Apri qui una panoramica sull'alpe di Gera

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Gera-Alpe Gembrè-Rif. Bignami-Diga di Gera
2 h e 30 min.
450
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco e raggiungiamo Lanzada, proseguendo per Canpo Franscia e Campomoro e parcheggiando in fondo alla pista, sotto il muraglione della diga di Gera (m. 1990). Saliti al camminamento, stiamo sulla destra e percorriamo il sentiero che corre a destra del lago di Gera. Ignoriamo la deviazione a destra per la Val Poschiavina, scendiamo in un vallone e risaliamo fino a raggiungere l'alpe Gembrè (m. 2224). Ignorato il sentiero alla nostra destra che sale al passo Confinale, proseguiamo diritti, attraversando le baite dell’alpe. Lasciate queste alle spalle, scendiamo, seguendo le indicazioni, verso i numerosi torrentelli che segnano il circo terminale dell’alta val Lanterna (valle di Campomoro). Stiamo percorrendo il cosiddetto Sentiero dei Ponti (segnalato da segnavia), perché sette ponti in legno consentono di superare i torrentelli che scendono dalla vedretta di Fellaria orientale. Superati i numerosi torrentelli, ricominciamo a salire in direzione sud-ovest, su facili balze, verso lo sperone roccioso sul quale è collocato il rifugio Bignami (m. 2385). Nella salita incontriamo l'ultimo dei ponti, prima di affrontare lo strappo conclusivo. Dal rifugio prendiamo infine a sinistra, seguendo le indicazioni ed imboccando il marcato sentiero che scende verso sud-ovest tagliando il fianco del Sasso Nero e terminando al camminamento della diga di Gera. Lo percorriamo e ridiscendiamo al parcheggio.


Bacino di Gera

La diga di Gera (diga de la gère) è il secondo e più grande sbarramento idroelettrico che occupa la parte alta della valle di Campomoro. È stata costruita dall’impresa Italstrade fra il 1960 ed il 1965 (per conto della società idroelettrica Zizzola, prima, e dell’ENEL, poi) nella piana, di circa 2 km, che prima ospitava l’alpe di Gera (gère, m. 2024), ed è una delle più grandi d’Italia. La sua muratura, eretta con 1.800.000 metri cubi di calcestruzzo, ha un’altezza di 110 metri e si impone quindi prepotentemente allo sguardo di chi raggiunga la piana di Campomoro (a sua volta occupata da uno sbarramento più basso e meno capiente, la diga di Campomoro). La diga di Gera può contenere 65 milioni di metri cubi d’acqua ed è alimentata  dal torrente Còrmor (le cui acque scendono dalla vedretta di Fellaria orientale), dal torrente della Val Poschiavina e dal torrente Scerscen (le cui acque sono convogliate qui  mediante una galleria a pelo libero di circa 4 km).
Il lago artificiale di Gera può essere percorso in tutto il suo perimetro con un’escursione che non comporta particolare impegno fisico, ma risulta molto interessante dal punto di vista panoramico, e niente affatto banale. Si tratta del cosiddetto giro del lago di Gera. Punto di partenza è, ovviamente, il parcheggio ai piedi dello sbarramento della diga.



Diga di Gera

Per raggiungerlo dobbiamo imboccare, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (sgésa, a 15,5 km da Sondrio); prendiamo, poi, a destra ad una rotonda ed attraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia, a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia (localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”), proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita in automobile in valle di Campomoro, dove si trovano i due grandi sbarramenti delle dighe di Campomoro e Gera (dighe de cammòor e dighe de la gère). È possibile portarsi, percorrendo un ultimo tratto sterrato, in vista dell’impressionante sbarramento della diga di Gera, fino all’ampio piazzale dove possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1965 metri.
Guadagnata la sommità dello sbarramento (m. 2175) seguendo la stradina asfaltata, ci troviamo di fronte ad un bivio. Attraversando lo sbarramento, verso sinistra, si sale al rifugio Bignami. Noi dobbiamo invece seguire le indicazioni per Il giro del lago di Gera, L'alpe Gembrè e La val Poschiavina. Percorriamo così una pista sterrata intagliata nel fianco roccioso della montagna, che, ad un certo punto, inizia a salire in val Poschiavina (val pus-ciavìna, da non confondere con la più ampia Valle di Poschiavo, in territorio elvetico: è una laterale sud-orientale della valle di Campomoro). La dobbiamo seguire solo per un tratto: non appena scorgiamo, alla nostra sinistra, un ponte sul torrente della valle, dobbiamo lasciarla e seguire un sentiero che, valicato il torrente, sale all'alpe Poschiavina per poi scendere bruscamente per diverse decine di metri, riavvicinandosi al bacino artificiale.
Dopo essere passati sotto un impressionante artiglio roccioso, raggiungiamo, con un ultimo tratto pianeggiante, l'alpe Gembrè (m. 2224), dove, d'estate, troveremo sempre qualcuno disposto ad offrirci preziose indicazioni. L'alpe, chiamata localmente giumbréie o gembrée, venne assegnata alla quadra di Lanzada nella ripartizione del 1544 ed è caricata da alpeggiatori di Tornadri – Lanzada -; interessante la struttura delle 15 baite, alte, al centro, quanto una persona, coperte di lastroni di pietra, con il focolare in un angolo ed un rialzo per i pagliericci nell’altro. Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, sulla destra rispetto al sentiero principale, ne parte uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. Si tratta del sentiero (strada di vàchi) risale il ripido gradino erboso e roccioso che chiude ad est l’alpe, e si affaccia all’alta Val Confinale, che culmina nel passo omonimo, facile porta di comunicazione fra Valmalenco e territorio elvetico della Valle di Poschiavo.
Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa, Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.
E' tempo di proseguire: ignorato il sentiero per il passo Confinale, proseguiamo diritti, attraversando le baite dell’alpe. Lasciate queste alle spalle, scendiamo, seguendo le indicazioni, verso i numerosi torrentelli che segnano il circo terminale dell’alta val Lanterna (valle di Campomoro). Stiamo percorrendo il cosiddetto Sentiero dei Ponti (segnalato da segnavia), perché sette ponti in legno consentono di superare i torrentelli che scendono dalla vedretta di Fellaria orientale (vedréce de felérie), che scende dal ripido canale dei Sassi Rossi. Un ghiacciaio oggi ridotto a ben più modeste proporzioni rispetto all’estensione che aveva in epoca napoleonica, quando le sue propaggini basse raggiungevano i gerùn che attraversiamo percorrendo l’anello del lago. Oggi camminiamo a notevole distanza dal ghiacciaio, che però fa intuire la sua presenza ancora potente alimentando i torrentelli (chiamati, genericamente, “acqui”), la cui portata non è insignificante. Dal ghiacciaio scendono tre grandi cascate: quella orientale, quella centrale e quella occidentale, con un salto che genera uno spettacolo di forte impatto emotivo. Superati i numerosi torrentelli, ricominciamo a salire, verso lo sperone roccioso sul quale è collocato il rifugio Bignami (m. 2385). Nella salita incontriamo l'ultimo dei ponti, prima di affrontare lo strappo conclusivo. Alle nostre spalle, ottima è la visuale sul passo Confinale, che congiunge Valmalenco e Valle Poschiavina.
Alla fine, approdiamo alla sommità del pianoro sul quale è posto il rifugio Bignami (la bignàmi), costruito dal CAI di Milano nel 1957, per ricordare l’alpinista Roberto Bignami, scomparso durante una spedizione himalaiana nel 1954. Rappresenta un osservatorio privilegiato sul Piz Palù e sulla vedretta di Fellaria orientale, che cade nel ripiano inferiore con impressionanti seracchi. Più a destra, è ottima la visuale sul passo Confinale. Più a destra ancora, il massiccio monte Spondascia domina la diga di Gera. Il rifugio è posto poco più in basso rispetto alle baite dell’alpe Fellaria (m. 2401), che merita un discorso a parte. Si tratta, infatti, di uno dei più alti alpeggi alpini, posta, com’è, a 2400 metri. Il suo centro è posto in un piccolo avvallamento che pone le baite al riparo dai venti che spirano dai ghiacciai omonimi. Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso era caricata da una decina di famiglie della contrada di Ganda (Lanzada), ciascuna con il proprio soprannome (i re, i gat, i santin, i mau, i gnolii, i tonitoni, i alpin, i öc, i péteréi), con una settantina di capi che salivano fin qui dopo aver sostato nei sottostanti alpeggi di Campomoro e di Gera (prima che gli attuali invasi li sommergessero); oggi, invece, da molti anni nessun capo di bestiame pascola più nella splendida cornice dell’alta Valle di Campomoro.
Per tornare alla diga di Gera, basta seguire il comodo sentiero che scende tagliando il fianco sud-orientale del Sasso Moro (attenzione però alla caduta sassi, pericolo tutt’altro che remoto). Sul lato opposto si apre al nostro sguardo la val Poschiavina. In breve, ci ritroviamo sul camminamento che percorre lo sbarramento della diga di Gera, dopo circa due ore e mezza di cammino ed un dislivello in salita stimabile approssimativamente in 450 metri.

 


Rifugio Bignami

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

GALLERIA DI IMMAGINI

ALTRE ESCURSIONI A LANZADA

 


Escursioni e camminate (consigli ed indicazioni; I miei canali su YouTube: paesi e campane, rifugi e vette, passi e poesie, poesie, musica)
Storia, tradizioni e leggende
Immagini, suoni e parole

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Designed by David KohoutCopyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas