Giro del Monte Confinale 1 - Niblogo-Rifugio V Alpini


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IL GIRO DEL MONTE CONFINALE 1 -NIBLOGO - RIFUGI V ALPINI-BERTARELLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Niblogo -Rifugio Campo-Baita del Pastore-Rifugi V Alpini-Bertarelli
4 h e 30 min.
1300
E
SINTESI. Imbocchiamo, a Bormio, la strada statale del Gavia, entrando nel territorio del comune di Valfurva. Superata la frazione di Uzza, raggiungiamo S. Nicolò. Qui, subito dopo la Casa Comunale, sulla sinistra, dobbiamo lasciare la strada statale per imboccare quella che sale, con diversi tornanti, alle frazioni complessivamente denominate Madonna dei Monti, fino a Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio. Ci incamminiamo su una pista sterrata. Attraversato il letto del rio d'Ardof, siamo ad una radura pianeggiante, che presenta un dosso verde coperto di mughi detto Piano delle Tre Croci. Ignorata la deviazione per Pradaccio, proseguiamo, raggiungendo il pont di plaz, che scavalca il torrente Zebrù, portandoci dalla parte sinistra a quella destra (per chi sale) della valle. Dopo una salita siamo ai Piaz (m. 1660), dove si trova anche il ristoro Zebrù. A circa 1800 m. un terzo ponte ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle, dove troviamo una nuova coppia di tornanti, superati i quali ed ignorata una deviazione sulla sinistra per la Valle Ardof e l’alpe Solaz, siamo alle baite del maggengo di Zebrù di fuori (m. 1828). La valle intanto si fa più ampia e pianeggiante, ed in breve siamo alle baite di Chitomàs (m. 1881). La strada propone, quindi, qualche saliscendi, si porta a destra e poi ancora a sinistra della valle (sempre per chi sale) con due ponti, e raggiunge la località Campo di Fuori (m. 1947). Poco oltre, troviamo l’azienda agrituristica Ristoro La Baita (m. 1980). Dopo breve tratto siamo al rifugio Campo (m. 2000), in località Campo di Dentro. Ad un bivio seguiamo le indicazioni per la Baita del Pastore e superiamo sulla sinistra il grande conoide della val di Campo, sotto l'omonima vedretta, colonizzato da cespugli di rododendro e mugo, e sulla destra il rio del Rabbioso (Rinec). La strada attraversa, poi, l'ultimo ponte sul torrente Zebrù, che corre ora alla nostra destra, e porta, dopo una lunga salita, alla Baita del Pastore (m. 2168, ad 8 km da Niblogo). Una sorta di tratturo inizia ad inerpicarsi su un largo dosso erboso, con tornanti regolari e pendenza piuttosto severa. La pista, attraversata una valletta, riprende a salire con inesorabile severità ed al termine di una rampa micidiale, volge a sinistra e raggiunge in breve la cima di un ampio dosso. Poi lascia il posto ad un sentiero, che sale con qualche serpentina sul corpo della morena. Giunti ad un grande masso posto poco sotto il grande sperone su cui è posto il rifugio, ad una quota di circa 2750 metri, troviamo l’ultimo cartello, che segnala anche un importante bivio: alla nostra destra parte un sentiero che sale ai passi di Val Zebrù, dobbiamo seguire il sentiero che volge a sinistra, raggiunge il piede dello sperone e piega a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torna a tagliarlo da destra a sinistra, poi piega ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota.


Il monte Confinale visto dalla Valfurva

Il monte Confinale (3370) è la massima elevazione di un poderoso massiccio posto quasi al centro della Valfurva, fra Val Zebrù, a nord, Val Cedec e Valle dei Forni, ad est e solco principale della Valfurva, a sud. Per iniziativa dei rifugi V Alpini e Forni è stato recentemente promosso un trekking in tre (o anche due) giornate che disegna un anello intornao al gruppo del Confinale, passando dalle valli Zebrù, Cedeh e dei Forni e toccando i rifugi V Alpini, Pizzini-Frattola e Ghiacciaio dei Forni. E' stato chiamato giro del monte Confinale. Lo si percorre senza particolari problemi in tre giorni ma anche, con buon allenamento, in due.
Punto di partenza è il parcheggio di Nibologo, all'imbocco della Val Zebrù.


La Val Zebrù

Per raggiungerlo dobbiamo imboccare, a Bormio, la strada statale del Gavia, entrando nel territorio del comune di Valfurva. Superata la frazione di Uzza, raggiungiamo S. Nicolò. Qui, subito dopo la Casa Comunale, sulla sinistra, dobbiamo lasciare la strada statale per imboccare quella che sale, con diversi tornanti, alle frazioni complessivamente denominate Madonna dei Monti (i Mont). Superati Parìs e Adam, siamo a Plàzzola, dove si trova la chiesa parrocchiale della Vergine del Carmine. Proseguendo nella salita, ignoriamo la deviazione a sinistra che porta alle contrade Cadalberto, Canaréglia e Plazzanecco, e proseguiamo fino a Niblogo (m. 1600), dove la strada aperta al traffico termina ad un parcheggio presso un edificio adibito a punto di informazioni del Parco Nazionale dello Stelvio. Teniamo presente che, date le ridotte dimensioni del parcheggio, nei periodi di punta dopo una certa ora questo si riempie, per cui siamo costretti a scendere sperando in miglior fortuna a Plazzola. Inoltre a Niblogo è possibile trovare veicoli autorizzati a fare la spola negli 8 km che separano il parcheggio dal Baitìn del Pastore. I tempi di attesa possono, però, essere prolungati, perché il servizio viene prestato quando i mezzi sono pieni (5 persone).


San Nicolò Valfurva

Un cartello dà, sulla direttrice che ci interessa (quella principale di valle), le baite Zebrù ad un’ora e 10 minuti, le baite di Campo a 2 ore e 10 minuti, la Baita del pastore a 3 ore ed il rifugio V Alpini a 5 ore e 10 minuti. Un buon camminatore può accorciare questi tempi, ma non di molto. Oltre il parcheggio di Niblogo, inizia la strada sterrata di Val Zebrù, che termina al Baitin del Pastore. Lo scenario cambia repentinamente: dai verdi e solari prati di Madonna dei Monti siamo subito proiettati fra i giochi di luci ed ombre della valle. Attraversato il letto del rio d'Ardof, siamo ad una radura pianeggiante, che presenta un dosso verde coperto di mughi detto Piano delle Tre Croci (Plan da li Tre Crése, m. 1650 ), perché un tempo vi si trovavano tre croci di legno (oggi ne è rimasta una). Incontriamo la deviazione per Pradàccio, località che si trova sull’altro versante della valle rispetto a Madonna dei Monti. In realtà la pista che si stacca dalla Strada di Val Zebrù alla nostra destra era l’originaria strada, di accesso alla valle, costruita per scopi militari, che saliva da S. Antonio passando per S. Gottardo e, appunto, Pradaccio. Leggiamo, infatti, nella già citata Guida CAI del 1884: “Risalendo da S. Antonio o da S. Gottardo la Valle Zebrù, si arriva in meno di due ore alte Case di Zebrù, vasta alpe.”
Per capire l’esigenza di questa strada, consideriamo che la val Zebrù assunse grande rilievo nel corso della Prima guerra mondiale. Sulla cresta settentrionale, infatti, passavano le linee difensive italiane che si estendevano dal passo dell'Ables, ove si collegavano con quelle della valle del Braulio, al Cristallo, al passo dei Camosci, alla cima di Trafòi, al passo dell'Ortles sino al Gran Zebrù. La strada che raggiungeva la Baita del Pastore consentiva, dunque, di trasportare agevolmente i rifornimenti che  poi venivano mandati alla prima linea attraverso teleferiche a motore e a contrappeso.
Qui troviamo altri cartelli: Pradaccio è data a 40 minuti e, nella medesima direzione, le baite Cavallaro a 2 ore e le baite Confinale a 2 ore e 40 minuti. Nella direzione che ci interessa le baite Zebrù sono date a 50 minuti, le baite di Campo a 1 ora e 50 minuti, la Baita del Pastore a 2 ore e 40 minuti ed il rifugio V Alpini a 4 ore e 50 minuti.
Noi, ovviamente, ignoriamo la deviazione per Pradaccio e proseguiamo, raggiungendo il pont di plaz, che scavalca il torrente Zebrù, portandoci dalla parte sinistra a quella destra (per noi che saliamo) della valle. Oltre il ponte, la pista propone un tratto di decisa salita, con un paio di tornanti, tra i boschi umidi e freschi. Al termine della salita siamo ai Piaz (m. 1660), dove si trova anche il ristoro Zebrù. Incontriamo, poi, una nuova deviazione, segnalata: la pista di destra porta in 20 minuti a Pradaccio ed in un’ora e 10 minuti a S. Gottardo, mentre la strada di valle prosegue  per le baite Zebrù, date a 30 minuti, le baite di Campo, date a 1 ora e 30 minuti, e la Baita del Pastore, data a 2 ore e 20 minuti. Sul lato opposto della valle si vede la compatta parete della Reit, con la caratteristica striatura corrugata.
A circa 1800 m. un terzo ponte ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle, dove troviamo una nuova coppia di tornanti, superati i quali ed ignorata una deviazione sulla sinistra per la Valle Ardof e l’alpe Solaz, siamo alle baite del maggengo di Zebrù di fuori (m. 1828). Lo scenario è assolutamente bucolico: alla nostra sinistra i prati e le poche baite si stendono al di sotto del verde intenso dei pini silvestri e mighi, che va ad infrangersi contro la compatta muraglia della roccia calcarea della cresta del monte Cristallo. Guardando alle spalle, oltre il solco iniziale della valle, vediamo, a sinistra, il monte Vallecetta ed a destra la superba Cima Piazzi. Guardando verso la parte superiore della valle, infine, possiamo notare come essa inizi a piegare descrivendo un arco verso destra. Già si intravede la bella e liscia parete del Monte Cristallo, chiamata Pala d’Oro per la colorazione che assume sul far del tramonto. Seguono, a breve distanza, le baite di Zebrù dal Giardìn, Zebrù di dentro e Zebrù da Bigno (m. 1860). La valle intanto si fa più ampia e pianeggiante, ed in breve siamo alle baite di Chitomàs (m. 1881). Sullo sfondo si vede ora meglio la muraglia compatte del monte Cristallo (3434 m), della punta Payer (3446 m) e delle cime di Campo (3408 m).
La strada propone, quindi, qualche saliscendi, si porta a destra e poi ancora a sinistra della valle (sempre per chi sale) con due ponti, e raggiunge la località Campo di Fuori (m. 1947). Poco oltre, troviamo l’azienda agrituristica Ristoro La Baita (m. 1980), ricavato da una caratteristica baita con la parte inferiore in muratura e quella superiore costituita da tronchi connessi ad incastro. Dopo breve tratto, eccoci al rifugio Campo (m. 2000), in località Campo di Dentro, anch’esso costituito da un edificio che, seppure di recente costruzione (fu edificato nel 1985 dalla guida alpina bormina Bruno De Lorenzi), rispecchia integralmente lo stile tradizionale delle baite di valle. Dal rifugio, in caso di emergenza, è possibile telefonare via ponte radio (per i telefonini a Campo non c’è… campo).
Oltre il rifugio, termina l’ampia spianata dei pascoli di Campo e la strada prosegue verso la sua conclusione, ormai non lontana. Ad un bivio, troviamo nuovi cartelli: la deviazione porta alle baite Cavallaro (1 ora e 40 minuti) ed a Pradaccio (2 ore e 30 minuti), mentre la Baita del Pastore è data a 50 minuti. Superiamo, quindi, sulla sinistra il grande conoide della val di Campo, sotto l'omonima vedretta, colonizzato da cespugli di rododendro e mugo, e sulla destra il rio del Rabbioso (Rinec). La strada attraversa, poi, l'ultimo ponte sul torrente Zebrù, che corre ora alla nostra destra, e porta, dopo una lunga salita, all’agognata Baita del Pastore (m. 2168, ad 8 km da Niblogo). Diciamo che di buon passo l’abbiamo raggiunta in due ore e mezza. La Baita funge anche da ristoro, qualora volessimo ricaricare le batterie prima dello strappo finale.
Un cartello è posto all’inizio della pista che sale al rifugio V Alpini, e dà la meta a 2 ore e 10 minuti: teniamo presente che, per la pendenza media della pista e del successivo sentiero e per l’altitudine, c’è sicuramente di che boccheggiare anche per chi ha un discreto allenamento. Dalla Baita, inoltre, parte anche la pista, poi sentiero, che si dirige verso il fondo della valle e sale ai passi di Val Zebrù (dati a 2 ore e 40 minuti), che danno accesso alla Val Cedec e consentono in breve di scendere al rifugio Pizzini-Frattola (dato a 3 ore e 20 minuti). Ma torniamo a noi.
Una sorta di tratturo inizia ad inerpicarsi su un largo dosso erboso, con tornanti regolari e pendenza piuttosto severa. Per distrarci, possiamo volgere ogni tanto lo sguardo, sulla sinistra, ai Corni di Campo. Dopo non poco sudore versato, siamo, a quota di poco superiore ai 2300 metri, ai piedi dell’immenso corpo franoso che scende dai bastioni corrugati che vediamo in fondo alla valle chiamata di Rin Marè. Su un masso enorme troviamo scritta la data del 18 settembre 2004, nella quale scese la frana. Poco più avanti, una piazzola con una recente baracca in legno.
Il tempo di tirare il fiato e la pista, attraversata una valletta, riprende a salire con inesorabile severità. Per la verità, poco dopo la valletta, sulla sinistra, possiamo anche scegliere di imboccare il vecchio sentiero, che rimonta con qualche tornante il dosso erboso, ma, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, sempre sudore è. La pista, al termine di una rampa micidiale, volge a sinistra e raggiunge in breve la cima di un ampio dosso. Vediamo da qui l’ultima parte della salita: la meta è là, diritta davanti a noi, su uno sperone roccioso, non sapremmo dire se vicina o lontana. Ci potrà capitare di vedere, nelle ultime piazzole erbose che contornano la pista, anche coppie di ermellini, o pigri stambecchi che si fanno beffe del nostro arrancare. Ma tant’è: a chi nasce uomo, questo tocca.
Alla fine anche l’ultimo pascolo muore, ed inizia la salita sulla sterminata morena ai piedi del costone della cima della Miniera (alla nostra destra) e dai bastioni che sorreggono i ghiacciai alti, che purtroppo possiamo solo indovinare, più che vedere. La pista lascia il posto ad un sentiero, che sale con qualche serpentina sul corpo della morena. Di tanto in tanto il silenzio viene rotto da scariche di sassi alla nostra destra: è il costone della cima della Miniera che si mostra più inquieto. I sassi potrebbero giungere fino a noi, quindi l’attenzione è d’obbligo. Alla nostra sinistra, invece, nessun pericolo: solo, il bello spettacolo delle cascate del Rin Marè su roccioni che si intuisce levigati da un ghiacciaio che solo di recente si è ritirato a più alte quote. Intanto, con l’accorciarsi del fiato, si accorcia anche la distanza che ci separa dal rifugio, e la domanda è: quale finirà prima?
Poniamo la domanda al grande masso posto poco sotto il grande sperone su cui è posto il rifugio. Qui, ad una quota di circa 2750 metri, troviamo l’ultimo cartello, che segnala anche un importante bivio: alla nostra destra parte un sentiero, meno marcato, che taglia tutto il versante franoso della cima della Miniera (attenzione alle scariche!), per poi aggirarne lo spigolo e proseguire in direzione della testata della valle, fino ai passi di Val Zebrù, dati ad un’ora e 40 minuti, mentre il rifugio Pizzini-Frattola è dato a 2 ore e 20 minuti. Questo sentiero serve ad effettuare un’elegante e panoramicamente entusiasmante traversata dal rifugio V Alpini al rifugio Pizzini (o al rifugio Casati).
Il nostro sentiero, invece, volge a sinistra, raggiunge il piede dello sperone e piega a destra, tagliando un nevaietto. Poco sopra torna a tagliarlo da destra a sinistra, poi piega ancora a destra, ed infine a sinistra, prima dell’ultimo traverso pianeggiante che ci permette di approdare, dopo aver attraversato le acque inquiete di un ramo del Rin Marè, la spianata del rifugio V Alpini, a 2877 metri di quota. Poco sotto, l’edificio del rifugio gemello, dedicato alla memoria di Guido Bertarelli. Tempo impiegato: dalle 4 ore e mezza in su. Dislivello superato: 1300 metri circa.

Val Zebrù

La storia del rifugio è antica ed illustre. Originariamente si chiamava capanna Milano, inaugurata il 24 agosto 1884, ampliata nel 1901 e, durante la Prima guerra mondiale, sede del comando di tutte le truppe italiane in Val Zebrù. L’esercito austro-ungarico la sottopose a ripetuti cannoneggiamenti, senza però riuscire mai a distruggerla. Nel 1919-20 la capanna venne restaurata dopo i danni subiti durante la guerra. Nel 1926 venne dedicata al V reggimento degli Alpini e nel 1928 ristrutturata dagli Alpini stessi. Nel 1969, infine, venne costruito il rifugio gemello dedicato a Guido Bertarelli, combattente nella Grande Guerra, scrittore di montagna e promotore della ristrutturazione del 1928. Attualmente il rifugio dispone di 60 posti letto (cui si aggiungono i 12 del Bertarelli), servizi igienici, acqua corrente, docce e servizio ristorante.
Ma cediamo di nuovo la parola alla Guida CAI del 1884, che, ovviamente, nulla sa di questi sviluppi, ma ci illustra, in sintesi, i primordi della sua storia:
In questi giorni appunto si sta ultimando la Capanna Milano (2842 m.) che la benemerita Sezione di Milano del C. A. I. ha fatta costruite sui fianchi del Zebrù, ai piedi di una rupe che interrompe, dopo mezz'ora di cammino dalla sua base, il ghiacciaio di Ramorè.

Rifugi V Alpini e Bertarelli

…Risalendo da S. Antonio o da S. Gottardo la Valle Zebrù, si arriva in meno di due ore alte Case di Zebrù, vasta alpe. …Continuando dalle Case di Zebrù a risalire la valle si giunge alla Baita del Pastore (2056 m.), e di là per la Valle del Ria­mare alla Capanna Milano (2842 m.). Questa capanna sarà d'ora in poi punto di partenza per le salite al Zebrù, al Gran Zebrù e all'Ortler-Spitz e per la traversata dei passi che mettono nelle valli di Trafoi e di Solda.”

IL GIRO DEL MONTE CONFINALE 2- RIFUGIO V ALPINI-RIFUGIO GHIACCIAIO DEI FORNI PER I PASSI DI VAL ZEBRU'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi V Alpini-Bertarelli - Passi di Val Zebrù - Rifugio Pizzini-Frattola - Rifugio Ghiacciao dei Forni
4 h
540
E
SINTESI. Ridiscesi dal rifugio V Alpini al bivio, prendiamo a sinistra, seguendo il sentiero che sale ai passi di Val Zebrù. Il sentiero taglia in diagonale, in direzione sud, il mare di sfasciumi che occupa il fianco occidentale del picco V Alpini (propaggine della Cima della Miniera), raggiungendo, dopo circa 700 metri (lineari) una sella erbosa alla quale esce dalla valle di Rin Maré, per poi piegare a sinistra (direzione sud-est), scendendo fino a quota 2550 metri circa e piegando ancora leggermente a sinistra. Tagliati alcuni valloncelli, guadagniamo leggermente quota, mentre ci intercetta, salendo da destra, il sentiero che giunge fin qui dalla Baita del Pastore. Superato un costone, ci affacciamo all'anfiteatro terminale della valle, dove si dispiega un ampio nevaio. La sella del passo è ben visibile, essendo al centro del crinale terminale. La raggiungiamo descrivendo un ampio arco in senso orario, fino a giungere più o meno sotto la verticale della sella, per poi attaccare il ripido versante del nevaio e guadagnare, dopo circa 3 km (lineari) dalla sela erbosa, i 3001 metri del passo di Zebrù (se la neve manca affrontiamo un canalino terroso con corda corrimano). Scendiamo in Val Cedeh o Cedec tagliando verso sinistra il nevaietto sotto il passo, e ci portiamo a monte di uno sperone roccioso, che il sentiero, facendosi ben marcato, taglia scendendo sul lato sinistro (attenzione all'esposizione sul lato sinistro). Attraversiamo poi una piana solcata da pigre acque di fusione e, prestando attenzione a segnavia, ometti e massi a punta di lancia infissi nel terreno, ci affacciamo alle ultime balze a monte del rifugio Pizzini-Frattola (m. 2700), per le quali scendiamo facilmente al rifugio medesimo. Tornati sul lato opposto del ponte rispetto al rifugio Pizzini seguiamo il cartello che segnala il sentiero panoramico, e dà le rovine della Caserma a 40 minuti ed il rifugio Forni ad un'ora e mezza. Prendiamo dunque a destra rispetto alla pista e saliamo per breve tratto, per poi prendere a sinistra, cioè verso sud (lasciamo a destra il sentiero che sale ai passi o al pazzo di Val Zebrù) ed iniziare la discesa stando alti sempre rispetto alla pista. Dopo il primo tratto di discesa guadiamo il Rin Grande, che scende dall'alta Val Cedec. Procediamo verso sud-sud-ovest percorrendo il Pianon di Cedec, con pendenza è assai modesta, passando a destra di un enorme masso-ricovero ed a sinistra di una pozza. Superato qualche modesto corso d'acqua ed avvallamento, la discesa si fa più decisa, portandoci in vista di una serie di ruderi di fortificazioni militari, che vediamo alla nostra sinistra, lungo il crinale che precede la piana che guarda alla testata della valle (la più alta delle rovine, segnalata, è posta a quota 2547). Qui il sentiero piega a destra e scende verso sud-ovest, perdendo rapidamente quota. Dopo una serie di tornanti sx-dx, ci porta alle Baite dei Forni (m. 2389). Poco più in basso il sentiero taglia la pista che proviene, dalla nostra destra, dalla località Pradaccio. Oltrepassata la pista, restiamo sul sentiero e con un'ultima ripida discesa si congiunge con la carozzabile appena sopra il rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176), che raggiungiamo in pochi minuti.


Apri qui una panoramica dal Passo di Val Zebrù

Proseguendo sul sentiero che percorre l'intera Val Zebrù si raggiunge la sua parte terminale. Qui il passo (o passi) di Val Zebrù (anche solo passo di Zebrù: localmente: pas zébrù) permette di traversare alla Val Cedec, laterale della Valle dei Forni, e quindi al rifugio Pizzini-Fràttola (con possibile prosecuzione per i rifugio Casati-Guasti o Branca).
Ne parla già la Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio, in questi termini (1884, II edizione): “Un più facile cammino tra la Valle Zebrù e quella di Cedeh è offerta dal passo Zebrù (3020 m.), a cui si giunge dalla Baita del Pastore risalendo tutta la valle. Giunti al fondo si può ascendere il ghiacciaio, in taluni punti erto, che conduce fino al colle, oppure prendere a destra, come fece lo Stoppani nel 1865, su per i ripidi detriti, poi lungo lo spigolo roccioso che rasenta la vedretta, in fine per morena e per l’ultimo lembo del ghiacciaio sopradetto. La discesa in Val Cedeh, per la vedretta da prima, poi per morene, non offre difficoltà. Il primo alpinista che attraversò questo passo venendo dalla Val Cedeh è stato, se ben ci apponiamo, l’illustre botanico Martino Anzi, nel 1864; l’anno dopo lo percorse da Val Zebrù una comitiva guidata dallo Stoppani, i, quale ci lasciò, nelle Serate dello Zio, una stupenda descrizione dell’arduo cammino.”
Più di un secolo fa, come si può riscontrare nella relazione dell'abate Stoppani qui di seguito riportata, la traversata era piuttosto difficile, per la presenza della vedretta di Zebrù. Oggi quel che resta del ghiacciaio è un ampio nevaio che non pone eccessivi problemi, anche se va affrontato con tutto l'equipaggiamento del caso.


Val Zebrù dal passo di Zebrù

Per effettuarla dobbiamo ridiscendere dal rifugio V Alpini lungo il sentiero di salita e, al bivio presso il grande masso sotto lo sperone roccioso, lasciarlo prendendo a sinistra, cioè imboccando il sentiero, segnalato, per i passi Zebrù (dati ad un'ora e 40 minuti), il rifugio Pizzini (dato a 2 ore e 20 minuti) ed il rifugio Forni (dato a 3 ore e 40 minuti). Il sentiero taglia in diagonale, in direzione sud, il mare di sfasciumi che occupa il fianco occidentale del picco V Alpini (propaggine della Cima della Miniera), raggiungendo, dopo circa 700 metri (lineari) una sella erbosa alla quale esce dalla valle di Rin Maré, per poi piegare a sinistra (direzione sud-est), scendendo fino a quota 2550 metri circa e piegando ancora leggermente a sinistra. Tagliati alcuni valloncelli, guadagniamo leggermente quota, mentre ci intercetta, salendo da destra, il sentiero che giunge fin qui dalla Baita del Pastore.
Dobbiamo ora guadare il torrentello che scende dalla vedretta della Miniera. Guardando in alto, vedremo quel che resta della vedretta della Miniera. La denominazione si riferisce ad una miniera di ferro abbandonata. Il vallone che scende dalla vedretta è legato anche alla leggenda del cavaliere Johannes Zebrusius, da cui deriverebbe anche il nome della valle. A metà del secolo XII Johannes era feudatario della Gera d’Adda. Si innamorò di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Questa ricambiava il suo amore, ma il padre si oppose ad esso. Nella speranza di superare la sua ferma opposizione, Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta, dove rimase quattro anni, combattendo con valore per difendere la fede cristiana. Tornato, seppe però che il padre non aveva cambiato idea, ed anche l’amata aveva tradito il giuramento di eterno amore, dandosi in sposa ad un castellano del milanese. Piegato dal dolore, giunse fino a questa valle e vi rimase trent’anni ed un giorno, vivendo nella solitudine e nelle preghiere. Prossimo alla morte, costruì un complesso congegno con tronchi di legno. Quando sentì giunta la sua ultima ora, si lasciò andare sui tronchi di quella triste macchina: il peso del suo corpo la mise in moto e fece calare sul moriente un enorme masso bianco, su cui era scritto “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Il masso c'è ancora, lo si può osservare anche dalla Baita del Pastore.


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Torniamo alla traversata: superato un costone, ci affacciamo all'anfiteatro terminale della valle, dove si dispiega un ampio nevaio. La sella del passo è ben visibile, essendo al centro del crinale terminale. La raggiungiamo descrivendo un ampio arco in senso orario, fino a giungere più o meno sotto la verticale della sela, per poi attaccare il ripido versante del nevaio e guadagnare, dopo circa 3 km (lineari) dalla sella erbosa, i 3001 metri del passo di Zebrù o passi di Val Zebrù (se la neve manca affrontiamo un canalino terroso con corda corrimano).
Sorprendente e splendido il panorama. Sul versante settentrionale della Val Zebrù si impone il Gran Zebrù, occhieggiando, sovrano, alle spalle della rossa Cima della Miniera. Alla sua sinistra, una teoria di cime ben note agli appassionati dell’alpinismo, fra le quali spiccano il monte Zebrù, la cima Tuckett, l’Ortles, la Cina degli Spiriti ed il Monte Cristallo. Sul versante della Val Cedec si distinguono il Cevedale ed il monte Pasquale, mentre più a destra e sul fondo si distingue il massiccio profilo del pizzo Tresero.
Sul passo il cartello del sentiero 529 dà il rifugio Pizzini a 40 minuti, il rifugio Forni ad un'ora e 50 minuti e Santa Caterina a 3 ore e 30 minuti. La discesa è agevole. Tagliato verso sinistra il nevaietto sotto il passo, ci portiamo a monte di uno sperone roccioso, che il sentiero, facendosi ben marcato, taglia scendendo sul lato sinistro (attenzione all'esposizione sul lato sinistro). Attraversiamo poi una piana solcata da pigre acque di fusione e, prestando attenzione a segnavia, ometti e massi a punta di lancia infissi nel terreno, ci affacciamo alle ultime balze a monte del rifugio Pizzini-Frattola (m. 2700), per le quali scendiamo facilmente alla nostra meta, dopo un paio d'ore circa di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 500 metri).


Rifugio Pizzini-Frattola e monte Pasquale

Il rifugio venne edificato nel 1887 e denominato Capanna Cedec. Durante la Prima Guerra Mondiale, che vedeva il fronte snodarsi proprio sul filo di cresta che oggi fa da confine fra Lombardia e Trentino Alto Adige, quindi sulle celeberrime cime del Gran Zebrù e del Cevedale, venne distrutto da un colpo di mano austriaco, il 23 settembre del 1915: gli Austriaci, scesi dal monte Cevedale presero il rifugio e lo fecero saltare in aria. Un’appendice a questa incursione merita di essere raccontata. La colonna di 60 Austriaci scese fino all’albergo dei Forni, dove erano asserragliati 20 Alpini. Lo scopo era di distruggere anche questo edificio. Il sergente che li comandava intimò la resa, ma fu ucciso da una colpo sparato dal vicino crotto, dove i soldati italiani si erano asserragliati. La colonna austriaca scelse quindi di ripiegare, e nella tasca della giacca del sergente venne trovato un biglietto, su cui si leggeva: “Cari padri, care madri, cari fratelli, non abbiate paura del cannone italiano… Qui non ci manca niente fuori che l’acqua per lavarci, ma non fa niente perché speriamo di andare tutti i giorni a lavarci nel sangue di quella porca bestiolina traditora italiana…”
Una breve nota storica aiuta a capire meglio la situazione. L’esercito austriaco teneva una posizione nettamente migliore, che correva dal passo di Cevedale e dal Cevedale al monte Vioz, con punta avanzata il monte Pasquale. L’esercito italiano era invece schierato nella zona del Gavia ed in quella dei Forni; in Val Cedec teneva, appunto, la capanna Cedec ed il passo di Zebrù, puntando verso il Gran Zebrù. Questa superba cima fu teatro di una delle situazioni più singolari dell’intera guerra. La vetta fu sempre tenuta dagli Austriaci, ma il 30 maggio del 1915, a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra, due alpini del Plotone Guide Ardite dello Zebrù, i bormini Tuana e Schivalocchi, riuscirono a salire fino a poche decine di metri dalla vetta sulla cresta di Solda, e lì costituirono una postazione chiamata “Nido d’aquila”, la più alta postazione italiana in tutta la guerra.


Rifugio Pizzini-Frattola

Per molti anni, dopo la guerra, del rifugio rimasero solo le poche macerie. La ricostruzione, per iniziativa di un gruppo di soci del CAI di Milano, venne nel 1926, e con essa la dedica alla memoria di Luigi Emilio Pizzini, eccellente alpinista loro amico. Questo spiega la scritta latina dipinta sulla facciata, “Bello dirutum, amicitia restitutum” (“distrutto dalla guerra, restituito dall’amicizia”). I soci lo donarono alla sezione CAI di Milano. Venne poi ristrutturato ed ampliato nel 1948 per iniziativa del CAI di Milano. Nel 1982 un nuovo ampliamento fu reso possibile dal lascito della signora Frattola, in memoria del marito, il generale degli alpini Carlo Fràttola, e di suo figlio Augusto, che era morto sulle cime di Lavaredo. Per questo la denominazione ufficiale divenne l’attuale, Pizzini-Fràttola.
Dopo l’ultima ristrutturazione del 2002, il rifugio dispone oggi di 100 posti letto in camerette, in parte con bagno sul piano ed in parte con bagno nelle camere. E' dotato anche di una sauna finlandese ed è aperto da marzo per lo sci alpinismo a settembre con un periodo di chiusura tra maggio e giugno. Dispone di un locale invernale, interamente in legno, lo Zeledria, inaugurato nel 1963 ed interamente rifatto nel 2002, sempre aperto (6 posti, dotazione di fornello a gas). Serve come punto di appoggio per ascensioni al Gran Zebrù per la via normale, al monte Cevedale, al monte Pasquale ed alle cime dei Forni, ma anche per traversate alla Val Zebrù, alla Valle di Solda, alla Val Martello, oltre che alla Valle dei Forni.


Baita sul sentiero panoramico rifugio Pizzini-Rifugio Forni

Dal rifugio Pizzini-Frattola inizia ora la discesa che porta al rifugio Ghiacciaio dei Forni (di solito più brevemente menzionato come rifugio Forni), che può avvenire in due modi. Si può seguire la pista carozzabile, utilizzata anche dai veicoli autorizzati che svoltono servizio di autotrasporto fra i due rifugi, scendendo comodamente fino al rifugio Forni, oppure seguire il sentiero panoramico (sentiero 526 o 28D) che scende più ad ovest e più alto. Questa seconda possibilità è sicuramente più interessante.
Sul lato opposto del ponte rispetto al rifugio Pizzini si trovano alcuni cartelli del Parco Nazionale dello Stelvio. Il cartello che indirizza alla pista dà il rifugio Forni ad un'ora e 20 minuti. Un secondo cartello segnala il sentiero panoramico, e dà le rovine della Caserma a 40 minuti ed il rifugio Forni ad un'ora e mezza. Prendiamo dunque a destra rispetto alla pista e saliamo per breve tratto, per poi prendere a sinistra, cioè verso sud (lasciamo a destra il sentiero che sale ai passi o al pazzo di Val Zebrù) ed iniziare la discesa stando alti sempre rispetto alla pista. Dopo il primo tratto di discesa guadiamo il Rin Grande, che scende dall'alta Val Cedec. Alle nostre spalle è sempre il Gran Zebrù a mostrare la sua signoria incontrastata sulla valle. Procediamo sempre verso sud-sud-ovest, fra dolci balze. Stiamo percorrendo il Pianon di Cedec, lo splendido altipiano che si stende fra la dorsale delle Cime dei Forni ed il fondovalle. La pendenza è assai modesta, camminiamo quasi in falsopiano, passando a destra di un enorme masso-ricovero ed a sinistra di una malinconica pozza.


Resti di fortificazioni della I Guerra Mondiale

Proseguiamo superando qualche modesto corso d'acqua ed avvallamento, e la discesa si fa più decisa, portandoci in vista di una serie di ruderi di fortificazioni militari, che vediamo alla nostra sinistra, lungo il crinale che precede la piana che guarda alla testata della valle. La ragione della disposizione è chiara: poste appena sotto la linea del crinale, le fortificazioni non erano visibili dalla testata della valle, e quindi dalle truppe Austriache che vi erano asserragliate durante la Prima Guerra Mondiale. La più alta delle rovine, segnalata, è posta a quota 2547.
Qui il sentiero piega a destra e scende verso sud-ovest, perdendo rapidamente quota. Dopo una serie di tornanti sx-dx, ci porta alle Baite dei Forni (m. 2389). Splendida e segnalata è la Baita del Bonét, costruita con la tecnica del Càrden o block-bau (le pareti sono costituite da tronchi che si incastrano negli angoli). Poco più in basso il sentiero taglia la pista che proviene, dalla nostra destra, dalla località Pradaccio (e confluisce nella carrozzabile dell'accesso "normale"). Oltrepassata la pista, restiamo sul sentiero e con un'ultima ripida discesa si congiunge con la carozzabile appena sopra il rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176), che raggiungiamo in pochi minuti, dopo circa 4 ore di cammino dal rifugio V Alpini (per un dislivello approssimativo in salita di 540 metri (550 in discesa).


Il rifugio Ghiacciaio dei Forni

Il rifugio costituisce un pezzo di storia importante in alta Valtellina. Il suo primo nucleo, attestato fin da metà 800, fu la “casa dell’oste al Ghiacciaio dei Forni”. Nel 1896 la struttura venne ampliata e per iniziativa della la famiglia Bozzi divenne un vero e proprio albergo, con un campo da bocce, da tennis ed una serie di servizi quali un parrucchiere, un sacerdore, un medico, la posta ed il telegrafo. Furono soprattutto i primi protagonisti dell'esplorazione alpinistica ad avvalersi dell'albergo. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale il rifugio fu usato come caserma delle truppe alpine che combattevano sul fronte più alto del conflitto, quello del Gruppo Ortles-Cevedale.

IL GIRO DEL MONTE CONFINALE 3 -RIFUGIO ALBERGO GHIACCIAIO DEI FORNI-NIBLOGO


Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Forni alla Val Zebrù

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Ghiacciaio dei Forni-Pradaccio-Baite dell'Ables-Parcheggio di Niblogo
5-6 h
300
E
SINTESI. Dal rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176) ci incamminiamo ripercorrendo a rovescio l'ultima parte del percorso del giorno precedente. In corrispondenza della partenza della carrozzabile per il rifugio Pizzini, troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero panoramico che passa per le baite dei Forni e le rovine della Caserma, per terminare al rifugio Pizzini (lo abbiamo percorso il giorno precedente). Nel primo tratto il sentiero sale ripido, con diversi tornantini fino alle Baite dei Forni (m. 2389). Qui intercettiamo una pista ed iniziamo a percorrerla verso sinistra (ovest), procedendo quasi in piano. Dopo circa un chilometro, tagliamo il corso d'acqua della Val Pisella, che esce dal laghetto dei Forni, poco a monte rispetto alla pista. Superata una seconda valletta, pieghiamo leggermente a sinistra (ovest-sud-ovest) e ci portiamo a monte dei prati di Pradaccio dei Forni, o Pradaccio di sopra (li téa, o pradécc' du sora, m. 2298). Qui intercettiamo la pista che sale da Pradaccio di Sopra e proseguiamo diritti, fino ad un bivio. Proseguiamo diritti sulla pista, fino al suo termine. Qui nuovi cartelli segnalano un bivio al quale proseguiamo diritti sul sentiero che traversa alle località Raseit-Ables (sentiero 527). Dopo un tratto verso nord-ovest pieghiamo a sinistra, traversando verso ovest e sud-ovest l'ampio versante di prati, in graduale discesa, fino a raggiungere baite del Raseit, a quota 2256, e, poco oltre, una grande croce presso. Il sentiero piega leggermente a destra e dopo breve tratto si immette in una nuova pista, che prosegue nella discesa fino alle baite dell'Ables, dove si trova l'agriturismo omonimo (m. 2200). Qui prendiamo a destra, in leggera salita, seguendo le indicazioni del sentiero 527 (ma ignorando il sentiero più a destra che sale deciso in Valle del Pasquale), che prosegue la sua traversata verso nord-ovest. Superate alcune baite, attraversiamo una valletta e poi la Valle del Pasquale, proseguendo sempre diritti, in leggera salita, verso nord-ovest. Poi il sentiero piega leggermente a destra, sempre in graduale salita, e passa accanto a tre laghetti, tagliando il dosso del Mat, per poi volgere ancora a destra (nord) e scendere ad attraversare la Valle del Confinale. Attraversato il torrente della valle, il sentiero si immette in una pista che sale da Pradaccio di Sotto. Siamo ormai rientrati nella bassa Val Zebrù. Seguiamo la pista in direzione opposta, cioè verso destra (sentiero 527), verso nord-ovest, in leggera salita ed in piano. Piegando leggermente a destra tagliamo il Dosso Saline ed attraversiamo la Val Cavallaro. Poco oltre il torrente passiamo per le baite Cavallaro (m. 2166), dove la pista piega a sinistra e comincia a scendere verso ovest, perdendo rapidamente quota con diversi tornanti e passando per il prato San Niccolò (m. 1969). Qui pieghiamo leggermente a destra e scendendo verso nord-ovest ci portiamo alle baite di Serigheccio (m. 1768). Attraversato un torrentello, siamo alle baite di Pradaccio di Sopra (m. 1724) e, volgendo a sinistra (sud-ovest) scendiamo a Pradaccio di Sotto (m. 1666). Qui ad un bivio andiamo a destra (nord-nord-est) e scendiamo al ponte sul torrente Zebrù, passando sul suo lato opposto, dove intercettiamo la pista principale della valle, che abbiamo percorso il primo giorno salendo verso il rifugio V Alpini. Seguendo la pista in discesa torniamo alla fine al parcheggio di Niblogo.


Il rifugio Ghiacciaio dei Forni

La terza ed ultima giornata del giro del Monte Confinale prevede una traversata del suo ampio versante meridionale, che ci riporta all'imbocco della Val Zebrù e quindi al parcheggio di Niblogo. Si tratta di una traversata piuttosto lunga, ma poco impegnativa, perché propone solo brevi e modesti tratti in salita, ed ha un andamento prevalente in piano ed in discesa.
Dal rifugio Ghiacciaio dei Forni (m. 2176) ci incamminiamo ripercorrendo a rovescio l'ultima parte del percorso del giorno precedente. In corrispondenza della partenza della carrozzabile per il rifugio Pizzini, troviamo il cartello che indica la partenza del sentiero panoramico che passa per le baite dei Forni e le rovine della Caserma, per terminare al rifugio Pizzini (lo abbiamo percorso il giorno precedente). Nel primo tratto il sentiero sale ripido, con diversi tornantini, fra placidi pini cembri, fino alle Baite dei Forni (m. 2389). Splendida e segnalata è la Baita del Bonét, costruita con la tecnica del Càrden o block-bau (le pareti sono costituite da tronchi che si incastrano negli angoli). Qui intercettiamo la pista che proviene, dalla nostra sinistra, dalla località Pradaccio (percorso 527), ed iniziamo a percorrerla verso sinistra (ovest), procedendo quasi in piano. Dopo circa un chilometro, tagliamo il corso d'acqua della Val Pisella, che esce dal laghetto dei Forni, poco a monte rispetto alla pista. Superata una seconda valletta, pieghiamo leggermente a sinistra (ovest-sud-ovest) e ci portiamo a monte dei prati di Pradaccio dei Forni, o Pradaccio di sopra (li téa, o pradécc' du sora, m. 2298).


Il versante sud-orientale del monte Confinale, dove si disegna la traversata rifugio dei Forni-Niblogo

Qui intercettiamo la pista che sale da Pradaccio di Sopra e proseguiamo diritti, fino ad un bivio. Alcuni cartelli segnalano che, proseguendo ancora diritti, possiamo portarci alle baite del Raseit e dell’Ables (sentiero n. 527) oppure salire in Valle della Manzina e raggiungere il bivacco Del Piero. Proseguiamo, dunque, sulla pista, fino al suo termine. Qui nuovi cartelli segnalano un bivio: imboccando il sentiero di sinistra si traversa alle località Raseit-Ables (dalle quali si può scendere a S. Caterina Valfurva), mentre salendo a destra si procede per la valle della Manzina. Proseguiamo diritti, restando sul sentiero 527, per un tratto verso nord-ovest. Ci intercetta un sentiero che viene da destra e pieghiamo a sinistra, traversando verso ovest e sud-ovest l'ampio versante di prati, in graduale discesa, fino a raggiungere le baite del Raseit (Rasgèit), a quota 2256, in un punto molto panoramico. Poco oltre, su un poggio, una grande croce (m. 2274).
Il sentiero piega leggermente a destra e dopo breve tratto si immette in una nuova pista, che prosegue nella discesa passando a monte delle case di Eiral ed entrando nella valle del Pasquale, dove raggiungiamo le baite dell'Ables (Ablés, m. 2200), disseminate su un amplissimo versante di pascoli sul versante meridionale del monte Ables (m. 3137). Passiamo per l'agriturismo Ables, al quale giunge una carozzabile che sale da Santa Caterina Valfurva. Noi però dobbiamo prendere a destra, in leggera salita, seguendo le indicazioni del sentiero 527 (ma ignorando il sentiero più a destra che sale deciso in Valle del Pasquale), che prosegue la sua traversata verso nord-ovest. Superate alcune baite, attraversiamo una valletta e poi la Valle del Pasquale, proseguendo sempre diritti, in leggera salita, verso nord-ovest, passando a valle dei roccioni della Corna Nera.


Pista per l'Ables

Poi il sentiero piega leggermente a destra, sempre in graduale salita, e passa accanto a tre laghetti, tagliando il dosso del Mat, per poi volgere ancora a destra (nord) e scendere ad attraversare la Valle del Confinale. Attraversato il torrente della valle, il sentiero si immette in una pista che sale da Pradaccio di Sotto. Siamo ormai rientrati nella bassa Val Zebrù. Seguiamo la pista in direzione opposta, cioè verso destra (sentiero 527), verso nord-ovest, in leggera salita ed in piano. Piegando leggermente a destra tagliamo il Dosso Saline ed attraversiamo la Val Cavallaro. Poco oltre il torrente passiamo per le baite Cavallaro (m. 2166), dove la pista piega a sinistra e comincia a scendere verso ovest, perdendo rapidamente quota con diversi tornanti e passando per il prato San Niccolò (m. 1969). Qui pieghiamo leggermente a destra e scendendo verso nord-ovest ci portiamo alle baite di Serigheccio (m. 1768). Attraversato un torrentello (il Rin da Pradécc'), siamo alle baite di Pradaccio di Sopra (Pradécc' d'inzù, m. 1724 maggese omonimo, ma ad una quota sensibilmente più bassa rispetto a quello attraversato nella prima parte dell'escursione) e, volgendo a sinistra (sud-ovest) scendiamo a Pradaccio di Sotto (Pradécc' da frò, m. 1666). Qui ad un bivio andiamo a destra (nord-nord-est) e scendiamo al ponte sul torrente Zebrù (Ponte Tre Croci), passando sul suo lato opposto, dove intercettiamo la pista principale della valle, che abbiamo percorso il primo giorno salendo verso il rifugio V Alpini. Qui un cartello dà Niblogo a 15 minuti (mentre nella direzione dalla quale proveniamo Pradaccio è dato a 40 minuti e le baite Cavallaro a 2 ore). Seguendo la pista in discesa torniamo alla fine al parcheggio di Niblogo, dopo circa 5 ore di cammino.


Sentiero per l'Ables

APPROFONDIMENTO: LA VAL ZEBRU', LA SUA BELLEZZA, LA SUA LEGGENDA

Val Zebrù

La Val Zebrù è assai nota per le sue bellezze naturalistiche, ed è meta di turisti ed escursionisti che amano immergersi nei suoi incontaminati scenari. Inserita nel Parco Nazionale dello Stelvio, non è percorsa se non dai pochi veicoli autorizzati, ed ha un patrimonio faunistico di non comune ricchezza, che trova nello stambecco (tornato nella valle dal 1967) la sua più tipica espressione.
Non meno interessante delle sue bellezze animali e vegetali, è l’aspetto geologico. La valle, infatti, che costituisce la più importante tributaria della Valfurva, è percorsa, in senso orizzontale, dalla linea dello Zebrù, una lunghissima cicatrice della crosta terrestre che ne separa il versante settentrionale da quello meridionale, conferendo ad essi caratteristiche ed aspetto ben diversi. Per capire di che cosa si tratta dobbiamo fare un enorme salto indietro nel tempo, portandoci a circa 200 milioni di anni fa, quando iniziò la formazione della catena alpina. Prima che questa emergesse, il mare sommergeva questa parte del pianeta, ed in esso furono poste le basi della formazione di rocce di tipo calcareo-dolomitico. Durante la genesi della catena alpina, un enorme blocco calcareo-dolomitico fu spinto a scorrere, in senso orizzontale, per parecchi chilometri su un basamento di natura completamente diversa, costituito da rocce cristalline-scistose. Le rocce di tipo dolomitico divennero, proprio per questa sollecitazione, ancor più friabili rispetto a quelle che si trovano, per esempio, nelle celebri Dolomiti. Lo sanno bene gli alpinisti, che le chiamano, nel loro gergo, “marce”, e lo possono constatare anche gli escursionisti che, salendo al rifugio V Alpini, la più celebre meta della valle, non di rado assistono a cadute di pietre dai versanti corrugati che fanno da corona alla capanna. Queste rocce costituiscono il gruppo che si trova, appunto, a nord della "Linea dello Zebrù" (monte Cristallo, cime di Campo e, più ad ovest e fuori della valle, la Reit ed il monte delle Scale), mentre le rocce più compatte di tipo cristallino-scistoso costituiscono le montagne a sud di essa, che vanno dal Cevedale al gruppo del Confinale, dal Foscagno al Livignasco occidentale.
Questa particolarità geologica è richiamata anche dalla presentazione della valle nella Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio, edita nel 1884 a cura di Fabio Besta. Vi si legge: “La Valle Zebrù è un taglio molto profondo che divide la massa calcarea del Monte Cristallo da quella schistosa del Monte Confinale. Fertile e ridente là dove sbocca, diventa ben presto angusta e sassosa, poi s'allarga di nuovo: dall'una e dall'altra parte salgono erte e rocciose le pendici, e scendono frequenti, lungo i seni dei monti, torrenti ghiaccio, piccole diramazioni di quel campo sconfinato, quasi continuo, che si dispiega sulle soprastanti vette.”
All’interesse naturalistico si affianca, poi, l’attrattiva dell’immaginario perché la valle, fin dal nome, evoca scenari remoti e malinconici. Una nota leggenda, infatti, lega tale nome alle vicende di un cavaliere medievale, Johannes Zebrusius. Così ci viene raccontata da Tullio Urangia Tazzoli, nell’opera "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari” (Anonima Bolis Bergamo, 1935):
In testata di valle Zebrù là ove il ghiacciaio della Miniera si profila nitido sulla Bajta del Pastore sorge una bianca, enorme pietra che racchiude le spoglie del cavaliere Johannes Zebrusius che ivi visse per 30 anni ed i giorno in aspra solitudine.
Come il cavaliere della Gherdaina nella leggenda ladina della Siriola del Sassalóng (l'usignuolo del Sasso Lungo) era innamorato di una donna crudele "che gli aveva preso il cuore„, così il cavaliere Zebrusius guardava i boschi ed i picchi delle montagne silenziose all'intorno, attendendo la morte con infinita tristezza... Narra la leggenda della Bajta del Pastore: Johannes Zebrusius era nel 1150 feudatario della Gera d'Adda, terra ubertosa, ricca di sole e di pingui mandrie e nobile era
il castello, risonante di danze e di canti d'amore: ricco e desiderato dalle dame per molte miglia all'ingiro il castellano. Ma Zebrusius ardeva d'amore per una fanciulla lontana, Armelinda, figlia di un signore del Lazio che si oppose alle richieste ardenti dell'innamorato ed allontanò la giovane perché non fosse da quegli rapita. Armelinda, però, promise eterno amore e fedeltà di attesa al cavaliere. Disperato per le reiterate ripulse paterne Zebrusius parte per le Crociate in Terra Santa. Dopo quattro anni torna il cavaliere alla sua Gera d'Adda, ma colà sa che Armelinda, infedele, è passata a nuove nozze. Allora Zebrusius si ritira nella romita valle che da lui prende il nome... Chi guarda ancora oggi da Bajta del Pastore al limite inferiore del ghiacciaio della Minierà scorge la enorme pietra sepolcrale che lo stesso infelice cavaliere si costruì ed ove si indovinano, tuttora, per quanto corrose dai secoli, le tracce dell' iscrizione ivi apposta.
Questa lacrimevole leggenda ha un fondo storico assai più prosastico, lo sfruttamento dei filoni di magnetite per cui la valle era nota a partire dal secolo XI, e che continuò fino al secolo XVIII. Il minerale veniva trasportato a soma ed alimentava i forni fusori di Premadio. Si etsraevano, però, anche, seppure in misura assai più limitata, galena argentifera ed argento grigio, il che alimentò la leggenda della presenza di oro nella valle. La credenza popolare, infatti, afferma che, guardando sul mezzodì dalla Baita del Pastore verso il fondo della valle, si può cogliere il bagliore della tomba del cavaliere, bagliore che suggerisce non solo la presenza del marmo, ma anche quella dell'oro. Non tutti, però, colgono questo bagliore: come dire, chi ha occhi per vedere...
L’infelice cavaliere Zebrusius, che macerò se stesso nell’amarezza dell’amore tradito per trent’anni ed un giorno, è una delle tante creature dell’immaginario senza nome; se ad esso, però, si sostituisce la fredda scienza dell’etimologia, dobbiamo ipotizzare che Zebrù derivi dalla voce pre-latina "Zewdul", di significato oscuro, da cui, forse, anche i nomi Cédè e Cevedale. Il toponimo, inoltre, è attestato, dal 1402, in diverse varianti, come "Sebrù", "Sabrù" o "Sebrujo" (i forbaschi usano ancora oggi il termine "Sebrù"). Diversa è l’ipotesi proposta dal parroco-alpinista di Solda, don Hurton, secondo il quale l’origine è da cercarsi nel celtico "Se" (spirito buono) e "bru" (abbreviazione di "brugh" = roccaforte, luogo sicuro), per cui Zebrù starebbe a significare "Castello degli spiriti buoni". Ipotesi che ben si attaglia alle famose cime del monte Zebrù e del Gran Zebrù, più che alla valle stessa.
Una curiosità, per finire: si dice che lo sguardo del cavaliere non abbia mai cessato di posarsi sulla valle. Il suo occhio è rimasto, vigile, attento. Nella salita ai passi di Val Zebrù, poco oltre la metà dell'itinerario dal rifugio V Alpini, guardando a destra lo vediamo sul versante roccioso di una delle cime che si trovano a sinistra del valico. Si distingue bene l'occhio con il sopracciglio. Difficile dire quale sia la sua espressione. la malinconia, forse.


L'occhio di Johannes Zebrusius

L'ABATE STOPPANI AI PASSI DELLO ZEBRU', UN SECOLO E MEZZO FA


Sentiero per i passi di Val Zebrù

Tutti conoscono il significato dell’espressione “il bel paese”, e molti la utilizzano, con maggiore o minore ironia, quando parlano dell’Italia. Ben pochi sanno, però, quale sia la sua origine: essa si riferisce al titolo di un’opera di una delle più interessanti figure della geologia italiana ottocentesca, l’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che fu anche sacerdote, patriota ed appassionato di glaciologia. In quest’opera descrisse, in altrettante serate, trentaquattro itinerari esemplificativi della bellezza naturalistica dei paesaggi italiani, immaginando di doverli raccontare, con linguaggio semplice e chiaro, ai nipoti. La quinta serata è dedicata al racconto dell’avventurosa salita, attraverso l’intera Val Zebrù, ai passi dello Zebrù, che si affacciano alla Val Cedec. Abbiamo detto che tale escursione rappresenta una validissima alternativa alla salita alla V Alpini (oppure un completamento della stessa), e può terminare con la facile e breve discesa al rifugio Pizzini-Frattola. Non fu così per lo Stoppani e per la sua comitiva, che si muovevano su un terreno caratterizzato, nella seconda metà dell’ottocento, da una presenza dei ghiaccai ben più significativa rispetto all’attuale, ed oltretutto in una giornata di tempo pessimo. Ecco come andò, nel racconto dell’abate stesso:
“La Valle del Zebrù é delimitata, a settentrione, dai contrafforti di M. Cristallo (m. 3431) che è al sud dello Stelvio, e da quelli di Dosso Reit (m. 3075); a mezzodì dalla catena del Confinale (m. 3370), che per mezzo della Cima del Forno (m. 3240) e del Passo Zebrù, si attacca al grandioso gruppo del Ortelio-Cevedale, quasi dividendolo per meta. La prima parte che comprende le vette dell'Ortelio (Ortler spitze), del Zebrù e della Konigspitze, tutte superiori ai 3700 metri, torna lo sfondo della Valle del Zebrù, ricca di ghiacciai, che però sono assai più sviluppati sull'opposto versante tirolese; la seconda parte, che si inizia al Passo Cedeh (m. 3271) e si prolunga fino al Corno dei Tre Signori (m. 3359), costituisce l'imponente sfondo della Val Furva, che a S. Caterina si parte nelle due valli di Gavia e del Forno, Questo sfondo che ha ghiacciai e vedrette più estese nel versante italiano, comprende il M. Cevc­dale (m. 3776), il M. Pasquale (m. 3557), il Pallon della Mare (3707), il M. Vioz (m. 3639), la Punta Pejo (m 3557), il Pizzo Tresèro (m. 3602) che sovrasta immediatamente al ghiacciaio del Forno unita­mente al Pizzo S. Matteo (m. 3692) e i monti Ciumella e Mantello, che si elevano rispettivamente a 3599 e 3536 metri. Il torrente Frodolfo, che nasce in Val Gavia dal Lago Bianco, riceve a S. Antonio il Zebrù, che percorre la valle omonima, e si immette nell'Adda a valle di Bormio, presso il villaggio di S. Lucia…
Non spuntava ancor l'alba che la compagnia era già pronta. Il cielo s'andava rasserenando ed alla pioggia era succeduto il vento. La comitiva, divenuta più numerosa, era quindi più lieta. Per guadagnar tempo, una specie di omnibus ci conduce a Sant'Antonio dove lo Zebrù mette foce nel Frodolfo. Si ascende il pendio coperto di colti e di casolari, e in poco d'ora siamo all' ingresso della valle. La valle dello Zebrù è stretta, selvaggia, infossata tra due catene di montagne. Quella che la fiancheggia alla destra, non è che un'enorme scogliera, una parete a picco di nude calcaree, su cui a mala pena s' abbarbica uno sterpo. Alla sinistra i monti sono un po' più mossi, più docili, abbastanza ricchi di vegetazione; ma in complesso la valle riesce poco pittoresca e assai monotona, fino al fondo, dove improvvisamente la salita si fa ripida, e la scena cambia interamente. Là vi porto immediatamente a risparmio di noje. La a valle, sempre angusta, là sembra chiudersi improvvisa. Una rupe, facendo da contrafforte alle montagne sulla sinistra, ove noi camminavamo, sin spinge fin quasi a toccare quelle sulla destra, in guisa che il torrente è stretto in una forra, d’onde sbuca che è tutto una spuma.
Fa d’uopo girare attorno a quella prima rupe, quindi ad altre, finché ci si apre allo sguardo un capace bacino, quasi in forma d’imbuto, circondato da rupi inaccesse, da vette biancheggianti di neve, d’onde discesero i ghiacciai a imponenti frastagli, che fan da corona al bacino, versandovi ciascuno, quasi altrettanti otri, un torrente. Nessuno di essi arriva però fino al fondo; nemmeno il principale, il primo che si incontra sulla sinistra.
Esso peraltro scende sì basso, e ci si attraversa sulla via di tal guisa, che è necessario o slanciarsi d'un salto oltre il torrente che ne sbocca, rigonfio dal più bel sole del pomeriggio, o attraversare più in alto lo stesso ghiacciaio, che offre una pendenza bastante per incutere qualche timore. I più destri lanciarono il salto, e furor di là; altri, ed io tra questi, attraversammo il ghiacciajo. Scavalcando in seguito un certo numero d' incomposte morene, ci portammo sulla destra della valle affatto sgombra di ghiaccio, dove comincia l'aspra salita che doveva condurci alla vetta, la quale ci stava già di fronte. Si camminava assai a disagio e sempre sopra cumuli incoerenti di macerie, quasi sopra un piccolo caos di massi d'ogni dimensione e d'ogni forma, che al mio occhio rappresentava il sistema delle morene invernali… I ghiacciai sono soggetti a sensibili oscillazioni: ora si avanzano, guadagnando terreno, ora si arretrano o sembrano arretrarsi. Prescindendo dalle grandi oscillazioni, per cui essi, in epoca assai lontana da noi, discesero dalle valli alpine, colmarono í nostri laghi, coprirono le nostre colline, ed invasero fino una parte delle nostre pianure, coperte allora dal mare, per ritirarsi quindi entro í loro attuali o attuali recessi....
Prescindendo dunque da quelle grandi oscillazioni a cui andarono soggetti i ghiacciai in tempi        altre preistorici, e da altre meno considerevoli che ebbero luogo in tempi storici, sensibili oscillazioni corrispondono invariabilmente alle stagioni. D’inverno, non essendovi disgelo od essendovene ben poco, il ghiacciajo s’ingrossa e quindi avanza. D'estate al contrario, sotto la sferza del sole, vigorosissima anche in seno alle Alpi, il ghiacciajo s'impicciolisce e sembra, come dissi, ritirarsi. I piccoli ghiacciai presentano assai più sensibili tali oscillazioni annuali. Codesti ghiacciai possono d'inverno accrescersi rapidamente di estensione, ma, avendo poca profondità, ossia poca grossezza, sono in breve tempo disciolti durante la state, e quindi ridotti entro angusti confini... Io ritengo, per esempio, che i ghiacciai dello Zebrù debbano d'inverno discendere in modo. da coprire interamente il fondo del descritto bacino, lasciandovi, nella loro ritirata estiva, le morene che si avanzano, coll'avanzarsi del ghiacciajo, ma non possono con lui ritirarsi. Era su queste morene, ch'io chiamo invernali, che noi camminavamo.
Il salire si era fatto erto quanto mai si può dire; la fatica improba davvero. Ogni due o tre passi bisognava soffermarsi a pigliar fiato, quasi ci colpisse una sincope. Nelle alte regioni non è solo il lavoro dei muscoli che rende sì faticoso il salire. Ritengo che la rarefazione dell'aria, accelerando la respirazione, aumentando i battiti del cuore, producendo quello stato di parossismo, di vertigine, descritto da tutti i viaggiatori alpini, raddoppi quel senso di pena e di sfinimento che si prova pur sempre quando si sale. Forse era meglio ripassare sulla sinistra e seguire le vedrette che salivano fino al valico che dovevamo guadagnare, né io sarei lungi dal consigliarlo a chi volesse ripetere la nostra corsa.
Il pendio da quella parte è piuttosto ripido, ma non così che presenti, per mio avviso, né vero pericolo, né quelle difficoltà contro le quali noi dovemmo lottare tenendo la destra. Infatti, non lungi dalla vetta, ci trovammo di fronte ad una scogliera nuda, inaccessibile, che partendo dalle montagne di destra, finiva al lembo d' una vedretta, limitata in alto da rupi parimenti inaccessibili. Appariva soltanto ai limiti della scogli; verso il ghiacciaio una specie di vallone o piuttosto un canale, d'onda franavano i ruderi d'una enorme morena. dipendente dai ghiacciai della destra. Tra il canale e la vedretta, della quale parlai, sorgeva uno scoglio lungo, acuto a foggia di lama dentata. Volgemmo immediatamente il passo verso il canale, come ad unico punto accessibile. Ma il primo che si provò a salirvi ci rese accorti che era inutile, o almeno pericoloso, di ritentare la prova. Non si arrampicava due passi, che non ne discendesse sdrucciolando altrettanti; di più i massi che lo ingombravano, trovandosi su quel ripido pendio nella condizione del più mobile equilibrio, franavano al basso, con pericolo del salitore, e peggio de' sottostanti che avessero tentato di seguirlo. Parve migliore, anzi unico partito, attraversare la frana, e seguire, come meglio si poteva, quell'acuta lama di scoglio che fiancheggiava la vedretta. 

Qui un altro genere di difficoltà; la fatica dell'aggrapparsi mani e piedi, imposta dalla forma di quella rupe scoscesa e dentata, si raddoppiò per la natura mineralogica della roccia di cui era composta. Constava di uno schisto talcoso, cioè di una roccia fogliettata, composta in massima parte da talco, minerale assai molle, liscio, lucente, sdrucciolevole, untuoso al tatto come fosse sapone. Infatti quella varietà di schisto è detta steatite dai mineralogisti (stear in greco vuol dire lardo), e in commercio pietra saponaria. Afferravi con una mano una scheggia sporgente, e dessa si staccava; ti appuntavi con un piede, e ti sfuggiva come l'avessi posto sul ghiaccio. Infine fu un lavoro di mani e piedi, di ginocchia, di petto, un vero appiccarsi corpo a corpo alla roccia, quale non mi era toccato in mia vita giammai. Ecco, dicevo tra me, ecco il bell'imbroglio in che ci saremmo trovati jeri, quando ci fossimo ostinati a discendere da questa dopo che avessimo raggiunta la vetta dall'opposta parte. Era egli possibile infatti, con un vento impetuoso, in mezzo a turbini di neve, che tutti avrebbe ricoperti quegli scogli e quelle morene, con tutta la facilità di perder la tramontana, era egli possibile, ripeto, di cavarcela senza danno forse serissimo? Credo che anche il proposto dividesse i miei pensieri e le mie convinzioni.
Finalmente lo scoglio è superato, ed eccoci sulla morena stessa che franava nel canale. È un gigantesco cumulo di massi d’ogni forma, d’ogni dimensione, fra i quali spiccano abbondantissimi i pezzi di bianchissimo marmo saccaroide. Ma non ci era tempo a badarci. S’attraversava la morena, quindi una piccola vedretta, poscia di nuovo uno scoglio assai meno difficile del primo; ed eccoci davanti il sospirato valico che ci sovrasta di poche decine di metri. Non altro ce ne divideva che una porzione di pendio coperto di ghiaccio granuloso. Io lo riconobbi benissimo; era il formidabile piano inclinato che l’anno precedente ci aveva intimato il ritorno.
Ma esso aveva perduto ogni prestigio a petto delle difficoltà superate; d'altronde, salendo, non c'era più quell'effetto ottico che produce un ripido pendio misurato dall'alto. Anzi non ci parve vero di poter una volta camminar ritti sulle piante, e in fila serrata. Ricalcando le orme l'uno dell'altro per precauzione, e salendo a larghi zig-zag per diminuire la pendenza, in pochi minuti eravamo sulla cresta nel punto dove comincia la discesa. Il vento, che ci aveva disturbati nel salire e doveva esser più forte sulla vetta, aveva invece dato luogo alla calma; il sole splendeva verso tramonto; il cielo era di cristallo. Lo sguardo dominava le due valli! Spingendolo fin là d’onde si dipartiva dai vasti campi di eterne nevi e dalle serene vette che lo avevano generato; mentre, guardando a sinistra, vedevamo giù rovesciarsi dalle nevose cime, quasi gonfia fiumana divina in più rami e formante diverse cascate, i ghiacciai del passo Martello. Ma più di tutto meravigliose e meritevoli per sé sole della fatica che costa il guadagnare lo Zebrù, sono due gigantesche piramidi gemelle in cui si termina verso nord la scogliera sulla quale ci troviamo. L’una è tutta coperta di neve, l’altra quasi interamente nuda; eppure quella nuda interamente gareggia in bianchezza coll’altra vestita di neve; e il crederete facilmente, quando vi dirò che sulla prima i bellissimi calcari saccaroidi hanno sì grande sviluppo, che essa può ben dirsi una montagna di marmo bianco.


Ponticello sul sentiero per i passi di Val Zebrù

Non credete che sia postuma fantasia quando vi assicuro che lo svolgersi di quelle creste candidissime, frastagliate come da tante aguglie, mi ricordò vivamente il duomo di Milano. Ritengo che all'effetto che produce alla vista quella marmorea piramide debba il suo nome di monte Cristallo, che distingue con termine generico tutta la catena, la quale divide la valle dello Zebrù da quella per cui si sale al passo dello Stelvio.
Pieni, ma non sazi dell’incantevole spettacolo, e quasi ebbri del pensiero della vittoria, discendemmo a balzi nella valle del Frodolfo. Rasentando quella vedretta e quella frana così nefaste, ci pareva impossibile che ieri ci avessero dato tanto da fare. Ma altro è il mare che dorme a guisa di placida laguna, altro il mare furioso sotto gli impeti della tempesta.
Se vi troverete un giorno a Santa Caterina, non lasciate di valicare lo Zebrù. Scegliete peraltro una bella giornata. A tempo sereno quel passaggio non è che una generosa partita di piacere a cui può pigliar parte qualunque più mediocre salitor di montagne. Ma se il tempo è brutto, soprattutto se è turbinoso, può esporre a seri pericoli anche l’alpigiano più esperimentato. Tuttavia, anche col bel tempo, la prudenza ci vuole sempre.”

Gran Zebrù

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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