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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Fumero-Corno di Boero
4h e 30 min.
1420
EE
SINTESI. Salendo verso Bormio, dopo Sondalo lasciamo la ss 38 dello Stelvio allo svincolo a destra per Le Prese. Da Le Prese saliamo in automobile a Frontale ed a Fumero (m. 1461), all'imbocco della Val di Rezzalo, dove parcheggiamo. Scendiamo verso la chiesetta di S. Antonio; prima di raggiugerla, e precisamente al termine della discesa, in corrispondenza di una fontana, imbocchiamo un ripido tratturo che si stacca sulla sinistra della strada e risale, diretto, una fascia di prati, portando alla contrada “la Pezza”. Qui, superate le prime baite, dobbiamo piegare a sinistra e passare davanti ad una baita, proseguendo su un sentiero che taglia i prati e porta ad un bel crocifisso in legno. Il sentiero piega leggermente a destra e poi a sinistra, raggiungendo il centro di un avvallamento che separa Pezze da un gruppo di baite più ad ovest. Qui dobbiamo ignorare il ramo che prosegue verso queste baite e volgere di nuovo a destra, imboccando la traccia che sale, diritta e ripida, lungo l’avvallamento, intercettando, poi, una traccia più marcata che proviene dal bosco alla nostra sinistra. Saliamo ancora, con andamento ripido, per un tratto, in direzione del punto nel quale la radura si va progressivamente chiudendo sul limite del bosco; prima di raggiungerlo, il sentiero, ben marcato ma non segnalato da alcun segnavia volge a sinistra ed entra nel bosco. Inizia così una salita che ci porta ad uscire dal bosco in corrispondenza di una pista che si immette nella pista principale sul limite dei prati dell'alpe Boero (m. 1900), fra Boero di Sotto (alla nostra sinistra) e Boero di Sopra (alla nostra destra). Seguiamo, ora, in salita quest’ultima, che, dopo un’ampia curva a destra (in corrispondenza della quale si stacca, sulla sinistra, un tratturo che noi ignoriamo), porta alle baite più alte (m. 1980), dove termina in corrispondenza di uno slargo. Qui, alle spalle della baita più alta, parte la mulattiera, che però, nel suo tratto iniziale, è tutt’altro che evidente: saliamo di qualche metro e la scorgeremo, guardando con attenzione: procede verso destra e si fa via via più evidente, anche se è in gran parte colonizzata dall’erba. Dopo il primo tratto, volge a sinistra, piegando di nuovo a destra prima di raggiungere il limite di un corpo franoso; supera, poi, un più modesto corpo franoso ed un abete che si para proprio di fronte a noi. Dopo una svolta a sinistra ed una successiva a destra, raggiungiamo un poggio erboso. Proseguendo, ci avviciniamo ad un’aspra vallecola: il sentiero non la attraversa, ma piega a sinistra e, con diversi tornanti, risale il versante erboso. Solo più in alto, in una zona più tranquilla, piega a destra, la attraversa e ci porta alla sommità del dosso erboso posto a monte del salto roccioso con una croce in legno. La traccia, qui di nuovo poco evidente, procede per un tratto diritta verso monte, poi piega leggermente a destra, raggiungendo un punto che richiede particolare attenzione: qui, infatti, la traccia principale prosegue verso il centro dell’ampio avvallamento del versante, proseguendo poi sul lato opposto. Noi, invece, dobbiamo stare attenti ed individuare la traccia che si stacca da quella apparentemente più marcata, sulla sinistra, ed inizia a risalire il lato di sinistra del versante erboso, con ampie diagonali, il versante erboso, verso il crinale che separa la Val di Rezzalo dalla Valtellina. Se abbiamo centrato la deviazione, passeremo accanto ad un singolare masso-corno roccioso. Dopo qualche tornantino, ci ritroviamo a valle di una modesta formazione rocciosa e prendiamo a destra, raggiungendo un punto nel quale il sentiero sembra raggiunto da una traccia che sale da destra, in corrispondenza di un grosso masso; qui dobbiamo volgere a sinistra (nel primo tratto la traccia è nascosta proprio dal masso) e proseguire nella salita, in direzione di un dossetto, presso il quale volgiamo di nuovo a destra. Saliamo a zig-zag, ci portiamo sul crinale che si affaccia sulla Valtellina poi torniamo verso destra. Passiamo accanto a due grandi massi e raggiungiamo un piccolo smottamento in corrispondenza del quale la traccia si perde; saliamo, però, diritti per qualche metro lungo lo smottamento e la ritroviamo nel punto in cui volge a sinistra, per poi riprendere, poco oltre, l’andamento a destra, raggiungendo e superando un corpo franoso (qui è ben lastricata e conserva, per breve tratto, tutta la sua antica eleganza di manufatto militare). Aggirato un grande masso, proseguiamo verso destra; dopo un secondo piccolo smottamento,  tornante a sinistra ed uno a destra, raggiungiamo le rovine di un manufatto militare, una sorta di piccolo ricovero- acquartieramento. Proseguendo verso destra, il sentiero aggira un modesto dosso e raggiunge il centro di un avvallamento poco pronunciato, occupato da materiale di smottamento; passato sul lato opposto, lo risale zig-zagando, allontanandosi progressivamente verso destra dal suo centro. In questo tratto diversi piccoli smottamento interrompono la traccia; alcuni tratti con muretti a secco ci aiutano a non perderla. È, questo, il punto che presenta le maggiori difficoltà di orientamento, non tanto in salita, quando in discesa. La salita conduce ad un nuovo dossetto-promotorio di sfasciumi, che dobbiamo memorizzare come punto di riferimento importante per la discesa: da qui in poi, infatti, franette e smottamenti risparmiano solo pochi tratti della traccia. Saliamo per un breve tratto a destra, poi prendiamo a sinistra e raggiungiamo il punto nel quale uno smottamento si mangia interamente la traccia. Guardando in alto, però, vediamo, appena sotto un roccione liscio, un tratto di muretto a secco, e puntiamo, salendo a zig-zag, un po’ faticosamente, fra sassi e terriccio mobile, in quella direzione. Il nuovo breve tratto del sentiero visibile, verso destra, è interrotto anch’esso da materiale franoso. Procediamo per breve tratto verso destra, cercando però visivamente, sopra di noi, un ometto che indica il punto nel quale volgere a sinistra e riportarsi sulla verticale del piccolo dossetto-promontorio da assumere come punto di riferimento. In alto, invece, vediamo ora, a breve distanza, una porta sul crinale (m. 2762), che raggiungiamo facilmente. Dobbiamo ora scendere al centro di un avballamento, seguendo una traccia che all’inizio non è evidentissima, ma poi si rivela più marcata, per poi risalire sul versante opposto. Ora la traccia è chiara: la seguiamo verso nord, dapprima a ridosso del versante che si affaccia sulla Val di Rezzalo, poi più al centro, passando per i rudeir di una casermetta, e raggiungiamo facilmente la cima del Corno di Boero (m. 2878).

Con i suoi 2878 metri, il corno di Boero (Cornàc de Boèr) presidia il lato sud-occidentale della Val di Rezzalo, che si apre a monte di Frontale (Le Prese). È una cima poco frequentata e conosciuta, a torto. La salita, infatti, è piuttosto faticosa ma anche facile, ed unisce motivi di interesse panoramico e storico di valore non secondario. La vetta, infatti, costituisce un nodo importante nel complesso sistema di fortificazioni legato alla prima guerra mondiale, essendo un osservatorio eccezionale sull’alta Val di Rezzalo la quale a sua volta, grazie all’agevole passo dell’alpe, costituisce un’importante porta di accesso fra valle del Gavia (Valfurva) ed il territorio di Sondalo. Se l’esercito austro-ungarico avesse sfondato sull’Ortles-Cevedale avrebbe, quindi, potuto sfruttarla come direttrice secondaria della discesa verso la media Valtellina. Ecco perché venne tracciata una lunga mulattiera che porta sulla cima del corno, e che, purtroppo, versa oggi in condizioni di evidente degrado, priva di qualsivoglia manutenzione e segnaletica. Il racconto di questa ascensione potrà, è questa la speranza, indurre almeno all’allestimento di una segnaletica adeguata.
Lasciamo, dunque, la ss. 38 dello Stelvio all’uscita de Le Prese (successiva a quelle di Grosio e Sondalo), imboccando, poi, subito la deviazione a destra per Frontale (m. 1166), che raggiungiamo dopo circa un chilometro e mezzo di salita. Il nome del paese deriva dalla sua collocazione su un bel poggio che sta di fronte e quindi guarda al fondovalle.
Oltrepassato il paese, continuiamo a salire verso Fumero, porta di accesso alla media Val di Rezzalo: la strada si fa più stretta e guadagna decisamente quota con una serrata serie di tornanti. Nell’ultimo tratto prima del paese attraversiamo un’impressionante galleria paramassi (qui la carreggiata è tanto stretta da costringere ad un senso unico alternato). Subito dopo, usciamo in vista delle case di Fumero (m. 1464, a 6 km da Le Prese), che deve forse il suo nome alle dense nebbie che, nelle giornate di tempo cattivo, sembrano scendere dalla valle. Ci conviene lasciare subito l’automobile allo slargo che troviamo sulla destra all’uscita della galleria, nei pressi di una cappelletta denominata “Santèl della Rovina”, perché si affaccia sul pauroso salto che precipita sul fondovalle.


Fumero

Ora dobbiamo scendere per un tratto, in direzione del paese, passando anche accanto al rifugio Fumero del Parco Nazionale dello Stelvio. Ci dirigiamo verso la chiesetta consacrata, il 31 agosto del 1506, a S. Antonio Abate, ma dedicata anche alla scoperta della Vera Croce, cioè della croce alla quale fu crocifisso Gesù Cristo. Questa devozione è legata ad una leggenda, secondo la quale un ramoscello dell’albero della conoscenza del bene e del male, del cui frutto avevano mangiato Adamo ed Eva, aveva germogliato e prodotto un albero cresciuto proprio sopra la tomba di Adamo. La regina di Saba aveva profetizzato al saggio Salomone che a quell’albero sarebbe stato sospeso colui che avrebbe segnato la fine del regno dei Giudei; allora Salomone, per scongiurarla, aveva fatto seppellire l’albero sotto la piscina sacra posta nei pressi del Tempio di Gerusalemme. Ma, proprio pochi giorni prima della Passione, i suoi rami riaffiorarono, e furono recisi per costruire la croce cui venne, appunto, appeso Gesù. Questa croce era per i medievali oggetto di una straordinaria devozione, per cui ad essa vennero dedicate diverse chiese. Questa, in particolare, deve molto anche alla devozione degli abitanti che furono costretti, nei secoli scorsi, ad emigrare a Venezia, lavorando come facchini.
Noi ci fermiamo, però, prima della chiesetta, e precisamente al termine della discesa, dove, in corrispondenza di una fontana, un ripido tratturo si stacca sulla sinistra della strada e risale, diretto, una fascia di prati, portando alla contrada “la Pezza” (o “Pezze”, nome che deriva dal latino “picea”, abete, da cui provengono anche i più frequenti “Pesc” o “Pessa”). Qui, superate le prime baite, dobbiamo piegare a sinistra e passare davanti ad una baita, proseguendo su un sentiero che taglia i prati e porta ad un bel crocifisso in legno. Il sentiero piega leggermente a destra e poi a sinistra, raggiungendo il centro di un avvallamento che separa Pezze da un gruppo di baite più ad ovest (Baite Agac sulla IGM). Qui dobbiamo ignorare il ramo che prosegue verso queste baite e volgere di nuovo a destra, imboccando la traccia che sale, diritta e ripida, lungo l’avvallamento, intercettando, poi, una traccia più marcata che proviene dal bosco alla nostra sinistra.
Saliamo ancora, con andamento ripido, per un tratto, in direzione del punto nel quale la radura si va progressivamente chiudendo sul limite del bosco; prima di raggiungerlo, il sentiero, ben marcato ma non segnalato da alcun segnavia (non ne troveremo, del resto, nessuno per l’intera giornata) volge a sinistra ed entra nel bosco. Dopo un buon tratto a sinistra, volge a destra per un tratto ancora più lungo, prima di piegare di nuovo a sinistra ed intercettare una pista che sale da sinistra. Possiamo, a questo punto, seguire quest’ultima oppure il sentiero che riprende in una salita più diretta, intercettandola altre due volte. In ogni caso ci ritroveremo, alla fine, sul limite sud-orientale dell’ampia fascia di prati dell’alpeggio di Boero (o Boerio, dalla forma dialettale “Boèir” che significa “bovaro”). Si tratta di un alpeggio luminoso e panoramico; da qui possiamo osservare Grosio e, sullo sfondo, la sezione centro-orientale con le cime più alte della catena orobica; più a destra, le cime di Redasco, il monte Zandila ed il pizzo Coppetto, con l’impressionante frana della Val Pola che si staccò all’alba tragica del 28 luglio 1987.
C'è anche un'antica storia sugli alpigiani di Boero, che erano noti per il loro singolare temperamento. Quando veniva il tempo della fienagione, nel cuore dell'estate, mentre tutti gli altri alpigiani si mettevano al lavoro, di buona lena, sul far del mattino, loro se la prendevano comoda, dormivano fino a tardi, non si facevano mancare nulla in lauti banchetti e si godevano la pennichella pomeridiana. Poi, sul far della sera, quando ormai gli altri avevano finito il lavoro, i "pradèr de Boèr" si destavano dal torpore e si mettevano al lavoro, con tanta abilità e maestria, che recuperavano tutto il tempo perso, ed anzi spesso finivano prima degli altri. Nessuno riuscì mai a scoprire il loro segreto.
Tornando alla nostra salita, la pista intercetta quella più ampia che sale da sinistra, dalle baite di Boero bassa, in direzione di Boero alta. Seguiamo, ora, quest’ultima, che, dopo un’ampia curva a destra (in corrispondenza della quale si stacca, sulla sinistra, un tratturo che noi ignoriamo), porta alle baite più alte (m. 1980), dove termina in corrispondenza di uno slargo.
Qui, alle spalle della baita più alta, parte la mulattiera, che però, nel suo tratto iniziale, è tutt’altro che evidente: saliamo di qualche metro e la scorgeremo, guardando con attenzione: procede verso destra e si fa via via più evidente, anche se è in gran parte colonizzata dall’erba. Dopo il primo tratto, volge a sinistra, piegando di nuovo a destra prima di raggiungere il limite di un corpo franoso; supera, poi, un più modesto corpo franoso ed un abete che si para proprio di fronte a noi. Guardando a destra, vediamo il campanile della chiesa di S. Antonio di Fumero, e ci pare quasi di poterlo toccare con mano: in realtà siamo circa 600 metri più in alto. Dopo una svolta a sinistra ed una successiva a destra, raggiungiamo un poggio erboso. Proseguendo, ci avviciniamo ad un’aspra vallecola, oltre la quale scende un impressionante salto roccioso; tiriamo un respiro di sollievo quando scopriamo che il sentiero non la attraversa, ma piega a sinistra e, con diversi tornanti, risale il versante erboso. Solo più in alto, in una zona più tranquilla, piega a destra, la attraversa e ci porta alla sommità del dosso erboso posto a monte del salto roccioso: qui è posta una croce in legno.
La traccia, qui di nuovo poco evidente, procede per un tratto diritta verso monte, poi piega leggermente a destra, raggiungendo un punto che richiede particolare attenzione: qui, infatti, la traccia principale prosegue verso il centro dell’ampio avvallamento del versante, proseguendo poi sul lato opposto. Noi, invece, dobbiamo stare attenti ed individuare la traccia che si stacca da quella apparentemente più marcata, sulla sinistra, ed inizia a risalire il lato di sinistra del versante erboso, con ampie diagonali, il versante erboso, verso il crinale che separa la Val di Rezzalo dalla Valtellina. Se abbiamo centrato la deviazione, passeremo accanto ad un singolare masso-corno roccioso.
Dopo qualche tornantino, ci ritroviamo a valle di una modesta formazione rocciosa e prendiamo a destra, raggiungendo un punto nel quale il sentiero sembra raggiunto da una traccia che sale da destra, in corrispondenza di un grosso masso; qui dobbiamo volgere a sinistra (nel primo tratto la traccia è nascosta proprio dal masso) e proseguire nella salita, in direzione di un dossetto, presso il quale volgiamo di nuovo a destra.


Panorama dal crinale del Corno di Boero

Procediamo, così, nella salita, sempre zig-zagando: sopra di noi, una formazione rocciosa con al centro una roccia a forma di dito. Piegando a sinistra, raggiungiamo il largo crinale erboso fra Val di Rezzalo e Valtellina e, per un attimo, rivediamo le cime di Redasco, il monte Zandila ed il pizzo Coppetto, prima di piegare a destra e di passare nei pressi della formazione rocciosa sopra menzionata. Proseguendo, superiamo un corpo franoso sormontato da alcuni roccioni turriti. Aggirati sulla destra i roccioni, riprendiamo a zig-zagare riguadagnando il crinale; qui possiamo lasciare per un attimo il sentiero e scendere ad una vicina pianetta erbosa dalla quale si domina l’immane frana della Val Pola nella sua interezza.
Riprendiamo la salita, che si appoggia sempre al versante della bassa Val di Rezzalo e passa accanto a due grandi massi e raggiungendo un piccolo smottamento in corrispondenza del quale la traccia si perde; saliamo, però, diritti per qualche metro lungo lo smottamento e la ritroviamo nel punto in cui volge a sinistra, per poi riprendere, poco oltre, l’andamento a destra, raggiungendo e superando un corpo franoso (qui è ben lastricata e conserva, per breve tratto, tutta la sua antica eleganza). Aggirato un grande masso, proseguiamo verso destra; dopo un secondo piccolo smottamento,  tornante a sinistra ed uno a destra, raggiungiamo le rovine di un manufatto militare, una sorta di piccolo ricovero- acquartieramento. Anche da qui Fumero sembra a portata di mano, pur essendo molte centinaia di metri più in basso; ottimo pure il colpo d’occhio su Le Prese, Grosio e Grosotto.
Proseguendo verso destra, il sentiero aggira un modesto dosso e raggiunge il centro di un avvallamento poco pronunciato, occupato da materiale di smottamento; passato sul lato opposto, lo risale zig-zagando, allontanandosi progressivamente verso destra dal suo centro. In questo tratto diversi piccoli smottamento interrompono la traccia; alcuni tratti con muretti a secco ci aiutano a non perderla. È, questo, il punto che presenta le maggiori difficoltà di orientamento, non tanto in salita, quando in discesa: fermiamoci, quindi, più volte, e memorizziamo gli opportuni riferimenti per il ritorno. La salita conduce ad un nuovo dossetto-promotorio di sfasciumi, che dobbiamo memorizzare come punto di riferimento importante per la discesa: da qui in poi, infatti, franette e smottamenti risparmiano solo pochi tratti della traccia.
Saliamo per un breve tratto a destra, poi prendiamo a sinistra e raggiungiamo il punto nel quale uno smottamento si mangia interamente la traccia. Guardando in alto, però, vediamo, appena sotto un roccione liscio, un tratto di muretto a secco, e puntiamo, salendo a zig-zag, un po’ faticosamente, fra sassi e terriccio mobile, in quella direzione. Il nuovo breve tratto del sentiero visibile, verso destra, è interrotto anch’esso da materiale franoso. Procediamo per breve tratto verso destra, cercando però visivamente, sopra di noi, un ometto che indica il punto nel quale volgere a sinistra e riportarsi sulla verticale del piccolo dossetto-promontorio da assumere come punto di riferimento. In alto, invece, vediamo ora, a breve distanza, una porta sul crinale (m. 2762), che raggiungiamo facilmente. Sul versante opposto ci affacciamo ad un sorprendente e singolarissimo corridoio-vallone occupato da massi di tutte le dimensioni. Difficile descriverlo: sembra lo scafo di una grande barca che si apre nel cuore più nascosto della montagna. O meglio: sembra l’impronta dello scavo di una nave di enormi dimensioni. Dal momento che ci sono diverse leggende che parlano di un approdo dell’Arca di Noè, dopo il diluvio, fra i monti della Valtellina, che questa sia l’impronta di tale Arca che attesta la veridicità di queste leggende? La questione è destinata a restare senza risposta, credo. Invece ha una risposta precisa la domanda su come fare per proseguire.
Attenzione: non seguiamo la debole traccia che resta sul crinale che si affaccia al versante dal quale siamo saliti. Dobbiamo, invece, scendere al centro del corridoio-vallone  (o dell’impronta dello scafo, se preferite), seguendo una traccia che all’inizio non è evidentissima, ma poi si rivela più marcata, per poi risalire sul versante opposto. La meta, ora, è visibile davanti ai nostri occhi: vediamo, infatti, chiaramente, a nord, i due corni che costituiscono l’anticima (quello di destra) e la cima vera e propria (quello di sinistra). Non manca molto, ormai, alla meta (poco più di cento metri di dislivello), e non ci sono più problemi di orientamento, perché la traccia si conserva abbastanza evidente fino al suo termine. Salendo, percorriamo per un tratto il ciglio del versante erboso che si affaccia sulla media Val di Rezzalo e sulla piana che ospita il laghetto di Pollore (versante che in alcuni punti può essere discesa a vista con un po’ di attenzione ma senza eccessiva difficoltà); poi pieghiamo dapprima leggermente a sinistra, raggiungendo il rudere di una più grande casermetta, quindi a destra, fino all’anticima sulla quale troviamo un osservatorio che guarda all’alta Val di Rezzalo, chiusa dall’ampia sella del passo dell’Alpe.
Un ultimo tratto verso sinistra ci porta ai 2878 metri della cima: anche qui troviamo un osservatorio, che guarda, però, verso est, cioè in direzione del tratto dell’alta valle nel quale si mostrano Grosio e Grosotto. Siamo in cammino da circa 4 ore e mezza ed abbiamo superato un dislivello in altezza ragguardevole (circa 1420 metri).
Il panorama dalla cima, però, è di tutto rispetto e ripaga sicuramente, in una giornata limpida, le fatiche sostenute. A nord vediamo il crinale che separa Val di Rezzalo e Valtellina, che passa dalla cima di Profa alta (m. 2911) e dalla punta di Sassalbo (m. 3077); alle spalle della Val di Rezzalo, la cui visuale è semplicemente spettacolare, intravediamo il monte Sobretta e, sul fondo, il ghiacciaio dei Forni e la piramide regolare del monte Treséro. Proseguendo in senso orario, dietro le cime del versante occidentale della Val di Rezzalo si intravedono quelle più imponenti ed innevate del gruppo dell’Adamello. Verso sud, oltre la piana di Grosio, si vede un’ampia sezione delle Orobie centro-orientali: l’occhio esperto riconoscerà le più alte cime della catena, i pizzi di Coca, Scais e Redorta. Più a destra, occhieggia, fra una teoria composita di cime, il profilo inconfondibile del monte Disgrazia. Poi, ecco di nuovo le cime di Redasco, il monte Zandila, il pizzo Coppetto ed il regolare profilo della cima Piazzi (m. 3439).
Al di sotto del monte Zandila, di nuovo la tragica frana che si staccò alle 7.47 della tragica mattina del 28 luglio 1987, sommergendo, con i suoi 40 milioni di metri cubi di materiale scaraventati con violenza sul fondovalle, S. Antonio Morignone e risalendo fino ad Aquilone: 27 in tutto furono i morti, compresi gli operai che stavano lavorando per ripristinare la viabilità per l’alta valle compromessa dalle eccezionali precipitazioni di una decina di giorni prima. La frana bloccò il deflusso dell’Adda, provocando un invaso artificiale che cominciò a crescere gradualmente, finché, con la tracimazione controllata del successivo 30 agosto, accelerata per una nuova ondata di forti precipitazioni, il fiume riprese a defluire a valle, e la situazione, per quanto sia possibile dire così, cominciò a “normalizzarsi”.
Con questi pensieri nella mente e nel cuore cominciamo la discesa. Quando ci riaffacciamo alla porta sul crinale di quota 2762, cerchiamo visivamente il riferimento del piccolo promontorio che dovremo raggiungere, e muoviamoci con cautela per evitare ruzzoloni le cui conseguenze potrebbero non essere indolori. Dal promontorio ricordiamoci di proseguire scendendo verso a destra al centro del vallone, tagliando poi ancora a destra, verso il fianco di un dossetto che precede il rudere della casermetta. Un’ultima avvertenza: nella successiva fase della discesa, quando la traccia, ormai chiara, comincia a disegnare serpentine e serpentoni sul fianco erboso, ci troveremo ad un bivio, di cui probabilmente non ci siamo avveduti salendo: dobbiamo prendere la traccia di sinistra. Se, sbagliando, ci portiamo a destra, ci ritroveremo, dopo un buon tratto di discesa, sul versante valtellinese, ad una piana erbosa, in corrispondenza della quale la mulattiera piega decisamente a destra. Per recuperare il nostro sentiero, effettuiamo, dalla piana, una traversata verso sinistra, senza perdere quota: aggirato un dosso erboso, intercetteremo il ramo giusto della mulattiera. 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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