Il pizzo Mellasc'

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo-Rif. Trona Soliva-Pizzo Mellasc'
3 h e 30 min.
1020
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco della Val Vedrano, lasciandola però non appena vediamo sulla sinistra un sentiero che se ne stacca traversando più basso fino al torrente Vedrano, che supera su un ponticello, per poi salire sul versante opposto e tagliare più volte la pista. Alla fine restiamo sulla pista e giungiamo così alla casera quotata 1865 e proseguiamo sul tracciato che si inoltra nella valle della Pietra, in direzione del rifugio Trona Soliva. La traversata, con qualche saliscendi, ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907). . Poco oltre il rifugio c'è un bivio segnalato, ma noi ignoriamo entrambi i sentieri per salire verso destra (ovest) sul versante di pascoli. Punto di riferimento essenziale è una bella cascata che riconosciamo facilmente, in alto, un po’ a sinistra. Incamminiamoci sul sentiero per la bocchetta di Trona, passando a valle di un ampio recinto per il bestiame. Raggiunto il limite meridionale del recinto, cominciamo a salire seguendo il muretto a secco, quindi proseguiamo nella salita tendendo gradualmente a destra, fino a raggiungere il filo di un dosso erboso che ci sta di fronte. Ci affacciamo, così, ad una bella conca con una pozza. Oltre la pozza, vediamo il torrentello, un nuovo ampio recinto e la baita, quotata 2018 metri. Ora pieghiamo a sinistra, restando a sinistra del torrente e saliamo, su debole traccia di sentiero, seguendone il corso, fino a portarci in prossimità della cascata, a quota 2080 metri. Poco sotto la cascata attraversiamo il torrentello; sul lato opposto, un po’ ripido, vediamo, presso un cumulo di sassi, una traccia incerta di sentiero, che sale per un tratto verso destra e poi, sotto uno spuntone di roccia che affiora dai pascoli, prende a sinistra. Attraversata una fascia di roccette, ci ritroviamo a monte del salto della cascata; salendo ancora per un tratto, seguendo, sulla destra, il torrente approdiamo ad un ampio pianoro, a quota 2170 metri, a destra del rudere della baita quotata 2173 metri (“baita dul valét”). La bocchetta che costituisce la nostra meta è proprio sopra la nostra testa, appena un po’ spostata a sinistra (non confondiamola con una più stretta e pronunciata bocchetta che vediamo alla nostra destra). Riprendiamo a salire, spostandoci leggermente a destra; a quota 2200 metri circa intercettiamo la traccia di un largo sentiero che taglia decisamente a destra. Lo seguiamo solo per un tratto, passando sotto una formazione rocciosa, poi riprendiamo a salire verso sinistra, tagliando una breve fascia di massi di piccole dimensioni. Puntiamo, ora, decisamente all’imbocco del canalino che sale alla bocchetta, raggiungendo, con un po’ di fatica, le roccette di sinistra, dalle quali traversiamo, seguendo una traccia di sentiero, sul lato destro. Qui la traccia sale diritta alla bocchetta, quotata di circa 2400 metri; orendendo a destra, su china erbosa, in breve siamo alla cima del pizzo Mellasc' (m. 2465). Se vogliamo scendere er la Val Vedrano procediamo per breve tratto, scendiamo per un canalino, passiamo a destra di un microlaghetto e procediamo verso destra (est), senza perdere quota, rimanendo, quindi, poco al di sotto del crinale, fino ad individuare una piccola roccia sul crinale con un segnavia bianco-rosso. Preso come riferimento un grande ometto molto più in basso, scendiamo aggiriamo un saltino prendendo a destra e tornando poi a sinistra ed approdiamo ad un primo pianoro (m. 2250), a monte di quello che ospita l’ometto. (non proseguiamo diritti, perché il pianoro è chiuso da un salto), fino a scorgere un nevaietto. Passiamo vicino al nevaietto e scendiamo al terrazzo più basso, sul cui limite c’è il grande ometto, posto lì probabilmente per segnalare un pericolo: il terrazzo, infatti, si affaccia su un salto. Scendiamo ancora verso destra. Ci affacciamo, così, ad un largo canalone di sfasciumi di piccole dimensioni e scendiamo seguendo la striscia erbosa alla sua sinistra, fino a scorgere una traccia di sentiero che piega a destra ed attraversa una prima fascia di massi. Seguiamola: oltre la prima fascia, piega a sinistra e scende diritta, accennando appena a qualche serpentina, fra massi, prima, rododendri, poi. La traccia si vede appena, ma con un po’ di attenzione non la perdiamo. Alla fine della discesa siamo ad un ultimo ampio terrazzo, a quota 2010.Pieghiamo ancora a destra e di nuovo ci affacciamo al canalone di sfasciumi (lo stesso di prima, che ha piegato a sinistra); di nuovo scendiamo sul lato sinistro, trovando, a quota 1950, una traccia che attraversa il corpo di massi alla nostra destra e ci porta al centro del canalone, dove la discesa prosegue. È un tratto abbastanza faticoso, ma poco oltre gli ultimi massi distinguiamo la mulattiera della Val Vedrano, che seguiamo verso destra. Raggiunta la soglia dell'alta valle, scende con diversi tornanti. Al termine della discesa segue un tratto pianeggiante che ci porta al guado del ramo principale del torrente Vedrano. Il sentiero, dopo una salitella e qualche saliscendi, ci porta alla pista sterrata che sale da Levaggiolo, appena a valle delle baite del Grasso, Seguendola in discesa torniamo a Laveggiolo.

AGGIORNAMENTO: la relazione sotto riportata ha un valore "storico" e va aggiornata: da diversi anni, infatti, la pista che si stacca dalla sterrata della Val Vedrano prosegue fino al rifugio Trona Soliva, ed ha quindi sostituito il sentiero preesistente.

Il pizzo Mellasc (“ul melàsc”, m. 2465) si colloca sulla cresta principale della catena orobica e sulla testata della Val Gerola. Sulla sua cima convergono i crinali che separano tre bacini, l’ampia conca dell’alpe di Trona (“truna”, sul lato nord-occidentale della valle della Pietra), ad est, la Val Vedrano, a nord (entrambe nel territorio comunale di Gerola Alta), l’alta Val Varrone, ad ovest e a sud. Il suo nome non è particolarmente beneaugurante: si tratta, infatti, di un peggiorativo, da una radice che, se non è quella latina di “malus” (cattivo), può essere quella celtica di “mel” o “mal”, che significa “monte”. Mellasc significherebbe, dunque, il brutto monte. Etimo piuttosto ingeneroso, per la verità, perché, almeno visto da nord, si mostra una poderosa montagna, non priva di una sua eleganza. Visto da est, invece, ha un profilo più sfuggente, ma non sfigura affatto, posto com’è a coronare i verdissimi pascoli dell’alpe di Trona Soliva (“truna sulìva”).
La salita alla sua vetta, di notevole valore panoramico, non è semplicissima. La via “normale”, che parte dalla bocchetta di Trona (“buchéta de truna”) e si stacca, sulla destra, dal sentiero che dalla bocchetta prende a nord-ovest (destra, per chi sale dalla Val Gerola) è segnalata, ma piuttosto infida: la debole traccia di sentiero, infatti, taglia versanti ripidissimi ed esposti, ed è in diversi punti colonizzata dall’insidiosa “erba vìsega”, o “paiusa”, molto scivolosa. Percorrerla, dunque, richiede piede fermo, terreno asciutto e scarsa impressionabilità. Sono possibili, però, due alternative, entrambe dalla Val Gerola, assai più sicure, anche se prive del riferimento di una vera e propria traccia di sentiero.


Laveggiolo

La più agevole è quella che sale dall’alpe di Trona Soliva e dall’omonimo rifugio. La descriviamo, proponendo, poi, la discesa per la Val Vedrano (itinerario che costituisce, ovviamente a rovescio, la seconda possibilità, quella più sfruttata da coloro che praticano lo sci-alpinismo). Raggiunta, dunque, Gerola Alta sfruttando la provinciale n. 7 della Val Gerola, in uscita dal paese, subito dopo la chiesa di S. Bartolomeo ed il piccolo cimitero, lasciamo la strada principale e prendiamo a destra, su strada asfaltata che sale alle frazioni alte ad ovest del paese. Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa, prima di incontrare il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si precipita con tutta la sua furia da roccioni impressionanti. Poco oltre, troviamo, sulla nostra sinistra, un cartello che indica Laveggiolo a 50 minuti di cammino. Dopo pochi tornanti passiamo a destra della località Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); proseguendo nella salita, ignoriamo la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836) e, dopo un tornante sinistrorso e appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della strada, il bell’oratorio di S. Rocco (“san ròch”, m. 1395), edificato nel 1632 e restaurato nel 1959. Sulla facciata possiamo leggere quest’iscrizione in lingua latina: “Ora pro nobis beate Roche ut mereatum preservari varia peste et epidemie”, cioè “Prega per noi, beato Rocco, perché meritiamo di essere preservati dalle diverse forme di peste ed epidemia”. In queste parole si esprime tutta la paura per un flagello che per secoli, e soprattutto nel Seicento, ha decimato le popolazioni contadine anche nelle nostre valli. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla località di S. Giovanni. Ignorata la deviazione, eccoci finalmente alla bellissima frazione di
Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470), dove troviamo un parcheggio al quale lasciare l’automobile.
L’antico nucleo è citato già in un documento del 1321, dove risulta costituito  da tre nuclei famigliari, tutti Ruffoni, che discendono da un unico capostipite, tal ser Ugone. È collocato su una fascia di prati assai panoramica (il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Val Gerola è davvero suggestivo), nella parte mediana del lungo dosso che scende verso est dalla cima del monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385). Il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili. Dalla spianata del parcheggio, dove si trova anche un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, parte una pista sterrata che si dirige verso l’imbocco della Val Vedràno (“val vedràa”), il cui torrente, omonimo, confluisce nel Bitto poco a nord di Gerola.
Si tratta di una pista chiusa al traffico; un gruppo di cartelli vicino a quello di divieto di accesso ci segnala, fra l’altro, che imboccando la pista percorriamo un tratto della Gran Via delle Orobie (G.V.O.) e insieme del Sentiero della Memoria (a ricordo del ripiegamento della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che effettuò, nel novembre del 1944, la traversata Valsassina-Val Gerola-Costiera dei Cech-Valle dei Ratti-Val Codera-Svizzera), che ci porta, in un’ora e mezza, al rifugio di Trona Soliva; da qui, poi, con un’ulteriore ora di cammino, possiamo portarci al rifugio Falc. Incamminiamoci, dunque, sulla pista, fino a trovare, dopo un breve tratto, sulla sinistra, un cartello della G.V.O. che segnala la partenza di un sentiero (segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca per portarsi, con tracciato più diretto, al guardo del torrente Vedrano. Lo imbocchiamo e, dopo una breve e poco marcata discesa, procediamo quasi in piano, superando alcune baite; ad un bivio, presso una fontanella ed un casello del latte, ignoriamo la traccia meno marcata che sale verso destra (indicazione “Vedrano” su un masso), procedendo diritti. Superati in rapida successione due modesti corsi d’acqua, usciamo dal bosco e superiamo un torrentello, per poi scendere leggermente fino al ponticello di travi in legno che ci permette di superare il torrente Vedrano (m. 1541).
Sul lato opposto della valle troviamo subito, a destra, un’amena radura, con un tavolo in legno e due panche per chi volesse sostare; un’indicazione su un masso (“Castello”) segnala che giunge fin qui anche un sentiero che parte più in basso, dalla località Castello. Il sentiero, che qui diventa larga mulattiera, prende a salire sul fianco boscoso della valle, ingentilito da luminosi larici e, dopo un traverso a sinistra, propone una sequenza di tornanti dx, sx, e dx, prima di intercettare, a quota 1595, la medesima pista sterrata che abbiamo lasciato poco dopo Laveggiolo. Dopo un tornante a destra ed il successivo a sinistra, percorriamo un lungo traverso, superando un primo traliccio, un torrentello ed un secondo traliccio (si tratta della linea ad alta tensione che scavalca il crinale orobico in corrispondenza della bocchetta di Trona), presso una radura. Passiamo, poi, accanto alla baita isolata quotata 1725 metri. Una sosta ed uno sguardo alle nostre spalle ci permette di ammirare l’ottimo colpo d’occhio sulle cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo al monte Disgrazia.


Clicca qui per aprire una panoramica sul gruppo del Masino visto dalla pista per il rifugio Trona

Dopo il successivo tornante a destra, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera che abbiamo lasciamo un bel tratto sotto. Saliamo per un tratto verso sinistra, poi affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx ed usciamo dalla macchia di larici, attraversando una piccola radura fino ad una roccia affiorante, per poi volgere di nuovo a destra. Dopo un ultimo tornante a sinistra, raggiungiamo una radura con un tavolo in legno e due panche: siamo alla “furscèla” (m. 1888), cioè alla forcella, piccola bocchetta sul crinale che dal Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) scende verso est.
Ci affacciamo, così, sulla soglia settentrionale dell’ampio bacino dell’alpe di Trona e si apre davanti a noi l’intera testata della Val Gerola, che mostra, da est (sinistra), il monte Verrobbio (“la scìma” o, dal versante della Val Brembana, “piz de véròbi”, m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale il sole indugia la sera, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca).
Dopo qualche saliscendi, raggiungiamo un grande traliccio, a monte del quale si trova un frangi-valanghe in cemento, su cui è scritto “Rifugio di Trona 10 min.” Pochi metri più avanti, infatti, dopo una semicurva ci appare la struttura del rifugio: ci vien da pensare che 10 minuti è stima ottimistica, e ci vorrà almeno un quarto d’ora. Dopo aver superato il punto nel quale ci intercetta, salendo da sinistra, il sentiero che sale diretto dal fianco orientale della Val della Pietra (segnalazione su un masso), ci attende un’antipatica discesa (infatti ogni discesa diventa salita al ritorno!), che ci porta ad attraversare un torrentello, prima di riprendere a salire. Attraversato il torrentello, alziamo lo sguardo verso il crinale nel quale culminano gli alpeggi: vedremo, alla sommità di una sorta di enorme scivolo erboso, il profilo sfuggente del pizzo Mellasc. Poi un ultimo tratto con qualche saliscendi ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907), che offre i servizi di pranzo, di mezza pensione o pensione completa, con piatti tipici valtellinesi fatti in casa (pizzoccheri fatti a mano, gnocchi di patate al grano saraceno prodotti nel rifugio stesso, polente e carni, dolci fatti in casa) o classici della cucina italiana (lasagne, paste fresche all'uovo fatte in casa, ...). A 15 minuti dal rifugio c'è anche una palestra attrezzata di arrampicata su roccia. Diverse arrampicate con diversi gradi di difficoltà si trovano da mezz'ora di cammino in poi.
Dopo la sosta ristoratrice, ci rimettiamo in cammino. Appena oltre il rifugio, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona. Nessuna delle due possibilità, però, fa al caso nostro.


Fotomappa della salita dal rifugio Trona Soliva al pizzo Mellasc'

Noi dobbiamo risalire l’ampio versante di pascoli che si apre ai piedi del pizzo Mellasc' (lo riconosciamo, guardando in alto, ad ovest, dal rifugio: è la maggiore elevazione del crinale, poco pronunciata, ma riconoscibile come punta di lancia a base allargata e corredata da una parete rocciosa, unica, sull’intero versante). Punto di riferimento essenziale è una bella cascata che riconosciamo facilmente, in alto, un po’ a sinistra: si tratta dello “sprìsul” ed è formata dal medesimo torrentello che abbiamo attraversato prima di raggiungere il rifugio. Sopra lo sprìsul, sul crinale, riconosciamo, poi, una bocchetta poco pronunciata, ma facilmente riconoscibile, perché ad essa sale un canalone erboso ed è posta immediatamente a sinistra del pizzo: la salita al crinale passa dalla cascata e si conclude a questa bocchetta. Una volta che abbiamo riconosciuto questi due punti di riferimento, la salita non presenta difficoltà (anche se è abbastanza faticosa, soprattutto nell’ultima parte). Alla cascata possiamo giungere per due vie. Possiamo tornare indietro al torrentello e salire seguendone il corso, oppure partire dal lato opposto, cioè a sud del rifugio. Prendiamo in considerazione questa seconda possibilità.


Pizzo Mellasc'

Incamminiamoci sul sentiero per la bocchetta di Trona, passando a valle di un ampio recinto per il bestiame (questi alpeggi sono ancora caricati, e sono fra i più pregiati nell’ampio comprensorio del Bitto, che abbraccia la Val Gerola e la Valle di Albaredo). Raggiunto il limite meridionale del recinto, cominciamo a salire seguendo il muretto a secco, quindi proseguiamo nella salita tendendo gradualmente a destra, fino a raggiungere il filo di un dosso erboso che ci sta di fronte. Ci affacciamo, così, ad una bella conca con una pozza: si tratta di un terrazzo posto immediatamente a monte di quello più ampio del “piàa di cavài”, cioè del piano dei cavalli, che ospita la baita nuova a monte del rifugio di Trona Soliva (la “baita dul melàsc”: passando per il rifugio, ne abbiamo intravisto il tetto). Oltre la pozza, vediamo il torrentello, un nuovo ampio recinto e la baita, quotata 2018 metri. Fin qui possiamo giungere anche seguendo dal sentiero per il rifugio di Trona il corso del torrentello.
Ora pieghiamo a sinistra, restando a sinistra del torrente e saliamo, su debole traccia di sentiero, seguendone il corso, fino a portarci in prossimità della bella cascata, a quota 2080 metri. Poco sotto il salto dello “sprìsul” attraversiamo il torrentello; sul lato opposto, un po’ ripido, vediamo, presso un cumulo di sassi, una traccia incerta di sentiero, che sale per un tratto verso destra e poi, sotto uno spuntone di roccia che affiora dai pascoli, prende a sinistra. Attraversata una fascia di roccette, ci ritroviamo a monte del salto della cascata; salendo ancora per un tratto, seguendo, sulla destra, il torrente approdiamo ad un ampio pianoro, a quota 2170 metri. Alla nostra sinistra possiamo vedere il rudere della baita quotata 2173 metri (“baita dul valét”).
La bocchetta che costituisce la nostra meta è proprio sopra la nostra testa, appena un po’ spostata a sinistra (non confondiamola con una più stretta e pronunciata bocchetta che vediamo alla nostra destra). Riprendiamo a salire, spostandoci leggermente a destra; a quota 2200 metri circa intercettiamo la traccia di un largo sentiero che taglia decisamente a destra: si tratta del sentiero che taglia buona parte del versante alto dell’alpe, verso nord, e scende alla Baita dell’Orso (tale è la denominazione erronea sulla IGM sulla “baita di dòos”, m. 2053). Lo seguiamo solo per un tratto, passando sotto una formazione rocciosa, poi riprendiamo a salire verso sinistra, tagliando una breve fascia di massi di piccole dimensioni. Puntiamo, ora, decisamente all’imbocco del canalino che sale alla bocchetta, raggiungendo, con un po’ di fatica, le roccette di sinistra, dalle quali traversiamo, seguendo una traccia di sentiero, sul lato destro. Qui la traccia sale diritta alla bocchetta, e noi con lei, non senza aver versato ai pascoli più alti un generoso tributo di sudore.
La bocchetta (non segnata sulla carta IGM) è posta ad una quota di circa 2400 metri, e si affaccia sull’alta Val Varrone. Il versante, sotto di noi, precipita vertiginosamente sul fondovalle. Sul crinale intercettiamo il già citato sentiero che sale dalla bocchetta di Trona. Guardando a sinistra e cercando di indovinare dove possa passare per arrivare fin qui non rimpiangiamo sicuramente la scelta di essere giunti fin qui per il versante dell’alpe di Trona: il crinale è stretto e, su entrambi i versanti, è ripido da far paura. Guardando, invece, alle nostra spalle, riconosciamo facilmente, laggiù, in basso, il rifugio di Trona Soliva. Bene, la cima non dovrebbe essere lontana; guardando a destra (o a sinistra, se ci siamo voltati verso la Val Gerola: diciamo a nord), però, vediamo solo un largo e ripido dosso erboso. Il sentiero comincia a risalirlo, tenendosi sul crinale.
Pochi minuti di ripida salita, ed ecco la sorpresa: vinto il dosso, siamo esattamente ai 2465 metri della cima, come ci conferma la piccola croce, dedicata alla memoria di Sandro, alpinista probabilmente scomparso durante un’ascensione. Abbiamo superato, i circa 3 ore e mezza di cammino, 1020 metri di dislivello.
Superbo il panorama. Descriviamolo partendo da nord e procedendo in senso orario. Prendiamo come punto di riferimento la cima dal profilo più affilato, simile ad una punta di lancia asimmetrica: si tratta del Sasso Manduino, sulla testata della Valle dei Ratti (m. 2888), seguito dal pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038). Si riconoscono, quindi, il pizzo Badile (badì, m. 3308), il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367), i pizzi del Ferro (“sciöme do fèr”), occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), centrale (m. 3287), orientale (m. 3200), la poderosa cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3121), la cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), la punta Rasica (rèsga, m. 3305), I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333), il monte Sissone (sisùn, m. 3330), il monte Pioda (m. 3431) e l’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che sovrasta, per mole ed eleganza, tutte le altre cime. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114).


Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima del pizzo Mellasc

Della testata della Valmalenco si intravvede appena il pizzo Bernina (m. 4049), il più orientale “quattromila” delle Alpi, seguito dalla Cresta Güzza (m. 3869), dai pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), dalla triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), e dal più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Si propone, poi, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Poi, più lontane, dietro il pizzo Combolo (m. 2900), le cime della Val Grosina e dell’alta Valtellina, fra le quali si distinguono appena la cima Viola e la cima Piazzi. Ancor più lontano, ad est, il gruppo dell’Adamello. La visione della catena orobica è in parte ostacolata dalle costiera in primo piano, i versanti orientale della Val Gerola e della Valle di Albaredo. Segue, a sud-est ed a sud, la catena della Val Gerola, di cui già abbiamo detto. Ecco, poi, la testata della Val Varrone ed una sorta di anticima che chiude una buona parte dell’orizzonte ad ovest (possiamo, però, raggiungerla facilmente in un minuto circa). Alle spalle delle cime del versante occidentale della Val Gerola si intravede, infine, una porzione limitata della Alpi Lepontine, seguito, a nord-ovest, dalle più alte cime della Val Chiavenna (fra le quali spicca il pizzo Stella). In primo piano, infine, a nord, la testata della Val Vedrano, con la cima di Fràina (“piz de fòpa”, m. 2288) ed il monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385).
Poche decine di metri più in là, una sorta di anticima, facilmente raggiungibile, ci regala un panorama più generoso verso ovest. C'è da dire che questa cima è frequentata, assai più che da escursionisti, da scialpinisti, che salgono in gener dalla Val Vedrano.

 


Apri qui una fotomappa della discesa dal pizzo Mellasc' alla Val Vedrano

Viene, poi, il momento di pensare al ritorno. Se non vogliamo ripercorrere la via di salita, né avventurarci per il sentierino che scende alla bocchetta di Trona, non ci resta che calarci lungo il versante settentrionale del pizzo, scendendo in Val Vedrano, percorrendo un elegante anello Trona-Val Vedrano. La discesa non è difficile, ma piuttosto noiosa e faticosa, perché si sviluppa su un terreno piuttosto accidentato, e solo in parte modesta è servita da traccia di sentiero. Unica insidia reale è l’orientamento, qualora la visibilità si facesse scarsa (cosa che, nelle giornate non limpide, può sempre accadere, per la salita di banchi di foschia dal lago: in tal caso meglio tornare al rifugio di Trona). Appena oltre la cima c’è un canalino che scende all’ampia balconata sassosa (detta "li gèrni de culumbàna") che si apre sul versante della Val Vedrano, sotto il crinale: scendiamo di lì e, guardando a destra, vedremo un grazioso micro-laghetto (ad inizio della bella stagione sarà probabilmente ancora in buona parte occupato da un nevaietto): si tratta del “laghét dul melàsc”, non segnato sulla carta IGM.
Portiamoci al laghetto e procediamo verso destra (est), senza perdere quota, rimanendo, quindi, poco al di sotto del crinale, fino ad individuare una piccola roccia sul crinale con un segnavia bianco-rosso (il primo, che vediamo, dopo quelli del sentiero per il rifugio di Trona). Il segnavia segnala il punto al quale giunge (m. 2350), dal versante dell’alpe di Trona, un sentierino stretto ed esposto. Sul versante della Val Vedrano ad esso non corrisponde, però, alcun tracciato di discesa. Guardiamo, ora, in basso: diritto sotto di noi si scorge un grande ometto, punto di riferimento importante nella discesa. Scendiamo per un buon tratto diritti, su un versante non difficile e non troppo ripido, sul quale si vedono i segni di ripetute slavine. Aggiriamo un saltino prendendo a destra e tornando poi a sinistra ed approdiamo ad un primo pianoro (m. 2250), a monte di quello che ospita l’ometto. Portiamoci, ora, verso destra (non proseguiamo diritti, perché il pianoro è chiuso da un salto), fino a scorgere un nevaietto. Passiamo vicino al nevaietto e scendiamo al terrazzo più basso, sul cui limite c’è il grande ometto, posto lì probabilmente per segnalare un pericolo: il terrazzo, infatti, si affaccia su un salto che si allarga a buona parte del fronte della valle, e che, in condizioni di visibilità precaria, potrebbe costituire un’insidia mortale.
Quindi dobbiamo ancora allargarci a destra (est) e scovare, con un po’ di pazienza, la via più agevole per proseguire nella discesa. Evitato un primo canalino di rocce bagnate, infiliamoci in un secondo canale di sfasciumi, più o meno sulla verticale di un secondo nevaietto; superata con un po’ di attenzione qualche roccetta bagnata, raggiungiamo il lato di destra del nevaietto, a quota 2130 circa. Anche in questo caso non procediamo diritti, ma tagliamo ancora a destra, superando una fascia di grandi massi rossastri. Ci affacciamo, così, ad un largo canalone di sfasciumi di piccole dimensioni e scendiamo seguendo la striscia erbosa alla sua sinistra, fino a scorgere una traccia di sentiero che piega a destra ed attraversa una prima fascia di massi. Seguiamola: oltre la prima fascia, piega a sinistra e scende diritta, accennando appena a qualche serpentina, fra massi, prima, rododendri, poi. La traccia si vede appena, ma con un po’ di attenzione non la perdiamo.
Alla fine della discesa siamo ad un ultimo ampio terrazzo, a quota 2010. Ancora una volta, manco a dirlo, dobbiamo piegare a destra e di nuovo ci affacciamo al canalone di sfasciumi (lo stesso di prima, che ha piegato a sinistra); di nuovo scendiamo sul lato sinistro, trovando, a quota 1950, una traccia che attraversa il corpo di massi alla nostra destra e ci porta al centro del canalone, dove la discesa prosegue. È un tratto abbastanza faticoso, ma almeno ora possiamo vedere il sicuro punto di approdo: poco oltre gli ultimi massi, infatti, distinguiamo la mulattiera che ci condurrà tranquillamente alla bassa Val Vedrano. Scendiamo restando poco a destra della fascia di massi: intercetteremo, poco sotto, una traccia ben visibile (la prima!) di sentiero che sale da sinistra e procede verso destra. Seguiamola verso sinistra e riattraversiamo il corpo franoso. Essa prende, poi, decisamente a sinistra, tagliando una larga fascia di rododendri, fino a raggiungere una cascatella. Qui sembra perdersi, ma, attraversato il torrentello appena sotto la cascatella, qualche metro più in basso la ritroviamo.
Ci conduce, infine, ad un ameno pianoro acquitrinoso, dove si trova anche una bella pozza, a quota 1900. Passiamo, ora, a destra della pozza e, aggirata qualche roccia arrotondata, usciamo ad un’ampia radura per la quale passa la tanto agognata mulattiera della Val Vedrano (“sentèr de culumbàna”), che proviene, da sinistra, dall’alpe Colombana (“culumbàna”, erroneamente denominata, sulla carta IGM, come alpe Vedrano).
Volgiamoci, per un attimo, indietro e cerchiamo di capire per qual via si potrebbe da qui salire al pizzo Mellasc: punto di riferimento è il canalone di sfasciumi, al quale possiamo accedere da qui anche salendo per via diretta; il canalone va seguito, restando indicativamente sulla destra, anche quando piega a destra; lo lasciamo per approdare, superati alcuni grandi massi, ad un terrazzo (quello dell’ometto) per poi salire, sul suo lato sinistro, a quello successivo; portandoci a destra, saliamo il facile pendio che ci porta al più ampio terrazzo terminale, sotto il crinale e, prendendo a destra, ci portiamo sotto la vetta del pizzo, salendo ad essa facilmente da destra.
Ma torniamo alla discesa: dopo un buon tratto pianeggiante verso destra, la mulattiera comincia a scendere, per breve tratto verso destra, poi piegando a sinistra ed attraversando il ramo settentrionale del torrente Vedrano nel punto in cui questo forma una cascatella. Dopo il successivo tornante destrorso, riattraversiamo il torrente e continuiamo a scendere con alcuni tornanti, fino ad approdare alla parte alta dei pascoli della media Val Vedrano. Qui la traccia prosegue nella discesa diritta; segue un tratto pianeggiante che ci porta al guado del ramo principale del torrente Vedrano (
"ul vedràa" o "ul bit de castel"). Volgiamoci, per un attimo, ad osservare il gradino di soglia dal quale siamo scesi dall’alta alla bassa valle: distingueremo la cascata denominata “sprésul”. Guardando, invece, in alto, in direzione nord, vedremo la conca della piccola alpe (abbandonata) denominata “cumbàl” (erroneamente, sulla carta IGM, è chiamata alpe Colombana, denominazione che invece si riferisce alla parte alta della Val Vedrano, come abbiamo visto); domina il cumbàl, in alto, alla sua destra, una regolare vetta rocciosa, detta “scrìgn”, per la sua forma regolare, a parallelepipedo.
Guadato il torrente (non ci sono ponti), godiamo la bellezza bucolica di questa sezione della valle, ingentilita da radi larici; il sentiero, dopo una salitella e qualche saliscendi, ci porta alla sterrata che sale da Levaggiolo. Siamo appena a valle delle baite del Grasso (“ul gràs”, m. 1680). La sterrata è in realtà un ramo che si stacca dalla principale, alla qualche scendiamo quasi subito; percorrendola in discesa, ci ritroviamo infine, dopo circa 5 ore e mezza di cammino, a Laveggiolo, dove ritroviamo l’automobile.


Laveggiolo


#inizio

GALLERIA DI IMMAGINI

ALTRE ESCURSIONI IN VAL GEROLA

La via del Bitto 1, 2, 3, 4
Il trekking della Val Gerola 1, 2
L'anello di Gerola 1, 2, 3
Tre giorni fra i laghi del Bitto 1, 2, 3
 
   
   

Copyright 2003 - 2017: Massimo Dei Cas

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout