La processione dei morti


La Casa Rotonda

Semplificando un po’, si potrebbe dire che tre sono i volti fondamentali della paura, il mostruoso animale, il mostruoso umano ed il mostruoso spirituale. Al primo appartengono animali, più o meno fantastici, che occupano il territorio nel quale l’uomo si avventura solo per necessità, esponendosi al rischio della loro terrificante apparizione. Al secondo appartengono le degenerazioni dell’umano, nel senso della bestialità (orchi) o della deliberata dedizione al male ed alle sue arti (streghe, maghi). Al terzo appartengono tutti coloro che dal paese dei morti tornano a spaventare gli uomini (spiriti, fantasmi) e colui che, probabilmente, è l’oscuro regista di tutte queste epifanie del male, il diavolo. Una valle sembra ospitarli tutti, forse la più singolare, appartata, ombrosa e misteriosa nell’arco delle valli di Valtellina. Una valle dal nome simpatico ed inoffensivo, Fabiòlo, valle del piccolo faggio.
Chi si trovasse a transitare sulla ss. 38, all’altezza di Ardenno, e volgesse lo sguardo sul versante opposto (orobico), sarebbe colpito dal paese della Sirta, dal ben visibile cupolone della sua ottocentesca chiesa di san Giuseppe (il più grande, con la sua altezza di 38 metri, dell’intera provincia) e dallo strapiombante roccione della Caurga. Alle loro spalle, una forra profonda ed orrida che, vista da qui, appare semplicemente inaccessibile. Anticamente il torrente Tàrtano passava di qui, e ne scavò il solco, incassato fra gli aspri versanti che scendono, verso nord, dalla cima della Zocca, ad est, e dal Crap del Mezzodì, ad ovest. Ma lo sguardo inganna. Dietro la forra serpeggia una valle tutt’altro che inaccessibile, la Val Fabiolo, appunto.
Di qui passava anche la più importante mulattiera che consentiva, prima della costruzione della carrozzabile (1956-57), di accedere, dal fondovalle, alla sella di Campo ed alla Val di Tàrtano. Una mulattiera di cui l’alluvione del 13 luglio 2008 ha fatto scempio, a riprova di quel che i suoi abitanti da sempre sanno: qui hanno dimora potenti forze oscure. Lo diceva già uno dei più celebri parroci della Sirta, don Abbondio Della Patrona, che con quelle forze si era confrontato.
Costui, infatti, nonostante il nome, non assomigliava neppure lontanamente al pavido don Abbondio manzoniano, ed una volta, deciso a farla finita con gli spiriti che infestavano la valle, la risalì di notte, con tutte le formule di esorcismi, anatemi, scongiuri, insomma di quel che serve per ricacciare le anime nell’aldilà e per volgere in fuga i demoni. Non fu impresa da poco: egli stesso giunse a Campo molto provato, dopo aver visto spettacoli orribili. E non giunse da vincitore: gli spiriti c’erano ancora, tanto che lui stesso, salomonicamente, conclude che l’unica cosa da fare, per essere sicuri, era di evitare di passare per la valle, e non solo di notte, ma anche di giorno. Era, però, un parroco indomito, perché ingaggiò altre battaglie con le forze oscure, come quando, nell’alluvione del 1911, benedisse le acque del torrente Fabiòlo, la cui furia era stata scatenata dagli spiriti malvagi, e riuscì, così, a salvare dal loro impeto le case della Sirta. Tante lotte, alla fine, ne minarono la fibra e lo condussero ad una morte prematura, anche perché la lotta aveva conseguenze fisiche non indifferenti: si racconta, infatti, che una volta ricevette un sacco di bastonate sul groppone, tanto che fu indotto ad andarsene da Sirta. Chissà cosa avrebbe detto o fatto, oggi, quando le forze del male si sono date solenne convegno ed hanno gonfiato a dismisura la furia del Fabiòlo, riuscendo finalmente a devastare il fondo della valle. Lui non c’era. Chissà cosa avrebbe detto o fatto. Avrebbe tentato di lottare, probabilmente, poi magari avrebbe commentato: “L’avevo detto, che quella valle va lasciata stare: meglio starsene alla lontana”.
Noi, invece, vogliamo visitarla, per cercare di sorprendere gli indizi ed i segni dei tre volti della paura. Ci sono tutti e, singolarmente, sembrano essersela spartita: la mostruosità animale sul versante di sinistra (per chi sale; orientale), quella umana sul versante di destra, quella spirituale sul fondovalle. Il materiale alluvionale che ne occupa buona parte del fondo rende più difficile il cammino e ci priva del piacere di camminare su una delle più belle mulattiere alpine; ma la curiosità vince ogni difficoltà. Parte alle spalle della chiesa di San Giuseppe, segnalata da segnavia rosso-bianco-rossi, con numerazione 17 (quando si dice l’ironia involontaria!), e, dopo un primo tratto verso destra, volge decisamente a sinistra (est), ripassa sulla verticale del cupolone (al baach, suggestivo balcone panoramico), piega leggermente a destra e lascia il regno della luce per inoltrarsi fra le ombre di impressionanti pareti verticali, dal profilo accidentato, che sembra insieme espressione di un tormento e di un ghigno.
La percorse anche un tal Gaspare, di Somvalle (il gruppo di case che, ancora in comune di Forcola, è posto alla sommità della valle), che tornava a casa dopo essersi recato a Biòlo. Entrato nella valle, giunse al suo primo ponticello (detto “d’inem la val”, cioè all’inizio della valle), dove dalla mulattiera si stacca, sulla sinistra, un sentiero che, inerpicandosi sul fianco dirupato della valle, conduce a Lavisòlo (piccolo nucleo posto sul bel poggio che sovrasta la Caurga). Lì si accorse che, proprio dal sentiero per Lavisòlo, giungeva una processione inquietante di figure incappucciate, che procedevano silenziose, reggendo una candela. Fu tanto lo spavento, che non riuscì neppure a muoversi, cosicché la processione lo raggiunse ed uno degli incappucciati, senza mostrare il suo volto, gli chiese di reggere anche lui una candela e di seguirlo. Gaspare, sempre in preda al terrore, si incamminò al seguito di quel sinistro corteo, su su, per la val Fabiòlo, fino al Gisöl dul zapel de val, cioè alla cappelletta posta sul limite della sella erbosa posta alla sua sommità, dove la processione si diresse verso destra, in direzione della chiesa di Campo, che si trova oltre il cimitero. Giunto alla chiesa, si accorse non si sa bene come, che la processione non c’era più: era rimasto lui solo, con la candela in mano. Corse, quindi, a bussare alla porta del parroco, per raccontargli l’accaduto, e fu allora che si avvide, con raccapriccio, che ciò che reggeva non era una candela, ma una tibia.
Il fondovalle, dunque, è territorio della paura degli spiriti. Altre due leggende, legate ai due gruppi di baite che si incontrano risalendo la valle, cioè Bores (o Bures, m. 650) e Sponda (o Spunda, m. 909), lo confermano. Si dice che, dopo il tramonto, chi passa di qui può sentire il misterioso tintinnìo di uno “zampugnìi”, il campanello che si lega al collo delle capre per individuarne la posizione. Ma non c’è nessuna capra. Si vedono, talvolta, misteriose figure che ballano tenendo in mano una fiaccola. La spiegazione di questi eventi prodigiosi è ricondotta ad un’antica frana che, alla Sponda, seppellì un gruppo di persone intente a gozzovigliare, senza ritegno né timor di Dio. Le loro anime pare si aggirino ancora sul fondovalle e si diano, talora, convegno per rinnovare l’ebrezza dei balli sfrenati: molti dicevano di averle viste, passando sulla mulattiera, a notte fatta, nelle notti più chiare. Non tutti, però, credevano agli spiriti festaioli.
In particolare un tal Beroldo (nome peraltro non lusinghiero: il termine dialettale “beròolt” significa “persona che agisce in modo affrettato e senza riflettere “ – cfr. il Dizionario dei Dialetti della Val Tartano, di Giovanni Bianchini -) era convinto che fosse tutto uno scherzo, e, senza pensarci troppo (da beròolt, appunto), decise di appostarsi per sorvegliare uno dei luoghi in cui la danza macabra era segnalata. Quando vide muoversi delle ombre, si avvicinò ad una delle figure, per unirsi nel ballo e smascherare la burla. La figura accetto l’invito al ballo, e Beroldo, spavaldo e sicuro di sé, si mise ad inanellare giri di walzer con grande piglio e foga. Tanto che udì il partner apostrofarlo con queste parole: “O pian Beroldo che i mort i gan poca forza.” Da allora Beroldo si guardò bene di percorrere la valle di notte e gli scettici furono confutati; gli abitanti di Campo, poi, presi da gran paura, smisero di uscire dopo il tramonto, standosene chiusi a chiave in casa fino al mattino.
Sappiamo che il male spirituale ha la sua massima espressione nel diavolo, angelo ribelle. La Val Fabiolo, diciamolo, non può vantare la presenza di grandi diavoli. Ce n’è (anzi, ce n’era, perché da gran tempo mancano sue notizie) solo uno, ovviamente nel territorio che gli compete, il fondovalle. Si trattava di un diavolo burlone, conosciuto nella valle con il nome di "bòia alégru": infatti non trovava di meglio da fare che passare il tempo ad architettare e mettere in atto scherzi e burle a danno dei contadini, che avevano cosa più serie a cui pensare. Entrava, non visto, nelle stalle e, per esempio, slegava le mucche, o le legava per la coda: si divertiva così, mentre i contadini si divertivano assai meno. Di lui, il più delle volte, si udiva solo la risata beffarda. Qualche volta, però, si lasciava anche vedere, e sembrava, ad una certa distanza, un vero e proprio gigante, di dimensioni da metter paura. Ma, quando qualche contadino, più coraggioso, osava farsi avvicinarsi, le sue dimensioni si riducevano progressivamente, con grande stupore del coraggioso. Questi, alla fine, invece di un gigante da abbattere, si trovava di fronte un piccolissimo folletto che, dopo un ultimo lazzo, scompariva, lasciandolo letteralmente a bocca aperta.
Volgiamo la nostra attenzione, ora, ad ovest, cioè al versante di destra (per chi sale) che, all’altezza dei Bùres si addolcisce ed ospita lo splendido nucleo di Sostila (Sustìla), con le vicine piccole frazioni dell’Arèt, dell’Era e del Prato. Vi sale una bella mulattiera che si stacca, in due rami convergenti, dalla mulattiera del fondovalle all’altezza dei Bùres. Questo versante è il territorio del mostruoso umano, delle streghe. Si raccontano, al proposito, diverse storie. Le riassume un po’ tutte quella che ha come protagonista un bel giovane di Sostila, che aveva adocchiato una famiglia costituita da una vedova e da tre figlie graziose, che viveva alla contrada dell’Era. Si trattava di gente che se ne stava sul suo, come si suol dire, viveva appartata, non sembrava partecipe della vita del paese: non le si vedeva mai né in chiesa, né al lavatoio posto appena prima dell’ingresso del paese, cioè nei luoghi in cui si apprende quel che la gente dovrebbe fare e quel che effettivamente fa. Di loro non si diceva bene, ma questo accade spesso di persone un po’ originali, che si discostano dal modo di fare dei più. Questo il giovane lo sapeva, per cui non si preoccupava affatto delle dicerie, anzi, vedeva nella riservatezza della singolare famiglia una garanzia di particolare virtù.
Così, gradualmente, cominciò a frequentare la loro casa. “Si parlava”, come dicevano e dicono ancora di persone che sono seriamente intenzionate a legarsi sentimentalmente, con una delle tre figlie, la più giovane e graziosa, ma in realtà era deciso, in cuor suo, a non abbandonare la possibilità di poter fare la corte anche alle sorelle, se la sua prima scelta gli avesse opposto un rifiuto. Tutto nei modi e nei tempi dovuti, anche se, a quei tempi, i fidanzamenti non duravano molto: “Murùs tri, quàtru mìis, cinq, e pö vìa”, cioè “Morosi tre, quattro mesi, cinque, e poi via”, recita un proverbio locale. Ma il giovane non aveva alcuna fretta, sapeva attendere, e con pazienza costruiva una delicata trama di colloqui cauti e solo timidamente confidenziali con la ragazza che gli interessava, alla presenza delle sorelle, che non la lasciavano mai sola, e con la stessa madre, che raramente mancava. Colloqui nell’orto della casa delle sorelle, qualche volta anche dentro la casa, la cui fresca ombra ristoratrice era particolarmente gradita nei pomeriggi estivi arroventati dal sole. Qualche chiacchiera capitava di farla anche alla sera, quando c’era più tempo, perché il lavoro nella campagna era terminato ed il giovane aveva anche finito di “dà da régula a li besti” cioè di governare bestie.
La cosa andava avanti, senza nulla di particolarmente notabile. Se non fosse per un dettaglio, all’inizio insignificante ai suoi occhi, poi sempre più enigmatico: le giovani e la madre sembravano accettare di buon grado la sua compagnia tutti i giorni, tranne che il giovedì. In quel giorno proprio non c’erano. O se c’erano non si facevano trovare: a nulla valeva bussare alla porta. La cosa era quantomeno singolare. Così, un pomeriggio d’inverno, periodo nel quale le incombenze legate al lavoro della terra si diradano, decise di risolvere il mistero affidandosi ai suoi stessi occhi: varcò il cancelletto che delimitava l’orto della casa e si mise a spiare da una finestra. Il sole non c’era già più, era scomparso dietro il Culmine di Dazio, l’aria si era fatta pungente, ma il giovane rimase fermo, ad osservare: all’interno non si vedeva nessuno, però il focolare era acceso, e qualcuno doveva pur esserci. Attese, e la sua pazienza fu ripagata: nel volgere di mezzora circa, ecco apparire la prima sorella, la più giovane, e poi le altre due, ed infine la madre. Tutte sembravano in preda ad una frenetica eccitazione. Loro, di solito così posate e composte, avevano dipinta in volto quell’impazienza che riconosci in ogni bambino del mondo la vigilia di Natale.


Panorama dal Crap del Mazzodì

Poi, accadde qualcosa che lo lasciò senza fiato. Con delicatezza, ciascuna delle quattro donne cominciò a torcersi il collo ed il capo. La testa girava in modo innaturale, e compì un giro completo una, due, tre volte, prima di staccarsi dal busto. Rimase, scena raccapricciante ed incredibile, il busto senza testa, ma non senza vita, un busto dal quale si staccavano due braccia che terminavano in due mani che, con cura, afferravano la testa staccata. La testa, a sua volta, non aveva perso la sua consueta espressione, solo, sembrava molto concentrata, compresa in quel che stava per accadere.
Cosa stava accadendo, in effetti? Il giovane ebbe modo di capirlo subito. Molto semplicemente, ma si fa per dire, le donne si stavano facendo belle e dedicavano le loro cure ai capelli, passandosi a turno una spazzola, con la quale se li rassettavano ed acconciavano con grande attenzione. Se non fosse stata orripilante, la scena sarebbe parsa perfino comica: gli occhi di ciascuna testa, che una delle mani teneva saldamente, seguivano con attenzione i movimenti dell’altra mano, che metteva in piega i capelli. Quando, alla fine, questi ebbero assunto la foggia desiderata, la spazzola fu riposta ed entrambe le mani rimisero capo e collo sul busto, avvitandoli in senso contrario una, due, tre volte. Il capo si diede uno scrollone, e tutto tornò come prima. Alla fine tutte e quattro terminarono il macabro maquillage, ed era già sera fatta: suonavano, dal campanile della chiesetta della Madonna della Neve, i rintocchi dell’Ave Maria, che invitano la gente a rivolgere una preghiera al cielo ed a ritirarsi nelle case.
Per le quattro, invece, era giunto il momento di lasciarla, la casa: si diressero al camino, nel quale il fuoco si era spento, ma ancora ardeva la brace, e si infilarono nella cappa, sparendo in breve tempo dalla vista del giovane, che aveva assistito per tutto il tempo senza muovere un muscolo. Questi, allora, si riscosse. Aveva compreso tutto. Le quattro altri non erano che streghe, e si sa che è proprio al rintocco della campana della sera che questi esseri malvagi si levano in volo per recarsi ai loro malefici raduni o insidiare chi si attarda fuori casa. Si pentì di non aver dato retta alle dicerie della gente, e da quel giorno evitò accuratamente di passare anche solo nei paraggi della casa maledetta.
In quel di Sostìla si raccontava anche la storia di un parroco di ben altra pasta rispetto al campione della fede Don Abbondio. Un parroco che aveva la "fisica". La credenza popolare designa con il termine di "fisica" la condizione, forse dovuta a malattia, forse ad un patto con le forze oscure, che permette a certe persone di operare effetti prodigiosi, trasformazioni, stregonerie ed incantamenti. Costui non la usava per compiere azioni davvero malvagie, ma si trasformava in gatto.
Se da Sostila guardiamo al versante opposto della valle, quello orientale, distinguiamo facilmente i prati e le poche baite della frazione Motta (la Mùta). Poco sopra, a sinistra, si intravvede la splendida conca di prati del Pramusìi, con la caratteristica Casa Rotonda (Ca' rudùnda), piccolo edificio di forma circolare.  Sopra Pramusìi si trova un corridoio (pàs de la Mùta) per il quale si passa facilmente dalla Val Fabiolo al versante orobico di Alfaedo, che guarda alla piana della Selvetta. A destra della Motta, infine, si vede un selvaggio versante di rocce, pini e faggi, che si incunea in un vallone e termina a monte della Sponda.
Ebbene, tutto questo è territorio del mostruoso animale, che qui ha una sola e terribile espressione, il basalèsk (o basalìsk), drago con le ali di pipistrello, la testa di gallo e gli occhi infuocati, che infestava il versante della Motta. Non era molto grande, ma incuteva terrore: poteva stordire e perfino uccidere con lo sguardo o con il fischio. Viveva in qualche anfratto nascosto e minacciava in particolare i viandanti che, sfruttando una comoda bocchetta sopra Pramusìi, la raggiungevano salendo da Alfaedo per poi scendere in Val Fabiolo, ma si annidava anche nei pressi del pauroso sentiero della Rusanìda, da Pramusìi alla Sponda.
Al riguardo è assai viva nella memoria popolare quel che accadde sul finire dell’Ottocento. Il Cardinal Andrea Ferrari, che fu vescovo di Como  fra il 1892 ed il 1894, prima di diventare arcivescovo di Milano, venne in visita pastorale in Valtellina e volle visitare Campo Tartano. Veniva da Alfaedo e passò per la bocchetta sopra Pramusìi (passo della Mùta). Per risparmiare tempo, non scese al fondovalle, ma rimase a mezza costa, sfruttando, appunto, il sentiero della Rusanìda, uno dei più aspri ed infidi delle Orobie Valtellinesi. Era un uomo di grande tempra, oltre che di grande santità, non aveva paura di fatica e dirupi. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. Giunse, quindi, a Campo, il 6 agosto 1893, e si fermò fino al giorno successivo, consacrando la chiesa e l'altar maggiore.

In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" (“Pensate un po’, è passato da Rusanìda!”). Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a percürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini).
Cosa c'entra tutto questo con il basilisco? C'entra, eccome, perché dopo il passaggio del Cardinale, il basilisco scomparve. Nessuno lo vide più, nessuno più né sentì il fischio, né alla Rusanìda, né al passo della Mùta. Non se ne sentì più parlare. Il sentiero rimase con tutti i suoi pericoli, ma almeno fu liberato da quell'essere malefico. Ed a quanti mettevano in dubbio che il basalèsk fosse mai esistito, si rispondeva: se il Cardinal Ferrari lo ha messo in fuga, vuol dire che prima c’era, eccome…!

Ma dov’è questo inquietante sentiero? Una carta dei sentieri del Comune di Forcola, consultabile alla Sirta ed alla frazione Ca’ presso Somvalle, lo cita. Chi scende da Somvalle trova la partenza a destra dello zapèl (apertura) sul punto più alto del bàrek (muretto a secco per contenere il bestiame) a monte delle baite della Sponda, verso sud. Mentre la mulattiera scende a sinistra, il sentiero (poco visibile, perché sporco) scende leggermente restando a destra del muretto, poi con tratto pianeggiante attraversa un corpo franoso, quasi sulla verticale delle baite della Sponda e prende a salire, in una disordinata macchia di noccioli, passando a monte di un secondo corpo franoso. Dopo qualche tornante, raggiunge un canalino scavato sul fianco di un roccione, non elementare da superare. È un po’ una porta, che introduce alla sezione davvero difficile e non priva di pericoli, o, se vogliamo, al territorio del basalèsk. Oltre il canalino, la traccia, molto stretta e sempre esposta, su un versante ripidissimo, volge gradualmente a destra, raggiungendo il cuore di un canalone. Qui conviene fermarsi, osservando squarci panoramici inediti che il bosco, diradandosi in qualche tratto, regala, e rimuginando su un pensiero che si affaccia alla mente: ma il Cardinal Ferrari doveva avere una gran fretta, per risolversi a passare di qui invece che per la comodissima mulattiera di fondovalle, oppure doveva avere una gran voglia di mostrare le sue umili origini e la sua tempra contadina...
Sul lato opposto il sentiero parte dal primo tornante dx della mulattiera che da Pramusìi scende alla Muta (se ne stacca sulla sinistra), e si addentra, con andamento sostanzialmente pianeggiante, sull’aspro versante, fra roccioni, felci, betulle, faggi e pini silvestri. Andando avanti, si raggiunge un bel punto panoramico, al quale conviene, di nuovo, fermarsi, perché poi un roccione con scalinatura esposta, non essendo protetto da corde fisse, rappresenta una difficoltà non elementare. Fermiamoci qui. Tendiamo l’orecchio. Volgiamo gli occhi al cielo. Nessun fischio? Nessun balenare di occhi fiammeggianti?

Niente. Forse perché il basalèsk della Rusanida ama, di tanto in tanto, lasciare questi luoghi e migrare sulla cima del vicino Crap del Mezzodì, il bastione che chiude la Val Fabiolo a nord-ovest; ama, inoltre, spiccare il volo e visitare anche l'opposto versante retico: così, da Talamona più d'uno lo vide traversare dall'uno all'altro dei bastioni che sono un po' le colonne d'Ercole fra bassa e media Valtellina, il Crap del Mezzodì, appunto, ed il Culmine di Dazio, sul versante retico. I testimoni, più d'uno e degni di fede, lo hanno descritto abbastanza concordemente come serpente di color verde, giallo e nero, con una corona che ne traversa il dorso dal capo alla coda. Ma oggi chi leva più lo sguardo al cielo?

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