Il gruppo del Bernina (clicca qui per ingrandire)

Di leggende il comprensorio del Bernina è piuttosto avaro. E si capisce. Basta un po’ di psicologia spicciola. State a sentire un’antica leggenda sulla nascita della Valmalenco. Racconta che in origine erano Pizzo Scalino e Valmalenco. Dal loro amore nacquero la primogenita Chiesa ed il secondogenito Caspoggio. Da buon ultimo, ecco, infine, il terzogenito Lanzada. Dalle nozze fra Chiesa ed il Mallero nacquero Primolo, che volle metter su casa per conto suo, e Chiareggio, che invece si accasò presso i nonni Disgrazia e Ventina. Dio osservò questa discendenza e, volendone immortalare l’armonia, trasformò le persone in vette e paesi. Tutto bello, tutto edificante.
Ma immaginate l’umore del Bernina quando gli giunse all’orecchio questo racconto. “Ed io che ci sto a fare qui? Sarebbe cominciato tutto dal pizzo Scalino che, con tutto il rispetto dovuto al cosiddetto “Cervino della Valmalenco”, è sette gradi di nobiltà (leggi: settecento metri e spiccioli) inferiore a me, il più orientale fra i quattromila alpini? Quanto poi a questo Disgrazia, da quando un manipolo di Inglesi l’ha improvvidamente chiamato “Picco glorioso”, ha assunto una cert’aria che ve la raccomando…” Insomma, non l’ha presa bene, e si è chiuso in un silenzio sdegnoso. Niente leggende, fra le sue rocce.
Con una piccola eccezione, il pizzo Tremoggia, o delle Tre Mogge. Cima di un certo rilievo, anche per la prossimità del passo omonimo, nei secoli passati assai frequentato, anche da carovane con cavalli, nei transiti dalla Valmalenco all’Engadina per la val di Fex (per questo era chiamato anche Pas di Cavài). La leggenda legata a questi luoghi narra che proprio questo passo fu scenario di una tragedia: una frana, sul versante malenco poco sotto il passo, seppellì per sempre una coppia di pastori, saliti fin lassù per raccogliere genziane ed erbe alpine. La figlia Gina, una giovane pastora di Somprato, rimasta orfana, continuò, d'estate, a salire all'alpe a pascolare il bestiame. Amava soffermarsi sulle sponde di un piccolo specchio d’acqua, uno dei laghetti che dimorano nei ripiani sotto il passo, e vi passava ore, immersa nel malinconico ricordo dei giorni sereni nei quali il padre le raccontava tutti i segreti di quelle montagne. Era un ricordo che si faceva sempre più straziante, giorno dopo giorno. L’insostenibile strazio le causò più volte un vero e proprio malore. Era come se la sua anima anelasse a staccarsi dal corpo, per congiungersi con i genitori, che le sembrava di udire, di tanto in tanto, oltre il profilo più alto del pizzo. Ma il corpo si ribellava, restava aggrappato a questa terra, ed allora Gina si riscuoteva dal torpore e riprendeva la via che scende all’alpe. Fu così più e più volte. Finché la forza dell’anima l’ebbe vinta. Quel giorno i mandriani non la videro ridiscendere dal lago alto. A sera fatta, si disposero a salire per cercarla. Ma, guardando in alto, videro il suo corpo sollevato verso il cielo da ombre indistinte. Ripresisi dallo stupore, riuscirono, guardando con maggiore attenzione, a riconoscere i genitori di Gina. Con commozione compresero, allora, di essere testimoni di un prodigio. Ed il segno del prodigio fu che, da allora, la sommità del pizzo si fece candida e mostrò quei tre rilievi detti “Le tre mogge”.

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La Valmalenco dal passo delle Tre Mogge (clicca qui per ingrandire)

La commozione lascia il posto all’inquietudine se ci spostiamo un po’ più ad ovest, sull’ampio versante occidentale del pizzo dell’Oro, che scende fino alla valle del Muretto ed al passo omonimo. Qui la storia la fa da padrona, essendo il valico la più agevole porta aperta fra Valmalenco, Val Bregaglia ed Engadina. Ma l’immaginario non è rimasto inoperoso, ed ha popolato il monte del’Oro di tre pestiferi confinati (oltre che di miniere auree che nessuno mai ha davvero scoperto). Confinati, ovvero anima indegne del paradiso, ma anche dell’inferno, condannate in eterno a dar di mazza alle pietre, sminuzzandole senza costrutto e fine. In quella condizione, non c’è da stupirsi del loro particolare e perenne umor nero. Umor nero di cui si racconta fossero vittime mercanti, pellegrini e pastori che si avventuravano su per la strada del Muretto. I tre confinati li bersagliavano con pietre. Solo le preghiere e segni di croce valevano a scongiurare la minaccia per le persone e gli armenti. Ad aggiungere mistero a mistero possiamo anche rammentare un’antica storia secondo la quale per il passo del Muretto sia transitata nientemeno che la morte in persona, sotto le poco originali vesti di un misterioso taciturno viandante vestito di nero, che scese poi a S. Moritz per portarsi via un giovane.
Per la via del Muretto o per quella escursionisticamente più interessante del passo di Val Bona e della Valle del Forno, ci affacciamo alla parte più alta della Val Bregaglia ed al passo del Maloja. Nodo centrale già nel sistema di comunicazioni dell’età romana, è legato in particolare a leggende di draghi. Ora, per le menti degli antichi i draghi erano esseri realissimi. La cultura cristiana ne fa un simbolo del male (un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi, è la bestia che insidia la Donna vestita di sole, in un noto passo dell’Apocalisse). S. Agostino prende assolutamente per vera la credenza che i principali valichi alpini fossero presidiati ed insieme insidiati da pericolosissimi draghi, forse per un volere della provvidenza divina inteso a dissuadere gli uomini dal riporre troppa fiducia nei commerci e più in generale nell’amore delle cose di questo mondo. Fra questi draghi, spiccava, per fama, proprio quello del Maloja. Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo fantastico dell’arco alpino, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969, pg. 148), raccoglie questa credenza e ci assicura che ”draghi e serpi compaiono insieme all'uomo, stanno legati all'uomo come il male sta accanto al bene e l'amore all'odio.” Ad onor del vero un drago è una di quelle realtà che sfuggono ad ogni facile definizione. Perché è legato a molteplici significati. L’etimo del termine (il verbo greco dèrkomai) rimanda al guardare con attenzione, al sorvegliare. Ecco perché troviamo molto spesso draghi vicino a tesori, aurei od umani (principesse).
Dunque, la traversata alta del passo del Maloja deve avvenire con la cautela del caso. In particolare, avvistamenti di grandi massi ovoidali, posti in posizioni difficili da spiegare con la legge che governa la caduta dei corpi gravi, potrebbero far pensare a uova di drago (così vuole un’antica credenza), magari deposte proprio dal drago del Maloja, o dal suo stretto parente, i drago della Val Bregaglia. Quest’ultimo, tanto terribile quanto sciocco, è protagonista di una leggenda ben nota nella bassa Bregaglia. È ancora il Garobbio (in "Montagne e valli incantate", Cappelli Editore, Rocca S. Casciano, 1963), fra gli altri, a parlarne. Il drago predatore piombava, rapace, su mercanti e viandanti che risalivano la Val Bregaglia verso il passo del Maloja. I bregagliotti, disperati, non sapevano più cosa fare per disfarsene. Pensarono, dunque, di mandare verso il passo un carro tirato da due muli e da un asino, guidato da un cavallante di Promontogno. Il carico era costituito da un’enorme quantità di sale. Come c’era da aspettarsi, il drago non tardò a proiettare la sua enorme e paurosa ombra sul carro. Il conducente fece appena in tempo a scendere ed a nascondersi, prima che questi vi piombasse sopra, divorandolo in un sol colpo. Il sale non tardò a fare effetto, la sete divampò nelle viscere del drago, che, per spegnerla, prosciugò il lago di Cavloccio. Ma non bastò: dentro ardeva ancora, tanto che, con un soffio, incenerì il bosco di Casaccia. Si gettò, allora, sul torrente Mera, cercando sollievo. Bevve tanta acqua da scoppiare. Il botto fu così forte da lasciare un segno su un roccione che si trovava lì vicino. Ecco spiegata la cavità del Sasso del Drago. Ed ecco spiegata la presenza di certi strani tronchi bianchi di cui è disseminata la Val Bregaglia, anche là dove non vi è bosco: sono le sue costole, sparse un po’ ovunque. Sia come sia, da allora i traffici da e per il passo del Maloja non furono più molestati da alcun drago.

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La Val di Fex dal passo delle Tre Mogge (clicca qui per ingrandire)

Procedendo nella traversata verso est, eccoci di nuovo al cospetto dei giganti del gruppo del Bernina, visti, ora, da nord. Lo spettacolo impressiona per la bellezza selvaggia, ed una leggenda vi aggiunge un tocco di malinconia che non gusta mai dove la natura mostra il volto della wilderness. Si tratta della leggenda esplicativa di un toponimo, quello del Morteratsch. Sui monti tra Chapütschöl e Munt Pers viveva una fata di rara bellezza, che di tanto in tanto si rinfrescava alle acque del Lej da la Diavolezza. La bellezza suscita nell’uomo di indole spirituale un bisogno di contemplazione edificante. Ma essendo nell’uomo l’indole spirituale merce rara, ecco che alcuni cacciatori, avvistata l’incantevole creatura, vollero seguirla, per scoprirne la dimora. Sfruttando l’arte di tante poste ed inseguimenti, riuscirono a ripercorrere i suoi passi (e quelli del branco di camosci di cui si circondava), fino al suo castello. Un castello edificato tra le rocce più impervie, nella zona del Munt Pers. Quando la fata sparì nel castello, anche questo si dissolse, per incanto, e davanti agli occhi degli incauti restò solo un labirinto di rocce e crepacci, nel quale si persero, senza più ritrovare la strada di casa. Fra questi cacciatori vi era anche un tale Aratsch. Si narra che da allora, nelle sere più tristi, un lamento percorre quel versante: "Mort ais Aratsch" (Aratsch é morto). Molti lo udirono, ed qualcuno venne in mente che l'alpe a valle del Bernina dovesse prendere il nome da quel lamento. Per questo essa si chiama Alp Morteratsch.
Ma la spiegazione del toponimo è legata anche ad una leggenda più romantica. Là dove ora dominano rocce e ghiaccio, un tempo vi erano pascoli abbondanti e baite, pastori e bestiame. La vita trascorreva lieta, scandita da feste che favorivano il nascere di giovanili amori, come quello tra Eratsch e Teresa, chiamata, per la sua bellezza, la rosa della montagna. Come troppo spesso accade, i parenti (una sorta di Montecchi e Capuleti in versione retica) si misero però di mezzo, perché non correva buon sangue fra le due famiglie. Così il giovane partì per la guerra e Teresa, convinta che mai più l’avrebbe rivisto, morì per lo strazio dell’amore perduto. Ma Eratsch tornò, convinto di poter riabbracciare la sua amata e di vincere anche la resistenza dei cuori più induriti. Apprese, invece, della sua morte: sconvolto dal dolore, si recò allora verso l'alta montagna e si gettò in un orrido crepaccio del Labirynth. Di fronte ad una così grande tragedia, la natura stessa fu profondamente scossa: il pascolo inaridì ed il ghiacciaio avanzò inesorabile, coprendo ogni cosa. A ricordo dell’antico splendore rimase, solitaria, la rupe arida e semi-sommersa dal ghiacciaio, il Munt Pers. Intorno ad essa, nelle notti di bufera, vaga il tormentato spettro della rosa della montagna, che ancora cerca l’amato Eratsch, supplicando il crudele ghiaccio perché lo restituisca al suo amore. Insomma, cambia la leggenda, ma non la tragica morale: è Mort Eratsch.
A questa leggenda si ispirò probabilmente il famoso regista Fred Zinneman (quello, per intenderci, di Mezzogiorno di fuoco e Da qui all’eternità), quando girò, nel 1982, un film tanto poco noto quanto bello, Cinque giorni, un’estate, con Sean Connery, ambientato in buona parte in Val Roseg (fra le perle più belle delle valli engadinesi). Si ispirò alla leggenda nella scena, davvero commovente, che mostra il ritrovamento in un crepaccio, dopo decenni, della salma congelata di un giovane scomparso proprio la vigilia delle nozze. Lo sguardo dolente dell’amata, ormai anziana, resta impresso negli occhi. In questo intermezzo per cinefili non può mancare poi la citazione di un monumento dei film di ambientazione alpina, L’inferno bianco del Piz Palü (1929), che ha come cornice la parete nord del pizzo celebre per le sue tre cime, uno degli scenari più belli dell’anello intorno al massiccio del Bernina. Anche qui protagonista è la tragedia, quella di Maria, che precipita in un crepaccio, e quella del marito Johannes Krafft, che, quando possibile, si dedica alla ricerca disperata del corpo in tutti i crepacci del pericoloso versante. Ma questo è solo l’inizio del film…

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Piz Palu e Mosteratsh (clicca qui per ingrandire)

Torniamo alla nostra traversata sulla ali dell’immaginario. La leggenda della fata del Morteratsch ha già introdotto il Lej da la Diavolezza. Con un nome del genere, non possiamo che essere in piena leggenda. Vien da chiedersi: ma a che diavolo siamo di fronte? Un diavolo dai molti volti, parrebbe. Il Garobbio (in “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni”, cit.) un po’ immaginificamente lo nasconde dietro la locuzione “colui che non può essere nominato” (ed in effetti è ben radicata nel pensiero animistico e magico l’idea che nominare una potenza maligna significhi evocarla, e poi te la devi vedere tu…). Ma lasciamo a lui la parola: “Salendo dalla Bernina bassa verso il Munt Pers, il monte perso, attraverso l’alpe della Bernina, quando cessano il romice, l’aconito, il cardo spinoso, il veratro e la gialla genziana, e l’erba si fa più secca ed emana profumo sottile, si incontra una cortina di detriti. Tra questa e la scura parete della montagna, segnata dalla bianca fascia di un nevaio, c’è un laghetto rotondo dal nome infernale: Diavolezza. Non era prudente passare da quelle parti, specie dopo il tramonto. Colui che non si deve nominare si nascondeva tra le rocce…” Il mostro (senza nome, secondo un antico tabù linguistico per cui nominare una realtà maligna significa evocarla) si limitava però a spaventare i viandanti gettando contro di loro pietre (un po’ come tre vecchie nostre conoscenze, i confinati del monte dell’Oro) o ad investirli con un gelido vento. Alla fine, forse perché la gente aveva imparato che più di tanto non accadeva, e non si lasciava più di tanto impressionare, se ne andò. Segno della sua antica presenza rimasero i due cornini di roccia nei pressi del laghetto.
C’è però una seconda versione, che rappresenta la presenza diabolica sotto le fattezze di una splendida fanciulla dai capelli, è facile indovinarlo, rossi. La diavolessa dominava le nevi eterne del Diavolezza, ed attraeva nei crepacci mortali i soliti giovani incapaci di resistere al fascino femminile. Da diavolessa a Diavolezza il passo è breve.

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Il gruppo del Bernina (clicca qui per ingrandire)

Ci affacciamo dunque alla Valle di Poschiavo e, guardando al versante opposto (orientale) rispetto a quello che percorriamo nella parte alta, ci colpisce da una cima che spicca per il suo colore bianco, nella cornice di cime di colore ben differente. Vista dal passo Confinale o da quello di Cancian, pare quasi innevata, anche nel cuore dell’estate. Non a caso è stata chiamata Sassalbo, il sasso bianco. Il Garobbio ("Montagne e valli incantate", cit.) ci avverte che vi dimora uno degli esseri più spaventevoli, il salvanco antropofago:
Uomini giganteschi, i Salvanchi, vivevano sulle impervie pareti calcaree del Sassalbo, ed abitavano nelle numerose caverne di quella montagna nuda, a levante di Poschiavo. Irsuti come caproni e più feroci dei lupi, possedevano la forza di un bue. Se dovevano inerpicarsi sulle ripide pendici della montagna, sradicavano senza fatica un pino con le intere radici e se ne servivano come bastone. Ma guai se gli uomini toccavano le piante: urlavano; e si udivano dall'altra parte della valle; cacciavano fuori gli occhi dalle orbite, e l'ira li accecava. Per la violenza e la crudeltà nessuno osava affrontarli e bisognava rassegnarsi alle continue rapine, ritenendosi fortunati di non imbattersi in loro, poiché assalivano gli uominiBenché giganteschi, erano agilissimi, e si scorgevano a volte sui precipizi del Sassalbo saltare da una roccia all'altra come stambecchi. Camminavano a piedi scalzi e vestivano rozzi velli di marmotte, o di camosci, catturati rincorrendoli o ten­dendo lacci. Erano ghiotti del miele selvatico e della panna fre­sca, ma appetivano anche la carne umana. Se un bambino scompariva dalla culla non si nutriva dubbio. Lì dove la terra era più molle, si finiva infatti con lo scoprire la spaventosa impronta di un piede immane.”
Accidenti, penserete, per fortuna ci teniamo ad una debita distanza di sicurezza. Non sentiamoci troppo sicuri: aggiunge, infatti, il Garobbio: “I Salvanchi giravano per il sonante bosco di pini e di larici al piede del Sassalbo, ma si incontravano un po' dovunque nei dintorni…” E per esseracci di tal fatta, il concetto di “dintorni”, c’è da crederlo, è assai ampio… Procediamo, dunque, guardinghi, meditando su questa inquietante metamorfosi del ben noto mito dell’Homo salvadego. In quel di Sacco (Val Gerola), infatti, la sua celebre raffigurazione nella “camera picta” (1464) in contrada Pirondini è corredata dalla scritta “E sonto un homo selvadego per natura – chi me ofende ge fo pagura”. Qui l’homo salvadego incarna la natura originaria dell’uomo, ancora in piena armonia con la natura, che non offende se non è offeso e che è depositario di un’antichissima sapienza sull’arte casearia e su molte altre arti che non disdegna di insegnare ai contadini. Sul versante opposto della valle, nella Costiera dei Ceck, ecco l’om salvòdek, meno dotto dell’omologo orobico, ma non cattivo: viene immaginato come gigante mostruoso dal corpo ricoperto d'ispidi peli, dalla testa ai piedi, dalla capigliatura incolta e dalla barba che giunge alla vita, che conduce una vita semplice, cibandosi di frutta e di erbe. Che dire? Si può forse laconicamente sentenziare: paese che vai, salvadego che trovi

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Il gruppo del Bernina (clicca qui per ingrandire)

Con questi filosofici pensieri, rimettiamo piede sul suolo patrio. Ci accoglie, sornione, il pizzo Scalino, che si mostra alla nostra sinistra. Sembra dire: alla fin fine, la Valmalenco è cosa mia. E sembra molto fiero della sua fama di monte magico. Sì, perché si racconta che in realtà, dietro la parvenza della roccia, si nasconda un castello (ricordate la metamorfosi castello-roccia nella leggenda del Munt Pers?), che ospita cavalieri e dame. Lina Rini Lombardini ne racconta la leggenda nella raccolta “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950: “Una delle più suggestive nostre leggende s'irradia attorno al Pizzo Scalino. Crea sulle sue ferrigne rupi un favoloso castello. Non uno di quei fugaci e splendidi castelli fatti di nubi che presto il vento lacera e sfalda e disperde, ma un castello di roccia. A mezzanotte mentre il mondo dorme, lo Scalino vive un'avventura arcana; perde la sua cima, proietta mastio e torrioni, s'inghirlanda di merli, trafora di feritoie le bertesche, dischiude finestrelle ogivali che, all'ultimo tocco di mezzanotte, s'illuminano; e una gran folla appare, formicola dentro le sale. Sono cavalieri e dame che, al raggio della luna, o sotto il coro delle stelle, escono sul ponte levatoio, e scorrono giù lievi, a passo d'Ombre, lungo il dirupo, fino a uno spiazzo nevoso; armati a giostra gli uomini; palpitanti, dame e damigelle, in attesa che tra loro venga prescelta la Regina del Torneo, la Regina dell'Amore. Tribune e steccati, sorgono d'impeto; alle prime s'affacciano le dame, pallide d'amabile tremore; fra gli aguzzi denti dello steccato, i cavalieri, ormai in groppa a bianchi leardi pur essi fatti di nulla, si slanciano l'un contro  l’altro. Squilli di corni e di trombe, impennarsi di cavalli: lampi e cozzi di lance, rimbombi di mazze ferrate sugli elmi e sulle corazze.... Ma se già nel cielo, che ha visto fuggir tutte le stelle, balugina il riverbero della prima luce, dame e cavalieri risalgono verso il castello, e con esso sfumano e dileguano. E' invece una notte buia? Imperversa  sullo Scalino e sulle imponenti montagne che gli fanno blocco intorno, con fischi e lampi e tuoni e folgori, l'uragano? Dalle porte del castello spalancate con gran fragore, escono solo uomini pronti a sanguinosa battaglia. Grida d'odio e di minaccia, rimbombo e cozzo d'armi, si mischiano all'urlo dei venti, all'accecante rotear del nevischio..., finché la oscurità notturna comincia a impallidire, e si placa, insieme alla furia degli uomini, la furia degli elementi.
Il connubio roccia-castello lo incontriamo anche oltre, nella traversata verso Chiareggio, in corrispondenza di quello spuntone di roccia chiamato, appunto, il Castello (nel complesso del Sasso Nero: lo vediamo bene traversando dal rifugio Palù al rifugio Longoni). Quando vennero in Valtellina i terribili Ungari, nel cuor dell’alto Medio-Evo, un soldato disertore risalì la Valmalenco fino all’alpe Sasso Nero. Qui rapì Cristina, giovane pastorella, portandola sulle rocce dette il Castello. Parevano, a lui, un luogo sicuro, una fortezza nella quale arroccarsi. Ma Antonio, il promesso sposo, aiutato dagli alpigiani, salì di notte alla rocca e riuscì a sorprendere l’Ungaro, liberando l’amata. La pena per il barbaro fu tanto atroce quanto lo era stato il suo gesto: fu incatenato a quelle rocce e vi morì di stenti. Con i secoli il suo corpo si dissolse, ma lo spirito rimase avvinto alle catene. Per questo nelle cupe notti di maltempo si odono ancora i suoi gemiti e le sue incomprensibili maledizioni. E cadono ancora pietre su quanti si avventurano per quei sentieri dopo il tramonto.


Il gruppo del Bernina ed il laghetto delle Forbici (clicca qui per ingrandire)

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