Conca di Salmurano

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Rif. Salmurano-Passo dell'Avaro-Laghetti di Ponteranica
3 h
790
E
Pescegallo-Rif. Salmurano-Passo dell'Avaro-Laghetti di Ponteranica-Grande ometto sul crinale e porta-Lago di Pescegallo-Pescegallo
5 h
1080
EE
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui e ci incamminiamo sulla pista che sale verso sud. Ad un bivio stiamo a destra. La pista termina proprio davanti al rifugio Salmurano (m. 1848). Seguendo una traccia di pista che corre nei pressi dell’impianto (siamo a destra del rifugio Salmurano), raggiungiamo il manufatto in cemento al termine dell’impianto stesso. Alle sue spalle inizia un marcato sentiero che, dopo un tornante sinistrorso, punta decisamente al passo sulla sinistra della testata della valle (se ne stacca, sulla destra, un altro sentiero che effettua una traversata al gemello passo di Salmurano). Il sentiero ci porta ai 2099 metri del passo dell'Avaro. Ci immettiamo sul sentiero 101 ed andiamo a sinistra e superiamo un vallone esposto. Raggiungiamo un alpeggio abbandonato ed alla nostra destra vediamo una pozza e la cima erbosa del monte Avaro (m. 2088). Proseguiamo sul sentiero fino a trovare il punto, segnalato, nel quale da esso si stacca, sulla sinistra, il sentiero 109. Imboccato quest’ultimo, dopo un breve strappo sul crinale erboso, ci affacciamo all’ampia conca che nasconde i laghetti di Ponteranica. Il sentiero piega leggermente a destra ed effettuando un traverso in direzione dei laghetti. Alla fine raggiungiamo il laghetto meridionale (m. 2105), che ha la forma di una “C” orientata verso sud-est. Costeggiamo il laghetto sulla destra: dopo aver superato una fascia di roccette, ci affacciamo al secondo laghetto, quello settentrionale. Possiamo ora tornare per la medesima via di salita o con più ampio giro (anello di Ponteranica). In tal caso Portiamoci ai piedi del crinale compreso fra i due laghetti, dove si trovano anche altri due microlaghetti, e saliamo, tendendo leggermente a sinistra (siamo a sinistra del vallone che scende alla conca dei laghetti) in direzione di un sentiero che, più in alto, si distingue nettamente, e che punta, effettuando una traversata verso sinistra, alla sella fra i monti Triomen e Valletto. Raggiunto il sentiero, lo seguiamo per un tratto, finché, appena prima di un modesto corpo franoso, troviamo un sentiero che se ne stacca sulla destra. Cambiamo, quindi, decisamente direzione e puntiamo a destra, in direzione nord-est, raggiungendo la soglia di un gradino roccioso che sovrasta i laghetti. Ci troviamo così nel circo terminale dominato dalla cima occidentale di Ponteranica, che da qui appare un imponente torrione, accompagnata, sulla sinistra, da una sorta di dente. Alla nostra sinistra un canalino porta proprio al crinale, in un punto assai panoramico, soprattutto in direzione ovest. Noi, però, dobbiamo proseguire, su sentiero non marcato, ma sempre visibile, salendo verso destra e superando una breve fascia di rocce. Ci ritroviamo, quindi, su un ampio versante erboso, che scende direttamente dal crinale. Seguendo la traccia di sentiero, raggiungiamo il crinale, ad una quota approssimativa di 2330 metri, nei pressi di un grande ometto, che è già visibile dai laghetti di Ponteranica. Proseguendo verso est, troveremo, ben presto, una porta che si affaccia sul circo glaciale dell’alta conca di Pescegallo. Dalla porta scendiamo, nel primo breve tratto, su traccia di sentiero che serpeggia fra sfasciumi. Poi, piegando a sinistra, ci portiamo su un terreno meno instabile, proseguendo sulla traccia di sentiero, che non è segnalata da segnavia, ma da numerosi ometti. Stiamo scendendo nell’ampia conca compresa fra la cima di Pescegallo (m. 2328) ed il pizzo della Nebbia (m. 2243), attraversando due nevaietti, prima di raggiungere un falsopiano che si affaccia sulla conca di Pescegallo. Giungiamo, così, in vista del lago di Pescegallo (m. 1865). La traccia di sentiero punta, quindi, decisamente a destra, fino ad intercettare il sentiero che dal lago sale al passo del Forcellino (Gran Via delle Orobie). Percorrendolo in discesa, ci portiamo alla corona della diga di Pescegallo, oltre la quale troviamo la pista sterrata che sale da Pescegallo. Scendendo lungo la pista, ci immettiamo in quella Pescegallo-Salmurano e torniamo a Pescegallo.


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o

Fra le escursioni che hanno come base Pescegallo quella ai laghetti di Ponteranica è una delle meno considerate, nonostante sia semplice, di medio impegno fisico e di grande interesse panoramico, quando la giornata è limpida (se non lo è, ci potrà capitare di essere avvolti da densi banchi di foschia, con l’effetto sorprendente e suggestivo di un paesaggio irlandese o scozzese).
I laghetti si trovano sul versante bergamasco dell’alta Val Brembana, appena dietro il crinale che lo separa dalla Val Gerola, e che è scandito dai monti Ponteranica (m. 2378) e Valletto (m. 2371). Per la precisione, il sistema costituito da due laghetti (cui si aggiungono due microlaghetti), posti in una splendida conca a 2100 metri, si trovano alle spalle, cioè ad est, del monte Valletto. Si raggiungono con due ore di cammino da Pescegallo.
Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471).
Dobbiamo ora salire alla conca di Salmurano, il ramo occidentale fra i due nei quali si suddivide l’alta valle di Pescegallo. Se sono aperti gli impianti di risalita in seggiovia, possiamo sfruttarla; in caso contrario, dobbiamo utilizzare una pista sterrata, che parte proprio dal piazzale degli impianti, snodandosi sul crinale denominato Foppe di Pescegallo, un ambiente gentile e ridente, costellato di piccole macchie di larici.
Alla nostra destra possiamo ammirare l’elegante formazione costituita dalle cinque punte della Rocca di Pescegallo (m. 2082), denominata anche, poco romanticamente, Denti della Vecchia, la costiera che separa la valle di Pescegallo dalla Val Tronella. Alla nostra sinistra, invece, si può scorgere il muro di sbarramento della diga di Pescegallo, nella conca gemella rispetto a quella cui stiamo salendo. Proprio sopra la diga, è facilmente riconoscibile il passo del Forcellino (m. 2050), che unisce la conca di Pescegallo con l’alta Val Bomino. La pista, dalla quale se ne stacca, sulla sinistra, una seconda, che conduce al lago di Pescegallo, termina sul limite inferiore del Pianone, così è chiamata la conca di Salmurano, nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848). Poco prima del suo termine, possiamo vedere, sulla destra, le segnalazioni della Gran Via delle Orobie, che passa proprio di qui, seguendo un sentiero che proviene dalla Val Tronella, proseguendo, oltre il rifugio, per il lago di Pescegallo ed il passo del Forcellino. Sempre sulla nostra destra possiamo riconoscere il sentiero che punta al passo di Salmurano (m. 2017), facilmente riconoscibile sulla più marcata depressione della parte destra della testata che chiude il Pianone. Per questo passo transita il percorso più agevole per il rifugio Benigni.
La nostra meta, però, è diversa: dobbiamo, infatti, puntare sul passo gemello che si trova sulla sinistra del crinale, e precisamente su una larga sella erbosa cui giunge un secondo sentiero, che possiamo facilmente scorgere. Si tratta del passo dell’Avaro (m. 2099), posto a monte del punto di arrivo dell’impianti di risalita che percorre il lato sinistro del Pianone. Seguendo una traccia di pista che corre nei pressi dell’impianto (siamo a destra del rifugio Salmurano), raggiungiamo, dunque, il manufatto in cemento al termine dell’impianto stesso. Alle sue spalle inizia un marcato sentiero che, dopo un tornante sinistrorso, punta decisamente al passo (se ne stacca, sulla destra, un altro sentiero che effettua una traversata al passo di Salmurano). Dopo circa un’ora ed un quarto di cammino, eccoci, alla fine, ai 2099 metri del passo, dal quale si domina l’ampio Pianone.
Eccellente è il panorama verso nord. Da sinistra, a destra della Rocca di Pescegallo, scorgiamo le cime della bassa Valchiavenna, della bassa Val Codera e della Valle dei Ratti, fra le quali spicca il profilo affilato del Sasso Manduino. Più a destra, testata della Valle di Spluga, ecco la suggestiva carrellata delle cime del gruppo del Masino, con i pizzi Scalino, Cengalo e del Ferro, le cime di Zocca e di Castello, la punta di Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone e le cime di Chiareggio (resta invece nascosto, più a destra, il monte Disgrazia, che si vede però più in basso, salendo verso il passo).
Il passo di affaccia sull’alta e solitaria valle di Salmurano (tributaria della val di Ornica, in alta Val Brembana), un grande catino chiuso da ripidi versanti che produce un singolare effetto di contrasto con gli scenari più aperti sulla Val Gerola. Vi si distingue il marcato canalone del canalone dei Piazzotti ("canalìgn di piazzòc'"), di cui si risale un ampio tratto per raggiungere il rifugio Benigni (da qui sembra assai difficile farlo, anche se in realtà non è così) e, sull’angolo sud-occidentale della valle (a sinistra del canalone), l’arrotondato pizzo di Giacomo (m. 2184). Verso sud, poi, come in una fuga di quinte, si apre lo scenario di cime e verasanti dell’alta Val Brembana.
Il passo è raggiunto anche da un sentiero che proviene dal passo di Salmurano e prosegue, verso est, tagliando i ripidi versanti. Iniziamo, dunque, una traversata in questa direzione (sinistra), perdendo anche qualche decina di metri di quota. Se la giornata è limpida, distingueremo, ben presto, alla nostra destra, in primo piano l’arrotondata ed erbosa cima del monte Avaro (m. 2088). Superate alcune vallecole ed aggirato un crinale, ci affacciamo alla verde e stupenda conca che si stende ai piedi del monte Valletto. La conca è occupata da alcuni grandi massi erratici, fra i quali sono stati ricavati dei ricoveri per pastori e bestiame. Oggi qui regna la solitudine, spezzata solo dagli escursionisti che, soprattutto nelle giornate festive, qui non sono, per la verità, rari. Ricominciamo, poi, a salire, puntando al monte Avaro, fino a raggiungere l’ampia sella erbosa posta a nord della sua cima arrotondata. La sua denominazione rimanda ad una leggenda abbastanza nota nel comune di Ponteranica. Val la pena di raccontarla.


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Gran brutto vizio, l’avarizia. È uno dei sette peccati capitali, che ti manda diritto diritto all’inferno. A volerla vedere da un differente punto di vista, è una malattia dalla quale difficilmente si guarisce, una malattia che rende chi ne è affetto odioso a tutti. Di avari ce ne sono dappertutto. Ed anche Cusio, incantevole borgo posto in cima alla Val Averara, aveva il suo. Un “Avarù”, avarone, di quelli che, quando c’era da tenersi in tasca il denaro, ne sanno una più del diavolo. Ma quando il diavolo ci vuole mettere lo zampino, allora anche per un avaro la situazione si fa difficile. Ecco cosa accadde.
L’avaro possedeva l’alpeggio ai piedi del monte Triomen e poco a monte di una modesta e graziosa elevazione erbosa. Un pascolo piuttosto … avaro, pieno di sassi com’era. Le sue bestie non trovavano granché, ed erano patite e stentate. E ben gli stava, commentavano i Cusiesi: "Chèl che s' fa 'l vé rendì", quel che si fa viene reso. Il nostro taccagno era tanto odioso che il suo alpeggio ed il vicino monte vennero chiamati (e si chiamano ancora oggi) “Monte Avaro”. Il disprezzo dei suoi compaesani non lo disturbava più di tanto; lo disturbava, invece, eccome, la scarsa resa del suo alpeggio. Si rodeva tanto che un giorno gli scappò l’esclamazione “Darei l’anima al diavolo per un alpeggio pulito e verdeggiante!”


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Non puoi dire cose del genere senza conseguenze: la terrà tremò e si squarciò ed il diavolo in persona gli si presentò sotto le classiche sembianze di un rosso caprone. Senza preamboli, andò al dunque: in cambio dell’anima gli avrebbe ripulito l’alpeggio per bene. Neppure un sassolino ci sarebbe rimasto. L’avaro, che avaro era, ma non stupido, sentì puzza di bruciato, e non solo perché dalle viscere della terra esalava un pizzo di zolfo da far paura. Per la prima volta nella sua vita la prospettiva di un enorme guadagno lo lasciò titubante. Aveva imparato che gli affari apparentemente più vantaggiosi possono nascondere le più grandi perdite. Cos’era quella storia dell’anima? All’anima non aveva mai pensato sul serio, ma ora venne preso dal sospetto che si trattasse di qualcosa di molto prezioso, e che forse la stava svendendo. No, meglio tenersela. Ma come rinunciare alla magnifica prospettiva di un alpeggio ricchissimo? Ebbe come un lampo, come un’illuminazione: si sarebbe tenuto anima e pascolo ingannando il diavolo. “Ad una condizione, messere: avrete la mia anima se saprete portare a termine il lavoro a regola d’arte questa notte, prima che i rintocchi dell’Ave Maria mattutina dal campanile di Cusio si diffondano per tutta la valle”, disse. “E così sia pattuito”, tuonò il caprone.


La pozza presso il monte Avaro e, sul fondo, il monte Triomen

La sfida iniziò, L’avaro era sicuro di sé; del resto, di persone molto furbe non si dice che ne sanno una più del diavolo? Troppi i massi, impossibile ripulire tutto in una sola notte: sul far dell’alba si sarebbe trovato, senza spesa alcuna, un bel pezzo dell’alpeggio ripulito, e tanto gli bastava. Ma il diavolo era ancora più sicuro di sé, perché dalle viscere della terra richiamò una schiera di compari diavoli, che si misero al lavoro di buona lena. Uno spettacolo davvero unico e suggestivo quello delle diaboliche ombre al lavoro all’incerto chiarore della luna, ma l’avaro non era certo nello stato d’animo di poterselo godere perché, minuto dopo minuto, era sempre meno convinto di uscire vincitore dalla sfida.
Erano ormai prossime le sei di mattina, l’ora dell’Ave Maria, e la sfida si giocava sul filo di lana. Ai diavoli mancava solo un masso da rimuovere, il più grande. L’avaro si vide perso, e corse a precipizio scendendo sul sentiero per Cusio, per far suonare l’Ave Maria un po’ prima dell’ora canonica. Giunto in paese, si precipitò alla casa del sagrestano, chiedendo le chiavi del campanile per poter dar di mano alla corda della campana. Stremato, si attaccò alla corda cadendo quasi a corpo morto, e la campana diffuse il suo suono nell’aria che ancora pareva immersa nel torpore del sonno.


Il grande masso con l'impronta del diavolo

La sfida ebbe termine: ma com’era andata? Non lo poteva sapere. Per qualche istante rimase lì, immobile: se il diavolo avesse vinto, sarebbe subito sceso a reclamare la sua anima. Ma nessuno si affacciò all’uscio del campanile, se non il sacrestano assonnato che non capiva quel che stava accadendo. “Dio sia lodato!” scappò detto all’avaro, con grande stupore del sacrestano, che non gli aveva mai sentito usare parole così devote. Quando la luce ebbe preso pieno possesso della valle, l’avaro si incamminò, titubante, verso il suo pascolo. Che spettacolo! Che splendore! Tutto ripulito, tranne che per il masso erratico più grande, che sembrava leggermente smosso, ma era ancora lì. L’avrebbe abbracciato, se avesse potuto, quell’enorme masso sotto il quale tante volte avevano trovato riparo pecore e capre. Non gli avrebbe mai staccato gli occhi di dosso, a quella fredda pietra che lo aveva salvato. E fu allora che vide l’impronta dello zoccolo del diavolo. Fu un giorno grandioso: da allora si guadagnò la fama dell’avaro che aveva ingannato il diavolo.
E la sua anima? Non sappiamo cosa ne sia stato, dopo la morte, non sappiamo se il diavolo si sia preso la sua rivincita o se sia rimasto scornato. Quel che sappiamo è che il monte Avaro ancora oggi sorride, con la sua incantevole pozza, a tutti quanti passano sul vicino sentiero. A poca distanza una fascia di massi, e l’enorme macigno con l’impronta del diavolo. E se poi qualcuno pensa che all’avaro sia andata troppo bene, si consoli, perché della leggenda esiste una seconda versione, secondo la quale la sfida fu vinta dal diavolo, che si portò via sghignazzando maleficamente la sua anima.
Chissà. Intanto gustiamo lo scenario bucolico, impreziosito dalla pozza, posto a 1997 metri di quota, nel quale si specchia il monte Triomen (m. 2251). Un segnavia rosso-bianco-rosso ci indica che siamo sul sentiero 101 e ci indirizza al punto nel quale il sentiero, oltre il bel tappeto di prati, riprende. Poco oltre, si apre, in basso, alla nostra destra, uno splendido colpo d’occhio sui piani dell’Avaro, dove si trova, a 1704 metri, il rifugio Ca del Sul. Un poco più avanti, intercettiamo anche il sentiero che sale dai Piani e prosegue per i laghetti di Ponteranica. Un cartello ci chiarisce l’incrocio: abbiamo percorso finora il sentiero 101, che dal rifugio Benigni, passando per i passi di Salmurano e dell’Avaro, prosegue in direzione del passo di San Marco, ed intercettiamo, in questo punto, il sentiero 109, che sale, come detto, dai Piani dell’Avaro ai laghetti di Ponteranica, dati a 15 minuti di cammino.
Lasciamo, quindi, il sentiero 101 (che scende alla baita Foppa e prosegue in direzione del passo di San Marco) e cominciamo a salire verso sinistra, sul sentiero 109. Dopo un breve strappo sul crinale erboso, ci affacciamo all’ampia conca che nasconde i laghetti. Il sentiero piega leggermente a destra ed effettuando un traverso in direzione dei laghetti, che ancora non si vedono. Passiamo, così, a sinistra del Monte Triomen (m. 2251), mentre davanti a noi, sulla testata che chiude la conca, è il monte Valletto (m. 2371) ad imporsi al nostro sguardo, con i severi torrioni Pasquini ed Innominato: a dispetto del nome, appare il vero signore di questi luoghi.
Alla fine, eccoci al laghetto meridionale di Ponteranica (m. 2105), che ha la forma di una “C” orientata verso sud-est. Alla sua sinistra, un sentiero sale alla sella compresa fra il monte Triomen e la cima occidentale di Ponteranica; l’impressione è che per tale passo si possa tornare in alta Val Gerola, ma non è così, perché ci si affaccia sul crinale erboso posto a monte del monte Avaro. Costeggiamo il laghetto sulla destra: dopo aver superato una fascia di roccette, ci affacciamo al secondo laghetto, quello settentrionale. Il posto è davvero incantevole. Nelle giornate festive è anche raggiunto da diversi escursionisti, che salgono quasi tutti dai piani dell’Avaro. Nei giorni feriali, invece, una solitudine ne esalta l’impatto suggestivo. Quando la foschia la fa da padrona, infine, ci sembrerà di essere in qualche remota landa scozzese, come se dovesse comparire, da un momento all’altro, un qualche Highlander.


Monte Valletto e grande ometto sul crinale

Progettiamo ora il ritorno. Possiamo ripercorrere la tranquilla via dell’andata, oppure proseguire disegnando un elegante anello di Ponteranica, che sfrutta una bocchetta del crinale fra i monti Valetto e Ponteranica, la quale si affaccia sul circo glaciale a monte della conca di Pescegallo. Questa seconda soluzione richiede esperienza escursionistica e buoen condizioni di terreno e di visibilità.
Per salire alla bocchetta dobbiamo sfruttare una traccia di sentiero che, all’inizio, non è molto evidente. Portiamoci ai piedi del crinale compreso fra i due laghetti, dove si trovano anche altri due microlaghetti, e saliamo, tendendo leggermente a sinistra (siamo a sinistra del vallone che scende alla conca dei laghetti) in direzione di un sentiero che, più in alto, si distingue nettamente, e che punta, effettuando una traversata verso sinistra, alla sella già menzionata fra i monti Triomen e Valletto.
Raggiunto il sentiero, lo seguiamo per un tratto, finché, appena prima di un modesto corpo franoso, troviamo un sentiero che se ne stacca sulla destra. Cambiamo, quindi, decisamente direzione e puntiamo a destra, in direzione nord-est, raggiungendo la soglia di un gradino roccioso che sovrasta i laghetti (da qui li dominiamo entrambi, con un colpo d’occhio stupendo, sempre nebbia permettendo). Ci troviamo così nel circo terminale ai piedi del crinale fra Val Brembana e Val Gerola, dominato dalla cima occidentale di Ponteranica, che da qui appare un imponente torrione, accompanato, sulla sinistra, da una sorta di dente. Alla nostra sinistra un canalino porta proprio al crinale, in un punto assai panoramico, soprattutto in direzione ovest.
Noi, però, dobbiamo proseguire, su sentiero non marcato, ma sempre visibile, salendo verso destra e superando una breve fascia di rocce. Ci ritroviamo, quindi, su un ampio versante erboso, che scende direttamente dal crinale. Seguendo la traccia di sentiero, che punta decisamente al crinale, lo raggiungiamo, infine, senza difficoltà, ad una quota approssimativa di 2330 metri, nei pressi di un grande ometto, che è già visibile dai laghetti di Ponteranica (ce n’è un altro, alla nostra sinistra, in direzione del monte Valletto). A poca distanza dal punto cui siamo giunti, sulla sinistra, si può salire, con molta cautela, da nord, alla cima centrale di Ponteranica, quotata 2353 metri e sovrastata da un ometto, dalla quale si gode di un ottimo colpo d’occhio sul torrione roccioso, con un curioso “cappuccio” terminale, che costituisce la massima elevazione della complessa formazione della cima di Pescegallo (m. 2328). Torniamo al crinale ed al grande ometto: proseguendo verso est, troveremo, ben presto, una porta che si affaccia sul circo glaciale dell’alta conca di Pescegallo. Gettiamo, prima di scendere, uno sguardo verso est: distingueremo le cime di Ponteranica centrale (m. 2372) ed orientale (m. 2378).


Discesa dalla bocchetta di quota 2330 m.

Dalla porta scendiamo, nel primo breve tratto, su traccia di sentiero che serpeggia fra sfasciumi. Poi, piegando a sinistra, ci portiamo su un terreno meno instabile, proseguendo sulla traccia di sentiero, che non è segnalata da segnavia, ma da numerosi ometti. Stiamo scendendo nell’ampia conca compresa fra la cima di Pescegallo (m. 2328), che spicca, con la sua forma pronunciata, alla nostra sinistra, ed il pizzo della Nebbia (m. 2243) alla nostra destra, meno facile da individuare. Se la giornata non è buona, non faticheremo a renderci ragione della denominazione di quest’ultima cima. Nella discesa attraversiamo due nevaietti, prima di raggiungere un falsopiano che si affaccia sulla conca di Pescegallo. Giungiamo, così, in vista del lago di Pescegallo (m. 1865).
La traccia di sentiero punta, quindi, decisamente a destra, fino ad intercettare il sentiero che dal lago sale al passo del Forcellino (si tratta della già menzionata Gran Via delle Orobie). Percorrendolo in discesa, ci portiamo alla corona della diga di Pescegallo, oltre la quale troviamo la pista sterrata che sale da Pescegallo. Prima di proseguire nella discesa, gettiamo un’occhiata alla cima di Pescegallo, che si impone allo sguardo, a sud, con una forma davvero bizzarra e curiosa, si direbbe bitorzoluta.
Seguendo, infine, la pista, scendiamo ad intercettare la pista che abbiamo utilizzato per salire da Pescegallo al Pianone di Salmurano. In alternativa alla pista, dopo averne percorso un primo tratto, possiamo seguire il sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che se ne stacca sulla destra e parte dal prato nei pressi di una vasca per la raccolta dell’acqua. Il sentiero effettua una discesa che ci porta direttamente a Pescegallo, per via più breve rispetto alla pista. Torniamo, così, al punto di partenza, dopo circa 5 ore di cammino. Il dislivello superato in altezza è di circa 1080 metri.

 


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