Lago Nero e gruppo dell'Adamello

Il passo del Gavia è luogo d'incontri. Si incontrano Valfurva ed alta Valcamonica. S'incontrano ciclisti e motociclisti che restano fedeli ad una particolare predilezione per questo passo alto (m. 2611), e che spesso si ristorano ai vicini rifugi Berni e Bonetta. S'incontrano, infine, due spiriti. Ma questa è una storia più arcana, invisibile ad occhi disincantati di scettico. Una storia romantica e drammatica insieme, come spesso accade.
Protagonisti due caratteristici laghi alpini, il lago Bianco, appena prima del passo, sul versante della Valfurva, ed il lago Nero, oltre duecento metri più in basso (m. 2395), sul versante della Val Camonica (lo vediamo scendendo di pochi tornanti sulla strada che scende dal passo). Non inganni la distanza e la contrapposizione del nome: i due laghi, come vuole un'antica leggenda, sono stretti da un profondo legame d'amore, non essendo altro che la metamorfosi di due spiriti cui fu impossibile amarsi in vita (nella vita così come noi la conosciamo, intendo).
Ma andiamo con ordine. Una prima versione della leggenda parla di una bellissima orfana, Belviso, innamorata di un pastore. Come accade purtroppo non di rado, la felicità suscita profonda invidia, avversione, perfino odio. Per questo, o per qualche altro misterioso motivo, si scatena sempre qualche forza che congiura alla sua rovina. Nel nostro caso la congiura è ordita da due loschi figuri: l'avaro zio di Belviso ed un tipo sinistro, che gli propose di comperare la mano della nipote con denaro sonante. Lo zio non ebbe dubbi: i sentimenti mutano, l'oro resta. Ingiunse, dunque, a Belviso di togliersi dalla testa lo spiantato pastorello e la presentò al nostro tipo, che puzzava di zolfo lontano un chilometro. Sì, era il diavolo, che aveva tramato il matrimonio non perché gli interessasse veramente qualcosa della ragazza, ma perché intendeva distruggere la felicità dei due giovani. Così è fatto, che volete farci: è più forte di lui. Belviso finse, sulle prime, di piegarsi alla volontà dei due malvagi, ma, appena preso congedo, lasciò la casa dello zio e corse a raccontare quanto accaduto al suo amato. Decisero, insieme, di far perdere le proprie tracce e fuggire lontano. Così fecero. Ma non avevano fatto i conti con il diabolico pretendente, che, da buon diavolo, aveva fiutato l'inganno. Così si pose subito sulle tracce dei due fuggitivi, seguito, con tanto di fiatone superato solo dal furore per l'affare compromesso, dallo zio. I due innamorati salivano al passo del Gavia. Sostarono un attimo, poco sotto il passo, e videro che gli inseguitori li stavano raggiungendo. "Tu vai avanti, resto per un attimo e cerco di fermarli" disse il giovane a Belviso. Si guardarono: lei sapeva che non era la verità, ma non restava altro da fare: se fossero stati raggiunti insieme, per il loro sogno d'amore sarebbe stata la fine. Lo lasciò, con la morte negli occhi. Aveva già raggiunto il passo, quando il diavolo stava per mettere le sue grinfie sul giovane. Accadde, allora, quel che avevano concordato senza neppure parlarsi (perché questa, appunto, è la prerogativa dell'amore): aiutati, forse, da qualche potenza arcana, si mutarono, entrambi, in laghi: lui nel lago Nero, lei nel lago Bianco. Nessuno poteva avere più alcun potere su di loro. Da allora il loro spirito vive nelle acque ed i due laghi, nelle notti quiete e terse, si parlano, vagheggiando di quella vita che era stata loro negata. Un sussurro, appena, che pochi possono cogliere.

Una seconda leggenda parla di Bianchina e Nerino, anche loro giovani ed innamorati. Qui l'invidia assume le sembianze di una tal Pinotta, che si rodeva per la felicità dei due, tanto da decidere di tramarne la rovina. L'occasione venne quando seppe che i due si sarebbero recati insieme al passo del Gavia: implorò il padre, Viz, un mago tanto potente quanto privo di scrupoli, di ucciderli. Questi scatenò, allora una terribile bufera di neve, con folate sperzanti di gelida tormenta, che si abbattè sui due innamorati proprio sul passo. Non durò molto, ma quando la furia degli elementi si fu placata, sotto una spessa coltre di neve i due giovani erano ridotti a statue di ghiaccio senza vita. I genitori, che non avevano più notizie di loro, salirono a cercarli al passo, temendo il peggio. Scavarono nella neve, qua e là, con il cuore in gola, ed alla fine li trovarono. Disperati, chiesero aiuto agli spiriti del luogo, perché non potevano rassegnarsi a perderli. Si impietosì di loro lo Spirito dei Boschi, che però nulla poteva fare: solo lo Spirito delle Acque, disse parlando loro, avrebbe potuto in qualche modo restituirli alla vita, perché solo lui aveva potere sull'elemento del ghiaccio. Ed allora i genitori presero ad invocare questo spirito, che dalle dimore più alte udì la loro voce. Scese, dunque, e vide le due statue di ghiaccio. "Non è possibile che da questo ghiaccio torni la vita umana", disse grave e dispiaciuto, "ma questo non vuol dire che i vostri amati figlioli non possano ancora vivere." Così disse, e, raccolta acqua purissima nel palmo della mano, bagnò le due statue. L'acqua si fece strada nel duro ghiaccio, raggiunse i cuori dei giovani, li sciolse e li riportò alla vita, ma non a vita d'uomo, bensì di elemento. Le statue si sciolsero, divennero due pozze d'acqua, alimentate dai mille rivoli che scendevano dai più alti ghiacciai. Ecco come nacquero il lago Bianco ed il lago Nero. Da queste acque è concesso ai due giovani, per un destino imperscrutabile, di riemergere, di tanto in tanto, e sempre di nuovo intrecciare parole d'amore.
Una terza leggenda spiega l'origine dei due laghi. Questa non prende le mosse da un amor edi giovani, ma dalla passione irrefrenabile dello Spirito dei Boschi per una fata, la quale, però, non corrispondeva affatto questo sentimento. Lo Spirito non si dava per vinto, tentava e ritentava di convinverla con le parole a legarsi a lui. Visti inutili i suoi sforzi, decise di rapirla. La fata, fuggendo, implorò l'aiuto della Regine delle Nevi, la quale, però, le disse che non poteva fare null'altro se non cercare scampo nelle acque del lago al passo del Gavia. Così fece, e da allora il lago, per il candore della fata, assunse il colore ed il nome di bianco. Lo Spirito dei Boschi, disperato per la perdita dell'amata, si gettò nel più basso lago, che, dal colore dei suoi occhi, dovenne il lago Nero. Ma, anche qui, la storia non termina con l'inabissarsi dei due nelle acque: essi vivono ancora, ed ancora, e per sempre, dal basso sale la voce dello Spirito dei Boschi, con dolci parole d'amore, cui fanno eco i dinieghi della fata, che neppure a parole può assencondare questo amore.

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