CAMPANE DI FUSINE 1, 2

Fusine è un comune del versante orobico mediovaltellinese, che fronteggia, sul versante retico, Berbenno ed è posto allo sbocco della Valmadre, un tempo la più importante porta di comunicazione con il versante orobico bergamasco (Val Brembana). Interessante è leggere, a tal proposito, quanto scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Allora si capì veramente che le montagne sono come le pianure, che non hanno solo le strade usuali e frequentate, ma molte altre che, benché non siano conosciute dagli stranieri, lo sono dalla gente del posto, per mezzo della quale  si può sempre essere condotti al luogo desiderato eludendo chi volesse impedirlo… Dal Gavia fino al lago di Como, si può entrare nella Valtellina dal Mortirolo, dall’Aprica, dalla val Cervia di fronte a Cedrasco, dalla val Madre di fronte a Fusine, da uno dei lati della valle del Bitto e dall’altro dalla Valsassina che appartiene allo Stato di Milano.”  Il passo di Dordona, infatti (m. 2061) è il più basso ed agevole nella catena orobica centro-orientale e veniva sfruttato soprattutto per il trasporto sul versante bergamasco del minerale ferroso estratto in Valmadre. Miniere di ferro nella sezione orobica centrale, aperte per iniziativa di genti della bergamasca, sono, infatti, segnalate fin dall’epoca della dominazione sulla Valtellina dei Visconti di Milano, iniziata nel 1335.
Anticamemente, dunque, il territorio di Fusine dovette essere piuttosto selvaggio e poco frequentato; forse ospitò animali di difficile classificazione, come attesta un'annotazione del Romegialli, nella monumentale Storia della Valtellina del 1834: "Che poi nella provincia di Sondrio, oltre gli animali quadrupedi selvaggi tutt'ora indigeni, vi siano state specie che più non sono forse nemmeno in altre contrade d'Italia, lo provano due denti molari pietrificati, della lunghezza di centimetri 7 e grossi centimetri 3, scoperti nel maggio del 1832, l'uno nello scavo ghiajoso vicino al fiume Madrasco delle Fusine alla profondità di metri 4, e l'altro in quello di un fondo oppolivo poco distante di Cajolo, in vicinanza al torrente Livrio, alla profondità di metri 3. Mostransi ambidue nel gabinetto Sertoli".
Il borgo di Fusine si costruì, in età medievale, come testimonia chiaramente il suo nome, intorno ad alcune fucine poste allo sbocco del torrente Marasco. Fucine che si sono specializzati, nel corso dei secoli, nella produzione di attrezzi agricoli e per boscaioli, ma anche, come testimonia il Romegialli nella sua Storia della Valtellina del 1834, di strumenti chirurgici e, in epoche più recenti, teleferiche
Ne “Le istituzioni storiche del territorio lombardo”, a cura di Roberto Grassi (Milano, 1999), vengono così tratteggiate le origini, gli sviluppi e gli ordinamenti del comune: “Nel XIV e XV secolo Fusine era una semplice contrada del comune di Berbenno; è probabile che lo sfruttamento delle miniere di ferro in Valmadre e la conseguente lavorazione del minerale nelle fucine poste a valle, allo sbocco del torrente Madrasco, portarono allo sviluppo della contrada appunto detta “delle Fusine”...
Lo sviluppo demografico della contrada di Fusine, con l’esigenza di governare il proprio spazio vitale, di tutelare i beni comuni e definire i propri diritti, fu alla base della separazione di Fusine, unitamente a Colorina, da Berbenno, ovvero tra le due parti di Berbenno che anticamente erano dette “citra et ultra Abduam”. Nel 1448 il capitano di valle Nicolò Rusca emanò una sentenza arbitrale con cui definì i confini e ripartì i territori tra i due comuni, stabilendo i diritti di pascolo nel piano..: liti e discordie, tuttavia, si protrassero per secoli. Nel 1513, a loro volta, Fusine e Colorina costituirono due comunità distinte…, ma già nel 1495… erano stati eletti dei procuratori per studiare quest’ultima divisione…
La comunità di Fusine era ripartita, almeno fino alla metà del XVII secolo, nelle quadre di Val Madre, con la contrada Pizzabella; Monti; Mandrasco; Borgo, o delle Mansioni, successivamente abolita... L’organizzazione politica e amministrativa dell’intera comunità, per quanto possibile ricostruire dalla documentazione conservata nell’archivio comunale, era articolata attorno alla vicinanza e al consiglio di comunità, avendo però ogni quadra propri organi e rappresentanti… Le finanze del comune si basavano sui proventi ricavati dall’affitto dei beni comunali, dalla locazione dei servizi pubblici, tra cui l’osteria, e dalle imposte, cioè taglie sull’estimo, tasse forestiere e focatico. Il decano di Fusine rilasciava annualmente il diritto di fare osteria (dal XVIII secolo: diritto di dazio), cioè di vendere pane, vino e carne al minuto, e di alloggiare i forestieri. I beni della comunità dati in affitto erano i pascoli tra cui quelli sui monti Campo, Dordona, Vitalengo, Valcervio, Forno; il carreggio del piano; il diritto di pesca nel fiume Adda; il diritto di pascolo per i cavalli nel piano di Berbenno ed altri beni, comprendenti case e terreni…
I capifamiglia di ciascuna delle quadre che componevano il comune si riunivano in assemblea per le decisioni riguardanti il proprio ambito, in particolare la riscossione delle imposte, l’elezione del sindico (rappresentante delle singole quadre nel consiglio di comunità: Valmadre, del Monte, Mandrasco, e, fino alla metà del XVII secolo, Borgo) e la scelta di tre candidati alla carica di decano... All’effettiva amministrazione della comunità e alla gestione finanziaria provvedeva il consiglio, organo collegiale, composto dal decano, che lo presiedeva, e da quattro sindici in rappresentanza delle quadre, con ampi poteri decisionali per la disciplina dei beni comunali e per l’imposizione di taglie e tasse

Istituzione che aveva la massima importanza nella vita della comunità era la vicinanza, assemblea plenaria dei capifamiglia di tutte le quadre, che veniva convocata per prendere le decisioni più importanti: in caso di calamità, per modificare gli ordini comunali, per eleggere i componenti del consiglio, il parroco, i procuratori nelle cause e per la concessione in enfiteusi di beni comunali (accole). La vicinanza, inoltre, controllava l’operato dei sindici e del decano, e ne doveva approvare l’operato, pena l’annullamento delle decisioni. Era ancora compito della vicinanza l’elezione del notaio, o cancelliere del comune, che aveva il compito di tenere tutte le scritture del comune, assistere alle rese dei conti del decano e dei sindaci, leggere le gride dei governatori di valle, e dell’alfiere, capo della milizia paesana. La convocazione avveniva, su richiesta del decano, al suono della campana, dopo che il servitore del comune aveva ordinato a tutti i capifamiglia di partecipare all’assemblea...
Il decano presiedeva il consiglio di comunità, rappresentava il comune nel consiglio di terziere; dal XVIII secolo fu affiancato dal nunzio, con funzioni anche di messo, che lo assisteva e consigliava e poteva sostituirlo nelle adunanze del consiglio di terziere. Il decano imponeva le taglie e versava le quote dovute agli ufficiali grigioni, presentava i conti della sua amministrazione alle calende di gennaio. Il decano veniva eletto ogni anno generalmente mediante estrazione a sorte tra una rosa di tre candidati proposti ogni anno da una squadra diversa… ”

Dal punto di vista religioso la Chiesa di San Lorenzo venne eretta a parrocchia nel 1589, affrancandosi dalla dipendenza dell’arcipretale di Berbenno, in occasione della visita pastorale di Feliciano Ninguarda, che ne dà ampia relazione, come vedremo più avanti. Nel 1651 la chiesa di San Lorenzo di Fusine era fra le parrocchie di un vicariato esteso sull’intero territorio del terziere di mezzo della Valtellina, coincidente con le pievi di Berbenno, Sondrio e Tresivio, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero. Fusine era compresa nella "congregatio prima".
Il nucleo di Valmadre, posto sulla soglia alta della Valmadre ed assai vitale, in passato, data la posizione strategica della valle (contava 178 abitanti nel 1589 e 96 alla fine dell’ottocento), si raccoglieva, invece, intorno alla chiesetta di S. Matteo apostolo, edificata nel 1523, e fu abitato permanentemente fino agli anni cinquanta del secolo scorso, quando le ultime due famiglia lo hanno lasciato deserto (peraltro solo nel 1986 la parrocchia di S. Matteo venne accorpata a quella di S. Lorenzo di Fusine).

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Nel 1488 le comunità della sponda orobica di Fusine e Colorina si staccarono da Berbenno, esprimendo fin da subito la loro profonda vocazione agricola e guardando con molte speranze ai promettenti pascoli della Val Madre. Questi, però, erano posseduti da famiglie del versante orobico bergamasco, i Cattanei, gli Ardizzoni, i Baronzini ed i Donati di Valleve, che ne concedevano l'uso affittuario agli alpeggiatori di Fusine e Colorina. Di qui una lunga serie di liti e di cause, a partire dal cinquecento, che vedevano contrapposte l'aspirazione dei comuni di Fusine e Colorina a far valere il diritto di usucapione ed ottenere la piena proprietà delle terre e la ferma determinazione degli antichi proprietari a conservare il possesso degli alpeggi della valle. La contesa, dopo tre sentenze sfavorevoli ai Fusinesi e Colorinesi, finì addirittura a Roma: qui nel 1524 il Sommo Pontefice in persona, Clemente VII, constatata la pervicacia degli abitanti delle due comunità nel rivendicare le terre legittimo possesso dei Cattanei, comminò loro una solenne scomunica: pareva proprio che questo lembo di terra valtellinese non avesse fortuna nei rapporti con la chiesa! La scomunica si protrasse per nove anni, finché, nel 1533, Fusine e Colorina si decisero ad acquistare dai signori bergamaschi i pascoli di Val Madre. Fusine, sborsando 2625 lire imperiali, acquistò i pascoli di Campo, Dordona e Vitalengo, Colorina, al prezzo di 875 lire imperiali, quelli di Bernasca e Cogola (ma, nei secoli successivi, anche questi rientrarono nel territorio del comune di Fusine).
Le liti contrapponevano non solamente i due versanti orobici, bensì anche le due rive del Madrasco, delle cui acque (ricchezza preziosa perché alimentava i mulini) le comunità di Fusine e Colorina si contendevano l'uso, non senza momenti di tensione. La contesa portò ad un accordo per cui due terzi delle acque spettavano a Fusine, un terzo a Colorina (un grosso masso nell'alveo del torrente divise ne divise in questa proporzione il flusso). Ma portò, anche, alla divisione dei due comuni, nel 1513.
Allargando lo sguardo ad una dimensione più ampia, annotiamo che il cinquecento si aprì con la caduta degli Sforza di Milano (che si erano succeduti ai Visconti signori della Valtellina dal 1335), cui seguì l’odiosissima occupazione dei Francesi in Valtellina: bastarono dodici anni (1500-1512) perché i Valtellinesi accogliessero i Magnifici Signori Reti delle Tre Leghe Grigie, dei quali la valle divenne tributaria, se non con entusiasmo, almeno con sollievo. Ben altro effetto avevano suscitato, una generazione prima, le ferrigne truppe grigione, quando erano scese dall’alta valle mettendo a sacco buona parte dei paesi, ed erano state fermate dalle truppe ducali in una battaglia dall’esito controverso, combattuta poco distante da Fusine, cioè nella battaglia di Caiolo del 16 marzo 1478. Ora il vento era cambiato, ed i tre terzieri della Valtellina, con le contee di Bormio e Chiavenna, riconobbero il proprio tributo alle Tre Leghe. 
Non fu, all'inizio, la loro dominazione incontrastata: contro di loro si levò l'avventuriero Gian Giacomo de Medici, detto Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sull'alto Lario e che portò guerra in Valtellina a nome degli Sforza di Milano. Militava al suo servizio il capitano Marco Grasso, famoso per la sua crudeltà, che dalla Valsassina, con 500 archibugeri, scese, nel 1525, lungo la Val Gerola per sorprendere alle spalle Morbegno. Venne, però, fermato da truppe grigioni e valtellinesi appena sotto Sacco, e costretto alla ritirata. Non dandosi per vinto, effettuò subito dopo una traversata alta sul versante orobico (probabilmente valtellinese, per evitare quello bergamasco, presidiato da truppe veneziane, nemiche), per affacciarsi al passo di Dordona e calare sulla media Valtellina per la Valmadre. Ma neppure questa manovra riuscì, perché fu sventata dai Veneziani, non sappiamo esattamente dove. La Valmadre non fu, dunque, attraversata da venti di guerra.
I Magnifici Signori Reti, sventata definitivamente la minaccia del Medeghino e fatte abbattere, ad ogni buon conto, le fortezze valtellinesi, sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle.
Furono quindi stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Fusinarum" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 643 lire (per avere un'idea comparativa, Cedrasco fece registrare un valore di 289 lire, Colorina di 475 lire, Caiolo di 955 lire); oltre 22 pertiche di orti valgono 75 lire;  prati hanno un'estensione complessiva di poco più di 2490 pertiche e sono valutati 1019 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 105 lire; campi e selve si estendono per oltre 3098 pertiche, e sono stimati 1980 lire; gli alpeggi, che caricano 439 mucche, vengono valutati 87 lire; vengono rilevati mulini una fucina e tre segherie per un valore di 63 lire; 203 pertiche di vigneti valgono 328 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 4341 lire (per avere un'idea comparativa, Cedrasco fece registrare un valore di 2022 lire, Colorina di 6001 lire, Caiolo di 6832 lire).
Non fu, il cinquecento, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…

Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così presenta Fusine nella sua opera “Raetia”, pubblicata nel 1616 a Zurigo: “Poco lungi da Cedrasco, c’è il villaggio ed il comune di Fusine, dove il capitano Battista Salis possiede un palazzo e grossi redditi”.
Nella sua visita pastorale al paese nel 1589, Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, trovò nel paese la consistente cifra di 200 fuochi, a cui si dovevano aggiungere i 30 fuochi di Valmadre, corrispondenti ad una popolazione rispettivamente di 1000-1200 e 178 abitanti (ma il dato è assai dubbio: una generazione più tardi, nel 1624, si contavano nel paese 600 abitanti e 160 a Valmadre). Egli si diffonde nella descrizione della separazione della parrocchiale di S. Lorenzo da Berbenno, con atto notarile del 19 novembre del medesimo anno della sua visita: “Al di là dell'Adda, nella giurisdizione di Berbenno e della chiesa arcipretale di San Pietro, vi è il paese di Fusine, con circa duecento famiglie tutte cattoliche, eccetto Gio. Battista dei Salis, Svizzero e un certo Paolo Paganino di Poschiavo che sono giunti cola per abitarvi. In questo paese distante un miglio abbondante dalla chiesa arcipretale di S. Pietro, vi è la chiesa vicecurata dedicata a S. Lorenzo: l’arciprete di Berbenno era obbligato a mantenervi un proprio cappellano per amministrare agli abitanti i sacramenti, ma quei fedeli ne avevano gran danno non potendo ascoltare la Messa e ricevere i sacramenti per la negligenza dell’arciprete: costui spesso non mandava va nessun cappellano, cosicche la distanza dei luoghi e per le innondazioni, assai frequentemente rimanevano senza messa e senza poter ricevere i sacramenti anche nei giorni di festa. Nella visita del Vescovo, su richiesta degli abitanti e col consenso dell'arciprete, la chiesa San Lorenzo fu eretta in parrocchiale con le condizioni che seguono.
Primo: che su impegno dei detti abitanti la chiesa di San Lorenzo venga dotata di una somma che renda almeno sessanta scudi per il decoroso mantenimento del parroco. Secondo: che i predetti abitanti, a loro spese, provvedano alla lampada del Santissimo Sacramento e a tutti i ceri per la celebrazione della messa e degli altri divini uffici e s’impegnino a mantenere a loro spese un custode per i servizi della chiesa e della sacrestia, secondo le consuetudini delle altre chiese. Terzo, che si impegnino a mantenere e riparare in perpetuo sia le pareti che i tetti della chiesa come della casa d'abitazione del rettore  e del custode. Quarto: che in segno di soggezione e di dovuto omaggio alla matrice, detti abitanti siano tenuti ogni anno, nel periodo pasquale a consegnare all'arciprete di Berbenno un capretto del peso di dieci libbre, e nelle feste di San Pietro e della dedicazione della stessa chiesa; in quei giorni poi abbiamo fatto obbligo al parroco pro tempore di recarsi alla detta matrice per presenziare alle sacre funzioni, ai primi e ai secondi vespri e alla messa cantata, coll'obbligo di offrire ogni anno in ciascuna festa, alla detta matrice un cero decorato, di dodici once di cera bianca. Vogliamo inoltre che il rettore eletto, sia tenuto in perpetuo a recarsi nella predetta matrice al Sabato Santo per aiutare nella benedizione del fonte battesimale e che prenda solo dalla matrice il sacro Crisma, e per contro vogliamo che detto arciprete pro tempore sia tenuto, nelle predette due feste, a offrire allo stesso rettore un pranzo sufficiente. Quinto: che in caso di funerali e di esequie da celebrarsi nel detto luogo di Fusine e in cui siano invitati preti residenti in altre parti, che per primo sia invitato l'arciprete: possa portare la stola al pari del curato del luogo e che gli venga data un'elemosina o incerto pari a quello del curato, senza però pretendere altro. Sesto: che i suddetti abitanti di Fusine, secondo la consuetudine fin qui osservata, unitamente ai fedeli di Colorina e del comune di Berbenno, concorrano anche ora ai restauri e alla manutenzione della predetta chiesa di San Pietro e vi possano senza alcuna opposizione scegliervi la propria sepoltura e seppellirvi i cadaveri, dopo avere invitato o almeno avvertito l'arciprete: e una metà della cera usata nel funerale spetti alla matrice e l'altra metà alla loro parrocchiale. Settimo: che ai suddetti abitanti e cioè al loro rettore, sia possibile usare i paramenti della chiesa solo in detta chiesa e mai fuori da essa. E che rimangano gli antichi diritti di avere un sindaco con quelli di Berbenno e di Colorina nell'amministrazione della fabbrica della chiesa e nell'eleggere il sacrestano o custode oppure nel licenziarlo e siano tenuti, in solido con i predetti, a provvedere a tutte le necessità della chiesa matrice. Ottavo: che a sua libera volontà il rev. sig. arciprete pro tempore, nelle feste di San Lorenzo e della dedicazione della chiesa, possa recarsi nella detta chiesa di Fusine a cantarvi la messa solenne e a predicare, e abbia la precedenza su tutti: oppure possa mandarvi un suo sostituto, che però non ha diritto alla precedenza: a costoro gli stessi abitanti saranno tenuti a dare un pranzo conveniente e le offerte, che nei detti giorni si faranno nella medesima chiesa, rimarranno alla stessa e non al curato al quale però è stato stabilito che vadano tutte le altre che si faranno fuori da queste circostanze. Nono: che in caso di morte o di assenza del rettore di Fusine, il rev. arciprete predetto abbia l'obbligo di provvedere alla cura delle anime di quel paese e alle necessità spirituali degli abitanti; in tal caso gli emolumenti straordinari saranno di sua pertinenza. Decimo: che gli abitanti di Fusine si ritengano sgravati di quella quantità di grano, detta primizia o decima, e di castagne che in precedenza erano soliti passare all'arciprete di Berbenno per il mantenimento di un cappellano che prestava loro servizio, senza pregiudizio però di eventuale decima o censo da essi dovuto alla detta chiesa di San Pietro o al suo arciprete per altro motivo senza alcun pregiudizio delle parti.
Fatte e concluse le trattative, passati alcuni giorni, li abitanti di Fusine presentarono al Rev.mo Vescovo il sac. Oliviero Sassi di Sondalo: costui, dopo essere stato esaminato dal Rev. tino Vescovo nella città di Conio e dopo aver emesso la professione di fede cattolica, ricevette l'approvazione e l'investitura. All'ingresso di quel paese vi è un'altra chiesa dedicata a San Rocco.
Sulla montagna salendo per tre miglia vi è un villaggio di trenta famiglie, cioè 178 anime, tutte cattoliche, chiamato Valmadre che appartiene alla comunità del predetto paese di Fusine: vi è la chiesa vicecurata dedicata a San Matteo Apostolo, presso la quale dimora un cappellano vicecurato per conto dell'arciprete di Berbenno, ma a spese degli abitanti di quel villaggio: colui che vi abita attualmente è un certo Cornelio de' Maestri oriundo di Fusine.”

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Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere su Fusine: “Le Fusine, così chiamate da molte fusine di ferro il quale quivi si cava dalla montagna di questo territorio et si lavora, è luoco di mercantia essendovi di là il passo per Bergamasca. È d'aria mediocre; ha campagna buona et spatiosa, ma puoco habile per viti, indi bevono vino picciolissimo; monti abbondanti di castagne, pascoli, legnami sì che li habitatori gene­ralmente non sono molto poveri. La chiesa è parochiale di S. Lorenzo; il popolo è di 500 anime. Scorre per la terra il fiume chiamato Madrasco, qual nasce nelle cinse delli monti di Val Madre della quale riceve il nome. Ha la communità delle Fusine tre contrate nella montagna disperse tra l'arbori, quali concorrono a far il numero delli già detti habitatori.
Interessanti sono alcuni riferimenti cartografici del Seicento. Nella Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, “Fusine” è segnata, con Cidrasco e Caiolo; nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, “Fusine” è segnata, sempre fra Cadrasco e Cajolo; nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, è, di novo, citata “Fusina”, con Cidrasco e Cajuolo.
La prima metà del seicento fu, per l’intera Valtellina, un periodo nerissimo: nel contesto della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) essa fu percorsa dagli eserciti delle due parti in lotta, spagnoli ed imperiali, da una parte, grigioni e francesi, dall’altra.
L'episodio più fosco di tale periodo fu l'insurrezione del luglio del 1620 contro gli eretici (protestanti) di Valtellina e le autorità dei Magnifici Signori Reti che li proteggevano, guidata da alcuni nobili cattolici e passata alla storia con l'infelice denominazione di "Sacro Macello di Valtellina" (in effetti si trasformò in una caccia all'eretico, che condusse all'assassinio di 300-400 persone nell'intera valle). Fusine non fu risparmiata da questa esplosione di violenza; scrive, al proposito, lo storico Giuseppe Romegialli, nella "Storia della Valtellina": "...un padre Alberto Pandolfi da Soncino, domenicano, parroco di Fusine, non volendo stare contento a parole, tenendo a due mani sguainato uno spadone, il fanatizzato suo gregge precedeva al massacro". Gli fa eco Cesare Cantù, ne "Il Sacro Macello di Valtellina", del 1832: "Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto: Non ucciderai. Il Sacro Macello e allora e poi fu lodato come santo e generoso da storici, da principi e da papi. Ma al secolo mio, al secolo che pure macchiò le mani di sangue e di che sangue, e di quanto, io non ardirò domandare se possa lodarsi quella impresa: domanderò solo se possa scusarsi. Grave è l'oppressione dei reggitori, cara la religione in cui si nacque, siano vere le vessazioni tutte, finanche la congiura: ma era d'uopo scannare i nemici? Avvisati del pericolo, non bastava provvedere alla difesa? E volendo pur togliersi di suggezione, non si poteva intimare ai Riformati che abbandonassero quella terra? Intimarlo con quella potente concordia, a cui nulla possono negare gl'imperanti?"


Valmadre

L'insurrezione determinò l'immediata reazione grigione e l'inizio della prima guerra per la Valtellina, che vide contrapposti francesi e Tre Leghe Grigie, da una parte, spagnoli e capi della congiura cattolica, dall'altra. Questa prima fase ebbe termine nel 1626: dopo il trattato di Monzon, di quell'anno, il triennio 1626-29 segnò una tregua. Niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia.
Nel 1629 la calata dei Lanzichenecchi dalla Valchiavenna ed il loro provvisorio stazionamento in Valtellina diffusero il morbo della peste: l’epidemia che colpì l’intera Valtellina fra il 1629 ed il 1631 non fu né la prima né l’ultima, ma sicuramente la più terribile e devastante. Le valutazioni dell’impatto demografico variano dalla riduzione a poco più di un quarto della popolazione precedente (da 150.000 circa a poco meno di 40.000, secondo una stima sostenuta dall'Orsini), alla riduzione a poco più della metà: numeri, in ogni caso, impressionanti. Fusine non fu certo risparmiata dal flagello, anzi, fu colpita in misura maggiore rispetto al versante retico di Berbenno, dove, peraltro, giunse prima. Per questo fu posto un "rastrello" sul ponte dell'Adda presso S. Pietro. A portare il morbo, in aggiunta ai soliti soprusi e furti, furono gli alemanni del barone Aldringer, che si fermarono a Fusine dal 27 agosto al 5 settembre 1630. Non erano passati tre giorni dacché se n'erano andati, che si registrarono in paese, l'otto settembre, i primi morti di peste. Fu subito stabilito di costituire un lazzaretto alle Tromberte e di perquisire tutte le case per portarvi anche a viva forza tutti coloro che si poteva sospettare fossero infetti. Da Domaso e da Dongo vennero, poi, i monatti, chiamati anche purgatori: erano, costoro, persone guarite dalla peste, e quindi immuni, il cui compito era quello di "purgare" le case degli appestati, portando fuori tutte le masserizie che erano state a contatto con i malati, bruciandole e cospargendo infine le ceneri di calce viva. Nei fatti, però, approfittavano spesso della loro condizione privilegiata per depredarle e qualche volta bruciarle interamente, così da rendere più agevole e veloce il loro compito. Nel solo 1630 i morti registrati in paese furono 161.
Scrive don Giovanni da Prada, nel suo eccellente lavoro di ricostruzione della storia della comunità di Fusine ("La Magnifica Communità et li Homini delle Fusine", vol. I, parrocchia di Fusine, 1980): "Era obbligatorio adunque per tutti i viandanti portare seco la bolletta di sanità, pena anche la vita. Probabilmente perché pescato senza bolletta o forse perché volle scappare fu ucciso a Sondrio (interfectus est) il 25 novembre 1631 il fusinese Antonio Zappello detto Malacarnino di anni 35 che non fu riportato in paese ma sepolto nella chiesa parrocchiale di Sondrio... In ogni paese ed anche nel nostro, c'era il deputato per le bollette di sanità che doveva essere sempre presente per le necessità di ciascun viandante... Nella peste del 1630 morirono 178 persone mentre in quella del 1636 ne morirono 139, per un totale di 317 morti. Rimasero vivi... 327 persone: la peste, come si vede dimezzò il paese... Ho voluto esaminare ogni persona morta nella seconda ondata del 1636 ed ho constatato che la gente moriva in proporzione inversa all'età, cioè la malattia colpiva maggiormente i più giovani, perché forse i più deboli. Infatti morirono 56 bambini fino a 10 anni, 36 giovani fino ai 20 anni, 45 uomini dai 20 ai 50 anni, 11 dai 50 ai 60 anni e solo un vecchio sopra i 60 anni. Furono colpiti in maniera pressoché uguale tanto gli uomini che le donne. Nella prima peste al Cornello tutti morirono, mentre nella seconda pestilenza qualcuno si fece furbo, come gli abitanti delle Manere ove nessuno perì, sicuramente perché non si scese in paese... Le altre frazioni di montagna (sempre abitate allora anche d'inverno), cioè Borghetti, Pizzini, Pratello, Cassine, Dossello, Cornello e Castello, furono tutte visitate dal contagio."
La devozione a San Rocco (cui è dedicata la chiesetta nei pressi del cimitero del paese, che si vede, sulla sinistra, percorrendo la strada provinciale che da San Pietro porta all'ingresso del paese) fu il baluardo di fede che la gente volle erigere contro l'imperversare del morbo e l'infierire della Maria Ranzetta (così, popolarmente, si chiamava, non senza una punta di sfida canzonatoria, la morte, che "ranza", cioè falcia, la vita delle persone senza riguardo per nessuno).
A ciò si aggiunse un temibile effetto collaterale: lo spopolamento dei nuclei di mezza costa e la diminuzione del bestiame lì insediato indussero i branchi di lupi a scendere al piano nei mesi più freddi dell’anno: ciò spiega quanto segnalato dalle cronache, le quali riportano, fra il 1633 ed il 1637, attacchi, anche mortali, a bambini ad Albosaggia, Fusine e Colorina. A Fusine, in particolare, una bimba di 4 anni, Caterina Romerio, venne divorata dai lupi il 6 settembre 1637.
Nel 1635 tornarono a percorrere la Valtellina altri lupi: la guerra per il controllo della valle riavvampò, in coincidenza della campagna del duca di Rohan, che, alleato dei grigioni, la contendeva a spagnoli ed imperiali. Assai efficace è la sarcastica descrizione di Arnaldo Bortolotti e Luigi Piatti ("Colorina, tra storia, cultura e cronaca") delle conseguenze dell'alloggiamento forzato di truppe francesi imposto a Colorina e Fusine dal 17 novembre del 1636 al 27 aprile del 1637: "Le truppe del Rohan, dopo aver insegnato, come dice il Manzoni, la modestia alle fanciulle, dopo aver aiutato i contadini di Colorina e Fusine a far vendemmia e a raccogliere le castagne, dopo aver regalato la peste bubbonica, se ne andarono nella primavera del 1637, lasciando i due comuni nell'estrema indigenza, con più debiti da pagare non tanto per l'alloggio quanto per il vitto". La presenza delle odiatissime truppe francesi portò, per soprammercato, la già citata seconda ondata di peste. Ecco di nuovo don Giovanni da Prada: "L'altra nota tristissima per i nostri paesi di Fusine e Colorina è quella dell'alloggio del reggimento francese di Rohan, che coincise con la seconda ondata di peste del 1636... Gli abitanti dovettero sloggiare e ripararsi sui monti, le vacche vennero confiscate e mangiate, i terreni furono messi all'asta ed il povero decano Pietro Anochino... fece salti mortali per foraggiare cavalli e cavalieri. Egli si spinse fino alle valli di Bergamo per imprestare, a nome della comunità ed a beneficio dei francesi, migliaia e migliaia di scudi necessari per l'alloggiamento dei soldati. Questi prestiti forzosi ebbero l'effetto di prostrare l'economia del paese e di allungare le annate di carestia fino al principio del 1700." (op. cit.)


Lago di Bernasca

Amara appendice di quei tristissimi mesi, alcuni anni di lite fra i due comuni sulla ripartizione dei danni dell'occupazione, cui si aggiunsero antiche contese sulla manutanezione delle rive del Madrasco. Solo nel 1639, con il capitolato di Milano, per la Valtellina fu pace definitiva: le Tre Leghe Grigie ne ripresero il controllo, ma vi fu ammesso, come unico culto, quello cattolico. La Valtellina uscì, così, dallo scenario della grande politica europea, ma nessuno se ne lamentò.

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Una lenta ma costante ripresa economica e demografica interessò la seconda metà del seicento e l’intero settecento (molto giovarono l’introduzione di nuove colture, soprattutto della patata). La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Fucine (Fucino). Questo Luogo fu così nominato dalla moltitudine delle Fucine, dove vi si travagliavano i metalli dalle Miniere dell'Ambria scavati.  Nel suo Territorio è Val Madre, dove è la Contrada appellata Pizzabella: e d'essa n'esce il Madrasco Fiume; e per essa per non incomoda Via si fa al Territorio di Bergomo breve passaggio.”
Nonostante la ripresa, nel 1797, anno del congedo dei funzionari delle Tre Leghe Grigie dalla Valtellina in conseguenza della bufera napoleonica, la popolazione di Fusine era di 783 abitanti, più o meno corrispondente a quella del 1624. E' interessante notare che fra i 40 cospiratori che si radunarono la notte del 29 maggio del 1797 nell'antica chiesa di S. Pietro di Berbenno, per organizzare, approfittando della bufera napoleonica, un'azione contro le autorità grigioni, 15 erano di Sondrio e ben 9 di Fusine.
Congedati gli ufficiali grigioni, seguì la Repubblica cisalpina, e ad essa il Regno d’Italia, sempre sotto il controllo di Napoleone: Fusine, nel Dipartimento dell’Adda, nel 1805 era inclusa nel primo cantone di Sondrio come comune di III classe, con 641 abitanti. Rimase in tale distretto anche dopo la caduta napoleonica e l’insediamento della casa d’Austria, cui venne assegnato, dal Congresso di Vienna, il Regno lombardo-veneto. A metà dell’ottocento, e precisamente nel 1853, Fusine era comune, con convocato generale e con 572 abitanti, del primo distretto di Sondrio.
Il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Cacciati gli austriaci, alla proclamazione del regno d’Italia, nel 1861, Fusine fece registrare una popolazione di 645 abitanti. La nuova patria italiana chiamò subito i suoi abitanti a servirla nella III Guerra d’Indipendenza contro l’Impero Asburgico: vi combatterono Bonini Giovanni, Demaestri Antonio, Pradella Giuseppe, Trutalli Angelo, Trutalli Giovanni, Vanini Lorenzo, Vanini Giuseppe e Vanini Giovanni. Seguono decenni di rapida crescita demografica, nei quali si passò a 772 abitanti nel 1871, 816 nel 1881, 893 nel 1901 e, massimo storico, 975 nel 1911.
Nel 1884 la “Guida alla Valtellina” curata da Fabio Besta ed edita a cura della sezione valtellinese del CAI così presenta Fusine e la Valmadre: “Un’altra via carrozzabile, varcata l’Adda sopra un nuovo ponte in ferro, conduce in un quarto d’ora a Fusine (325 m., 816 ab.), villaggio che sorge allo sbocco di Val Madre. L'antica via valeriana passava l'Adda in questo punto , o procedeva poi , sempre a sinistra del fiume, fino a Morbegno e a Colico…
La Val Madre. — Una strada mulattiera salo urta adandirivieni per le selce che sovrastano a Fusine, e giunta pressoal termine della regione del castano, entra nella valle, luogoil versante orientale, che scende dirupato lino al Madrasco, eguida al villaggio e alla chiesa di Val Madre (1175 m.) a dueore da Fusine. Presso il parroco si può trovare modesto vittoe alloggio. Qui la valle è ridente e si conserva tale fino al suo termine. La via, pur troppo sempre ingombra di ciottoli, traversa prati da prima, poi una fiorente foresta di pini. A un'ora etre quarti dalla Chiesa s'incontrano sulla via, in mezzo al boscoe in posizione veramente pittoresca, i ruderi delle, fornaci di ferro (1300 m.) che hanno cessato di essere attive al principiodi questo secolo; una mezz'ora più in là appaiono altri ruderidi formi più antichi (1400 m.). I minerali di ferro che alimentavano questi forni si scavavano in alto sul contrafforte che divide Val Madre da Val Cervia. Poi la strada passa sulla spondasinistra del Madrasco, e sale, sempre attraverso boschi, il versante occidentale sino ai pascoli e alle baite di Dordona. Da queste baite salendo a destra il monte si raggiunge in breve il passo che guida alle balie di Dordona in Val di Tartano; girando invece il sommo della valle a sinistra si arriva al passo di Dordona o di Val Madre (2020 m.), dal quale un' ora si scendo direttamente a Foppolo (1530 m.), dove nel nuovo e grazioso albergo Corno Stella, si trovano, a prezzi relativamente modici, tutti i conforti che si possono in tali regioni ragionevolmente desiderare.
Al di là del passo, il quale è lontano dalla chiesa di Val Madre noti più di tre ore di cammino, vi ha un laghetto che va asciugandosi, e lo sguardo si spazia in larghi orizzonti. Questa di Val Madre é per avventura la via più breve e più comoda fra quelle che congiungono i Branzi e Foppolo alla Valtellina media, ed è certamente la più battuta. Dal fondo della Val Madre, per i pascoli o le alpi di Valbona, è agevole il passaggio in Val Cervia. L'ascensione al Monte Cadelle (2550 m.), tentata per il versante di Val Madre, come una semplice diversione, da una compagnia di alpinisti e alpiniste che si recavano a Foppolo, non riuscì. Essi lungo i nevai, legande e i dirupi, che scendono all'est dal monte si portarono fino alla cresta, circa cinquantametri più bassa dalla cima estrema; ma poi, anche perché lenebbie si mantenevano fitte e minacciava la pioggia, dovettero retrocedere. L' impresa da questo lato, se pure, in una bella giornata, coll’aiuto di corde e di buoneguide, sarà possibile, non vuol essere agevole; più facile appare dal lato d'occidente. La vetta del Salaron visibile da Sondrio, e che si eleva elegante, a nord del Cadelle in forma di cono, appare di facile ascensione lungo un canalone non troppo erto che scende a sud.


Piana di Bernasca

Oggi il volto della Valmadre è diverso da come appariva a fine ottocento: la valle, infatti, è percorsa da tralicci che valicano il passo di Dordona: dalle centrali di Ganda e Belviso e dalla stazione di Fusine le linee dell'alta tensione a 220.000 130.000 volt portano energia elettrica a Sesto San Giovanni. Ne trae profitto l'economia ma sicuramente non ne trae giovamento il paesaggio.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi nel territorio comunale (i dati si riferiscono rispettivamente al numero di vacche sostenute, al reddito in lire per ciascun capo, alla proprietà dell’alpe, alla qualità del formaggio prodotto ed al numero medio di giorni di durata dell’alpeggio):

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La memoria del 1911 è legata ad una disastrosa alluvione, che portò allo straripamento del fiume Adda ed all'allagamento della piana della Selvetta, tanto che, come si scrisse, "ad Ardenno il treno sembrava corresse in mezzo al lago". L'evento fu determinato dalle eccezionali precipitazioni iniziate la sera del 21 agosto, i cui effetti colpirono soprattutto i vicini comuni di Cedrasco, Fusine e Talamona, tanto che si diffuse, poi, una canzoncina che ricordava mestamente l'alluvione, e che iniziava proprio con le parole: "Talamona, Fusine Cedrasco sono i più danneggiati dal disastro".
Poi venne il conflitto che passò alla storia come "la grande guerra". Il monumento presso l’edificio scolastico riporta i nomi dei Fusinesi caduti nel primo conflitto mondiale, cioè Bazzi Giacobbe di Andrea, De Maestri Giacomo fu Luigi, Mottini Guido di Carlo, Trutalli Zaccaria di Console, Pierini Pietro, De Maestri Lino fu Ernesto, Balatroni Augusto di Alessandro, Melazzini Antonio di Emilio, Trutalli Lorenzo fu Antonio e Vanini Edoardo fu Luigi (morto in prigionia nel 1921). Nel periodo fra le due guerre la popolazione segna una leggera flessione: nel 1921 i residenti sono 906, nel 1931 836 e nel 1936 847. Il 1923 è un anno memorabile perché si attua una piccola rivoluzione: una centralina sul torrente Cervio, che esce dalla Val Cervia, alle spalle di Cedrasco, porta a Fusine e Cedrasco l’energia elettrica. Pensando a quanto sia per noi impensabile poter vivere senza di essa, possiamo valutare correttamente l’importanza di questa svolta.
Ecco come Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta il paese di Cedrasco: ”Dalla staz. Ferr. Di S. Pietro Berbenno una rotabile, passando l’Adda sopra un ponte di ferro, giunge, dopo circa un km. Al villaggio di Fusine (m. 280 – ab. 920, latt. Soc. . coop. Di cons., coop. Per l’alpeggio, osterie, med. Cond.) da dove, volgendo a destra, arriva dopo circa km. 2, contro monte, al villaggio di Colorina.”


Fusine

Nel secondo dopoguerra la popolazione prosegue nella sua tendenza ad una lenta discesa, con stabilizzazione nell’ultimo ventennio: nel 1951 gli abitanti erano 843, nel 1961 848, nel 1971 765, nel 1981 705, nel 1991 652, nel 2001  657 e nel 2006 652.
Nel 1987 Fusine fu duramente colpita dalla rovinosa esondazione del Marasco nel contesto dei tristemente noti eventi alluvionali che toccarono l’intera Valtellina nel mese di luglio. Vale la pena di ripercorrerne la cronaca generale.
Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.


Val Madre

E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone.
Sono le prime di una lista destinata a crescere: alla fine di luglio il bilancio salirà a 53 morti. Un po’ dappertutto, in valle, se non si arriva alla tragedia, si sprofonda, in quel sabato plumbeo,  in un dramma cupo come il cielo che è scuro da far paura: non c’è torrente che non minacci di esondare, e molti passano dalle minacce ai fatti.
Il Madrasco esce dagli argini ed investe buona parte delle case di Fusine, dalle quali la gente è stata evacuata appena in tempo dal suono a martello delle campane: il piano di evacuazione predisposto dall’amministrazione comunale funziona ed evita che si paghi un tributo in vite umane. In Valmalenco il Torreggio infuria e Torre di S. Maria è interamente evacuata. Il Mallero fa paura, il Poschiavino è straripato provocando seri danni ed interrompendo la strada per la dogana di Piattamala, a Sondalo la frazione Le Prese viene interamente evacuata, in Valfurva il Frodolfo e lo Zebrù scatenano la loro furia. Impressionante è anche l’elenco dei ponti letteralmente divelti dalla violenza delle acque: i ponti di Paniga e di Caiolo sull’Adda, la passerella del partigiano a Sondrio, i tre ponti del quadrivio a Torre S. Maria, il ponte sul Valfontana a Chiuro e quello di S. Nicolò in Valfurva. Tremila sono gli sfollati della prima ora. È il fondovalle a subire i maggiori danni. La zona industriale a valle di Morbegno è investita dallo straripamento dell’Adda e la piana della Selvetta e di Ardenno subisce conseguenze pesantissime: nella notte la rottura dell’argine settentrionale dell’Adda, appena sotto S. Pietro di Berbenno, mostra tutta la sua forza e riprende possesso dei luoghi nei quali scorreva nei secoli precedenti alla bonifica austriaca. E lo fa non in punta di piedi, ma trasformando la piana dalla Selvetta ad in un impressionante lago. Ma dire lago sarebbe dire qualcosa di troppo, di troppo poetico: si tratta di una limacciosa palude, con un livello delle acque che in più punti è di diversi metri, dove trovano la morte molti capi di bestiame, anche se, per fortuna, nessuna persona.
L’alba della domenica mattina, il 19 luglio, mostra uno scenario da tregenda. Molti hanno ancora negli occhi quello scenario, molti ce l’hanno, ancor più nelle orecchie: è il rombo angosciante delle pale degli elicotteri, che sembrano solcare il cielo impotenti, ad essere rimasto nelle orecchie. Domenica non piove più, ed alla sera il sole si riaffaccia, prima di tramontare. Quasi beffardo.
Ma almeno è finita, si pensa, con un bilancio pesante, 24 morti ed una prima stima di 1.000-2.000 miliardi di danni (alla fine la stima salirà a 4.000 miliardi), ma è finita. Certo, i problemi per l’immediato non sono pochi: lunedì 20 la ss. 38 dello Stelvio e la  linea ferroviaria sono ancora interrotte, perché le acque del sinistro lago di Ardenno defluiscono lentamente; la media Valtellina è ancora isolata, ma almeno è finita. Inizia, faticosa ma tenace, la ripresa, perché la furia dell'acqua può rovinare le cose, ma non la forza d'animo delle persone.
Inizia l’azione degli operatori della protezione civile e dell’esercito, mandato in valle per aiutare nell’opera di rimozione delle macerie e di prima ricostruzione. Fusine viene visitata dal neo-ministro della protezione civile Remo Gaspari, prima, e dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, poi. Ma forse la presenza più gradita, perché costante, solidale e fattiva, è quella degli Alpini di Lurate Caccivio, paese con il quale la comunità di Fusine ha stretto una sorta di gemellaggio.
La situazione odierna del comune è fotografata dai seguenti dati: vi si trovano 20 attività industriali con 67 addetti ( 58,26% della forza lavoro occupata), 7 attività di servizio con 17 addetti ( 6,09% della forza lavoro occupata), altre 7 attività di servizio con 20 addetti (14,78% della forza lavoro occupata) e 4 attività amministrative con 12 addetti (6,09% della forza lavoro occupata). I comuni più diffusi sono, in ordine decrescente, Trutalli, Vanini, Scarinzi, Tognolina, De Maestri, Bonomi, Sertori, Bianchini, Bazzi e Zamboni.

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Uno sguardo, ora, al territorio comunale, che si estende su 37,52 kmq e che comprende il fondovalle che dall’abitato giunge al fiume Adda, buona parte della Valmadre ed il lato occidentale della Val Cervia. Il confine comunale settentrionale, che separa Fusine da Berbenno, segue il corso del fiume Adda. Ad ovest (confine con Colorina) esso piega, poi, a sud, seguendo il corso del torrente Marasco dal punto in cui sfocia nell’Adda verso la forra della Valmadre. Segue, quindi, il Marasco su per la Valmadre, fino ad una quota approssimativa di 900, alla quale piega decisamente ad ovest, risalendo il solco della Valle Sciesa, fino al crinale che separa la Valmadre dalla Val di Tartano. Segue, quindi, questo crinale verso sud, passando per il passo di Vicima e comprendendo, sulla parte alta del fianco occidentale della Valmadre, la bellissima conca che ospita il lago ed il rifugio di Bernasca. Proseguendo verso sud, passa per il monte Seleron (m. 2519) e la cima Vallocci (m. 2510), fino all’angolo sud-occidentale della Valmadre, costituito dalla Cima delle Cadelle (o monte Cadelle, m. 2483).
Qui, raggiunto il crinale principale orobico, che guarda alla Val Brembana, lo segue verso est, scendendo al passo di Dordona (m. 2061), recentemente raggiunto da una pista sterrata che, proseguendo la carrozzabile (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) della Valmadre da Fusine a Valmadre, si congiunge con la pista che sale da Foppolo, consentendo il passaggio da un versante orobico all’altro su due ruote o su fuoristrada. Proseguendo verso est, raggiunge l’angolo sud-orientale, presidiato dal monte Toro (m. 2524), il punto più alto del territorio comunale. Il confine prosegue verso est, toccando il limite meridionale della Val Cervia, fino al passo di Val Cervia.
Dal passo volge decisamente a nord, scendendo lungo il solco centrale della Val Cervia e seguendo per un buon tratto il corso del torrente Cervio. Ad una quota di poco superiore ai 1700 metri piega per breve tratto ad est, salendo un po’ sul fianco orientale della valle, per riprendere poi l’andamento verso nord. Restano, così, nel territorio di Fusine le località sul fondo della Val Cervia di Baita Giambone (m. 1539) e Rasega (m. 1501). A quota 1203 il confine torna a toccare il torrente Cervio, seguendolo fino all’uscita dalla forra terminale della valle, dove, appena ad est, si trova il centro di Cedrasco. Il confine, sempre seguendo il torrente, giunge, infine, al torrente Adda, dal quale è partita questa carrellata in senso antiorario.
Per raggiungere Fusine bisogna lasciare la ss. 38 dello Stelvio, sulla sinistra (per chi proviene da Milano) all’altezza di S. Pietro Berbenno, al primo svincolo, appena prima del distributore di benzina (non al secondo, che sale al centro di Berbenno). Dopo un breve tratto, si giunge ad una rotonda, alla quale si prende a sinistra, imboccando un cavalcavia che descrive una semicirconferenza, scavalcando la strada statale. La strada piega, poi, a destra e conduce alle porte del paese. Dal paese (sul suo limite orientale) parte, poi, una carozzabile che sale in Valmadre, ma il transito è vietato ai veicoli non autorizzati (per informazioni bisogna chiamare il municipio). Essa passa per la chiesetta della Madonnina (m. 552) e per la località Dosso di Sopra (m. 1102), prima di raggiungere, dopo 10 km, il nucleo di Valmadre (m. 1195). La carozzabile prosegue passando per le località Grumello (m. 1227) e le Teccie (m. 1255), dove si trova il ponte che scavalca il Madrasco. Con fondo sterrato, essa risale, poi, l’intera valle, passando per il rifugio Casera di Dordona e raggiungendo il passo di Dordona; sul versante opposto, scende a Foppolo.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Imprescindibile per un'approfondita conoscenza della storia di Fusine il monumentale lavoro, in 5 volumi, di don Giovanni da Prada "La Magnifica Communità et li Homini delle Fusine" (parrocchia di Fusine, 1980 e seguenti). Utile anche la consultazione del sito www.comune.fusine.so.it


INFORMAZIONI UTILI

Municipio: Piazza V. Emanuele 20; tel.: 0342 492141;
fax: 0342 590370.
C.A.P. 23010

BIBLIOGRAFIA

Da Prada, don Giovanni, “La magnifica comunità et li homini delle Fusine”, 5 voll, 1980, 1981, 1983, 1985, 1988

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante orobico - Dalla Val Fabiolo alla Val Malgina ”, CDA Vivalda, 2005

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

ALTRE ESCURSIONI A FUSINE

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