La cima del Larice (penultima a sinistra, a monte del lago di Pescegallo)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Lago di Pescegallo-Cima del Larice
2 h
595
EE
Pescegallo-Lago di Pescegallo-Cima del Larice-Quota 2043-Monte Motta-Baita Piaz-Bominallo-Nasoncio
4 h
700
EE
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1425). Parcheggiamo qui e seguiamo i cartelli che indicano l'itinerario per il lago di Pescegallo. Saliamo su una stradina, quando la salita termina prendiamo una sterrata che se ne stacca sulla destra, seguiamola fino al termine (baita casera di Pescegallo, a 1595 metri)). Saliamo alle spalle della baita, su ripido sentiero che entra nel bosco (segnavia rosso-bianco-rossi). Ne esce ad un vallone, piega a sinistra, passa per alcuni paravalanghe ed una vasca in cemento ed intercetta una pista sterrata. Poco oltre siamo agli edifici della diga di Pescegallo (m. 1865). Percorriamo il camminamento della Diga, poi prendiamo a destra (cartello per il Forcellino, sentiero 161). Lasciamo però quasi subito il sentiero per imboccare un sentierino che se ne stacca sulla sinistra, salendo sl ripido versante erboso verso nord (incontriamo qualche segnavia con numerazione 9). La traccia ci porta ai piedi di un canalino erboso, con qualche roccetta e macereto. Lo risaliamo con un po' di fatica, prestando attenzione a non perdere la traccia. Ne usciamo per infilarci in un secondo canalino erboso ed alla fine usciamo ad un versante erboso un po' meno ripido. La traccia raggiunge il filo di un dosso e ci porta a destra per congiungersi con il crinale principale fra Valle di Pescegallo e Val Bomino. Prendiamo a sinistra (nord-ovest) e, dopo una breve salita su traccia più marcata, raggiungiamo l'erbosa cime del Larice (m. 2045), sul cui versante occidentale (alla nostra sinistra) vediamo dei paravalanghe. Un itinerario alternativo di salita prevede, dopo il camminamento della diga di Pescegallo, di proseguire sul sentiero della Gran Via delle Orobie (161). Saliamo con diversi tornanti sul ripido versante, fra balze e canaloni. Dopo un ultima svolta a destra il marcato sentiero raggiunge la stretta porta del Forcellino (m. 2050). Torniamo indietro, fino all'ultimo tornante dx (sx per chi scende): vediamo alla nostra destra (sinistra se saliamo) una debole traccia che sale il ripido versante erboso, verso nord-nord-ovest. La seguiamo con attenzione ed in breve guadagniamo la linea di cresta, sulla quale corre una traccia discontinua ma sempre visibile. Prendiamo ora a sinistra (nord) e dopo una breve discesa raggiungiamo una modesta elevazione. Una successiva discesa prelude ad una nuova breve salita che ci porta ad una seconda elevazione. Scendiamo ancora per breve tratto ed affrontiamo l'ultima breve salita che ci porta alla cima del Larice (m. 2045). Se disponiamo di due automobili e non vogliamo tornare per la medesima via di salita, possiamo seguire la traccia sul crinale della dorsale prosegue, con qualche tratto esposto ma non diffiicile, fino raggiungere il monte Motta (m. 1971), passando per le cima quotata 2043 metri e le elevazioni minori quotate 1998 e 2004 metri. Dal monte Motta proseguiamo la discesa verso nord-ovest, lungo la dorsale, che ora si fa boscosa. In tal caso proseguiamo oltre la croce in legno cercando con attenzione la traccia che nel primo tratto scende ripida fra gli ontani che la nascondono (attenzione a non perderla) e propone un passaggio ostico su una roccetta. Poi la pendenza si attenua ed il sentierino esce dalla pecceta ai prati della baita Piaz (m. 1695). Rientriamo nel bosco, intervallato da alcune radure, e scendiamo ai più ampi prati del Bominallo (m. 1375). Dal limite inferiore il sentiero rientra per l'ultima volta nel bosco e ne esce alla parte alta dei prati sopra Nasoncio (m. 1080), dove abbiamo lasciato la seconda automobile.


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

Nell'alta Val Gerola occidentale una lunga costiera separa la Val Bomino, ad est, dalla Valle di Pescegallo, ad ovest. La costiera si innalza appena ad est di Gerola, e dalla frazione di Nasoncio sale al monte Motta (Piàa de la Mota, m. 1971) e prosegue verso sud-est passando per la cima quotata 2043 m., la cima del Larice (Mot dul Làres, m. 2045), la bocchetta del Forcellino (Fuscelign, m. 1050) ed il pizzo della Nebbia (m. 2245). Sulle vecchie carte IGM avremmo trovato tutte queste cime, ad eccezione di quella del Larice. Al suo posto, con evidente errore di trascrizione, una cima dell'Arice. Ricondotti tutti i nomi alla loro correttezza, osserviamo che proprio questa cima può essere meta di un'interessante escursione, che richiede terreno asciutto ed esperienza escursionistica e che regala un punto panoramico di notevole valore, anche in rapporto all'impegno non eccessivo richiesto dalla salita. Escursione che può essere di molto dilatata con una splendida cavalcata sulla cresta della dorsare fino al Monte Motta, con discesa finale per il boscoso sentiero che porta a Nasoncio (dove abbiamo prima lasciato una seconda automobile). In ogni caso, punto di partenza è la diga di Pescegallo.


Clicca qui per aprire una panoramica sulla piana presso il lago di Pescegallo

Per Raggiungere il Villaggio di Pescegallo (etimologicamente: il pésc del gàl, cioè l'abete del gallo cedrone) dobbiamo staccarci dalla statale 38 alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano), prendendo a destra. Dopo una seconda rotonda ed il ponte sul Bitto, raggiungiamo la partenza della strada provinciale della Val Gerola. Percorrendola, passiamo per Sacco, Rasura, Pedesina e Gerola Alta. Proseguendo diritti verso l'alta valle, seguiamo la strada fino al suo termine, all'ampia spianata del Villaggio Pescegallo (m. 1425).


Il lago di Pescegallo

Parcheggiamo l'automobile al suo ingresso, sul lato orientale (di sinistra per noi). A poca distanza vediamo due cartelli, uno giallo e più datato della Comunità Montana di Morbegno (che dà il lago di Pescegallo ad un'ora ed il passo di San Marco a 3) ed uno più recente (sentiero 146 o Sentiero della natura: il lago di Pescegallo è dato ad un'ora e 20 minuti).


La Val Bomino e la cima del Larice (sul suo fianco sinistro)


Ci incamminiamo su una stradina che passa a sinistra del torrente di Pescegallo. Al termine della salita siamo ad un ponticello. Qui lasciamo la stradina, che comincia a scendere, ed imbocchiamo, sul lato opposto del ponte, una pista sterrata che se ne stacca sulla destra. Dopo pochi tornanti usciamo dal bosco di larici e siamo ad una baita (la casera di Pescegallo, a 1595 metri). Seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi ci portiamo appena a monte della baita e prendiamo a destra, salendo diritti i ripidi prati alle sue spalle. Superato un casello dell'acqua, troviamo un largo sentiero che sale diritto verso sud-est ed entra nel bosco di larici. Il sentiero, ben segnalato, guadagna quota ed esce dal bosco sul lato sinistro (per noi) di un ampio avvallamento. Qui pieghiamo a sinistra e, superato un dossetto, ci portiamo ad una fascia di paravalanghe. Qui troviamo un vecchio cartello che segnala un bivio: andando a destra si traversa al rifugio Salmurano, mentre procedendo a sinistra si sale al lago di Pescegallo. Andiamo dunque a sinistra.


Il lago di Pescegallo

Poco più avanti ci affacciamo al gradone glaciale che ospita il lago, ma non lo vediamo ancora. Ad una vasca in cemento prendiamo a destra e dopo brevissima salita intercettiamo la pista che sale fin qui da Pescegallo (si stacca più in basso dalla pista principale Pescegallo-Salmurano). Possiamo ovviamente salire fin qui sfruttandola, ma il percorso è più lungo ed il fondo, ghiaioso ed in pessime condizioni, non è certo riposante per i piedi. Procediamo sulla pista, passando poco sopra una baita solitaria. Cominciamo a vedere le strutture della diga. Passiamo a destra di un ampio ripiano acquitrinoso e ad un cartello che segnala il lago di Pescegallo ed il passo di San Marco lasciamo la pista, salendo un dosso erboso alla nostra destra. Finalmente il lago ci appare, ampio e tranquillo. Procedendo verso sinistra passiamo per le case dei guardiani e ci portiamo al camminamento della diga (m. 1865), mentre procedendo diritti scendiamo alla riva occidentale del lago. La conca di Pescegallo è coronata da cime non altissime, ma dalle forme suggestive. Da oriente (sinistra) vi si trovano le cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2370) ed il monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371). Qualche notizia interessante sul lago quando ancora era naturale ci viene offerta dal dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:


Il sentierino che si stacca dallla GVO subito dopo il camminamento della diga di Pescegallo e "la cuna"

Il lago Pescegallo o Pizzigallo è situato in una conca amena,che occupa la parte superiore d'una valletta del versante destro della Valle di Pescegallo, la quale, unendosi, poco sotto le case di Fenile, colla Valle dell'Inferno, forma il lungo ramo della Val Bitto di Gerola. A S. del lago s'innalza il monte Panteranica (2478 m.), a S.E. il monte Colombarolo (2141 m.) e ad E. il pizzo di Verobbio (2026 m.); a S. O. il monte Valletto (2374 m.) ed il pizzo di Salmurano (2376 m.). Dal monte Valletto e dal Colombarolo si distaccano due creste che piegando verso e N.O. si continuano coi versanti della Valle di Pescegallo.
Il lago ha forma triangolare e quasi di cuore, colla punta che guarda S.E. e colla parte opposta assai ottusa verso N.N.O. Ha sponde a lieve pendio e mollemente ondulate. le quali, verso E. e N.E. si continuano superiormente col versante erboso della Valle, mentre il fianco opposto è alquanto franoso. Le vette circostanti sono assai scoscese, brulle e biancheggianti, ai cui piedi s'estendono gli angolosi elementi detritici, che da quelle si staccano. Fra questi detriti scorrono le acque che derivano dalla fusione delle nevi e dalla lenta filtrazione, lo quali, unendosi più al basso,in piccoli ruscelli, alimentano il lago, il quale a N. O. si scarica in un abbondante emissario, che piegando tosto ad O. va ad unirsi col torrente della Valle di Pescegallo.


Il Forcellino

Circa la natura della roccia, che circonda il lago, ho notato come esso posi sopra due formazioni litologiche differenti. Nella sua metà verso S. le sponde ed i dintorni sono formati di arenaria a grana finissima, di un bel coloro rosso porporino, tempestata qua e là da qualche elemento più grosso e tondeggiante, che talora, per la maggior frequenza, impani) alla roccia un aspetto di vera puddinga. Nell'altra metà invece, verso N. e N.O. predomina una roccia molto schistosa e biancheggiante per abbondanza di moscovite, ed in cui campeggiano grandi noduli di quarzo bianco e giallognolo. Questa roccia ha strati bene evidenti, che s'innalzano quasi perpendicolarmente all'orizzonte, olla direzione da N. a S. Numerose diaclasi fendono perpendicolarmente quegli strati in massi di varie dimensioni, che rovinando al basso, rivestono poi i fianchi ed i piedi dei monti sopra accennati.
Verso N. e N.O. e specialmente presso l'emissario, la roccia in posto emerge sotto forma di cocuzzoli arrotondati, libera da qualunque detrito. Sono questi cocuzzoli che propriamente trattengono le acque del lago, onde esso appare di origine orografica. Situato all'altezza di 1855 m. s. m.,
come rilevo dalle cartelle topografiche dell'Istituto militare; ed ha una superficie di 31200 m. q. secondo il solito elenco dei laghi compilato dal Cetti.
Io lo visitai il giorno 7 Settembre 1892, e vi giunsi alle ore 2 pom. proveniente dalla Ca S. Marco, pel passo di Verobbio. Le sue acque presentavano un colore oscuro e quasi nero, vedute dall'alto, ed un bell'azzurro intenso, quale é dato dal num. III. della scala Forel, osservate da presso. La temperatura interna mi risultò di 11°C e l'esterna di 13° 2 C.alle 2 e mezza pom. con cielo coperto e quasi piovoso. Sulla sponda erbosa di E. e di N.E. rinvenni abbondantissima la Parnassia palustris L. e la Euphrasia officinalis L. Nei seni delle sponde poco profondi vivevano pur copiosi i girini della Rana temporaria Lin. la maggior parte dei quali era d'un color grigiastro, per albinismo parziale, in stato di non troppo avanzata metamorfosi, avendo appena accennate le estremità posteriori.
Sotto i sassi della sponda verso N. trovai parecchi individui di Collus gobio Ag. e ne scorsi parecchi altri di Trutta fario L. i quali, per la gran
calma, uscivano colla testa fuori delle acque, in alto lago, ad abboccare degli insetti. Presso l'emissario, gli strati della roccia in posto, sono tappezzati qua e là da fittissimo strato verdognolo, di conferve che talora si protendono in fili ramificati verticalmente, o sotto piegati rinuosamente, presso l'emissario, dal moto della corrente. Il fondo del lago, nella parte più esterna della regione litorale, è formato di ghiaia, con poco sviluppo di feltro organico, piuttosto copioso di specie diatomologiche. La maggior parte di queste le rinvenni nel sottilissimo strato gelatinoso che, a guisa di patina, ricopre i ciottoli, dai quali l'asportavo raschiando con una lama di coltello.


Apri qui una fotomappa della salita dal lago di Pescegallo al Forcellino con le due deviazioni per la cima del Larice

Dalla casa dei guardiani imbocchiamo il camminamento della diga. Sul lato opposto troviamo il cartello del sentiero 161, che dà il passo del Forcellino a 30 minuti, il passo di Verrobbio a 50 minuti ed il passo di San Marco ad un'ora e 50 minuti. Si tratta di un segmento della G.V.O. (Gran Via delle Orobie).
Un secondo cartello segnala il più difficile sentierino che, raggiunto il crinale, in 40 minuti porta al monte Motta. Lo vediamo salire lungo un ripido avvallamento erboso che merita di essere osservato per la curiosa leggenda cui è legato. È chiamato localmente “la cüna”, cioè “la culla”: vi sarebbe stato ritrovato in un lontano passato un bambino, che era sopravvissuto grazie ad una camoscia che lo aveva allattato. Al bambino sarebbe stato dato il nome di “Spandrio”. Leggenda curiosa, perché è raro trovarne di analoghe sull'arco alpino, costruite sullo schema del bambino selvaggio allattato da animali.


Il sentierino che si stacca dalla GVO poco sotto il Forcellino

Lasciamo quindi il sentiero della G.V.O. per imboccareil segnalato sentierino che se ne stacca sulla sinistra, salendo sul ripido versante erboso verso nord (incontriamo qualche segnavia con numerazione 9). La traccia ci porta ai piedi di un canalino erboso, con qualche roccetta e macereto. Lo risaliamo con un po' di fatica, prestando attenzione a non perdere la traccia. Ne usciamo per infilarci in un secondo canalino erboso ed alla fine usciamo ad un versante erboso un po' meno ripido. La traccia raggiunge il filo di un dosso e ci porta a destra per congiungersi con il crinale principale fra Valle di Pescegallo e Val Bomino.


Pizzo del Vento e cima orientale di Ponteranica dalla cima del Larice (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione; cfr. "Orobie Over 2000", ed AL.PE, vol. I, 2011)

Prendiamo a sinistra (nord-ovest) e, dopo una breve salita su traccia più marcata, raggiungiamo l'erbosa cime del Larice (m. 2045), sul cui versante occidentale (alla nostra sinistra) vediamo dei paravalanghe.
Un itinerario alternativo di salita prevede, dopo il camminamento della diga di Pescegallo, di proseguire sul sentiero della Gran Via delle Orobie (161). prendiamo a destra e proseguiamo sul marcato sentiero, nel primo tratto quasi pianeggiante, che si dirige verso sud-est, correndo quasi parallelo alla riva orientale del lago, fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Il sentiero comincia ad inanellare tornanti sul ripido versante che separa l'alta Valle di Pescegallo dall'alta Val Bomino: è sempre largo, ma il fondo è piuttosto sconnesso e faticoso. Guardando in alto, non riusciamo ad indovinare dove si trovi il sospirato passo. Dopo un'ultima svolta a destra (qui dal sentiero si stacca un sentierino che sale ripido in direzione del versante), all'improvviso siamo allo stretto intaglio di roccia del Forcellino (m. 2050). Sul lato opposto si apre la solitaria Val Bomino. Sullo sfondo occhieggiano alcune fra le più famose cime del gruppo del Masino, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro e, la cima di Zocca e la cima di Castello.


Il gruppo del Masino-Disgrazia visto dalla cima del Larice

Torniamo però indietro, fino al primo tornante sx (l'ultimo dx per chi sale): vediamo alla nostra destra (sinistra se saliamo) una debole traccia che sale il ripido versante erboso (attenzione!), verso nord-nord-ovest. La seguiamo con attenzione ed in breve guadagniamo la linea di cresta, sulla quale corre una traccia discontinua ma sempre visibile. Prendiamo ora a sinistra (nord) e dopo una breve discesa raggiungiamo una modesta elevazione. Una successiva discesa prelude ad una nuova breve salita che ci porta ad una seconda elevazione. Scendiamo ancora per breve tratto ed affrontiamo l'ultima breve salita che ci porta alla cima del Larice (m. 2045).
Il panorama dalla cima è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord si può ammirare, oltre le elevzioni digradanti della costiera Pescegallo-Bomino
ed a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m.3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr, occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678).


La dorsale Bomino-Pescegallo poco oltre il monte Motta

Alla sua destra si scorgono, lontane, alcune delle più famose cime della testata della Valmalenco, vale a dire, da sinistra, il pizzo Bernina (m. 4046), la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945), Zupò (m. 3995) e Palù (m. 3906). Ancor più lontane, si intuiscono le cime della Val Grosina occidentale.
Ad est si propone, in primo piano, il versante orientale della Val Bomino, che separa la Valle del Bitto di Gerola da quella di Albaredo: si tratta del lungo crinale che dal pizzo Berro, sopra Bema, sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monteVerrobbio (m. 2139). Alle spalle del crinale, sempre verso est, si distinguono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete) alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la
Val Tartano
. L’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. Verso sud-sud-est si stende davanti ai nostri occhi il crinale che dal monte Motta sale fino alla cima del Larice (m. 2045), e che separa la val Bomino dalla conca che ospita il lago di Pescegallo.
Alla sua destra si può ammirare la testata della valle di Pescegallo, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371). Proseguendo verso destra, in primo piano si propongono l’ampia conca di Salmurano e, alla sua destra, splendidamente aperta, quella della val Tronella, sulla cui testata si distinguono, da sinistra, le frastagliate guglie dei Denti della Vecchia (m. 2125), il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373) ed il pizzo di Tronella (m. 2311). Alle sue spalle si intravede una sezione della testata della valle della Pietra, dominata dal più massiccio pizzo di Trona ("piz di vèspui", m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico
Dente. Rimane, invece, quasi interamente nascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il Piazzo (m.
2269), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”, m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), il pizzo Olano (m. 2267), il pizzo dei Galli (m. 2217) e la cima della Rosetta (m. 2142).
Se disponiamo di due automobili e non vogliamo tornare per la medesima via di salita, possiamo seguire la traccia sul crinale della dorsale prosegue, con qualche tratto esposto ma non diffiicile, fino raggiungere il monte Motta (m. 1971), passando per la cima quotata 2043 metri e le elevazioni minori quotate 1998 e 2004 metri. Dal monte Motta proseguiamo la discesa lungo la dorsale, che ora si fa boscosa. In tal caso proseguiamo oltre la croce in legno cercando con attenzione la traccia che nel primo tratto scende ripida fra gli ontani che la nascondono (attenzione a non perderla) e propone un passaggio un po' ostico su una paretina. Poi la pendenza si attenua ed il sentierino esce dalla pecceta ai prati della baita Piaz (m. 1695). Rientriamo nel bosco, intervallato da alcune radure, e scendiamo ai più ampi prati del Bominallo (m. 1375). Dal limite inferiore il sentiero rientra per l'ultima volta nel bosco e ne esce alla parte alta dei prati sopra Nasoncio (m. 1080), dove abbiamo lasciato la seconda automobile.

 

 

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