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Si erano da poco superate le temutissime e strette porte dell’anno Mille quando, nel 1006, l’imperatore Enrico II donò al vescovo di Como la metà del Viscontado di Valtellina. Molte famiglie nobili comasche ricevettero, quindi, l’investitura feudale di quelle terre che erano ancora libere da vincoli e vennero a stanziarsi nella valle. Ecco, quindi, fare la loro comparsa i Lavizzari, i Della Porta, i Greco, i Della Torre di Mendrisio, i Malacrida, i Sanfedele, i Gaifassi. Ecco, anche, i Pusterla. Un ramo della famiglia si stanziò nel borgo di Mantello, e vi edificò una bella dimora, che spiccava, per eleganza, fra le baite ed i rustici di quella fascia montana e pedemontana che proprio nel Medio-evo venne pazientemente e tenacemente piegata alla coltura della vite con le sapienti architetture dei terrazzamenti. Fin qui, nulla di strano.
Poi venne un tempo nel quale l’armonia fra le architetture contadine, segno di tenace fatica, e quelle signorili, segno di solida ricchezza e fortuna propizia, si venne incidendo una fessura, via via sempre più ampia. Mentre la gente viveva secondo quell’umiltà e modestia che erano virtù figlie di necessità, i Pusterla parevano aver dimenticato che dignità e moralità sono pur sempre il segno di autentica nobiltà. Il loro palazzo si era trasformato in ritrovo di spiriti gaudenti, amanti di una bellezza disgiunta dal decoro. Accadeva quasi ogni settimana che qui convenissero, da diversi altri paesi, cavalieri, paggetti, nobildonne, trovandovi sontuosa ospitalità, banchetti allestiti senza risparmio, con musici sempre pronti a diffondere le armonie che allietano la convivialità. Dopo il banchetto, non un pacato ed onesto conversare, non un congedo, ma il momento del ballo. Ora, vi è ballo e ballo. Ma nella maggior parte dei casi questo divertimento non pare essere consono ad un autentico spirito cristiano, e molte sono le leggende che invitano a diffidare di questa tentazione. I Pusterla ed i loro ospiti di questo, però, non si curavano: quando la sera lasciava il posto alla notte, invitavano i musici ad una musica più suadente, più insinuante, più intonata ai balli di carattere neppure troppo velatamente licenzioso. Le leggende non si diffondono mai in particolari che s’intuiscono per logica di cose, e qui non c’è bisogno di aggiungere altri elementi per far comprendere l’immoralità di questi ritrovi. La gente ne era indignata e quasi offesa. Dove il timor di Dio? Dove il rispetto per i suoi comandamenti? L’antica terra benedetta dall’operosità dei frati emuli di San Colombano pareva offesa da quei pagani convegni. Ma dalla diffusa riprovazione i Pusterla non parevano punto toccati. La cosa andò avanti per molto tempo.
Poi, un’estate, accadde quanto alcuni avevano profetizzato. Il cielo si fece scuro anzitempo. Poco prima del tramonto, cominciò a piovere. I Pusterla ed i loro ospiti appena se ne accorsero: già si stavano apprestando a gustare le pietanze allestite per una nuova serata gaudente. La pioggia crebbe d’intensità. Vennero i primi lampi, e tuoni da far tremare anche le rocce sopra il paese. I convitanti ne furono appena scossi, qualche sussulto e qualche risata per il futile spavento, niente più. Il vino scorreva già abbondante, ed era, come sempre, fedele esecutore dell’ufficio suo. Dicono, i contadini, che le burrasche estive sono in genere provocate da streghe, che con artifici e strumenti diabolici rimestano fetide pozzanghere. E quando vien giù la grandine, dicono che nei chicchi più grandi si possono trovare i loro capelli. Ma non è sempre detto che sia così. Il demonio ha grande potere sugli elementi, ma il Signore ha il potere più grande ed infinito, e talora da lui viene la tempesta, da lui la furia degli elementi. La casa dei Pusterla era stata costruita non lontano da una vallecola, che da loro aveva preso il nome. Una valle di poco conto, che non aveva mai dato pensiero. Ma quella notte, proprio quando i musici, accordati gli strumenti, già disegnavano nell’ampio salone della dimora le melodie consuete, proprio quando i primi sguardi complici e maliziosi si incrociavano invitando al ballo, il torrentello si trasformò in una massa scura di fango, tronchi divelti, massi sradicati dalla terra. Un cupo rimbombo scese al paese. Se ne accorsero i contadini, che lasciarono in tutta fretta le modeste abitazioni per correre dal parroco ed invitarlo a suonare le campane a martello. Non se ne accorsero in casa Pusterla, vuoi per l’ebbrezza, vuoi per la musica, vuoi perché quando viene il tempo del castigo il malvagio non può scampare. E nessuno scampò, nessuno, in quella casa, quando l’onda di piena venne giù e la investì in pieno, squarciandola come un telo, proprio mentre l’acuto lamento delle campane fendeva l’aria come voce angosciata che gareggiava con la furia del vento ed il rimbombo del tuono. Fu campana d’allarme, ed insieme campana a morto, perché vennero tutti seppelliti sotto una fiumana di fango e materiale alluvionale.
Era da poco passata la mezzanotte, quando si fece un grande silenzio, ancor più pauroso del fragore. Tutto tacque, in cielo e sulla terra. Solo all’alba i contadini lasciarono le più sicure dimore presso cui si erano rifugiati sull’altro lato del paese, più ad est, ai vicini Torchi, tornando alle proprie abitazioni. Nessuna era stata toccata. Ma, spettacolo terribile e pietoso insieme, della dimora dei Pusterla restava in piedi solo il muro che guardava ad est. Ed allora molti commentarono che quando il male non si redime viene anche il momento dell’ira divina, cui il peccatore non scampa. Da allora questa storia si tramanda di generazione in generazione come monito per coloro che se la ridono di Dio e dei suoi comandamenti. La casa non venne più ricostruita e, col tempo, “etiam periere ruinae”, per dirla con Properzio, anche le rovine scomparvero. Sul torrente, parecchi secoli dopo, nel 1909, venne costruita una centralina elettrica della potenza di 40 cavalli per l’illuminazione del paese e l’industria. Dal torrente era venuta l’oscura rovina, ora veniva la luce. Un’altra parabola delle cose dell’uomo e della natura, su cui meditare.
Una noterella critica, infine. Ogni mostrare è insieme un nascondere. Ed ogni leggenda mostra, dunque nascondendo anche. Vorrebbe, forse, questa leggenda farci persuasi che certi nobili, accecati, probabilmente, dal lusso e dall'orgoglio, non tengono in alcun conto i fondamentali principi della morale. Ma sarà stato davvero così? A legger certe cronache e resoconti delle visite pastorali in Valtellina c'è da dubitare che il cattivo esempio venisse solo dai nobili. A voler restare nel campo dei balli licenziosi, non ne mancavano fra quelli amati dal popolo. Il vescovo di Como Sisto Carcano, nel seicento, si lamenta, in particolare, di un ballo, chiamato "della sbobba", "immodestissimo... che non si può praticare nè essere spettatore senza rischio evidente di peccato grave"; il parroco di Grosio che propose la scomunica per ballerini e suonatori, la giustifica annotando che esso comporta "tanta indecenza e impurità, che muove a vomito". Era diffuso, infatti, a Grosio ed a Bormio, dove l'arciprete arriva a confessare che veniva praticato perfino da ecclesiastici, non del luogo, ma "da altri quando si portano a Bormio per fare il carnevale" (cit. da "Mentalità religiosa e tradizionale..." di Saverio Xeres, in "Economia e Società in Valtellina e nei contadi nell'Età Moderna", edito a cura della Creval nel 2008). Perché, dunque, furono solo i Pusterla ed i loro compagni di licenza a pagare? Non ci è dato saperlo. Così, densa di misteri e di sospesi, è la vicenda umana. Quel che sappiamo, comunque, è che la leggenda della casa Pusterla è riportata nel volume di Aurelio Garobbio "Alpi e Prealpi, mito e realtà", ed. Alfa, Bologna, 1967, pg. 37.

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