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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Falc-Pizzo dei Tre Signori-Rif. Falc-Bocchetta di Trona-Rif. di Trona Soliva-Valle della Pietra-Gerola
5 h
350
E
Rif. Falc-Pizzo dei Tre Signori-Rif. Falc-Bocchetta di Trona-Rif. di Trona Soliva-Laveggiolo-Castello-Gerola
6 h
400
E
SINTESI. Dal rifugio Falc saliamo alla vicina bocchetta del Varrone e proseguiamo verso destra, su sentiero segnalato, verso sud, fino alla bocchetta di Piazzocco (m. 2252). Seguendo le indicazioni proseguiamo verso sud su sentierino che passa a destra di una formazione rocciosa. Cominciamo, quindi, a risalire il versante di rocce, balze e pianori che si stende a nord del pizzo dei Tre Signori. Proseguiamo verso sud-sud-est seguendo con attenzione i segnavia, per evitare di trovarci in punti esposti, ed affrontando qualche passaggio che richiede elementari passi di arrampicata, fino ad un pianoro erboso dal quale la grande croce della vetta appare ormai vicina. Oltre il pianoro, superiamo alcune formazioni rocciose arrotondate, senza particolari difficoltà, ma prestando sempre attenzione a non perdere il percorso dettato dai segnavia. Un pendio ripido, che ci conduce alle ultime roccette, che si superano con un po' di attenzione, per mettere finalmente piede sul piccolo pianoro sommitale del pizzo dei Tre Signori (m. 2554). Torniamo per la medesima via al rifugio Falc e continuiamo a scendere verso nord-ovest, intercettando dopo pochi minuti il sentiero segnalato che percorso verso destra porta alla bocchetta di Trona (m. 2092), per la quale rientriamo in Val Gerola, scendendo verso nord-est su sentiero segnalato fino al rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Da qui imbocchiamo la pista sterrata che prosegue la discesa verso Laveggiolo. Usciti dalla Valle della Pietra ed entrati nella Val Vedrano, scendiamo ancora per diversi tornanti. Non appena vediamo però sul suo lato destro un marcato sentiero, lo imbocchiamo scendendo per via più diretta, che ci porta sulla riva del torrente della Val Vedrano, che superiamo su ponticello. Oltre il ponte non procediamo diritti, ma pieghiamo a destra imboccando un sentiero che scende verso est-nord-est un po' alto sul torrente, scende ad una radura dove un ponte ci porta sul lato opposto della valle dove una pista raggiungendo la frazione Castello di (m. 1307); qui un sentierinoscende ripido i prati ed una selva fino ad intercettare la carozzabile Gerola-Laveggiolo, che, percorsa verso destra, ci riporta in breve a Gerola.

Protagonista della terza giornata è il pizzo dei Tre Signori. Non una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana. Come scrive Renzo Passini, in un articolo su “Le vie del bene”, “in località la Sponda, la Costa delle Ferriere, la Costa di Trona ci sono ancora avanzi di gallerie, dentro le quali lavoravano gli antichi “madallari» e più recentemente i «fraini». Sono qui le miniere che si chiamavano di Varrone, Todesca, Cipriana, Arrigona Solo/a, Petazza, Lessetta, Trona, Pina. Di qui veniva il ferro con cui si fabbricavano le armi nelle famose fabbriche di Milano. Di qui il ferro che occorreva all'esercito spagnolo durante la dominazione della Spagna.”
Dal punto di vista geologico, il pizzo è costituito da conglomerati poligenetici, fra i quali prevale il cosiddetto “Verrucano lombardo”, un insieme di ciottoli porfirici, porfinitici e tufacei, di cui parla anche Guler von Weineck, governatore delle Tre Leghe in Valtellina fra il 1587 ed il 1588, nella sua opera “Raetia”, scrivendo, con riferimento alla Val Gerola: “In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…”
Molto del fascino di questa montagna è legato anche al suo nome, che gli conferisce un’aria nobile, ieratica. Basta però solo un po’ di cultura storica per capire che non si è sempre chiamato così. Il suo nome originario è “pizzo Varrone” (passato poi al pizzo che si trova poco a nord). Poi, dal 1512, la Valtellina passa sotto il dominio delle Tre Leghe, e da allora sulla cima del pizzo convergono i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta (versante orobico bergamasco), del ducato di Milano (montagne del lecchese) e, appunto, delle Tre Leghe. Ecco l’origine dei Tre Signori del nome del pizzo, che però, con la sua altera impassibilità, sembra ricordarci la presunzione umana che, nell’attribuirgli questo nome, ha dimenticato che il vero signore di questi luoghi è lui.
Ma vediamo come salire. Dal rifugio Falc (detto, dialettalmente, "cà dul bola") seguiamo l'indicazione di un cartello (che dà la bocchetta di Piazzocco a 20 minuti ed il pizzo dei Tre Signori ad un'ora e 20 minuti) ed i segnavia rosso-bianco-rossi e cartelli, imboccando il sentierino che sale verso sinistra (sud) e che ci porta alla bocchetta del Varrone, che si affaccia sul lago dell'Inferno. Ne costeggiamo, per un tratto, la riva occidentale, rimanendo però alti rispetto ad essa, tagliando il fianco orientale del pizzo varrone (m. 2325) e procedendo sempre verso sud. Poi il sentiero volge a destra e porta alla bocchetta di Piazzocco (“buchétìgn dul bùgher”, m. 2224), che ci fa lasciare il fianco occidentale della valle dell'Inferno. Prendendo di nuovo a sinistra (direzione sud) affrontiamo un passaggio su roccia che si trova poco oltre la bocchetta di Piazzocco e che può essere prudentemente aggirato con una breve diversione più a valle. Cominciamo, quindi, a risalire il versante di rocce, balze e pianori che si stende a nord del pizzo. Proseguiamo seguendo con attenzione i segnavia, per evitare di trovarci in punti esposti, ed affrontando qualche passaggio che richiede elementari passi di arrampicata, fino ad un pianoro erboso dal quale la grande croce della vetta appare ormai vicina.
Oltre il pianoro, superiamo alcune formazioni rocciose arrotondate, senza particolari difficoltà, ma prestando sempre attenzione a non perdere il percorso dettato dai segnavia. Osservati probabilmente dallo sguardo stupito di qualche pecora o capra, affrontiamo, infine, l'ultimo sforzo, risalendo un pendio abbastanza ripido, che ci conduce alle ultime roccette, che si superano con un po' di attenzione, per mettere finalmente piede sul piccolo pianoro sommitale del pizzo dei Tre Signori.
Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster, troviamo anche un piccolo altare. Spettacolare il panorama. Ad ovest spicca il monte Legnone, ma lo sguardo raggiunge anche, a sud-ovest il Resegone, i Campelli, le Grigne. Sul fondo, ad ovest e nord-ovest, la cerchia delle Alpi con i gruppi del Rosa e dell'Oberland Bernese. A nord, a destra della Costiera dei Cech, alle cui spalle si vedono le cime della Valle dei Ratti, splendida è la visione del gruppo del Masino-Disgrazia, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, invece, spiccano, nella sezione mediana della catena orobica, il Corno Stella, il pizzo del Diavolo di Tenda, i pizzi di Scais, Redorta e Coca; sul fondo, ad est, il massiccio dell’Ortles-Cevedale, dell’Adamello ed i gruppi dell'Arera e della Presolana. In basso si vedono la Valtellina, la Val Troggia, la Val Brembana, le alture del Comasco, del Varesotto e della Brianza con tratti dei laghi di Corno e di Lugano. Infine, oltre la nebbiosa pianura padana, si scorgono i profili dell'Appennino. Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano. Probabilmente troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese.


Rifugio FALC

Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile. Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad una distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti. Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo.  Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti.
E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo poche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.
La seconda parte della giornata prevede il ritorno al rifugio Falc e la traversata che, passando per la bocchetta e l’alpe di Trona, scende a Laveggiolo (“Lavegiöl”) e di qui a Gerola, dove l’anello escursionistico si chiude. Tornati, dunque, al rifugio Falc per la medesima via di salita, seguiamo le abbondanti segnalazioni per il rifugio Santa Rita, che ci guidano nella discesa di un canalone di sfasciumi, in direzione nord-ovest, che si conclude quando intercettiamo, ad una quota approssimativa di 2020 metri, il sentiero, segnalato, che dalla bocchetta di Trona, alla nostra destra, effettua una traversata dell’alta Val Varrone e si porta alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), nei pressi della quale si trova il rifugio Santa Rita. Si tratta della Via del Bitto, che prosegue, oltre il rifugio Santa Rita, scendendo in Valle della Troggia e da questa ad Introbio.
Una via che affonda radici profonde nella storia, fino ad epoche  pre-romane, e che ha rivestito, fino all’età moderna, una funzione assolutamente strategica nelle comunicazioni fra il mondo latino e quello retico-germanico. Infatti, è stata per molti secoli la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta).
Percorriamo, dunque, il sentiero verso destra, portandoci, in breve, alla bocchetta di Trona (m. 2092), dove la Via del Bitto tocca il punto culminante della Via del Ferro, cioè del sentiero che dalla frazione Giabi di Premana risale l’intera Val Varrone, fino alla sua testata. La sua denominazione è legata al fatto che per secoli venne utilizzata per trasportare il minerale di ferro estratto in alta Val Varrone. Venne, poi, risistemata nel secolo XVIII, sotto la dominazione asburgica, assumendo la denominazione di “Via di Maria Teresa”. Un altro pezzo di storia importante che converge alla bocchetta di Trona, dove i due versanti orobici sembrano fondersi in un unico microcosmo alpino.

Di storia, questa bocchetta, ne ha vista proprio tanta, essendo stata, infatti, fin da epoche antichissime, il più agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato. All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera. Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente.


Panorama dal crinale del Pizzo dei Tre Signori

Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati.
Poi più nulla, eccezion fatta per alcune vicende legate ai due conflitti mondiali del secolo scorso. I segni di queste vicende sono ancora ben visibili presso la bocchetta. Innanzitutto il fortino militare costruito nel 1917 nel contesto delle opere di fortificazione lungo la linea Cadorna, voluta dal generale Cadorna lungo buona parte del crinale orobico nella prospettiva di una possibile invasione della Valtellina da parte dell’esercito austro-ungarico (egli non si fidava, infatti, dello stato maggiore svizzero e della neutralità elvetica, e temeva che i nemici potessero ottenere un facile passaggio dalla Valle di Poschiavo e di lì dilagare poi nella media e bassa Valtellina).
Poi il rudere dell’ex-rifugio Pio XI, posto su uno speroncino che domina la bocchetta, a 2122 metri (lo raggiungiamo facilmente in pochi minuti). Nel 1924 l’edificio venne edificato per iniziativa della Federazione degli Oratori Milanesi, che ebbe l’idea di costruire questo rifugio perché servisse come base per le ascensioni ai pizzi dei Tre Signori e di Trona e funzionasse anche da colonia estiva, nello splendido scenario di questo comprensorio. Durante la seconda guerra mondiale l’ex-rifugio venne utilizzato come ricovero dai partigiani ed incendiato da un’azione delle truppe nazi-fasciste il 21 marzo del 1944. Da allora rimane un triste e muto testimone di questo tragico periodo della storia italiana. Qualche mese dopo la bocchetta fu teatro di un’altra significativa vicenda legata alla guerra partigiana: di qui passò, nel suo ripiegamento strategico per sfuggire ad un rastrellamento massiccio operato dalle forze nazi-fasciste in Valsassina, la 55sima brigata “Fratelli Rosselli”. Era il novembre del 1944, e la ritirata proseguì attraversando l’intera parte alta del fianco occidentale della Val Gerola, scendendo a guadare l’Adda presso Morbegno, risalendo la Costiera dei Cech, traversando in Valle dei Ratti ed in Val Codera e passando, infine, attraverso la bocchetta della Teggiola, in territorio elvetico. Alcuni cartelli dell’ANPI, collocati in punti diversi di questo itinerario, la ricordano.
Scendiamo, ora, anche noi dalla bocchetta, seguendo il sentiero che raggiunge la solitaria “baita du varùn” (m. 2019), per poi piegare a sinistra (direzione nord e poi nord-ovest), tagliando un modesto crinale e, dopo una svolta a destra, puntando al ben visibile edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907), alla Casera Vecchia di Trona (“li casèri végi”). La “Truna”, alpeggio comunale fra i più ampi e belli nel comprensorio del Bitto, è divisa in “Truna suliva” (parte settentrionale) e “Truna vaga” (parte meridionale ed orientale). Originariamente era un’alpe unica, divisa in 12 quadri, ma nel 1545 Pietro de Mazzi, soprannominato “Bedolino”, che ne deteneva la proprietà, dovette fuggire avventurosamente da Gerola a Verona, per problemi con la giustizia, e decise di lasciare metà dell’alpeggio al comune di Gerola, impegnandolo a distribuire, ogni anno, a tutte le famiglie di Gerola pane e sale, tradizione che si è conservata fino ai giorni nostri.
Gli ampi e luminosi pascoli dell’alpe si stendono alle falde orientali del pizzo Mellasc (m. 2465), al culmine del crinale che separa la Truna dalla Val Vedrano, a nord-ovest: ottimo, da qui, è il colpo d’occhio sulla diga di Trona e sul pizzo omonimo, che mostra tutta l’eleganza della sua forma conica e regolare. Più a destra, invece, il pizzo dei Tre Signori appare come un massiccio ma poco pronunciato cupolone.
La discesa a Gerola, a questo punto, può avvenire per due vie. La più breve e diretta scende, seguendo il tracciato della Via del Bitto, per la Valle della Pietra (“val de la Préda”), nella quale confluiscono le superiori valli di Trona e dell’Inferno, e che rappresenta il più occidentale dei grandi rami nei quali si divide la Val Gerola a monte di Gerola Alta. La seconda, più lunga, effettua una traversata del fianco alto occidentale della Valle della Pietra, fino a Laveggiolo, e di qui scende a Gerola, passando per Castello.
Se intendiamo optare per la prima soluzione, dobbiamo scendere, dal rifugio, verso destra (sud-sud-est), fino ad un quadrivio, segnalato da alcuni cartelli. Qui, infatti, convergono i sentieri 118 e 147, che provengono da destra, rispettivamente dai laghi Inferno (1 ora)- Trona (20 minuti) e dalla bocchetta di Trona (50 minuti: si tratta del sentiero che scende diretto, dopo la baita di quota 2019, in direzione nord-est; noi, invece, abbiamo preso a sinistra) e che proseguono, congiuntamente, scendendo in Valle della Pietra (su questo percorso la Casera Nuova di Trona è data a 10 minuti, Gerola ad un’ora e 30 minuti). Di qui passa anche la Gran Via delle Orobie, che abbiamo percorso scendendo dal rifugio, e che prosegue, verso destra, per il lago di Trona, dato a 10 minuti, Pescegallo, dato ad un’ora, ed il passo di San Marco, dato a 3 ore e 50 minuti (nella direzione dalla quale proveniamo, invece, Laveggiolo è data ad un’ora e 40 minuti, l’alpe Combina a 3 ore e 50 minuti e l’alpe Culino - “cülign”, toponimo che deriva da "aquilino" - a 4 ore e 20 minuti).
Seguendo le indicazioni dei cartelli, dunque, imbocchiamo il sentiero che scende su un largo dosso di pascoli, passando nei pressi della Casera Nuova di Trona (m. 1830). Il sentiero diventa una larga mulattiera, con fondo in molti punti ben lastricato, che perde quota con diverse serpentine, attraversando per tre volte, da sinistra a destra, da destra a sinistra e di nuovo da sinistra a destra, un torrentello. Superato un secondo torrentello, sempre da destra a sinistra, raggiungiamo il bivio di quota 1378, segnalato da un cartello: qui ci raggiunge, da sinistra, un sentiero che scende, più diretto, sempre dall’alpe di Trona. Proseguiamo verso sinistra (nord-est), scendendo in diagonale in un bel bosco, fino ad uscire all’aperto, seguendo, per un buon tratto, l’argine del torrente della Pietra, fino ad un ponte che ci fa passare dal lato sinistro a quello destro della valle, in corrispondenza della piana che ospita le cinque baite denominate "bàiti de val de la Préda" (m. 1250). Dal limite della piana imbocchiamo una pista sterrata, che percorriamo per un tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la ripartenza della mulattiera, che prosegue nella discesa verso sud-est, fino ad un ponte, varcato il quale percorriamo una strada asfaltata che si immette nella strada principale Gerola-Fenile-Pescegallo, poco sopra il cimitero di Gerola.


Pizzo di Trona e pizzo dei Tre Signori

Vediamo, invece, come procedere per la seconda e più lunga via. Dal rifugio di Trona Soliva imbocchiamo la pista agro-silvo-pastorale che scende fino a Laveggiolo, passando per la baita quotata 1865 metri, punto terminale della pista sterrata che sale dall’imbocco della Val Vedrano. Scendendo lungo la pista, dopo qualche tornante oltrepassiamo la baita quotata 1725 metri e ci portiamo all’ampio imbocco della Val Vedrano (“val Vedràa”), dove si trovano altri alpeggi di grande pregio nella costellazione del Bitto. Qui un ponte ci fa superare il torrente Vedrano; proseguendo sulla pista, raggiungiamo, infine, la bella frazione di Laveggiolo (“Lavegiöl”, m. 1471), abitata, fin dal medioevo, da alcuni nuclei famigliari.
Proseguendo nella discesa sulla pista, ignoriamo, ad un tornante destrorso, la deviazione a sinistra per San Giovanni, e scendiamo alla chiesetta di S. Rocco alla piana della Foppa (m. 1395), edificata nel 1632 e restaurato nel 1959. Sulla facciata possiamo leggere quest’iscrizione in lingua latina: “Ora pro nobis beate Roche ut mereatum preservari varia peste et epidemie”, cioè un’invocazione a San Rocco (“san Ròch”) affinché preghi perché siamo preservati dalla peste. In queste parole si esprime tutta la paura per un flagello che per secoli, e soprattutto nel Seicento, ha decimato le popolazioni contadine anche nelle nostre valli. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra. Poco sotto, ecco la frazione di Castello (“Castèl”, m. 1307), oltrepassata la quale la strada ci porta al bivio per il nucleo di case di Sopra (“Ca zzuri”, m. 1298), che venne distrutto da una rovinosa valanga nel 1836, effetto di quelle azioni di massiccio disboscamento rese possibili dalla nuova legislazione emanata nel periodo della dominazione francese conseguente alle guerre napoleoniche.
Lasciata a sinistra la deviazione per la frazione, continuiamo a scendere sulla strada asfaltata, fino al ponte che scavalca un’impressionante forra del torrente Vedrano. La discesa termina al cimitero di Gerola, all’uscita del paese verso sud. E con essa termina la terza ed ultima giornata di questo anello di Gerola, giornata che comporta rispettivamente 4 o 5 ore di cammino (a seconda che scegliamo la prima o la seconda via per tornare a Gerola) ed un dislivello approssimativo in salita di 350 o 400 metri.

Variante: per risparmiare quasi un'ora di cammino, tagliando fuori Laveggiolo, procediamo così. Scendiamo sulla pista sterrata nella quale confluisce il sentiero dal rifugio Trona Soliva, ma non appena vediamo però sul suo lato destro un marcato sentiero, lo imbocchiamo scendendo per via più diretta, che ci porta sulla riva del torrente della Val Vedrano, che superiamo su ponticello. Oltre il ponte non procediamo diritti, ma pieghiamo a destra imboccando un sentiero che scende verso est-nord-est un po' alto sul torrente, raggiungendo la frazione Castello (m. 1307) e proseguendo nel bosco fino ad intercettare la carozzabile Gerola-Laveggiolo, che, percorsa verso destra, ci riporta in breve a Gerola.

 

CARTA DEL PERCORSO

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