Territorio

Faedo (faét, dal 1928 Faedo Valtellino) è un piccolo comune del versante orobico che sta di fronte a Montagna in Valtellina, nell'antico Terziere di Mezzo della Valtellina. Il suo territorio, che ha un’estensione di 4,76 km quadrati (con una superficie boscata che nel 1971 era di 3,22 kmq, di cui 0,61 di fustaie e 2,61 di boschi cedui), si ritaglia una modesta striscia del versante che dal fondovalle sale fino ad una quota di 1600 metri, sul fianco occidentale della bassa Val Venina, delimitata ad est dal territorio del comune di Piateda, ad ovest da quello del comune di Albosaggia (il confine con tale comune fu oggetto, dal cinquecento al settecento, di controversie ed arbitrati). Il suo nome, esclusa una derivazione etrusca dalla radice “fa”, poco probabile, deriva dal latino “faggetum”, cioè zona con boschi di faggio. Attualmente, però, non vi è alcuna località con tale nome (vi fu, forse, in passato), che viene quindi a designare il complesso di nuclei di cui il territorio comunale è costituito, vale a dire San Carlo, San Bernardo, Scenini, Martini, Balsarini, Ronchi, Feruda, Piano, Campilunghi, Scieghi e Fumagalli.
La sede amministrativa è posta a San Carlo, il nucleo adagiato su un ripiano del versante orobico, a 557 metri, ma fino al Seicento il centro principale era San Bernardo, posto più in alto (m. 1052), in un terrazzo di prati che si apre sul largo crestone a nord della Punta della Piada.
In epoca medievale appartenne alla pieve di Tresivio e, dopo la sua frammentazione, fu vicinanza, cioè frazione (e tale rimase per tutto il medio-Evo), del comune di Montagna e della parrocchia di S. Giorgio, cui era collegata da un traghetto che consentiva di passare dalla riva meridionale a quella settentrionale del fiume Adda.
L'economia di Faedo era piuttosto povera; consisteva nell'allevamento di bovini e ovo-caprini, nella coltivazione delle castagne, di qualche campicello e delle poche vigne che producevano vini di qualità inferiore. Tali attività venivano integrate dalla vendita della legna che alimentava i forni fusori di Venina e dalla produzione del carbone di legna e della calce. Di certo non permettevano introiti ragguardevoli, tra l'altro una parte consistente delle proprietà fondiarie appartenevano a non residenti originari di Ponte e di Sondrio e non solo. A causa della mancanza di territorio esteso alle alte quote, scarseggiavano i pascoli, tuttavia date le ristrettezze economiche il comune fu costretto addirittura a vendere parte dei suoi pascoli, necessitando di denaro liquido” (Franca Prandi; cfr. Bibliografia)
Nel 1335 i Visconti di Milano si impadronirono della Valtellina; negli Statuti di Como del medesimo anno, con l'elenco dei comuni della valle, non figura Faedo, essendo ancora (e lo sarà formalmente anche nel secolo successivo) dipendente dal comune di Montagna.

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Nel basso medio-evo la comunità di Faedo era legata da vincolo feudale alla potente famiglia ghibellina dei Quadrio di Chiuro e Ponte, per cui, nella contesa fra Milano e Venezia per la Valtellina, rimase fedele ai Visconti di Milano. Alla risolutiva e sanguinosa battaglia di Delebio del 1432, che vide la rotta delle truppe venete, partecipò anche un contingente di soldati di Faedo, agli ordini del celebre condottiero Stefano Quadrio. Tale fedeltà venne ripagata, per cui Faedo, come Tresivio, Albosaggia, Ponte, Chiuro e Sazzo, fu esonerata dal pagamento dei tributi ai duchi di Milano. Qualche decennio più tardi un diploma del duca di Milano Francesco Sforza, datato 23 agosto 1476, concedette a Faedo anche l'esenzione dal pagamento di 100 lire imperiali, sempre per la fedeltà dimostrata. Segni dei secolo che videro in Valtellina l’aspra contrapposizione dei partiti guelfo e ghibellino restano nella contrada Gaggi, posta su uno sperone roccioso che cade a picco sulla Val Venina: qui si possono ancora individuare i resti di una torre, posta in situazione strategica per avvistamenti e segnalazioni, ma anche per controllare gli accessi ad una valle economicamente preziosa per le sue miniere di ferro, già sfruttate in età medievale.
Ma quella di Venezia non era l’unica minaccia al potere ducale sulla Valtellina. Circa un decennio più tardi, nel marzo del 1487, la comunità di Faedo vide, infatti, passare le temibili truppe delle Tre Leghe Grigie, che avevano invaso la valle, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe del duca di Milano si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna.
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia, e sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Faidi" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 114 lire (per avere un'idea comparativa, Piateda fece registrare un valore di 343 lire, Albosaggia di 946 e Caiolo di 955); gli orti vengono stimati 4 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 889 pertiche e sono valutati 305 lire; campi e boschi occupano 1942 pertiche e sono valutati 904 lire; gli alpeggi, che caricano 25 mucche, vengono valutati 5 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 106 pertiche e sono stimati 101 lire; boschi e terreni comuni sono stimati 3 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 1442 lire (sempre a titolo comparativo, per Albosaggia è 10383, per Piateda 8253 e per Caiolo 6832). Da questi dati si evince la modesta dimensione economica della comunità e soprattutto la modesta dimensione dell’allevamento bovino; sorprende, invece, la presenza della coltivazione della vite, per quanto ridotta.
La vite fu nucleo fondamentale dell’economia della Valtellina nell’età moderna, ma risentì molto delle avversità climatiche. Da questo punto di vista il cinquecento non fu, in generale, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine. Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo: la fragile economia di Faedo, fortemente legata ad un equilibrio di sussistenza, ne fu colpita in misura superiore rispetto alle altre. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento).
Il modesto rilievo della comunità di Faedo è testimoniato anche dalla laconica annotazione cui si limita Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), nella sua celebre opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Dopo Piateda vi è il piccolo comune di Faedo”.

Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Vi si legge, di Faedo: “Al di la dell'Adda, in alta montagna, vi è un villaggio di cinquanta fuochi, tutti cattolici: dista quattro miglia da Montagna e vi sorge la chiesa di S. Bemardo Abate incorporata con la predetta parrocchiale di Montagna: non essendo possibile per la povertà degli abitanti mantenervi un sacerdote proprio, il parroco di Montagna, personalmente o per mezzo del suo cappellano, deve provvedere per l'amministrazione dei SS. Sacramenti.” Le 50 famiglie registrate dal Ninguarda corrispondono probabilmente ad una popolazione oscillante fra i 250 ed i 300 abitanti.

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Il secolo successivo fu il più duro nella storia del paese e, più in generale, della Valtellina. Le tensioni fra la maggioranza cattolica e quelli che venivano chiamati “lüter”, protestanti (con evidente allusione a Martin Lutero, iniziatore della riforma in Germania), cui le Tre Leghe Grigie guardavano con favore per rinsaldare i legami della valle con la Rezia, sfociarono il 19 luglio del 1620 nella ribellione della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, che diede vita ad una caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese” (vi furono circa quattrocento vittime fra i riformati). Questa strage non toccò Faedo, dove non vi erano protestanti, anche se è rimasta viva una leggenda, legata a due luoghi, il prato lüter ed il prat martìi (prato Martino): si racconta (cfr. la raccolta dattiloscritta "Leggende delle nostre valli", Piateda, 1976) che qui vi fu un sanguinoso scontro fra gli insorti ed un gruppo di protestanti, uno dei quali morì proprio nel prato lüter. Fu l’inizio di un disgraziato periodo, quasi ventennale, di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che costrinse anche la comunità di Faedo a contribuire all’alloggiamento delle sue truppe, sistemate nel Piano, a ca' Paruscio, a S. Carlo e a Ca' Martinoli; la gente se ne fuggì via ed i terreni, abbandonati rimasero incolti; di più, i soldati saccheggiarono Busteggia, le case dei Paruscio, Campolongo e Cresta, portandosi via segale, miglio, fieno e uva e mettendo in crisi un’economia contadina che doveva barcamenarsi di anno in anno sul tenue filo della sussistenza.

Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. In quegli anni Faedo si staccò definitivamente da Montagna, costituendosi in parrocchia autonoma per decreto del vescovo Carafino, in data 1629. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636).
“E proprio quei Lanzichenecchi che avevano portato la morte nelle nostre valli, tra la tarda primavera e l'inizio dell'estate del 1630, si acquartierarono nella media Valtellina, dopo aver vessato il Terziere inferiore. Anche a Faedo toccò ospitare un piccolo contingente di 17 cavalli, a cui si doveva garantire lo stallaggio, e alloggiare i relativi inservienti (1 ogni 3 bestie)”. (Franca Prandi; cfr. Bibliografia).
L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. La peste, comparsa a Montagna nel dicembre del 1629 ed a Sondrio nel marzo del 1630, si affacciò anche a Faedo, tanto che, come scrive Franca Prandi (cfr. Bibliografia), “la domenica 10 marzo 1630, gli uomini di Faedo, su istanza del curato Stefano Merlo, si radunarono nella chiesa di S. Carlo, in plazo maiori; qui, ad alta voce, il decano Matteo q. Gregorio de Maisis ed il consigliere Pietro q. Simone de Gagio pronunciarono il voto solenne di celebrare per i 15 anni a seguire le feste dei santi Sebastiano e Rocco e, in quei giorni, di astenersi da ogni lavoro, pena un'ammenda di £. 13 imperiali per persona e per volta… Tracce delle tribolazioni di questi loro antenati si trovano nel verbale di una testimonianza resa da Antonio ed eredi di Battista e dagli eredi di Andrea, tutti dei Paruscio di Faedo, il lunedì 9 giugno 1665. Se ne deduce che la peste comparve nel 1630 nella casa di Battista del Binascio e poi di Andrea di Paoli;le case contagiate, venivano purgate, cioè disinfettate; gli abitanti che poterono lasciarono le abitazioni solite per rifugiarsi in case isolate o in montagna, al riparo dal contagio; nel mese di giugno furono alloggiati i soldati alamanni, i quali svaligiarono e bottinarono le case dei Paruscio, in particolare quelle del q. Ambrogio, trafugarono animali (capre, vacche et pecore) e suppellettili (la botte et tino), oltre a bruciare, nel marzo del '31, porte, infissi e tutto quanto di combustibile trovarono (2 quadrate et uschi n. 7), tetto compreso…” (Franca Prandi; cfr. Bibliografia).

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Di nuovo Faedo ebbe l’onore (si fa per dire) di alloggiare truppe francesi, e si rinverdirono i fasti di undici anni prima. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
La seconda metà del seicento vide l’inizio di una lenta ripresa: la popolazione cominciò ad abbassarsi ed il baricentro del paese si spostò da San Bernardo all’attuale nucleo di San Carlo, dove tuttora si trova il municipio. Una tappa significativa, per la comunità di Faedo, fu il completamento della nuova chiesa parrocchiale di San Carlo, che risale al 1692 (la prima pietra, però, era stata posata diversi decenni prima, il 15 settembre 1607).

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A partire dal Settecento la situazione economica, in tutta la valle, migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, che avevano impatti durissimi sull’economia contadina, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Lapidario, a metà del settecento, lo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: "Faedo (Faedum). Questa è la minima Comunità di tutta la Valtellina.
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica di mettere in vendita le cariche pubbliche e per la conseguente esosità e scarsa imparzialità dell’operato di molti funzionari. Un’eco del sentire comune, che avvertiva i Grigioni come dominatori che tendevano a spremere economicamente la valle, si ritrova anche in alcuni modi di dire tipici di Faedo, quali “anda a Còira a spacca sciüch”, letteralmente “andare a Coira a spaccare ceppi di legna”, nel senso di essere costretti a lavorare a vantaggio di qualcun altro, e “ves a Bèrna a muunsc ul lüf" letteralmente “ essere a Berna a mungere il lupo", nel significato di essere introvabili, essere finiti da qualche parte di cui nessuno sa nulla, o anche essere finiti a fare cose impossibili, senza risultati. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Faedo contava allora 240 abitanti. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina.

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Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia e Faedo venne inserito, come comune di III classe, con 217 abitanti, nel I cantone di Sondrio. Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria. il Congresso di Vienna, nel 1815,  sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Il periodo asburgico fu segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Nel 1853 Faedo contava 349 abitanti.
Alle guerre risorgimentali parteciparono anche tre abitanti di Faedo, Balsarini Giovanni, Balsarini Antonio e De Paoli Battista. Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Faedo contava 373 abitanti, che, dopo una modesta flessione (363 nel 1871), salirono fino alla vigilia della prima guerra mondiale (436 nel 1881, 514 nel 1901 e 539 nel 1911).

Nel 1893, anno della memorabile visita pastorale del Vescovo di Como Andrea Ferrari (il futuro Cardinal Ferrari di Milano), nella parrocchia di Faedo San Carlo risultavano residenti 365 anime. Nel 1898 la parrocchia fu visitata dal suo successore, il vescovo Valfré di Bonzo; a quella data risultavano residenti 390 anime. Non risultavano villeggianti nella stagione estiva.
Nella piazza del Municipio una targa in marmo bianco reca scritto
"Faedo ricorda i suoi caduti per l'indipendenza d'Italia ed i reduci dalla grande guerra mondiale 1915-1918.
Morti: Scienini Bortolo, Caprari Vincenzo, Paruscio Luigi, Sciaresa Genesio.
Dispersi: Caprari Luigi, De Bernardi Battista.
Reduci: Abardi Felice fu Abele, Balzarini Giovanni di Antonio, Balzarini Angelo di Antonio, Caprari Dino di Carlo, Caprari Cirillo fu Abbondio, Caprari Pietro di Stefano, Caprari Giosuè fu Antonio, Caprari Battista fu Antonio, Caprari Nando fu Antonio, Caprari Erminio di Andrea, Caprari Guido di Andrea, Caprari Abbondio di Stefano, Caprari Marco di Angelo, Caprari Andrea di Angelo, Caprari Livio fu Abbondio, De Paoli Aristide di Marco, De Paoli Costante di Marco, De Paoli Rino di Andrea, De Paoli Andrea di Andrea, De Paoli Giuseppe di Carlo, De Paoli Alessandro di Carlo, De Paoli Renzo di Giovanni, De Paoli Ricco di Giovanni, De Paoli Mansueto di Antonio, De Bernardi Carlo fu Battista, De Bernardi Giovanni fu Andrea, De Bernardi Edoardo di Matteo, Gaggi Giovanni di Carlo, Gaggi Andrea fu Martino, Gaggi Antonio fu Martino, Gaggi Emilio di Antonio, Gaggi Cesare di Giovanni, Marchetti Beniamino fu Giovanni, Marchetti Teodoro fu Giovanni, Mirti Abele di ignoti, Paruscio Giovanni di Giovanni, Paruscio Luigi di Giovanni, Paruscio Giovanni fu Antonio, Paruscio felice fu Antonio, Paruscio Virgilio di Andrea, Romeri Andrea di Isidoro, Romeri Annibale di Isidoro, Scenini Pietro fu Matteo, Scenini Luigi fu Matteo, Scenini Giovanni fu Battista, Scenini Pietro di Giovanni, Scenini Mario di Giovanni, Scenini Attilio di Silvio, Scenini Carlo di Domenico, Scenini Emilio di Domenico, Scenini Giovanni di Carlo, Scenini Giovanni di Ermenegildo, Scenini Odovico di Giacomo, Scieghi Carlo fu Carlo, Scieghi Bortolo fu Carlo, Sciaresa Andrea di Carlo, Sciaresa Luigi di Andrea, Sciaresa Guido di Vincenzo, Paruscio Paolo di Andrea.
Per concorso di popolo, marzo 1920.
"
A conti fatti, la guerra costò a Faedo 4 morti e 2 dispersi, a fronte di 59 reduci. A poca distanza, l'ossario della chiesa parrocchiale di San Carlo Borromeo (eretta nel 1629) è sormontato da una scritta che invita a meditare sul senso profondo della morte: "Quotidie morior (I. Cor. XV. 31)". La citazione di San Paolo ("muoio ogni giorno") ci ricorda che la morte non è solo un evento, ma un cammino, che ogni giorno scontiamo vivendo.

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Nel periodo fra le due guerre la popolazione rimase stazionaria (538 abitanti nel 1921, 539 nel 1931 e di nuovo 538 nel 1936).
Sotto la targa sopra citata, nella piazza del Municipio, è stata collocata una seconda targa che ricorda i dispersi nella guerra 1940-1945, cioè Caprari Bernardo fronte russo dicembre 1942, De Bernardi Battista fronte occidentale inverno 1944-45, De Paoli Alfonso, fronte russo gennaio 1943, De Paoli Cielo, medio oriente settembre 1941, Gaggi Andrea, deportato in Germania nel settembre del 1943 e Scenini Primo, fronte russo gennaio 1943.
Nel secondo dopoguerra, dopo un’iniziale incremento di popolazione (dai 596 abitanti del 1951 ai 616 del 1961, massimo storico), si ha un periodo di stabilizzazione (575 abitanti nel 1971, 585 nel 1981 e 577 nel 1991), con successiva flessione (539 abitanti nel 2001). La situazione nel terzo millennio registra una sostanziale tenuta: gli abitanti nel 2006 erano 554.
La seguente tavola, tratta da “Agricoltura e lavoro agricolo in Provincia di Sondrio” di Federico Bocchio (edito dalla Camera di Commercio I. A. di Sondrio nel 1965) offre un quadro interessante della situazione agricola del comune alla metà degli anni Sessanta, riportando le ore annue impegnate nelle diverse attività nei diversi mesi, da gennaio (prima colonna) ma dicembre (ultima colonna):

Interessante anche la seguente tavola, tratta dal medesimo studio:


Negli ultimi decenni anche Faedo ha vissuto l'evoluzione economica che ha coinvolto l'intera area alpina e la nostra provincia in particolare. Le attività tradizionali dell'allevamento e dell'agricoltura hanno perso la loro preminenza e occupano ora un posto del tutto marginale. Ancora nel 1951 gli addetti all'agricoltura rappresentavano il 34,3 % della popolazione attiva, il 63 % era impiegato nel secondario e il 2, 7 % nel terziario; nel 1991 la popolazione attiva ammontava a 226 persone, di cui solo 4 addetti al settore dell'agricoltura (1,8 %), mentre ben 128 erano impiegate nel settore secondario (56,6 %) e 94 nel terziario (41,6 %). L'alto numero delle aziende agricole censite, 117 per una superficie totale coltivata di poco meno di 400 ettari (circa 3,5 di media per azienda), non fa che confermare la scarsa incidenza dell'attività agricola, ormai ridotta ad attività part-time, dovuta, in parte, anche alla fortissima parcellizzazione dei terreni agricoli” (Franca Prandi; cfr. Bibliografia).

Per visitare il paese, ci stacchiamo dalla tangenziale di Sondrio, appena prima del suo limite orientale, prendendo a destra (per chi procede in direzione di Tirano: indicazioni per Piateda). Oltrepassato il ponte sull'Adda (ponte del Navetto), troviamo quasi subito, sempre sulla destra, le indicazioni per Faedo, e, seguendole, lasciamo la provinciale per Piateda, immettendoci su quella per Faedo. La strada, in alcuni punti un po' stretta, attraversa la frazione del Piano (ad un km e mezzo dal ponte) e sale sul versante orobico con qualche tornante (da essa si stacca, sulla destra, una strada che porta alla Moia di Albosaggia), superando le contrade di Feruda e Scenini, prima di raggiungere S. Carlo (sede amministrativa, m. 557, a 4,3 km dal ponte del Navetto). Al suo ingresso si biforca: prendendo a destra si raggiunge la piazza del Municipio, con la chiesa di San Carlo Borromeo, mentre prendendo a sinistra si prosegue per Gaggi o per Albosaggia.

BIBLIOGRAFIA

Paruscio, Antonio Salvatore (a cura di), “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Faedo ”, Sondrio, Società storica valtellinese, 2002

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante orobico - Dalla Val Fabiolo alla Val Malgina ”, CDA Vivalda, 2005

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

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ESCURSIONI E LEGGENDE A FAEDO

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