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Dubino


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Dubino accoglie, sul versante settentrionale della valle, la lunga e solatia Costiera dei Cech, quanti entrano in Valtellina. Il suo territorio, affacciandosi anche sul fianco orientale della bassa Valchiavenna, sta a cavallo fra le due valli. Il nome testimonia dell’antichità degli insediamenti sul suo territorio, in quanto è riconducibile alla medesima radice celtica che ha dato origine alla più illustre Dublino, capitale irlandese: si tratta del termine “dublindum”, che significa “acqua nera”, cioè torbida. Giustino Renato Orsini, nella Storia di Morbegno (Sondrio, 1959), ipotizza insediamenti ancora più antichi, riconducendo il toponimo Spineda di Dubino ad una radice ligure (i Liguri, secondo lo storico, si insediarono in alcuni luoghi della Valtellina intorno al 1500 a. C.). La presenza romana è testimoniata, poi, dal toponimo Cresciasca (l'attuale Careciasca), dal gentilizio romano Crassus. Sempre secondo l’Orsini, Dubino fu interessata ancor prima dalla presenza degli Etruschi, e questo non deve stupire, conoscendo l’abilità di Etruschi e Romani nelle opere di canalizzazione che avrebbero reso abitabile e coltivabile il fondovalle: solo successivamente questo sarebbe diventato paludoso e malsano.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, nell’alto medioevo (VIII secolo) Dubino fu, come Ardenno, Morbegno, Talamona, Delebio e Samolaco, una curtis longobarda, cioè un territorio che, espropriati i latifondisti romani ed in parte anche le comunità di villaggio, apparteneva direttamente al fisco regio. Alla dominazione longobarda si sostituì, dopo il 774, quella franca: a questo periodo ed al successivo caratterizzato dal dominio imperiale degli Ottoni troviamo, in atti datati agli anni 835, 837, 880 e 998, il toponimo del paese, nelle forme “Dublinum” e “Doblinum”. Particolarmente interessante è il documento dell’837, nel quale si parla della nomina dello scarione, funzionario delle corti regie meno importanti, di Dubino. Sappiamo, inoltre, che in questi secoli il monastero di S. Ambrogio di Milano possedeva a Dubino, come anche a Regoledo, Cosio e Delebio, molte terre. Il legame del paese con S. Ambrogio, secondo lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio, data dall’835; tale legame proseguì molto in là nel tempo, ed ancora nel 1502 il parroco della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Dubino, in origine compresa nell’antica pieve di Olonio, veniva eletto dal monastero milanese.
Una menzione particolare merita la suggestiva ed antica chiesetta di San Giuliano, oggi sconosciuta ai più, a dispetto della splendida e panoramicissima posizione (è posta su un ripiano alle spalle del bastione roccioso a monte di Dubino) e dalla potenza suggestiva della solitudine dei luoghi che la ospitano. Ecco quel che scrive don Domenico Songini, in “Storie di Traona – II” (Sondrio, 2004), inserendo il santo nell’alone dei santi sette fratelli di cui narra un’antichissima leggenda assai diffusa fra i Cech: “Sullo sperone di roccia calcarea che divide la valle del Mera dalla valle dell'Adda sorge la chiesetta dedicata a san Giuliano, che già anticamente era segnalato nella cerchia dei Santi Sette Fratelli. Chi era san Giuliano? Probabilmente era un militare della legione delle Gallie, all'epoca dell'imperatore Decio (248-251). Questi, per rafforzare la religione pagana, impose ai militari ed ai funzionari pubblici di munirsi di un attestato d'aver sacrificato agli dei. Il tribuno Fereolo e vari suoi militari, tra i quali Giuliano di Bienne, rifiutarono il sacrificio e vennero pertanto decapitati. Il culto di san Giuliano si diffuse in Alvernia ed in Italia Settentrionale, portatovi forse dai messi del convento di san Dionigi di Parigi, proprietario del territorio che va dal lago di Como al fiume Masino. La festa si celebra il 28 agosto: significativa l'analogia con la vicenda dei militari della Legione Tebea: sant'Alessandro (Traona), san Fedele (Buglio e Mello), san Carpoforo (Delebio).”
Anche Dubino partecipò del generale movimento storico che portò alla formazione dei comuni, come è attestato da un documento del 1363, nel quale su attesta che i suoi rappresentanti partecipano alle adunanze nella giurisdizione di Morbegno. La Dubino medievale era borgo a vocazione prevalentemente agricola, legata alle colture ed all’allevamento, soprattutto bovino (come testimonia anche lo stemma del paese). Ciò nonostante la posizione chiave all’imbocco della Valtellina: di qui passavano obbligatoriamente tutti coloro che entravano o uscivano dalla Valtellina; a riprova di ciò, esisteva, in località Passo, cento metri circa più ad ovest dell’attuale ponte sull’Adda che unisce Dubino a Delebio, un traghetto (navèt) che permetteva di passare dall’una all’altra sponda del fiume. Inoltre tutte le barche che navigavano sul Lario e che dovevano scaricare merci o persone per la Valtellina attraccavano in località Porto, posta leggermente ad est del punto in cui confluisce nel fiume Adda il canale dell’attuale centrale idroelettrica Vanoni.
Bisogna, però, tenere presente che fino alla disastrosa alluvione del 1520 il fiume Adda correva quasi a ridosso del versante retico, lambendo lo sperone sul quale è posto l’antichissimo insediamento di San Giuliano, a monte di Dubino, poco ad ovest, ed andando a sfociare nel lago di Mezzola; dopo quella data, il corso piegò più a sud, ed il fiume, attraversando quello che poi si sarebbe chiamato Pian di Spagna e passando presso i ruderi dell’antica Olonio, andò a gettarsi nell’alto Lario, di fronte a Sorico. La modificazione del suo corso non ebbe effetti benefici per il fondovalle di Dubino, in quanto molti terreni divennero malsani e malarici, ed il fiume smise di essere navigabile (solo nel 1858 le autorità austriache portarono a termine la rettifica del corso dell’Adda dalla Scialesada di Dubino fino a Colico, iniziata nel 1845, recuperando interamente questo lembo del piano alle coltivazioni). Si pose, poi, il problema della comunicazione con la Valchiavenna, in quanto, venuta meno la via d’acqua, la via di terra era ostruita dal Sasso Corbè, sopra Verceia, che cadeva a picco nel lago di Mezzola: per questo le Tre Leghe Grigie, che dal 1512 avevano reso Valtellina e contee di Valchiavenna e Bormio tributarie, ed erano interessate ai traffici con la Repubblica di Venezia per i passi orobici, promossero la costruzione di una strada che lo scavalcava a monte, congiungendo Dubino (località Monastero) a Verceia, la cosiddetta “via cavallera”. Essa rimase, fino al 1834, anno in cui l’ingegner Donegani tracciò la strada che collegava Riva di Chiavenna e Colico, l’unica via di terra agibile che univa Valchiavenna e Valtellina.
Cinque anni dopo lo sconvolgimento del corso dell’Adda in prossimità della foce, Dubino fu di nuovo in allarme per una battaglia, passata alla storia, appunto, come battaglia di Dubino, che vedeva contrapposte le milizie delle Tre Leghe Grigie e quelle del conte d’Arco, che voleva riconquistare la valle in nome di Francesco II Sforza e dei diritti degli spodestati duchi di Milano. Prevalsero i grigioni, e si segnalò la figura, quantomeno singolare, di Bartolomeo Salis, formalmente arciprete di Sondrio, Berbenno e Tresivio, oltre che curato di Montagna in Valtellina, il quale non solo non s’era mai occupato delle anime dei suoi parrocchiani, risiedendo altrove, ma dimostrò, in quel frangente, una ben maggiore attenzione ai corpi dei nemici, uccidendone undici a colpi di scure. Ecco come racconta la battaglia la Cronaca di Stefano del Merlo: "Nota poi come alli 2 Febraro 1525 il Conte d'Arco, il qual fu capitano del Duca di Milano venne verso questa valle di Valtellina con persone 800 quasi tutti scioppetteri, et butarono un ponte in bocca d'Adda, ed passarono all'alba del giorno, vennero a Dubino, che la nostra gente non se n'accorse. Fu fatto un aviso al nostro campo, qual era a Morbegno, ed a Traona, come detto Ponte era buttatto, ed si partirono per andare a butarlo via; ed quando furono appresso Dubino trovarono gl'inimici; Talmente fecero una crudel battaglia: quelli del Duca furono sforzati a ritirarsi, et li nostri li seguitorono ed inansi, che potesser arrivar al Ponte furono morti di quelli del Duca più di 400 persone ed delli nostri morirono se non persone 20. Fu miracolo d'Iddio ed non per nostro potere. Nota come fu preso dagli uomini di questa Valle per quell'impresa più di libbre 100.000 dal giorno 9 di Genaro sin alli 15 Aprile."
Non fu, il cinquecento, secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Le Tre Leghe Grigie subentrarono nel 1512 a dodici anni di detestatissima occupazione francese, e sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). In esso le “vicinantiae de Sancto Juliano seu de Monasterio”, cioè le competenze di San Giuliano e Monastero, sono menzionate a parte rispetto al  "communis Dubini". In quest’ultimo vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 85 lire (per avere un'idea comparativa, Mantello fece registrare un valore di 172 lire, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 1370 pertiche e sono valutati 584 lire; 842 pertiche di campi e selve sono stimate 399 lire; 5 pertiche di orti vengono stimate 15 lire; 100 pertiche di terreni comuni sono valutate 30 lire; la “medietas alpis de Torano”, che carica 25 mucche, è valutata 5 lire; oltre 180 pertiche di vigneti vengono valutate 295 lire; tre mulini valgono 3 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 1442 lire (sempre a titolo comparativo, per Mantello è 2463, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163). Ecco, invece, le stime delle “vicinantiae de Sancto Juliano seu de Monasterio”: vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 47 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 774 pertiche e sono valutati 251 lire; 282 pertiche di campi e selve sono stimate 160 lire; gli orti vengono stimati 1 lira; oltre 126 pertiche di vigneti vengono valutate 168 lire; due torchi valgono 5 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 634 lire. Unendo le due stime, abbiamo un reddito complessivo di 2076 lire, inferiore a quello di Mantello, che è di 2463 lire.
I Magnifici Signori Reti si adoperarono anche per favorire la confessione riformata, che loro stessi avevano abbracciato, ai danni di quella cattolica: nel 1557 Antonio Planta decretò che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Dubino, insieme a Regoledo, Mello, Morbegno e Caspano, fu, dunque, fra le prime comunità ad avere un pastore protestante. Di questa situazione troviamo un’eco chiara nell’ampia relazione che il vescovo di Como, di origine morbegnasca, Feliciano Ninguarda, diede della sua visita pastorale a Dubino, nel 1589. Egli trovò a Dubino 40 famiglie cattoliche e 4 riformate, nella vicinanza di Monastero 38 famiglie e 20 nella frazione di San Giuliano; registrò che nel paese sorgeva la "ecclesia parochialis" dedicata ai Santi apostoli Pietro e Paolo; annotò, infine, che le autorità grigione avevano decretato che a spese della comunità venisse mantenuto un predicatore protestante e che nella chiesa citata fossero celebrate le funzioni di entrambe le confessioni.
Ma cediamo a lui la parola: “Descritte le chiese che sono al di qua dell'Adda, sulla destra, fino alla valle del Bitto, una volta soggette all'arcipretura di Olonio, ed ora a quella di Sorico, bisogna descrivere le altre chiese al di là dell'Adda, sulla sinistra, fino all'acqua di Clivio che, conservando l'ordine di prima, sono le seguenti. Per prima a tre miglia e mezzo da Olonio, ai piedi del monte e vicino all'Adda c'è il paese di Dubino con quaranta famiglie. La chiesa parrocchiale è dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo. Non esiste parroco fisso e come provvisorio vi è il sac. Ippolito Parravicini di Caspano. Gli abitanti sono tutti cattolici all'infuori di Francesco Malacrida di Caspano con la moglie e i figli e altre tre famiglie. A loro beneficio i Reti, quasi tutti eretici, concessero che lì, a spese della comunità della chiesa parrocchiale, fosse mantenuto un predicante eretico, al quale sono assegnate circa sessanta corone. Ha questo beneficio eretico un certo Antonio da Macerata di circa sessantasei anni. Dal momento che non vi è altra chiesa, i Reti stabilirono che nella stessa chiesa parrocchiale non solo il sacerdote cattolico celebrasse la messa, amministrasse i sacramenti e predicasse, ma anche il ministro protestante predicasse e facesse la Cena (come la chiamano), comunicasse i suoi eretici e compisse altre funzioni. Ciò che è più assurdo è che nella stessa chiesa e nello stesso cimitero si seppelliscano indifferentemente sia i cattolici che gli eretici.
A mezzo miglio da Dubino, scendendo verso il lago, vi è una frazione con trentotto famiglie di contadini, tutti cattolici. La chiesa è dedicata a S. Maria Elisabetta. In altri tempi apparteneva a delle religiose che lì avevano un monastero tuttora esistente e a ricordo di ciòla località si chiama Monastero; ora appartiene all'ospedale maggiore di Como il quale vi mantiene un esattore per raccogliere i proventie versarli all'ospedale stesso. Gli amministratori dell'ospedale non mantengono sacerdote per la chiesa, ma sono soliti dare ogni anno un quantitativo di frumento e di denaro al parroco di Dubino affinchè in certi giorni celebri o faccia celebrare la messa e amministri i sacramenti per quegli abitanti che sono tutti coloni dell'ospedale. A due miglia sopra il monte vi è un'altra frazione di coloni del predetto monastero. Sono venti famiglie tutte cattoliche. La chiesa è dedicata a S. Giuliano, da cui prende nome la frazione, ma raramente vi si celebra la messa. Scendendo un miglio dal monastero verso il lago vi è una chiesa campestre senza campane, dedicata a S. Quirico, nella quale si celebra la messa solo nel giorno della festa del santo e nel secondo giorno delle Rogazioni, in cui vi convengono per devozione molte processioni. Vi ha cura il parroco di Monastero.”


Dubino

Altro effetto collaterale della dominazione gigiona fu anche le condizioni agevolate che vennero accordate dal Pontefice Romano agli emigrati valtellinesei, chiamati “grigi”: a loro vennero riservati 24 posti di facchini nella dogana di terra di piazza S. Pietro, oltre ad altre agevolazioni. Ciò spinse molti abitanti della Costiera dei Cech, Dubino compresa, ad emigrare a Roma, divenendo valido elemento di sostegno all’economia valtellinese, gravata dalle tasse grigione.
Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel biennio 1587-88, ci offre, invece, nell’opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616, un quadro più roseo, forse anche per magnificare gli effetti del governo retico: “Ferzonico si dice pure Cantono. Di qui comincia la via che conduce alle terme del Masino, misurando da un estremo all’altro due miglia tedesche. … Dubino è un notevole paese che giace in pianura, lungo la via maestra alle falde della montagna chiamata di S. Giuliano, tra Ferzonico e Monastero; acquistò rinomanza a cagione di una battaglia che si combattè nel 1525 nel suo territorio; in essa alcuni battaglioni delle Leghe Caddea e delle Dieci Giurisdizioni, sotto il comando del mio venerato padre, batterono il conte di Arco, che a nome dell’imperatore e del duca di Milano voleva invadere la Valtellina. Poco dopo Dubino vi è sull’Adda un buon traghetto.
Dopo Dubino segue Monastero, paese il cui nome derivò da un chiostro di monache che ivi fiorì in antico. Più tardi i conventi femminili furono trasferiti nell’Isola Comacina e sulla montagna di Sondrio, come in luoghi più sicuri e più salubri. Perciò il convento di Monastero andò in rovina e il numero degli abitanti diminuì grandemente; sono ben pochi anche oggidì. Mille passi al disopra di Monastero, a metà circa del monte, sta S. Giuliano, dove sopra un piccolo pianoro, chiamato il Dosso, sorgono alcuni modesti abituri. I beni, i pascoli e le proprietà comunali dei due paesi nominati da ultimo, confinano a Provescio, a Bocca d’Adda e nei pressi di Val Codera, coi limiti della contea di Chiavenna, dove finisce la squadra di Traona ed insieme quella parte occidentale della Valtellina che è posta sulla riva destra dell’Adda”.

Poi venne il seicento. Secolo di triste memoria, soprattutto nella sua prima parte. Scrive Giuseppina Lombardini: “Foriero di tristi avvenimenti il Seicento s’annuncia tragicamente con una scossa di terremoto avvertita principalmente a Morbegno nel settembre 1601”. I contrasti fra Cattolici e Riformati si acuirono, progressivamente, a partire dalla seconda metà del cinquecento. La politica dei Magnifici Signori Reti era quella di favorire i progressi della religione riformata in valle. Sulla diffusione dei pastori protestanti in questo periodo scrive Cesare Cantù, ne "Il Sacro Macello di Valtellina" (1834): "Il pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo delle rendite della cattolica; gli altri almen 40 scudi, prelevati sui benefizi degli assenti o della parrocchia. Altre chiese v'erano a Tirano, Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino. Più tardi se ne posero anche nel contado di Bormio, e pare che almeno venti ne esistessero in Valtellina, tutte servite da rifuggiti italiani. Insomma la valle poteva dirsi un compendio di tutt'Italia: tanti erano quelli che da ogni paese vi si ricoverarono, allettati dalla vicinanza, dalla fida compagna dei profughi e dalla speranza di prossimi cambiamenti."
La tensione fu acuita dall’operato del famigerato tribunale di Thusis, che pose sotto tortura, dopo averne commissionato il rapimento, l’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, il quale non sopravvisse agli strazi. L’esasperazione degli animi portò all’insurrezione contro il governo grigione ed alla caccia al riformato passata alla storia con l’infelice denominazione di “Sacro Macello” di Valtellina (fra il 19 ed il 20 luglio 1620). Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”


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La caccia al protestante fece due vittime anche a Dubino, dove furono uccisi Gian Pietro Malacrida e sua moglie Elisabetta. Ecco le parole agghiccianti di Giuseppe Romegialli, nella "Storia della Valtellina" (1832): "Il dì precedente con Caperione Girardone di Oleggio ed una orda di duecento, canaglia di tutti i varj comuni del milanese, rientrato era nella Valle Giovanni Maria Parravicini, e venuto a Dubino vi faceva porre a morte Giovanni Pietro Malacrida di 37 anni, la di lui moglie Elisabetta Parravicini di 38 con una loro figliuolina di tre, che presa pei piedi ed estratta viva dal letticello nel quale giaceva, fu contro la parete sfracellata e morta. V'ha chi dice che il Parravicini compisse così una privata vendetta, tanto più che il parroco del luogo ivi presente protestava che la donna era cattolica e d'averle amministrati i Santi Sacramenti."
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Dubino dovette assistere più volte al passaggio delle truppe impegnate nelle guerre di Valtellina. E non era certo una parata cui assistere come ad uno spettacolo: c’era già da star contenti se queste non si abbandonavano a saccheggi o se i loro comandanti non esigevano dalla popolazione consegna di viveri e foraggio per i cavalli. Ed in effetti nel 1625, fra lo scoramento e la paura generali, il Coeuvres dispose che Dubino, Ferzonico, Cantone e Monastero alloggiassero la cavalleria francese e veneta. Ne seguirono, come scrive l’Orsini (op. cit.), “violenze, furti, imposizioni di taglie, stupri ed altri delitti che qualcuno tuttavia espiava sulla forca, eretta dal comandante nel piano di Traona”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.


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Dopo il trattato di Monzon, il triennio 1626-29 segnò una tregua: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia.
Tutti tirarono il fiato, ma fu il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Dubino non ebbe sorte migliore del resto della valle. Prova ne è che la sua popolazione venne stimata in 460 abitanti complessivi nel 1624, prima della terribile epidemia; alla fine del secolo successivo, e precisamente nel 1797, gli abitanti di Dubino erano 233 e quelli di Monastero 108, cioè, fatta la somma, in tutto 341, circa i tre quarti della popolazione di un secolo e mezzo prima. Un secolo e più di lento ma costante miglioramento economico (dovuto anche all’introduzione di nuove colture, fra cui la patata) non era, dunque, valso a colmare l’emorragia demografica del 1630-31.
Un quadro sintetico di Dubino nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Dubino, terra lontana da Mantello un miglio, ha territorio simile allidetti. Ha la chiesa parochiale separata da Sorico con 100 fameglie incirca. È situata nel piano,è bagnata d'un rivo scorrente dalla montagna etd'Adda, qual passa puoco lontana. Ha due contrate, cioè Porconico over Cantone, dove si va alli bagni del Masino da quelli li quali vengono dal lago di Como; l'altra si chiama Monastero, dov'altre volte habitavano molte monache, ma per la cattiva aria mutorno altrove. Nel monte alto si vede una chiesa di S. Giuliano, la quale ha datto il nome al monte.
Li monti di tutta questa sponda sono fertili, ma apena si vedono da passagieri, et questi confinano con Bregaglia et Malenco. Nelli confini di Chiavenna v'è una grande prateria, chiamata il piano di Proveggio, lungo un miglio et largo duoi, assai caregioso. Et questo da sera confina con bocca d’Adda, cioè dov'entra nel lago di Como: et da settentrione con le cannette et lago di Chiavenna, et quivi finisce la squadra di Traona et la Valtellina nel lato dritto.”


Dubino

Il Settecento fu secolo di ripresa, non priva, però, di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Il 1797 è anche l’anno del congedo dei funzionari delle Tre Leghe Grigie in Valtellina: la bufera napoleonica non era rimasta senza conseguenze neppure in questo lembo non più strategicamente rilevante dell’Europa. Seguirono l’adesione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina, prima, ed al regno d’Italia (1805), poi, sempre sotto il controllo napoleonico. Nel 1805 Dubino figurava come comune di III classe nel V cantone di Morbegno, con 260 abitanti, saliti a 292 nel 1807.


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Dopo il Congresso di Vienna la Valtellina venne inserita nei domini della casa d’Austria, nel Regno Lombardo-veneto, e vi rimase fino alla proclamazione dell’Unità d’Italia nel 1861. Nel 1853 Dubino, con le frazioni di Monastero e Mezzomanico, figurava come comune con convocato generale e con 438 abitanti nel III distretto di Morbegno. In questo periodo la già citata rettifica del corso dell’Adda da Dubino a Colico, operata fra il 1845 ed il 1858, permise di recuperare molti terreni alle colture, potenziando l’economia agricola del paese e contribuendo in modo decisivo all’estensione degli insediamenti di fondovalle. Non fu, però, un periodo privo di pesanti ombre: le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), e quelle di filossera e peronospora, che negli anni cinquanta misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese.
All’unità d’Italia (1861) Delebio contava 599 abitanti. La patria italiana, appena costituita, già chiamava i suoi cittadini a partecipare alla III Guerra d'Indipendenza, nel 1866, contro l'impero Asburgico: fra i combattenti vi furono anche quattro abitanti di Dubino, Barri Giovanni, Balitro Carlo, Barri Andrea e Paiedi Andrea. La popolazione, nei decenni successivi, crebbe con forte progressione fino alla vigilia della prima guerra mondiale: gli abitanti erano infatti 648 nel 1871, 813 nel 1881, 989 nel 1901 e 1209 nel 1911. A tale crescita contribuì anche la discesa al piano di abitanti di Cino e Cercino.
Fra le iniziative connesse con la bonifica del piano agli inizi del Novecento va citata quella, voluta dal Beato don Luigi Guanella (che poi vi insediò una comunità di assistenza gestita dai suoi religiosi), della zona chiamata "Vedescia", l’attuale Nuova Olonio, che dal 1928 è stata aggregata come frazione al comune di Dubino (prima apparteneva al comune di Delebio).
Ecco come don Domenico Songini, nell’op. cit., descrive la meritoria attività del beato: “Don Guanella, all'inizio del 1900, per dar possibilità di sopravvivenza agli abitanti della costéra, altrimenti costretti ai disagi dell'emigrazione oltreoceano, ha aggiunto alle vaste benemerenze caritative, la bonifica del Pian di Spagna, già terreno acquitrinoso, causa di febbri malariche, per ridarlo a nuova vita nell'attuale prosperoso borgo di Nuova Olonio San Salvatore. S'iniziò con l'acquisto di circa 450 pertiche di terreno da bonificare, mediante l'opera di coloni, braccianti, muratori, provenienti dai dintorni, che erano addetti ai lavori più impegnativi e pesanti, mentre i lavori più leggeri e adatti ad una prudente ergoterapia erano affidati ai ricoverati.
Nel gennaio 1900 continuò con il livellamento di una zona destinata a cultura di cereali, erba medica e trifoglio. Venne inoltre programmata "colonia" con la specializzazione nell'allevamento del bestiame. I lavori proseguirono con l'opera di captazione, canalizzazione e fornitura d'acqua per una fontana-abbeveratoio, un caseificio, una centralina elettrica, un mulino. Non mancò l'insegnamento pratico di agricoltura per i ricoverati della colonia. Furono pure programmati lavori per l'ampliamento dei locali della casa colonica, ormai insufficienti, soprattutto stiame anche quello dei bachi da seta e l'installazione di un apiario. Intanto si andavano armando lavori di sovescio per dare maggiore fertilità ai terreni e per l'orticoltura. Si organizzarono conferenze per sacerdoti e laici per studiare lo stato agronomico del Piano di Spagna, le condizioni igieniche e sanitarie della popolazione e la funzione dell'associazionismo, specie in agricoltura. L'attività non si arrestò neppure di fronte ai danni causati da un'inondazione; i primi raccolti di frumento furono tali da far bene sperare; l'apicoltura era ben sviluppata ed erano in piena attuazione i lavori di ampliamento dei locali. Continuarono i lavori di miglioria, di spianamento, di coltivazioni a prato con seminagioni supplementari, per ottenere più abbondante foraggio ed avviare l'allevamento di bestiame e la bachicoltura. … Alla prosperità dell'intero Pian di Spagna si collegarono gli interessi dei paesi della Costéra, con la limitazione, se non la totale eliminazione, della piaga dell'emigrazione…”
Il 1909 è un anno da ricordare nella vita delle comunità di Cino, Cercino, Dubino e Mantello: arriva per la prima volta l’energia elettrica e, se consideriamo quanto essa sia essenziale nella nostra vita e quanto risulti difficile poterne fare a meno, possiamo capire che si tratta di una piccola rivoluzione. L’evento, accolto festosamente dalle popolazioni, fu reso possibile dalla costruzione, da parte della ditta Castelli, di una centralina sul torrente Pusterla, della potenza di 40 cavalli. Così quel medesimo torrente le cui acque, secondo un’antica leggenda, avevano investito e raso al suolo la casa dei nobili Pusterla di Mantello per punire i balli licenziosi che vi si tenevano, ora assicurava luce all’intera sezione occidentale della Costiera dei Cech.

Nella prima guerra mondiale caddero i soldati di Dubino Brambilla Luigi, Barri Paolo, Barri Andrea, Poncetta Basilio, Barri Pietro, Conforti Pasquale, Scinetti Antonio (classe 1886), Scinetti Antonio (classe 1899) ed Amendolagine Giuseppe.
Nel primo dopoguerra proseguì la crescita della popolazione: dai 1128 abitanti del 1921 si passò ai 1423 del 1931 ed ai 1520 del 1936.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, del 1928 (V ed.), presenta Dubino: “Dubino (m. 228 - ab. 755 -­ 1251 - uff. pose.), possiede nella parrocchiale buoni affreschi di C. Ligari o del Gavazzeni, un bell'armadio in intagliato in sagrestia, un moderno fabbricato scolastico con sede del Comune, sulla facciata del quale fu collocato un monumento ai Caduti, una latteria soc., una coop. agr. di cons., un circ. soc. vin. Nella frazione di Monastero (latt. sec.) dei vecchi muri e un portone a volta costrutti con pietra lavorata, appoggiati a una chiesetta, sono avanzi di un antico convento di monache. La chiesetta, riattata nel 600, ha una graziosa M. V. delle Grazie a fresco, opera di Gio. Gavazzeni e un bel coro di legno intagliato. La frazione di Mezzomanico ha chiesetta e cappelle, oggidì assai guaste, colla Via Crucis dipinte da Cesare Ligari. A piè del monte sotto Monastero vi è un incannatoio di seta capace di 80 operai. Ivi si transitava l'Adda a mezzo di natante assicurato a catena. Il punto di transito si chiama ancora Passo o Porto. Da Dubino, per un arto sentiero verso sera si sale in un'ora e mezza circa sopra un poggio, ove trovasi la chiesetta di S. Giuliano (panorama sulla parte superiore del lago di Coma sulla Valle di Chiavenna, sulla Bassa Valtellina e sulle montagne circostanti). Continuando la salita, in mezz'ora, per un buon sentiero si giunge ai prati di Piazza, bell'altipiano, che presenta pure un vasto panorama. Di qui si arriva sull'alpe della Bassetta (m. 1746) sul versante della Val dei Ratti, donde un sentiero discende a Verceja...
Dal ponte dell'Adda, proseguendo a nord la via verso Chiavenna, a km. 2 si trova Vedéscia, ora Nuova Olonio, fraz. del comune di Delebio. Da qualche anno il compianto don Luigi Guanella, la cui opera a pro dei derelitti si svolse in altre parti d'Italia, su consiglio del nipote don Pietro Buzzetti, fondò una colonia agricola col nome di S. Salvatore, e un ricovero pei derelitti d'ogni genere, che utilizza in lavori adatti. La località ora porta il nome di Olónio S. Salvatore, per ricordare la grossa terra di Olonio, esistente in antico nel Piano di Spagna, distrutta dalle febbri e dalle alluvioni dell'Adda. Al principio del 1500 la sede
arcipretale di detta terra fu con bolla pontificia trasportata a Sórico sul lago di Como. Il sac. Luigi Guanella acquistò il casamento che vi esisteva, istituendovi un ricovero di derelitti, nonchè un'ampia zona di terreni che si va bonificando con colmate e rialzi, e coltivando con sistemi agrari progrediti. Furono eretti non pochi cascinali per abitazioni di coloni e una bella chiesetta di stile lombardo, su disegno dell'Ing. A. Giussani, e con affreschi del prof. C. Jannucci dell'accademia di Brera, che ricordano S. Gaudenzio di Portogallo e altri Vescovi che ebbero rapporto con la Valtellina."
Il medesimo Ercole Bassi, nella sua monografia “La Valtellina” (1890) così descrive il costume tradizionale di Cino, Cercino, Mantello e Dubino: “Le donne dei comuni di Mantello, Dubino, Cino e Cercino hanno, come quelle di Montagna, un fazzoletto bianco ripiegato in testa, corpetto che lascia libera la camicia di tela con pizzo alle braccia, al collo, al seno; veste verde o marrone; che si allaccia in modo goffo sopra le mammelle, terminata inferiormente da fascia rossa corta, da lasciar vedere le scarpe basse con fibbia, e le calze bianche fino al ginocchio; fazzoletto di seta o di lana al collo, capelli annodati indietro con nastri azzurri e ricci di fronte… Gli uomini usano di raro la giacca di panno marrone; hanno il panciotto rosso, calzoni corti con patta avanti, calze bianche e cappello di feltro.”
Durante la seconda guerra mondiale i caduti di Dubino furono Cacchero Silvio, Conforti Pietro, Fascendini Antonio, Gambetta Giovanni, Martelelli Severino, Nonini Domenico, Pandiani Pierino, Risciotti Severino, Sandrini Giacomo, Scinetti Antonio, Scinetti Giovanni, Tarca Modesto, Tarca Riccardo, Tarchini Pietro, Ambrosini Abele, Contessa Giovanni, Gotti Arturo, Pilatti Giuseppe, Mazzoleni Augusto, Vaninetti Guerrino e De Simoni Lino.
Fra il 1957 ed il 1961 viene realizzata dalle Ferrovie dello Stato la centrale idroelettrica Vanoni di Monastero di Dubino, che utilizza le acque raccolte dallo sbarramento sul fiume Adda all'altezza della piana di Ardenno (1.020.000 metri cubi), quelle rilasciate dalla centrale di Ardenno, quelle residue del torrente Masino e quelle del canale di bonifica chiamato dell'Adda vecchia. L'impianto, costituito da due gruppi generatori, è passato successivamente sotto la gestione dell'ENEL.
Nel secondo dopoguerra si ha un terzo ed impressionante balzo in avanti della popolazione, che è più che raddoppiata (caso assai raro nella compagine dei comuni della provincia). Gli abitanti, che sono 1694 nel 1951, passano a 2076 nel 1961, a 2492 nel 1971, a 2841 nel 1981, a 3000 nel 1991, a 3160 nel 2001 ed infine a 3242 nel 2006. Questa progressione testimonia di una forte vitalità economica, nelle attività artigianali, commerciali e dei servizi, ma anche della posizione climaticamente felice, per cui non è raro vedere palme ed agavi, ed è frequente l’oleandro.
Un’occhiata, ora, al territorio comunale, che si estende su 13,05 kmq. Il confine meridionale è costituito dal fiume Adda; poi esso volge a nord, all’altezza di Ferzonico, passando ad ovest del piccolo nucleo, che, quindi, rientra nel territorio del comune di Mantello. Procedendo verso nord, si porta al solco della valle del torrente Vallate e sale fino al crinale che separa Valtellina e Valchiavenna, ad una quota di circa 1400 metri, a monte del monte Foffricio, che, a sua volta, sovrasta l’alpe Piazza. Il confine segue, poi, per un tratto il crinale, fino alla quota di 1650 metri circa, per poi piegare verso ovest.nord-ovest, scendendo a tagliare il selvaggio e boscoso versante valchiavennasco, fino al fondovalle. Qui piega verso sud-ovest, passando ad ovest di Nuova Olonio e raggiungendo, infine, il fiume Adda.
Nel territorio comunale rientra lo splendido terrazzo panoramico dell’alpe Piazza (m. 960), a cavallo fra Valtellina e Valchiavenna; poco sotto, sul medesimo versante, la fascia di prati di San Giuliano (m. 760).
Per raggiungere Dubino conviene lasciare la ss. 38 dello Stelvio sulla sinistra, per chi proviene da Milano, all’altezza di Delebio, e precisamente alla rotonda che si trova all'uscita dal paese (indicazioni per St. Moritz, Chiavenna e Dubino); la strada, attraversata la ferrovia, si porta al ponte sul fiume Adda ed intercetta la strada provinciale Valeriana occidentale all’altezza del centro di Dubino. Proseguendo sulla provinciale, verso sinistra, vediamo, sulle prime falde del monte, la frazione di Mezzomanico, con la caratteristica chiesetta secentesca della Madonna della Cintura, cui si accede salendo una caratteristica scalinata sul cui lato sinistro sono poste dieci cappellette dove sono dipinte altrettante scene della Via Crucis. Oltre Mezzomanico, si vede Monastero, con la ben visibile chiesa dedicata alla Beata Vergine Immacolata, di origine duecentesca, ma interamente rifatta  a partire dal 1698; nei suoi pressi vi era il monastero di monache citato dalle fonti storiche.
Lasciato il nucleo centrale di Dubino, si passa dalla frazione del Porto e, dopo una semicurva a destra, passiamo a sinistra della centrale idroelettrica Vanoni, costruita per servire l’elettrificazione delle ferrovie valtellinesi. Superiamo, quindi, le frazioni della Motta e di Careciasca (se imbocchiamo la via Caresciasca, prendendo a destra, e poi subito a sinistra, su stradina e pista, raggiungiamo la bella chiesetta dedicata a S. Quirico - come quella all'alpe Scermendone -, restaurata, nel 1986, dal gruppo degli Alpini di Nuova Olonio), oltre la quale cominciamo a toccare i primi lembi di Valchiavenna. In breve siamo all’importante frazione di Nuova Olonio, nel cui nome vive ancora l’antichissima Olonio, che nel secolo XI era centro della pieve che, insieme a quella di Ardenno, raggruppava tutte le comunità della bassa Valtellina. Attraversata Nuova Olonia, raggiungiamo una rotonda: prendendo a destra proseguiamo per Chiavenna, mentre prendendo a sinistra ci portiamo al confine con la provincia di Como.


Dubino

BIBLIOGRAFIA

Mazzucchi, L. "Il Santuario della Madonna del Lavoro", Milano, 1957

Fattarelli, Martino, "La sepolta di Olonio e la sua pieve alla sommità del lago e in bassa Valtellina", Oggiono, 1986

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