcellizzo alla cima del Cavalcorto (cavalcùrt); segue, in secondo piano, il monte Disgrazia (desgràzia) ed i Corni bruciati, che sbucano appena dalla costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Val di Mello (val da mèl) e Valle di Preda Rossa (val da préda ròsa). In basso, invece, ad est, il panorama sulla valle dei Bagni è ampio e suggestivo. Volgendo lo sguardo ancor più a destra, superato un breve spicchio della catena orobica centrale, possiamo passare in rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo ben più severo ed arcigno. Fanno eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2350) e Fiorelli (dedicata alla guida Giovanni Fiorelli, che per prima, con il cliente C. Savonitto, la salì nel 1901; m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio, scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del Calvo (o monte Spluga, sciöma del munt splüga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio, il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio (ligùnc'), la più alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"; detta anche val Spazza, o ancora Spassato, laterale della val Codera).
Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge (m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc"). A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano (m. 2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), che dall’omonima cima (sciöma dò barbacàn, m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro, di Averta - dal dialettale "avert", cioè aperto - e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497), che appare un ardito torrione, visto dai Bagni, mentre da qui non si distingue neppure dal corpo della costiera.


Apri qui una panoramica dal rifugio Omio

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ANELLO MASINO-CODERA-RATTI - SECONDO GIORNO - RIFUGIO OMIO-RIFUGIO BRASCA PER IL PASSO DELL'ORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo dell'Oro-Rif. Brasca
4 h e 30 min.
430
E

Una variante interessante della traversata Omio-Brasca (sopra descritta per il passo Ligoncio) è quella che sfrutta il passo dell'Oro e la Valle d'Averta. Se vogliamo effettuarla, dobbiamo seguire per un buon tratto il già descritto Sentiero Risari, dal rifugio Omio in direzione del passo del Barbacan nord-ovest.
Dopo una lunga traversata, con qualche saliscendi, incontriamo, su un masso, la segnalazione per la deviazione che si stacca sulla sinistra e sale facilmente al passo dell’Oro (pas dè l'òr), gentile sella erbosa posta a quota 2526, che immette su un più severo canalone (innevato anche a stagione avanzata) il quale, a sua volta, permette di scendere in alta valle d’Averta (laterale della val Codera; da qui si può scendere, intercettando il Sentiero Roma (senté róma) che sale verso il passo del Barbacan settentrionale, al rifugio Brasca).

Lasciato il sentiero Risari, prendiamo a sinistra, salendo in direzione del ben visibile valico (si tratta della più corta sella erbosa, a sinistra di una seconda più ampia ed invitante; fra le due selle, la celebre ed affilata lama della Punta Milano). Senza patemi d'animo, vinciamo anche l'ultimo ripido versante erboso, sfruttando un sentiero ben marcato, e ci affacciamo all'alta Valle d'Averta. Sul versante opposto, un ripido canalone scende al circo dell'alta valle. Talora troviamo neve anche a stagione avanzata, ed i ramponi si impongono.

Il passo dell'Oro

Raggiunto un terreno più tranquillo, seguiamo i segnavia, scendendo in diagonale verso destra, fino ad intercettare, a quota 2140 m., il Sentiero Roma, che sale dalla valle in direzione del passo del Barbacan nord-ovest. Seguendo i segnavia del sentiero in discesa, raggiungiamo l'alpe d'Averta (m. 1957) e qui pieghiamo a sinistra, superando due corsi d'acqua. Entriamo poi nel bosco e, seguendo i segnavia, scendiamo su buon sentiero supetrando tre valloni principali ed uscendone all'alpe Coeder, nei cui pressi si trova il rifugio Brasca.


Valle dell'Averta vista dal passo dell'Oro


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Alpe Averta

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.

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ANELLO MASINO-CODERA-RATTI - TERZO GIORNO - DAL RIF. BRASCA AL BIVACCO CASORATE-SEMPIONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Brasca-Codera-Mottala-In cima al Bosco-Alpe Ladrogno-Bivacco Casorate-Sempione
6 h
1080
EE
SINTESI. Percorsa la piana antistante il rifugio Brasca (m. 1300) entriamo nella pineta e proseguiamo sulla pista che passa per la piana di Bresciadega (m. 1214), dove si trova il rifugio omonimo. La pista rientra in pineta passando per Stoppadura. Poco oltre la lasciamo prendendo a destra la storica mulattiera che passa per i nuclei di Piazzo e Saline (m. 1085), dove su un ponte superiamo il torrente Beleniga, toccando poi le baite di Beleniga. Poco oltre torniamo sulla pista sterrata. Toccata la località Tiune, ritroviamo la mulattiera e la seguiamo fino ad uscire dalla selva alla parte alta di Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina. Passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli lasciamo il Sentiero Roma per scendere a sinistra al ponte sul torrente Codera. Sul lato opposto troviamo un sentiero che prende a destra ed in breve porta al ponte sul torrente Ladrogno. Subito dopo siamo ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra (indicazooni per il bivacco Casorate-Sempione). Saliamo così alle baite di Piana Cii. Riprendiamo a salire ed a quota 920 tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino.  Continuiamo a salire uscendo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125). Il sentiero rientra subito nel bosco e sale diretto verso sud-sud-est e poi sud-est. uscendo a prati dell’alpe in Cima al Bosco, presidiata da una baita solitaria (m. 1268), sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra sinistra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra destra. Il sentiero prosegue lasciando verso sinistra il crinale e piega leggermente a sinistra (est), tagliando il ripido versante meridionale della Val Ladrogno, poco sotto le incombenti pareti rocciose che lo delimitano. Procediamo alternando lunghi tratti quasi in piano a brevi strappi e ci affacciamo, dopo una coppia di tornantini, ad un marcato vallone laterale, la Val Duméniga, Tagliamo la fascia deii Ruèrs, ricca di vegetazione in estate (attenzione a segnavia ed ometti). Superiamo, sempre procedendo verso nord-est, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!). Superati tre rami del torrente Ladrogno, sempre da destra a sinistra, con un breve traverso quasi in piano a sinistra usciamo dal bosco al poggio erboso dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Procediamo salendo diretti verso nord-est, in un bosco di larici, rododendri e lamponi, via via più rado. Dobbiamo stare molto attenti perché la traccia è debole e discontinua, per cui è tassativo non perdere d’occhio segnavia ed ometti. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo di nuovo all’aperto, passando a lato di un tronco che sembra protendersi sul sentiero, e raggiungiamo il Doss Bèl, che deve il suo nome alla posizione panoramica, più che alla gentilezza dei luoghi. Saliamo ancora verso nord-est e piegando a destra superiamo verso destra un ramo del torrente Ladrogno. Proseguiamo fra pietraie, macereti e magri pascoli, fino ad un bivio segnalato, presso un grande masso (m. 1949): qui lasciamo a sinistra la traccia segnalata per il rifugio Brasca e scendiamo a destra per pochi metri superando un secondo ramo del torrente Ladrogno. Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma piegando a sinistra e descrivendo un largo giro in senso antiorario fra ripidi pascoli e blocchi (est e nord-nord-est). Eccoci infine al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090), a ridosso di un grande masso erratico che, visto dal basso sembra un enorme ferro da stiro.


Apri qui una fotomappa della Val Ladrogno

La terza giornata dell'anello è divisa in due parti: la discesa dal rifugio Brasca a Codera, lungo la media Val Codera, e la salita da Codera al bivacco Casorate-Sempione.
Lasciamo il rifugio Brasca (m. 1300), attraversiamo la piana antistante (Zocca Pulé), passiamo per un ponticello in legno e proseguiamo su una pista in un bel bosco di larici, passando accanto ad una struttura degli Scout (la Casera). La pista esce dal bosco all’ampia spianata di Bresciàdega (o Brasciàdiga, ma anche Brisciadega o Brasciadéga, m. 1214: il citato Sertoli Salis ipotizza che derivi da una corruzione della voce lombarda “brasciadella”, che significa “braccio”, inteso come unità di misura). Si tratta di un maggengo-alpeggio (i capi qui stazionavano da maggio a novembre), capace di caricare in passato un'ottantina di capi. Ci accoglie per primo l’edificio del rifugio Bresciadega, aperto nel 1986 e ricavato da una dimessa caserma della Guardia di Finanza, la cui presenza testimonia di come anche in questa valle si praticasse, nella prima parte del secolo scorso, il contrabbando, sfruttando soprattutto la bocchetta della Teggiola, il più facile valico fra alta Val Codera e territorio elvetico. Davanti al rifugio, una cappelletta fatta edificare da Tomaso di Giovanni Dal Prà e dai suoi figli. Subito dopo, la chiesetta con una targa che esprime la gratitudine dei valligiani per il già citato mons. Andrea Ghetti (Baden). 

La pista proesegue verso ovest, lasciando la piana di Bresciadega. Raggiungiamo il cancello in legno che segna l’accesso agli alpeggi di Bresciadega e Coeder. Di questa soglia parla il già citato Gaetano Fracassi (cfr. www.scoutcodera.it): «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso». Le cime a cui si riferisce Fracassi stanno alle nostre spalle.
Dopo una leggera discesa passiamo a sinistra delle baite di Stoppadura (da stopadüra, chiusura, strozzatura: qui, infatti, la valle si restringe un po'; l'etimo può, tuttavia, anche riferirsi all'operazione di colmare i buchi di un terrenno sassoso, "stupàa", appunto).
Giungiamo ad un bivio: a sinistra la nuova pista che scende verso Codera, a destra la mulattiera storica. Stiamo sulla mulattiera e superiamo un ponticello, per poi raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120): sulla soglia dei prati troviamo una cappelletta dedicata a S. Guglielmo, nella quale è raffigurata una Madonna con Bambino circondata da Santi. In passato questo maggengo era meta della tradizionale processione di San Guglielmo. E forse per l'intercessione di questo santo nel novembre del 1944 le sue case furono le uiniche a non essere bruciate dalle forze nazifasciste che inseguivano i partigiani della 55sima Rosselli nella loro fuga verso la Svizzera per la bocchetta di Teggiola: per questo conservano più delle altre il loro aspetto originario. Sempre qui, infine, intorno alla metà dell'ottocento venne ucciso l'ultimo orso della Val Codera. Alle nostre spalle vediamo le cime d’Averta ed alla loro destra il picco pronunciato del pizzo Barbacan; alla sua sinistra uno stretto intaglio cui sale un ripido canalone: si tratta del passo del Barbacan (m. 2598), per il quale passa la seconda tappa del Sentiero Roma, che porta dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti in Val Porcellizzo.

Proseguendo verso sud-ovest la mulattiera raggiunge le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085). Niente a che vedere con il sale, bene assai raro e pregiato negli ambienti montani del tempo passato. Lo stesso toponimo si trova, peraltro, anche in Val Fontana ed in Val Grosina, e Renzo Sertoli Salis, nel suo volumetto sui toponimi Valtellinesi, lo fa risalire alle acque salate, “per quanto ne rimanga difficile la spiegazione dell’origine”. Bisogna, però ricondurre il toponimo alla radice preindoeuropea "sal"-"sel", "pietra", da cui anche l'italiano "selce": data la natura dei luoghi, l'etimo appare decisamente più convincente. Il nucleo è oggi abitato solo nella stagione estiva, ma fino al 2005 vi si poteva trovare, anche nel cuore dell’inverno, una luce accesa, quella di Romolo Penone (Romolino) paziente ed appassionato pastore delle sue capre, con il cui latte produceva un piccolo capolavoro di arte gastronomica di sua invenzione, nota come il mascarpin de la calza, una mascarpa di capra arricchita da alcune erbe e stagionata dentro un tubo di tessuto a forma di calzino. In lui viveva l’antichissima arte della preparazione di formaggi di capra per i quali la valle era famosa nei secoli passati. Possiamoanche cedere di nuovo la parola al von Weineck ("Raetia", Zurigo, 1616), che, della Val Codera, scrive: "Più addentro nella valle Codera, passata la Chiusa, s'incontrano due villaggi: l'uno chiamato Cola e l'altro Codera. Le montagne circostanti sono sparse qua e là di poveri casolari... La valle poi prosegue, addentrandosi verso la Pregaglia ed ha molte vette inaccessibili per la loro straordinaria altezza, sulle quali insieme con altra selvaggina si trovano dei camosci e degli stambecchi, sebbene questi ultimi siano molto rari."
Passiamo fra le baite e superiamo il torrente Beleniga su un ponte oscillante, raggiungendo poi una cappelletta ombreggiata da due grandi aceri montani (cappella del Sabiùn, m. 1040), cappelletta dei cui dipinti resta ormai ben poco. Sul lato opposto della valle sono posti i casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Qui la mulattiera confluisce nella nuova pista, che seguiamo scendendo ancora.
Tocchiamo così le baite della località Tiune (tiunée, m. 945, da tiùn, pino silvestre: un tempo, infatti, qui si trovava una macchia di pini, poi disboscata per ricavarne legna). Alla nostra destra l’aspro e selvaggio versante occidentale della Val Codera mostra un’interessante cascata che esce da una fenditura nella parete corrugata.
Passiamo quindi a sinistra del Funtanìn (m. 900), una sorgente la cui acqua sgorga sotto un grande masso sul quale è stata posta una targa a ricordo del sottotenente degli Alpini Ludovico Patrini, ricordato dal Gruppo Alpini di Novate Mezzola “per il generoso operato da lui svolto per il gruppo”. Sul lato opposto della pista vediamo una piccola croce in ferro infissa in un masso. Poco più avanti ritroviamo la mulattiera, e la imbocchiamo lasciando la pista sterrata.
Superata la Centralina degli Scout, ben presto siamo alla Corte, dove il sentiero si snoda fra due muretti in sasso. Sul lato di destra una cappelletta dedicata a S. Rocco (m. 845), su cui è scritto: “Infierendo nell’anno 1779 un morbo mortifero il sacerdote Gottardo… col popolo fece voto di fare quivi la processione di… per intercessione del quale fu libero e cessò. Fatta fabbricare nel 1780.” La Val Codera, per la sua posizione appartata ed il difficile accesso, fu spesso risparmiata dalle epidemie che flagellarono Valtellina e Valchiavenna nei secoli. In questo caso così non fu. Ma di quale morbo si tratta? Non era più tempo delle epidemie di peste, che avevano infierito crudelmente fino al Seicento, si stava affacciando il colera, che poi infierirà nella prima metà dell'Ottocento. Qui giungeva (e giunge ancora oggi), da Codera, la tradizionale processione di S. Marco (patrono di Codera), ogni 25 aprile, con la statua del santo che veniva deposta proprio di fronte alla cappelletta: in quel giorno le capre dovevano essere chiuse entro appositi recinti perché non brucassero l'erba degli orti.


Codera

Pochi minuti ancora, ed usciamo alla parte alta di Codera (m. 850), il centro principale della valle, cui dà il nome. Un paese che vive di una suggestione che davvero è difficilmente eguagliabile. Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.
Sul lato di destra del paese, abitato tutto l’anno, si può raggiungere un prezioso punto di ristoro, l’Osteria Alpina. Più avanti, presso la chiesa di San Giovanni Battista, troviamo una seconda struttura, la Locanda Risorgimento.
Torniamo, ora, indietro: poco oltre l'Osteria Alpina, proseguendo sulla destra, troviamo un bivio: prendendo a destra (segnalazioni per San Giorgio ed il Sentiero Life delle Alpi Retiche) scendiamo, con pochi tornanti, al ponte sul torrente Codera, piccolo capolavoro d’ingegneria, sospeso su quaranta metri di vuoto.
Poco oltre raggiungiamo un secondo ponte, sospeso sulla paurosa forra terminale della Val Ladrogno, caratterizzato da una cappelletta sul suo lato sinistro.


Ponte sulla Val Ladrogno

Subito dopo superiamo una scalinata e troviamo un bivio, segnalato da due cartelli: il sentiero principale porta al Tracciolino ed a San Giorgio, passando per Cii, mentre quello che se ne stacca a sinistra porta al bivacco Casorate-Sempione. Lasciamo dunque il sentiero per Cii, prendiamo a sinistra ed iniziamo a salire nel castagneto, verso sud-est, con rapide serpentine, guadagnando rapidamente quota, in un ambiente di irreale silenzio, rotto solo dal canto di qualche uccello. Ci fanno compagnia i rassicuranti segnavia bianco-rossi e dopo una decina di minuti il bosco si apre ad una radura con le baite di Piana Cii. Qui ci raggiunge da destra il sentiero che traversa da Cii.
Riprendiamo a salire ed a quota 920 tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino, la lunga strisci della ferrovia a scartamento ridotto tracciata fra le due guerre mondiali del secolo scorso per collegare la diga di Moledana, in Val dei Ratti, all’invaso di Saline, in Val Codera. Continuiamo a salire, in un bosco nel quale betulle e rododendri hanno soppiantato i castagni e ci raggiunge, sempre da destra, un secondo sentiero, che proviene da Cola. Dopo una decina di minuti circa e dopo un più ampio tornante usciamo di nuovo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125).


Scalinata prima del bivio per il bivacco Casorate Sempione

Il sentiero rientra subito nel bosco di betulle ed alni (che ha colonizzato gli abbandonati prati da sfalcio) e sale diretto verso sud-sud-est e poi sud-est. Ci raggiunge da destra un terzo sentiero, che traversa fin qui da Cola. Passiamo poi per una panoramicissima radura, ai piedi di un roccione: da qui il colpo d’occhio sul lago di Novate Mezzola e sull’alto Lario fino a Menaggio è suggestivo. Poco oltre raggiungiamo i prati dell’alpe in Cima al Bosco, presidiata da una baita solitaria (m. 1268), sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra sinistra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra destra. Dall’alpe possiamo cominciare ad intravvedere gli spalti di granito delle cime che coronano la val Ladrogno, vale a dire, procedendo da sud (destra) in senso antiorario, la punta Redescala (il Redescàl, m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), la punta Como (m. 2846), le cime di Gaiazzo (m. 2920), la punta Bresciadega (m. 2666), la cima di Lavrinia (m. 2307) e il Mot Luvrè (m. 2047), a nord.


Alpe Ladrogno

Panorama dall'alpe Ladrogno

Cascata

Sentiero

Cascata

Larice sul sentiero

Il sentiero prosegue lasciando verso sinistra il crinale e piega leggermente a sinistra (est), tagliando il ripido versante meridionale della Val Ladrogno, poco sotto le incombenti pareti rocciose che lo delimitano. All'inizio della lunga traversata, fra silenziosi abeti e larici, dobbiamo prestare attenzione ad un grande masso a lato del sentiero, chiamato scapüsc’ (voce dialettale che significa “inciampo”). La ragione del nome curioso è legata ad una radicata tradizione: bisogna lasciare un’offerta simbolica sulla cima del masso, un sasso o una manciata d’erba, per evitare, nel prosieguo della salita, di inciampare (e in diversi punti un inciampo può costare caro!).
Procediamo alternando lunghi tratti quasi in piano a brevi strappi e ci affacciamo, dopo una coppia di tornantini, ad un marcato vallone laterale, la Val Duméniga, il primo di una serie di valloni e valloncelli che, con una portata d’acqua sempre discreta (attenzione quindi dopo abbondanti precipitazioni) fanno da corteggio al solco principale della valle. Dopo una breve discesa attraversiamo la val Duméniga, nella suggestiva cornice di molteplici rivoli che scendono da accigliati roccioni.


Traversata

Traversata del Doss Bel

Verso il bivacco Casorate-Sempione

Quando si parla di escursioni l’aggettivo “selvaggio” tende ad essere un po’inflazionato, ma qui va recuperato in tutta la sua forza: passo dopo passo aumenta l’impressione di addentrarci in un ambiente aspro ed arcigno, dove le slavine la fanno da padrone e solo i fedeli segnavia bianco-rossi, contrappuntati da qualche ometto, sembrano restituirci l’impressione di una presenza amica. I torrentelli si sono scavati con giovanile prepotenza il solco fra la viva roccia, e solo gli ontani sembrano potersi adattare al meglio alla furia delle nevi in primavera. Stiamo attraversando uno dei tratti più caratteristici della Val Ladrogno, i Ruèrs, e fatica a farsi strada nella ricca vegetazione estiva. Superiamo così, sempre procedendo verso nord-est, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!).


Verso il bivacco Casorate-Sempione

In vista del bivacco

Bivacco Casorate-Sempione

Superati tre rami del torrente Ladrogno, sempre da destra a sinistra, con un breve traverso quasi in piano a sinistra usciamo dal bosco al poggio erboso dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Qui la presenza umana nella stagione estiva ci rassicura, mentre una vicina fontanella ci rallegra. Dall’alpe lo sguardo a sud-ovest raggiunge il monte Legnone, il lago di Novate Mezzola e l’alto Lario, mentre ad ovest ottimo è il colpo d’occhio sul versante occidentale della bassa Val Codera.
Non senza rimpianti lasciamo l’alpe e procediamo salendo diretti verso nord-est, in un bosco di larici, rododendri e lamponi, via via più rado. Dobbiamo stare molto attenti perché la traccia è debole e discontinua, per cui è tassativo non perdere d’occhio segnavia ed ometti. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo di nuovo all’aperto, passando a lato di un tronco che sembra protendersi sul sentiero, e raggiungiamo il Doss Bèl, che deve il suo nome alla posizione panoramica, più che alla gentilezza dei luoghi.

Saliamo ancora verso nord-est e piegando a destra superiamo verso destra un ramo del torrente Ladrogno. Passiamo sotto un'elegante cima dalla forma conica (m. 2597), avamposto occidentale delle cime di Gaiazzo. Più a destra il Sasso Manduino si mostra nella veste di uno slanciato cono che termina ad una punta affilata. Proseguiamo fra pietraie, macereti e magri pascoli, fino ad un bivio segnalato, presso un grande masso (m. 1949): qui lasciamo a sinistra la traccia segnalata per il rifugio Brasca e scendiamo a destra per pochi metri superando un secondo ramo del torrente Ladrogno. Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma piegando a sinistra e descrivendo un largo giro in senso antiorario fra ripidi pascoli e blocchi (est e nord-nord-est).


Interno del bivacco

Bivacco Casorate-Sempione

Bivacco Casorate-Sempione

Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma da destra, dopo con un largo giro fra placche e blocchi. Eccoci infine al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090), a ridosso del grande masso erratico. Il panorama si apre, anche da qui, soprattutto a sud-ovest, sull’alto Lario, ma appaiono anche, ad ovest, le cime del versante occidentale della Valchiavenna. In primo piano il pizzo di Prata, o Pizzasc’, sul versante occidentale della Val Codera. Il bivacco, per iniziativa di Gino Buscaini e della sottosezione CAI Casorate Sempione, venne inaugurato il 23 settembre 1979, come struttura di appoggio alle ascensioni di uno dei più selvaggi nodi orografici, fra Val Codera e Val dei Ratti.

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ANELLO MASINO-CODERA-RATTI - QUARTO GIORNO - DAL BIVACCO CASORATE-SEMPIONE AL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Casorate-Sempione-La Porta-Bocchetta di Spassato-Rif. Volta-Bivacco Primalpia
7-8 h
850
EE
SINTESI. Lasciamo il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) riprendendo la salita verso nord est. Dopo un breve tratto di salita scendiamo leggermente verso sinistra, cioè verso il centro dell’ampio vallone che stiamo risalendo e superiamo da destra a sinistra un ramo del torrente Ladrogno, portandoci sul lato opposto. Lasciamo alle spalle gli ultimi larici solitari e seguendo i segnavia ed una debole traccia riprendiamo la salita seguendo la linea di massima pendenza ed allontanandoci dal centro del vallone. Intorno i 2500 metri gli ultimi lembi di pascolo ci lasciano e procediamo fra pietrame e lastroni. Un ripido strappo ci porta a ridosso di una parete strapiombante della costiera che separa la Val Ladrogno dalla Valle d'Arnasca. Qui, superato un grosso masso, pieghiamo a destra e ci riportiamo poi verso il centro del vallone, aggirando una cestina. Intanto diritta sopra il nostro naso appare, a destra della costiera che delimita il vallone sul suo lato sinistro, il crinale al quale termina l’alta Val Ladrogno. La depressione più marcata costituisce La Porta, nostra meta. Superato un gradino, approdiamo ad un’ampia conca, la tagliamo al centro e proseguiamo diritti salendo fra pietrame minuto e passando in mezzo ad alcune roccette. La pendenza ora è sempre marcata, ma meno severa rispetto al primo tratto. Pieghiamo poi leggermente a sinistra, restando più o meno al centro del largo scivolo di sfasciumi. Procediamo ora diritti puntando ad un intaglio sul crinale che vediamo sulla nostra verticale, passando a destra di un modesto picco alla cui destra si apre una spaccatura nella quale sta incastrato un masso, con un singolare quanto regolare parallelepipedo roccioso che lo sostiene a destra. La monotonia e la fatica della salita sono stemperata dal panorama che si apre alla nostra sinistra: appaiono a nord i pizzi Badile e Cengalo, fra le più note cime del gruppo del Masino. Salendo verso est-sud-est tagliamo i nevaietti che spesso si trovano anche a stagione avanzata e siamo infine alla sella della Porta (m. 2750). Alla nostra sinistra vediamo il punto terminale di una crestina che più in basso di allarga: si tratta della propaggine della costiera che separa l’alta Val Ladrogno dalla più ampia Valle d’Arnasca. Sul limite della crestina leggiamo CS, accanto alla freccia che segnala la direzione dalla quale proveniamo (ovviamente sta per Casorate-Sempione); vicino alla freccia che segnala la direzione che scende alla nostra sinistra, invece, leggiamo “Valli”: la discesa infatti porta in Valle d’Arnasca ed al suo centro si trova il bivacco Valli. Noi, invece, traversiamo alla vicina bocchetta di Spassato, posta più ad est. Dalla Porta proseguiamo quindi in leggera salita, verso destra, attraversando un piccolo corridoio. In breve giungiamo in vista di una rampa di sfasciumi che porta ad una sella serrata fra due imponenti pareti rocciose (essenziali i ramponi in presenza di neve gelata!). La riconosciamo anche da due gendarmi che da una certa distanza sembrano escursionisti fermi ad ammirare lo scenario dell’alta Val dei Ratti. Alla loro destra sembra ce ne sia un terzo, seduto. Seguiamo con attenzione i segnavia che ci aiutano nella scorbutica traversata fra pietrame e roccette. Senza particolari problemi raggiungiamo così la bocchetta di Spassato (m. 2820), che si apre fra le cime di Gaiazzo e ci apre un mondo nuovo, l’alta Val dei Ratti. Dobbiamo ora scendere lungo un ripido canalino, stando sul suo lato destro. Con un po’ di attenzione superiamo blocchi e roccette e tocchiamo la parte terminale dell’alto circo della Val dei Ratti, che deve il suo nome alla nobile famiglia comasca che in passato ne possedeva gli alpeggi. Scendiamo ora verso sud, sempre guidati dai segnavia, passando per lastroni di granito e strisce di pascolo. In condizioni buone di visibilità vediamo subito la meta intermedia, il rifugio Volta, che si trova più in basso, quasi sulla nostra verticale. Il pascolo guadagna spazio e rende più riposante la discesa, mentre alla nostra destra il Sasso Manduino torna a mostrarsi il signore di questa landa, anche se la più alta cima della valle si trova alla nostra sinistra (si tratta del pizzo Ligoncio, un po’ tozzo ma unico over tremila, con i suoi 3032 metri). Raggiungiamo infine senza problemi il rifugio Volta (m. 2212), che non è gestito, per cui probabilmente lo troveremo chiuso. Puntiamo quindi al bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle. Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!). la breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la quarta giornata dell’anello.

La parte terminale del vallone sotto La Porta

Il curioso masso incastrato presso La Porta

La quarta giornata dell'anello tocca due bocchette alte (La Porta e la bocchetta di Spassato) che, per la loro posizione eccentrica rispetto ai sentieri più noti, sono assai poco battute, pur regalando scenari superbi. Conviene però portarsi a questi luoghi a stagione avanzata, perché i nevai possono costituire un’insidia da non sottovalutare, in quanto la neve vi si può trovare ghiacciata. Altra condizione facilitante è la buona visibilità, anche se i problemi di orientamento possono presentarsi solo nella discesa dell’ampia Val dei Ratti.
Lasciamo il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) riprendendo la salita verso nord est.


La Val Ladrogno

Dopo un breve tratto di salita scendiamo leggermente verso sinistra, cioè verso il centro dell’ampio vallone che stiamo risalendo e superiamo da destra a sinistra un ramo del torrente Ladrogno, portandoci sul lato opposto. Lasciamo alle spalle gli ultimi larici solitari e seguendo i segnavia ed una debole traccia riprendiamo la salita seguendo la linea di massima pendenza ed allontanandoci dal centro del vallone. Intorno i 2500 metri gli ultimi lembi di pascolo ci lasciano e procediamo fra pietrame e lastroni. Un ripido strappo ci porta a ridosso di una parete strapiombante della costiera che separa la Val Ladrogno dalla Valle d'Arnasca. Qui, superato un grosso masso, pieghiamo a destra e ci riportiamo poi verso il centro del vallone, aggirando una cestina. Intanto diritta sopra il nostro naso appare, a destra della costiera che delimita il vallone sul suo lato sinistro, il crinale al quale termina l’alta Val Ladrogno.


La Porta

Traversata alla bocchetta di Spassato

Superato un gradino, approdiamo ad un’ampia conca, la tagliamo al centro e proseguiamo diritti salendo fra pietrame minuto e passando in mezzo ad alcune roccette. La pendenza ora è sempre marcata, ma meno severa rispetto al primo tratto. Pieghiamo poi leggermente a sinistra, restando più o meno al centro del largo scivolo di sfasciumi. Procediamo ora diritti puntando ad un intaglio sul crinale che vediamo sulla nostra verticale, passando a destra di un modesto picco alla cui destra si apre una spaccatura nella quale sta incastrato un masso, con un singolare quanto regolare parallelepipedo roccioso che lo sostiene a destra. La monotonia e la fatica della salita sono stemperata dal panorama che si apre alla nostra sinistra: appaiono a nord i pizzi Badile e Cengalo, fra le più note cime del gruppo del Masino, mentre alle nostre spalle si propone in primo piano il pizzo di Prata, alle ci spalle fanno capolino la più alte cime del versante occidentale della Valle Spluga.


Salita alla bocchetta di Spassato

Alta Val dei Ratti dalla bocchetta di Spassato

Salendo verso est-sud-est tagliamo i nevaietti che spesso si trovano anche a stagione avanzata e siamo infine alla sella della Porta (m. 2750). Alla nostra sinistra vediamo il punto terminale di una crestina che più in basso di allarga: si tratta della propaggine della costiera che separa l’alta Val Ladrogno dalla più ampia Valle d’Arnasca. Sul limite della crestina leggiamo CS, accanto alla freccia che segnala la direzione dalla quale proveniamo (ovviamente sta per Casorate-Sempione); vicino alla freccia che segnala la direzione che scende alla nostra sinistra, invece, leggiamo “Valli”: la discesa infatti porta in Valle d’Arnasca ed al suo centro si trova il bivacco Valli.


Dalla Porta alla bocchetta di Spassato

Chi fosse tentato da questa discesa tenga conto che non è priva di pericoli: nella prima parte sfrutta infatti un sistema di cenge erbose esposte e di saltini fra rocce. Il percorso è solo parzialmente protetto da corde fisse, ed è sconsigliabilissimo in presenza di neve, placche di ghiaccio, rocce bagnate, ma anche ad escursionisti senza grande esperienza o impressionabili.


Dalla Porta alla Bocchetta di Spassato

Più tranquilla, invece, la nostra traversata, che non perde quota ma traversa alla vicina bocchetta di Spassato, posta più ad est. Dalla Porta proseguiamo quindi in leggera salita, verso destra, attraversando un piccolo corridoio. In breve giungiamo in vista di una rampa di sfasciumi che porta ad una sella serrata fra due imponenti pareti rocciose. La riconosciamo anche da due gendarmi che da una certa distanza sembrano escursionisti fermi ad ammirare lo scenario dell’alta Val dei Ratti. Alla loro destra sembra ce ne sia un terzo, seduto. Seguiamo con attenzione i segnavia che ci aiutano nella scorbutica traversata fra pietrame e roccette. La salita non comporta problemi se non in presenza di neve ghiacciata: in tal caso i ramponi ci assicurano contro pericolosissime scivolate su un versante che precipita sull'alto circo della Val Arnasca.


Discesa in Val dei Ratti dalla bocchetta di Spassato

Discesa dalla bocchetta di Spassato

Senza particolari problemi raggiungiamo così la bocchetta di Spassato (m. 2820; anch'essa viene spesso identificata con la denominazione de "La Porta"), che si apre fra le cime di Gaiazzo e costituisce, eccezion fatta per la decauville del Tracciolino, l'unica via segnalata per traversare dalla Val Codera alla Val dei Ratti. La bocchetta ci apre un mondo nuovo, l’alta Val dei Ratti, con un colpo d’occhio che a sud raggiunge la sezione centrale della catena orobica. Sul lato destro della valle vediamo in primo piano le pareti quasi verticali della punta Magnaghi e della punta Como, che nascondono il Sasso Manduino. Un cerchio bianco con bordo rosso segnala che si tratta di un passo impegnativo, ma si riferisce alla discesa in Valle d'Arnasca, che, come detto, propone insidie notevoli, soprattutto con rocce bagnate e neve o, peggio ancora, ghiaccio. Più tranquilla la situazione sul versante della Val dei Ratti.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta di Spassato all'alpe Talamucca

Dobbiamo ora scendere in questa valle lungo un ripido canalino, stando sul suo lato destro. Con un po’ di attenzione (sopratutto per evitare di far rotolare sassi mobili) superiamo blocchi e roccette e tocchiamo la parte terminale dell’alto circo della Val dei Ratti, che deve il suo nome alla nobile famiglia comasca che in passato ne possedeva gli alpeggi. Scendiamo ora verso sud, sempre guidati dai segnavia, passando per lastroni di granito e strisce di pascolo. In condizioni buone di visibilità vediamo subito la meta intermedia, il rifugio Volta, che si trova più in basso, quasi sulla nostra verticale. Il pascolo guadagna spazio e rende più riposante la discesa, mentre alla nostra destra il Sasso Manduino torna a mostrarsi il signore di questa landa, anche se la più alta cima della valle si trova alla nostra sinistra (si tratta del pizzo Ligoncio, un po’ tozzo ma unico over tremila, con i suoi 3032 metri). Raggiungiamo infine senza problemi il rifugio Volta (m. 2212), che non è gestito, per cui probabilmente lo troveremo chiuso. Puntiamo quindi al bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle.


Rifugio Volta e Sasso Manduino (a sinistra)

Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!).


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

La breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la quarta giornata dell’anello.


Bivacco Primalpia

L’interno è accogliente: ci sono 18 brandine, disposte in letti a castello, c’è l’acqua corrente, c’è una stufa a gas ed un focolare, c’è la corrente generata da un pannello fotovoltaico. C’è anche un simpatico cartello, con una scritta che recita così: “Il pattume se si scende a valle portarlo con sé, perché il camion non passa! Grazie!” Non manchiamo di ripagare la generosa iniziativa di chi ha voluto questo prezioso punto di appoggio con il massimo rispetto per la struttura e magari con un contributo riconoscente.

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ANELLO MASINO-CODERA-RATTI - QUINTO GIORNO - DAL BIVACCO PRIMALPIA AI BAGNI DI MASINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Primalpia-Passo Primalpia-Passo del Calvo-Rifugio Omio-Bagni di Masino
7-8 h
890
EE
SINTESI. Dal bivacco Primalpia, a 1980 metri, seguendo le indicazioni del Sentiero LIFE ed i segnavia bianco-rossi procediamo lungo il sentiero, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, scendiamo, per un breve tratto, sul crinale medesimo, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Oltre la soglia, ci appare il laghetto di Primalpia o lago del Manzèl (m. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Qui intercettiamo per la seconda volta il sentiero Walter Bonatti, che però di nuovo subito ci lascia, salendo a sinistra, per via più breve, alla bocchetta di Spluga (se siamo in ritardo con il ruolino di marcia ci conviene seguirlo, risparmiando un'ora buona di cammino). Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che imtroduce ad una conca di sfasciumi la quale ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagione inoltrata. Salendo sul fianco destro del canalino terminale, guadagniamo il passo di Primalpia (m. 2476), che si affaccia sull'alta Valle di Spluga. Non scendiamo diritti, ma tagliando a sinistra e seguendo un sentierino che scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua la traversata alla bocchetta di Spluga. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, superiamo anche un masso che segnala un bivio al quale prendiamo a sinistra, portandoci alla bocchetta di Spluga (m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life e dove per la terza volta intercettiamo il sentiero Walter Bonatti, che ora non lasceremo più. Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere dalla bocchetta verso sinistra. Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano. Dobbiamo stare attenti a non piegare a destra, sul sentierino che si porta al passo di Primalpia, ma procediamo in direzione opposta (nord), senza perdere quota, bensì cominciando a salire a ridosso (alla nostra sinistra) delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Terminano i pascoli dobbiamo districarci fra massi di ogni dimensione, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia, in direzione del passo del Calvo. Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Alla base del passo vediamo un grande cerchio bianco contornato di rosso che segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso. Il primo tratto della discesa dal passo o bocchetta del Calvo (m. 2700) sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo, adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni. Poi tocchiamo un terreno più tranquillo e si scende lungo un facile dosso, in direzione nord-nord-est, fino ad intercettare la traccia del sentiero che congiunge il rifugio Omio alla bocchetta della Mardarola. Seguendola verso sinistra dopo qualche saliscendi siamo al rifugio Omio (m. 2100). Dal rifugio ridiscendiamo ai Bagni di Masino seguendo il sentiero ben segnalato che scende lungo lacche e pascoli, piega a sinistra attraversando una valletta, passa per i grandi blocchi di una frana, entra in peccete per uscirne al Pian del Fango e vi rientra proseguendo nella discesta. Superata l'ultima faggeta, usciamo in vista della piana dei Bagni di Masino e, percorrendone il sentiero, torniamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile.


Apri qui una fotomappa della media Val dei Ratti

Il quinto giorno dobbiamo rimetterci in marcia per raggiungere il passo di Primalpia. Teniamo presente che al bivacco ci raggiunge il Sentiero Walter Bonatti, che poi procede per la medesima meta del Sentiero LIFE (rifugio Omio), seguendo una via parzialmente diversa (non transita per il passo di Primalpia, ma sale direttamente alla bocchetta di Spluga).
Seguendo i segnavia bianco-rossi procediamo lungo il sentiero LIFE, abbastanza evidente, che punta ad una baita solitaria, sul lato opposto dell’alpe, a nord-est rispetto a noi.
In realtà la solitudine dell’alpe è apparente più che reale: d’estate viene ancora caricata, per cui probabilmente ci sentirà di ascoltare il rallegrante scampanio delle mucche, e magari anche il meno rallegrante abbaiare del cane da pastore (chissà perché questi animali considerano gli escursionisti dei nemici mortali dei capi di bestiame che hanno imparato a sorvegliare: nel loro immaginario, probabilmente, costoro ritemprano le forze divorandosi innocenti vitelli rapiti alla loro mandria).
In breve, eccoci alla baita, che ospita gli alpeggiatori, sempre disposti a scambiare qualche parola con questi curiosi umani itineranti, e ad offrire preziose indicazioni. Oltre la baita, il sentiero prosegue, salendo leggermente e puntando ad un crinale che separa l’alpe dal vallone che dovremo sfruttare per salire al passo di Primalpia. Raggiunto il crinale erboso, in corrispondenza di un grande ometto, si apre, di fronte ai nostri occhi, di nuovo, più vicino, l’ampio scenario dei pascoli dell’alpe Talamucca. Riconosciamo anche, facilmente, il rifugio Volta, che è l’ultimo edificio, a sinistra, nel circo dell’alta valle. Purché la giornata di buona, o almeno discreta. Purtroppo la Valle di Ratti, per la sua vicinanza al lago di Como, è spesso percorsa da correnti umide, che generano nebbie anche dense, le quali ne velano la bellezza davvero unica. Se, quindi, potremo godere di una giornata limpida, consideriamoci fortunati.
Scendiamo, ora, per un breve tratto sul crinale, fra erbe e qualche roccetta, fino ad un masso, sul quale il segnavia, accompagnato dalla targhetta azzurra con il logo “Life”, indica una svolta a destra. Dobbiamo, ora, prestare un po’ di attenzione, perché il sentiero, volgendo decisamente a destra, ci porta ad una breve cengia esposta, per la quale scendiamo al canalone che adduce al passo. Le corde fisse ci aiutano nella breve discesa, che sfrutta dapprima uno stretto corridoio nella roccia, poi una traccia di sentiero esposta. Con le dovute cautele, eccoci sul fondo del canalone, nel quale scorre il modesto torrentello alimentato dai laghetti superiori. Seguendo i segnavia, lo attraversiamo e cominciamo a risalire, sul lato sinistro (per noi) del canalone, un ampio versante erboso disseminato di massi, ricongiungendoci con il Sentiero Italia Lombardia nord 3. Il passo sembra lì, a pochi minuti di cammino.


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

Ma, come spesso accade in questi casi, quel che ci sembra un valico è in realtà solo la soglia di un gradino superiore. La delusione della scoperta, però, dura ben poco, perché, oltre la soglia, ci appare, piccola perla di immenso valore, il laghetto di Primalpia o lago del Marzèl (m. 2296), a monte della quale si trova la baita al Lago (m. 2351). Ecco uno di quegli angoli di montagna solitaria e silenziosa che, da soli, ripagano di ogni fatica. Passando a sinistra del laghetto, puntiamo alla selletta che ci sembra essere, finalmente, il passo agognato. Ed invece, per la seconda volta, raggiunta la selletta siamo alle soglie di un ultimo gradino, una conca di sfasciumi che ospita un secondo e più piccolo laghetto (m. 2389), con un nevaietto che rimane anche a stagioneinoltrata.
Il passo, questa volta, è davvero davanti a noi: qualche ultimo sforzo e, salendo sul fianco destro del canalino terminale, eccoci, finalmente, al passo di Primalpia (pàs de primàlpia, m. 2476). Un passo che regala un’emozione intensa, perché apre un nuovo, vasto ed inaspettato orizzonte: davanti a noi, in primo piano, l’alta Valle di Spluga, ma poi, oltre, un ampio scorcio della piana della media Valtellina, incorniciato, sulla sinistra, dai Corni Bruciati (protagonisti dell’ultima giornata del Sentiero Life), sul fondo dal gruppo dell’Adamello e, sulla destra, dalla catena orobica, che mostra le sue più alte vette della sezione mediana. Valeva davvero la pena di giungere, almeno una volta nella vita, fin qui: ecco un pensiero che non potremo trattenere. Qui, di nuovo, Sentiero Life e Sentiero Italia Lombardia nord 3 si separano: il secondo, infatti, effettua la lunga discesa della Valle di Spluga, passando per i suoi splendidi laghetti (dal passo si vedono solo quelli più piccoli, inferiori, mentre restanascosto il più grande lago superiore, il “läch gränt”).
Il Sentiero Life, invece, rimane in quota, effettuando una traversata dell’alta Valle di Spluga che, passando per il passo gemello della bocchetta di Spluga, sale al passo del Calvo. Dobbiamo, quindi, innanzitutto portarci alla bocchetta dello Spluga, prestando attenzione a non imboccare il sentiero che scende sul fianco destro della valle omonima, ma portandoci a sinistra del passo, dove un sentierino scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua la traversata alla bocchetta. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la triplice direttrice per Frasnedo (cioè per il passo di Primalpia, che abbiamo appena lasciato), per la Val Masino (Sentiero Italia) e per la capanna Volta (è la direttrice che ci interessa, a sinistra). Nella medesima direzione, troviamo, poi, un secondo masso, con una freccia nera, in campo bianco, e con la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Non possiamo, dunque, sbagliare.


Il versante orientale dell'alta Val dei Ratti

Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, guadagniamo una posizione dalla quale è possibile ammirare un ampio scorcio del lago superiore di Spluga, che, purtroppo, dobbiamo lasciare qualche centinaio di metri più in basso rispetto a noi (è a 2160 metri, mentre noi stiamo oltrepassando la quota 2500), ma che, anche da qui, ci regala qualcosa del fascino profondo e selvaggio delle sue scure acque. Si tratta di un lago che merita un’attenta considerazione, anche perché è il più grande dell’intera Val Masino (valle ricchissima di scenari alpini incomparabili, ma assai povera di laghi: menzionati il lago di Spluga, appunto, e quello, in Val Terzana, di Scermendone, li abbiamo praticamente menzionati tutti). Sullo sfondo, le più alte cime della catena orobica.
Oltrepassato un masso che segnala un bivio (a destra si scende alla baita Spluga, nei pressi del già citato lago, a sinistra si prosegue per la capanna Volta), al quale prendiamo a sinistra, eccoci, alla fine, alla bocchetta di Spluga (bochèta dè la möca, m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life. Qui ci raggiunge per la seconda volta il Sentiero Walter Bonatti, che fino al rifugio Omio coincide con il Sentiero Life. Amplissimo il panorama, non solo in direzione della media Valtellina, maanche, sul lato, opposto, in direzione della media Valle dei Ratti e dell’alto Lario. Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.

Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle.


Alta Valle di Spluga

Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. La cautela è d’obbligo: siamo ormai stanchi, e la possibilità diprocurarci una storta, o peggio, anche su un terreno apparentemente non pericoloso è dietro l’angolo. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).


Apri qui una fotomappa della Valle di Spluga

Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dietro la bocchetta dello Spluga appare, ad un certo punto, anche l’inconfondibile corno del monte Legnone: ce lo ricordiamo, ha dominato lo scenario della prima giornata del sentiero. Alla nostra sinistra, le formazioni gotiche e tormentate della testata nord-occidentale della Valle di Spluga. Un’avvertenza: se, per qualunque motivo, ci trovassimo nella necessità di scendere a valle, cioè di scendere dalla Valle diSpluga, non scegliamo di scendere, a vista, attraversando la fascia di sfasciumi in direzione del lago: la fascia è, infatti, chiusa dal salto di qualche centinaia di metri di rocce lisce, arrotondate e ripidissime.
Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo. Se il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) emoziona, quello del Calvo toglie addirittura il fiato, perché spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Da sinistra, l’occhio esperto riconosce, da sinistra, i pizzi dell’Oro (m. 2695, 2703 e 2576), sulla testata della valle omonima, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn, o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone", m. 2738), sulla costiera che separa la Valle dell’Oro dalla
Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2778, 2861), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc', m. 3075), la punta Torelli (m. 3137), i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, 3367), che spiccano, per mole ed altezza, sulla testata della Val Porcellizzo, i pizzi Gemelli (m. 3221 e 3259), i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl") (m. 3386), la punta Rasica ("rèsga"m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331), le cime di Chiareggio (da "clarus", nel senso di spoglio di alberi;) m. 3203, 3107 e 3093) ed il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), sulla testata della val Cameraccio, ed infine il Monte Disgrazia ("desgràzia") (m. 3678), che signoreggia per mole ed eleganza su tutte le altre cime, ed ancora loro, i Corni Bruciati (m. 3097 e 3114), sulla testata della Valle di Preda Rossa, lo scenario conclusivo del Sentiero Life.
È, questo, il punto più alto ed emotivamente più forte dell’intero sentiero. Resta l’ultima discesa, in Val Ligoncio e Valle dell’Oro, che ha come meta il
rifugio Omio, dove si conclude questa terza giornata. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Siamo stanchi, una certa tendenza alla rilassatezza si può fare subdolamente strada, complice il pensiero ingannevole: “il più è fatto!” Invece dobbiamo rimanere concentrati ed attenti, perché il primo tratto della discesa sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo (battuta da cacciatori, molto prima che da escursionisti),adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni (tanto per fare un paragone forse familiare a diversi lettori, assomiglia un po’ alla discesa dal passo del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone") sud- est in
Val Porcellizzo, lungo il Sentiero Risari, da molti utilizzato come prima trappa di un abbreviato Sentiero Roma). Ma dove ci troviamo esattamente? Ora, guardando una cartina ci accorgiamo che sul punto di incontro fra le valli di Spluga, Ligoncio e dei Ratti è posta la cima del Calvo (sciöma del munt Splüga), o monte Spluga (m. 2967), che resta, nascosto, alla nostra sinistra. In realtà le cime del Calvo sono due: la già citata è quella occidentale, e ve n’è una seconda, orientale (m. 2873). Ebbene, la cengia che sfrutteremo taglia, in diagonale, proprio in fianco nord-orientale di questa seconda cima, dalla base massiccia. Dopo questi chiarimenti geografici, cominciamo a scendere.
La traccia di sentiero segue la lunga cengia, in gran parte assistita da corde fisse, sempre molto utili. Scendiamo con calma, assicurandoci alle corde fisse. Sulla nostra destra si apre il selvaggio circo terminale della Val Ligoncio (la sezione meridionale di quella che genericamente viene denominata Valle dell’Oro), segnata dai repulsivi salti delle cime che la incorniciano. Distinguiamo anche, più a sinistra, la spaccatura della bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa), a destra della punta omonima, per la quale si può passare dalla Val Ligoncio alla Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). Dopo un ultimo canalino di terriccio scivoloso ed una brevissima risalita, eccoci, alla fine, alla base del passo. Alla nostra sinistra vediamo un nevaietto che rimane per l’intera stagione (può servire come punto di riferimento per chi voglia riconoscere la cengia del Calvo guardando dalla Omio). Proseguiamo al discesa, un po’ faticosamente e senza allentare l’attenzione, superando una fascia di grandi massi. Alle nostre spalle si fa più riconoscibile il poderoso fianco roccioso della cima del Calvo (sciöma del munt Splüga) orientale. Alla sua destra, dopo una curiosa sequenza di irti spuntoni, defilata, la cima del Calvo occidentale, sulla verticale del nevaietto.
La discesa prosegue, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, fino ai primi pascoli. Dopo un masso che presenta anche una croce rossa, attraversiamo un torrentello che scende dal nevaietto e proseguiamo nella discesa, in diagonale, verso sinistra. Dopo un buon tratto di discesa, fermiamoci e volgiamo lo sguardo: le due cime del Calvo sono ancora più riconoscibili, e si distingue anche, sul fianco di quella orientale, la cengia che abbiamo sfruttato scendendo dal passo del Calvo. In direzione opposta, al centro della valle, si distingue il
rifugio Omio.

Ed è lì che, alla fine, ci porta il sentiero, che si snoda fra i pascoli della Val Ligoncio (val dò ligùnc'), superando diversi torrentelli (àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt) e balze. Nell’ultimo tratto il sentiero intercetta i due rami del sentiero Dario di Paolo, che salgono ai passi della Vedretta, per il quale si scende nell’alta Valle dei Ratti, e Ligoncio, per il quale si scende in valle d’Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua").


Discesa dalla Valle dell'Oro

Non imbocchiamo il sentiero che sale gradualmente ai passi dell’Oro e del Barbacan sud-est, ma quello che scende decisamente verso i Bagni di Masino, superando alcune balze e grandi placche arrotondate. Alla nostra sinistra, ma anche sul percorso, potremo osservare qualche capo di bestiame: l’alpe dell’Oro, infatti viene ancora caricata, ma il numero dei bovini è ridotto oggi a circa un decimo rispetto ai 400 ed oltre capi che un tempo rendevano l’alpe brulicante di vita. Con uno sforzo di immaginazione possiamo figurarci il diverso aspetto di un alpeggio caricato da tanti capi. Superata anche la casera dell’Oro (m. 1767), il sentiero piega leggermente a sinistra, supera un torrentello eraggiunge una fascia di grandi massi, scesi dal fianco della costiera del Barbacan nella gigantesca frana del 1963, che uccise non solo numerosi capi di bestiame, ma anche un pastore. Sotto il più grande di questi massi è stato ricavato anche un ricovero, a testimonianza della durezza delle condizioni di vita in alpeggio.



Pizzi Badile e Cengalo dal Pian del Fango

Oltrepassato il masso, ad una quota approssimativa di 1700 metri, il sentiero si immerge in una fresca pineta, proseguendo nella discesa verso est, fino al Pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590), una radura che deve il suo nome alla natura acquitrinosa del terreno. La radura apre uno scorcio panoramico intesso ed assai interessante: guardando a sinistra, appare un suggestivo spaccato della testata della Val Porcellizzo, che va dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), a sinistra (m. 3075) agli inconfondibili pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, m. 3367), fino alla cima occidentale dei pizzi Gemelli (m. 3259). Lo scorcio è incorniciato dal limite orientale della costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), a sinistra, e dalla solitaria val Sione, intagliata nella costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"), a destra. Al Pian del Fango troviamo la baita omonima, presso la quale si trova, su un masso l’indicazione (targa gialla del Sentiero Life e cartello) della deviazione a sinistra, che però non seguiamo, lasciamo il Sentiero LIFE e proseguendo diritti sul sentiero per i Bagni di Masino.
Dopo diversi tornanti, usciamo ad una nuova radura, stando attenti a non perdere il sentiero rientrando nella pecceta. Scendiamo ancora piegando a destra (sud) ed attraversando una splendida faggeta. Poi pieghiamo a sinistra e con alcuni tornanti verso est usciamo al limite della piana dei Bagni di Masino. Percorrendone il sentiero ripassiamo per l'edificio dei Bagni di Masino e torniamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile.


Valle dell'Oro dalla piana dei Bagni di Masino

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