La leggenda di Viola e Dosdè


Ghiacciaio del Forno

L'abbagliante fulgore dei ghiacci è forse lo scenario che più rimanda al fascino profondo dell'alta montagna. La sua suggestione è profondissima, difficilmente esprimibile. idee diverse vengono suscitate dai recessi dell'animo umano. La purezza ed insieme la morte. Strano connubio. Eppure un ghiacciaio sembra avere il potere di evocarle entrambe. Alcune leggende legate ai ghiacciai sembrano confermarlo.


Ghiacciaio del Forno

Se di ghiacciai dobbiamo parlare, partiamo dal più imponente, il più esteso in Lombardia, quel ghiacciaio dei Forni che pure ha subito un arretramento impressionante in un secolo e mezzo, almeno due chilometri, pur conservando ancora gran parte del suo fascino. Una leggenda parla della sua vita segreta.
Più e più volte i forbaschi avevano sperimentato quanto potesse essere rovinosa la furia delle acque del Frodolfo. Ed allora un giorno convennero da tutta la Valfurva e tennero consiglio sul da farsi.  A qualcuno venne l’idea che in fondo il fiume non vien fuori dal nulla, ma dal ghiacciaio dei Forni, e che quindi a quello ci si doveva rivolgere per implorare che per il futuro alla valle fossero risparmiate le tragiche alluvioni. L’idea parve buona ed una delegazione eletta si incamminò su per la Valle dei Forni, fino alla località dei Forni, dove, in passato, giungeva la fronte dell’imponente ghiacciaio. Messo piede sui suoi primi lembi, gridarono, a gran voce, che desideravano avere udienza dallo Spirito del Ghiacciaio, che da sempre ne governa la vita e le vicende. Nessuna risposta. Non si persero d’animo, gridarono ancora ed ancora, finché una voce, sottile e dolce, rispose che lo Spirito non poteva ascoltarli, perché dormiva di quel sonno misterioso che rigenera nel profondo la linfa del ghiacciaio. Era la voce della pronipote dello Spirito, gentile creatura che gli uomini chiamavano Reginetta Blu, cioè la giovane regina che viveva nei riflessi azzurrini ed indaco del grande ghiacciaio. Gli uomini di Valfurva esposero a lei il loro problema, raccontando di tanti lutti, di tante distruzioni, di tanti timori. Non ci vollero molte parole per toccare nel profondo l’animo della figlia dei ghiacci. Ma che poteva fare? Non svegliare lo Spirito, questo non era possibile. Non disporre della vita del ghiacciaio, di questo non era capace. Pensò, allora, che l’acqua del Frodolfo vien fuori dal sole, che la strappa ai ghiacci con il suo morso implacabile. Il sole avrebbe potuto, dunque, in qualche modo regolare la furia del torrente. Pensiero ingenuo, ma nobilissimo. Per ingraziarsi il sole, la Reginetta decise di scarificare la sua stessa vita. Non si sottrasse alle sue lame di luce e ne venne liquefatta. Lo stesso fecero le sue numerosissime ancelle, che non potevano più vivere senza la grazia della loro signora. Tutto questo accadde fra il muto stupore degli uomini, che nulla poterono fare per impedirlo e dovettero tornarsene al fondovalle, muti e tristi.


Vedretta del Morteratsch

Quando venne il tempo del risveglio, lo Spirito del Ghiacciaio venne a sapere quello che era successo. Ne fu sconvolto. Con dolore atroce pianse, e chiamò silfi, silfidi e folletti dei morti attorno a sé, perché la fanciulla avesse il più solenne dei funerali. Così fu, e come segno della sepoltura vennero plasmati steli di ghiaccio, di tutte le forme, che con i loro bagliori ricordassero il sacrificio della Reginetta e delle sue ancelle. Agli uomini di Valfurva parvero, quegli steli, quasi braccia protese al cielo, quasi pinnacoli di una chiesa. Li battezzarono, dunque, “Guglie dei Forni”. Lo Spirito del Ghiacciaio non volle che il sacrificio della giovinetta fosse stato invano, e dispose che quelle guglie stessero a protezione della valle: di fronte ad esse la furia del Frodolfo, che fuoriesce da segreti canali nel cuore del ghiacciaio, si placava, e non vi furono più alluvioni in Valfurva. E così fu. Ma non per sempre. Purtroppo il crudele sole, non pago del sacrificio che gli era stato offerto, proseguì nella sua lotta contro il ghiacciaio. A nulla valse la resistenza dello Spirito: i ghiacci arretrarono, sempre di più. Le guglie furono abbattute, e di nuovo la valle tornò ad essere esposta alla furia delle acque del Frodolfo. Così è, ancora oggi.  

Da gigante a gigante, trasvoliamo per breve tempo al di là dei confini e portiamoci ad uno dei giganti dei ghiacciai del gruppo del Bernina, il Morteratsch. Anche qui ci attnde una vicenda di purezza e morte, vicenda che spiega l'origine di questo toponimo.


Vedretta del Morteratsch

Sui monti tra Chapütschöl e Munt Pers viveva una fata di rara bellezza, che di tanto in tanto si rinfrescava alle acque del Lej da la Diavolezza. La bellezza suscita nell’uomo di indole spirituale un bisogno di contemplazione edificante. Ma essendo nell’uomo l’indole spirituale merce rara, ecco che alcuni cacciatori, avvistata l’incantevole creatura, vollero seguirla, per scoprirne la dimora. Sfruttando l’arte di tante poste ed inseguimenti, riuscirono a ripercorrere i suoi passi (e quelli del branco di camosci di cui si circondava), fino al suo castello. Un castello edificato tra le rocce più impervie, nella zona del Munt Pers. Quando la fata sparì nel castello, anche questo si dissolse, per incanto, e davanti agli occhi degli incauti restò solo un labirinto di rocce e crepacci, nel quale si persero, senza più ritrovare la strada di casa. Fra questi cacciatori vi era anche un tale Aratsch. Si narra che da allora, nelle sere più tristi, un lamento percorre quel versante: "Mort ais Aratsch" (Aratsch é morto). Molti lo udirono, ed qualcuno venne in mente che l'alpe a valle del Bernina dovesse prendere il nome da quel lamento. Per questo essa si chiama Alp Morteratsch.


Monte Disgrazia

Ma la spiegazione del toponimo è legata anche ad una leggenda più romantica. Là dove ora dominano rocce e ghiaccio, un tempo vi erano pascoli abbondanti e baite, pastori e bestiame. La vita trascorreva lieta, scandita da feste che favorivano il nascere di giovanili amori, come quello tra Eratsch e Teresa, chiamata, per la sua bellezza, la rosa della montagna. Come troppo spesso accade, i parenti (una sorta di Montecchi e Capuleti in versione retica) si misero però di mezzo, perché non correva buon sangue fra le due famiglie. Così il giovane partì per la guerra e Teresa, convinta che mai più l’avrebbe rivisto, morì per lo strazio dell’amore perduto. Ma Eratsch tornò, convinto di poter riabbracciare la sua amata e di vincere anche la resistenza dei cuori più induriti. Apprese, invece, della sua morte: sconvolto dal dolore, si recò allora verso l'alta montagna e si gettò in un orrido crepaccio del Labirynth. Di fronte ad una così grande tragedia, la natura stessa fu profondamente scossa: il pascolo inaridì ed il ghiacciaio avanzò inesorabile, coprendo ogni cosa. A ricordo dell’antico splendore rimase, solitaria, la rupe arida e semi-sommersa dal ghiacciaio, il Munt Pers. Intorno ad essa, nelle notti di bufera, vaga il tormentato spettro della rosa della montagna, che ancora cerca l’amato Eratsch, supplicando il crudele ghiaccio perché lo restituisca al suo amore. Insomma, cambia la leggenda, ma non la tragica morale: è Mort Eratsch.


Monte Disgrazia

Anche sul versante italiano dei giganti retici troviamo una leggenda che ribadisce i temi dlela purezza e della morte, giocandoli però in modo diverso. Ci spostiamo in Val Ventina, dove non si trova solo la famosa vedretta della Ventina, ma anche un ghiacciaietto minore, che si annida su un fianco del monte Disgrazia, nel Canalone della Vergine, legato ad una leggenda. Una Vergine venne, un giorno, fra queste montagne, salì dall’alpe Ventina verso i bastioni rocciosi del suo versante occidentale, dominato dal monte Disgrazia, lasciando dietro di sé i suoi verdi veli, che divennero tanti larici, e le lacrime del suo pianto, che divennero rivoli gorgoglianti. Salì sempre più in alto, fra le nevi perenni, finché fu rapita per sempre dalla montagna. Il canalone per il quale salì venne da allora chiamato “Canalone della Vergine” (canalùm de la vèrgina), le nevi fra le quali si perse “Ghiacciaio della Vergine”. La leggenda vuole che nessun uomo possa risalire questo canalone e mettere piede sul ghiacciaio se nella sua mente vi è il pensiero di altra donna che non sia questa Vergine purissima: ogni altro pensiero lo respinge indietro, con dense nubi che gli fanno perdere l’orientamento e scariche di ghiaccio che lo trascinano in basso. E le donne devote di Chiareggio pregano sempre la Vergine perché le protegga.
Sempre sui fianchi del Disgrazia si abbarbica un altro ghiacciaietto, quello della Cassandra, che guarda alla Val Airale. I laghetti cui ha dato origine, laghetti della Cassandra, sono come le lacrime della famosa profetessa greca, che piangeva le sventure a venire senza essere da nessuno creduta.


Cima Viola

Ma, fra tutte, la leggenda che forse più esprime l'intima vita del ghiacciaio è quella di Dosdè e Viola. Cornice è il comprensorio del Corno di Dosdè e della Cima Viola, fra Val Grosina e Val Viola Bormina. La cima del Corno di Dosdè era, in antico, dimora di una razza di giganti, fra i quali spiccata Dosdè, giovane risoluto ed ardente. Vivevano felici fra monti che l'uomo non frequentava. Finché Dosdè intravvide, un giorno, che fu l'ultimo della loro serenità, un soavissimo volto di fanciulla fra le acque appena increspate del Lago Negro, in valle di Avedo. Fu solo un bagliore, un attimo. Fu l'inizio di una passione inestinguibile. Si dette a cercarla per ogni dove, per ogni roccia, per ogni anfratto. E con lui anche i suoi fratelli giganti. Niente. Nessuna fanciulla fra quelle balze remote e solitarie. I fratelli gli suggerivano di desistere, forse era stato solo un sogno, un'apparizione fallace, ma lui no, non ne voleva sapere, in cuor suo era convinto che la fanciulla davvero esisteva, ed al cuore, come si dice, non si comanda.
Aveva ragione lui. Non si sa come, ma qualcuno o qualcosa, forse il mormorio del vento indiscreto, forse il sussurrio dell'acqua che non sa tacere, gli suggerirono la verità: la fanciulla davvero esiste, ma per trovarla bisogna salira alla cima della più alta vetta, la cima Viola. Viola è, appunto, il suo nome. Così poco? Ci vollero pochi balzi a Dosdè per accedere al ghiacciaio della cima Viola. Qui regnava un'austera regina, la madre di Viola. Dosdè era sicuro del fatto suo, della sua bellezza, del suo ardore. Chiese in sposa la figlia, ma la regina gelò la sua speranza: "Non puoi, non puoi averla, disse, nessuno può averla, perché le candide membra di Viola sono ciò su cui ora riposi il piede, questa neve perenne, e lo splendore dei suoi occhi sono le acque nelle quali un giorno l'hai scorta. Questo è Viola: di lei potrai avere solo l'incanto inviolabile, il riflesso fuggevole. Abbandona il tuo proposito, o rovinerai te, la tua stirpe e colei che ami".
Allora Dosdè vide. Vide la bianchissima fanciulla nello splendore della neve, la vide e ne fu acciecato. Allungò la mano, volle afferrarla, volle portarla via con sé. E fu davvero come la regina aveva detto, fu la rovina sua e di Viola. Si sciolse, infatti, il bianchissimo corpo della fanciulla in mille rivoli, che fuggirono via, per ricomporsi solo più a valle, nel torrente che ebbe il suo nome, Viola. Si indurì, invece, il prepotente giovane, divenne roccia, l'enorme roccia che ancora oggi sovrasta la cima del Corno di Dosdè. I suoi fratelli divennero invece enormi cembri. Poi, tutto fu silenzio.


Vedretta di Fellaria orientale

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