Tra i due modi di dire – mi è venuto un sogno – e – ho sognato – ci sono di mezzo le ere storiche. Ma quale dei due è più vicino alla verità? Come non sono gli spiriti a mandare il sogno, così, d’altra parte, non si può nemmeno dire che sia l’io a sognare”. Questo scrive il filosofo novecentesco Theodor W. Adorno, in “Minima moralia” (122, Einaudi, Torino, 1979, trad. Renato Solmi).
Oggi ci sentiamo artefici di tutto, o quasi, artefici del nostro mondo, del nostro tempo e perfino, forse, del nostro destino. Perché non anche dei sogni? Ho fatto un sogno, così diciamo, appunto. Un tempo non era così. Si immaginava che i sogni venissero. Soprattutto gli incubi. La lingua inglese offre un indizio significativo di questa credenza: l’incubo vien detto “nightmare”, letteralmente “il mostro della notte”, immaginato come cavalla mostruosa. “Mare”, infatti, è dalla radice “mara”, il cui significato è ben illustrato dall’insigne dialettologo Remo Bracchi, che, nell' "Inventario dei Topinimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - Montagna", parlando del toponimo “Mara”, lo riconduce dalla radice prelatina "mara", che ha generato nomi di diversi insetti con caratteristiche demoniache, e che si trova anche in voci europee che significano "incubo" ("nightmare", in inglese, "cauchmare", in francese, "mara" nell'alto tedesco).
Il soggetto dell’incubo che sopraggiunge con le fattezze di una cavalla mostruosa ha trovato la sua più celebre rappresentazione figurativa nei dipinti di Johann Heinrich Füssli (1741-1825), pittore zurighese naturalizzato inglese. Questi rappresenta bene la dinamica dell’incubo: la cavalla sopraggiunge, squarciando con gli occhi orrendamente iniettati di luce sinistra le tenebre, presenza incombente che minaccia la dormiente completamente abbandonata al terrore della visione onirica. Sul petto della dormiente, però, sta, appollaiato, l’elemento chiave, uno spiritello maligno che, si capisce, ha evocato l’incubo.

Tre sono, dunque, i soggetti di questa scena notturna: la vittima, che non può non subire quanto accade, l’incubo, che sopraggiunge, e l’artefice, lo spirito evocatore. È credenza antichissima e diffusissima, in tutta Europa, che gli incubi siano provocati ed evocati da piccoli spiriti malvagi, i quali pendono possesso del dormiente approfittando della sua condizione di debolezza. Anche in Valtellina ci registra questa credenza. Due esempi per tutti.
A Frontale, paese posto all’ingresso della Val di Rezzalo (territorio di Sondalo) i poveri contadini vivevano, un tempo, una paura che letteralmente toglieva loro il sonno, quella del calcaröl. Come dice il termine stesso, il calcaröl è un essere che “calca”, cioè preme. Un essere diabolico che si introduceva, di notte, nelle case della gente, ponendosi sul loro petto e cominciando a premere, e premere, e premere. Ora, o il povero disgraziato riusciva a svegliarsi in tempo e cacciarlo, oppure moriva asfissiato. Per questo i contadini si premuravano di chiudere bene tutte le fessure delle baite, per impedire che entrasse. Ma non sempre bastava. Per essere più sicuri bisognava deporre sulla soglia di casa libri religiosi, come il libro dell’Ufficio delle preghiere o il Messale.
Analoga credenza nel livignasco: qui si credeva che di notte questi spiriti dispettosi entrassero nelle baite sfruttando le piccole aperture per il ricambio dell’aria, si intrufolassero fra le coperte e rendessero affannato il sonno e paurosi i sogni.

La credenza è diffusa anche in Engadina e, a questo punto, non possiamo non cedere la parola ad Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, il quale, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969), racconta:
In Sopraselva si chiama Derscialet o Darscialet uno spiritello maligno che di notte penetra nelle case e s'accovaccia sul petto dei dormenti, provocando l'incubo.Specie quando soffia il favonio o nelle notti nevose, il folletto ama restare riparato e si insinua sotto le coperte rendendo penoso il riposo dei montanari.Per entrar nelle case, tenta dapprima la via più comoda, ma se l'uscio è chiuso a chiave, gli basta una fessura fra il battente e la soglia, o lo stipite, ed ancora una semplice screpolatura del legno, perché ha il potere di assottigliarsi come un filo di fumo.Trovata la strada, la ripete quasi ogni notte, ed essendo per natura abitudinario, chi l'ha avuto compagno una volta, è certo di riaverlo.Sembra che, ponendo sulla tavola un pane capovolto, lo spiritello tenti altrove: non può soffrire il pane ne voltato all'insù, d'altra parte non ha facoltà di mutare p. osto a cosa alcuna. Altro modo per stancare il folletto, è quello di mettere in bilico sulla maniglia della porta un misurino colino di miglio.
Il Derscialet tasta l'uscio, muovendo la maniglia fa cadere il misurino ed il miglio si dissemina sul pavimento; ma egli deve lasciar tutto come si trova, ed uscire dalla stessa parte dove è entrato: ed eccolo raccattare per intere ore il miglio, sino all'ultimo seme, riempire il misurino, collocarlo sulla maniglia per farlo di nuovo ricadere, dovendo muoverla per uscire. Costretto l'intera notte a raccattare e rovesciare, si dà alla ricerca di una cuccia più facilmente raggiungibile.Non si è certi della forma esterna del Derscialet, ed ancor meno della sua sostanza: voglio dire di chi si celi, in realtà, sotto le speci del misterioso folletto.

A Selva nella Cadì, il Derscialet visitava ogni notte un giovane il quale, pur essendo forte e robusto, a furia di sentirsi per intere nottate quel peso sul petto, finì con il deperire. Tutto aveva tentato : il pane rovesciato sulla tavola, il misurino colmo di miglio, ma invano. Ad una certa ora della notte il folletto si infilava sotto le coperte, spassandosela, mentre egli perdeva la forza di compiere il minimo movimento.
Stanco di soffrire e deciso di liberarsi a qualsiasi costo delle strane visite, si recò da un vecchio noto per sapienza. Costui lo ascoltò, sfogliò un librone di cartapecora, lesse, restò pensieroso ed infine, fattosi promettere di non palesare il segreto, gli insegnò quello che doveva fare.
- Tutto si scioglierà, ma se ti mancheranno coraggio e prontezza, sarai perduto.

Tornò a casa il giovane, e venuta la notte si coricò compiendo gli stessi gesti consueti per non destare sospetto, e come fu a letto finse di dormire, restando in vigile attesa. Quando sentì il peso del folletto penetrato sotto le coperte, prima di perdere le forze tracciò con la mano certi segni nell'aria. Si udì un fruscio, mentre l'oppressione svaniva. Svelto saltò fuori, camminando nel buio a tentoni raggiunse la porta ed otturò con della carta il buco della serratura. Quindi senza riaccendere il lume, si ricoricò e finalmente quella notte dormì tranquilli sogni, come da tempo non gli riusciva.
Svegliandosi al mattino, si stropicciò più volte gli occhi per accertarsi se ancora sognava. Chiusa nella stanza c'era una bellissima giovane, corrucciata e sdegnosa, e fingeva di non vederlo guardando il soffitto.
- Sei tu dunque, che non mi lasciavi requie! — fece il giovane scendendo dal letto ed avvicinandosi alla fanciulla. La ragazza scrollò le spalle senza rispondere. Si può sapere che gusto ci pigliavi a rannicchiarti sul mio petto tutte le notti?
- Mi piaceva starti insieme.
- Se ti piaceva ti piacerà - e stringendola fra le braccia e baciandola aggiunse: - D'ora in poi resterai qui.
Vissero insieme lunghi anni, si vollero bene, ebbero diversi figli. Ma la donna guardava sempre il buco della serratura rimasto otturato con la carta, e non diceva nulla. L'uomo notava il costante interessamento, e fingeva di non accorgersene. Egli sapeva che lei non poteva lasciarlo: dal buco della serratura doveva uscire. Per questo non toglieva la carta.

Un giorno, ed i figli erano già ragazzetti, la donna disse: - Quanto sei diffidente! Molti anni sono passati e non hai tolto la carta dalla serratura.
- Se c'è stata sino ad oggi, vuol dire che ci vuole.
- Ho pur dato mille prove che mi piace stare con te. Temi che me ne vada? Merito simile sfiducia?

L'uomo non rispose, però la sera andando a letto tolse la carta, si coricò a fianco della sua donna, dormì tranquillo. Fu un male, perché al mattino si trovò solo. Avendo la via libera, la sposa se ne era andata senza lasciar traccia, portandosi insieme i figli.
Né per quanto disperato cercasse nel villaggio ed in quelli vicini, in val Giuv ed in val Mila, in val Strem ed in val Cornera, al Lai da la Siara ed al Lai la Torna, non riuscì a ritrovare né la sposa, né i figli.”

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