Clicca qui per aprire una panoramica dai Tre Cornini (o Tre Frati)

Portiamoci, con la fantasia, nel cuore della Costiera dei Ceck, sul versante retico alle porte della Valtellina. Sul lungo dosso che scende, verso sud, dalla cima quotata 2585 metri, fra la cima del Malvedello, ad est, ed il monte Sciesa, ad ovest, a separare la parte alta del vallone di S. Giovanni dall’ampia conca dell’alpe Visogno, stanno tre grandi massi erratici (o meglio, conglomerati di massi), posti, a quota 2021 metri, proprio sulla soglia di un salto, o meglio, nel punto in cui la pendenza del dosso si fa decisamente più marcata. Per questo essi suscitano una curiosa impressione di sospensione, come se fossero lì lì per precipitare a valle, o, anche, come se fossero affacciati a sbirciare sull’ampio versante montuoso a monte di Mello.
Si tratta dei Tre Cornini, perché visti dall’alpe Visogno, sembrano, appunto, tre corni. Vengono chiamati, però, anche Tre Frati, perché, soprattutto se osservati da ovest, sembrano tre figure umane nell’atto di affacciarsi, esitanti, al versante sottostante. Un’antica leggenda, che si intreccia, come spesso accade, con la storia, rende ragione di questa denominazione. Possiamo leggerla nel bellissimo volume di don Domenco Songini “Storie di Traona – Terra Buona”, vol. II (Sondrio, 2004).
Essa ci riporta ai primi secoli del Medio-Evo, quando il monachesimo occidentale ebbe tanta parte nella cristianizzazione e nell’elevazione spirituale dell’Europa. Fra i campioni di quest’opera di evangelizzazione un posto di assoluto rilievo spetta a San Colombano, robusta tempra di monaco irlandese, nato intorno al 540 nella cittadina di Navan nel Leister. Peregrinò per buona parte dell’Europa, fondando monasteri e xenodochi, e venne anche in Valtellina, con un pugno di monaci che lo seguivano, dopo aver visitato alcune valli dell’attuale Svizzera. Qui fu trattenuto per un certo tempo da Teodolinda, regina longobarda e consorte del re Aginulfo. Mentre costui, come buona parte della sua gente, era ariano, la moglie, cattolica, desiderava convertire i Longobardi alla confessione di Roma, e volle legare a questo suo progetto il grande monaco irlandese. Teodolinda veniva, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno, a soggiornare presso il castello di Domofole, appena sotto Mello.
Colombano si fermò, dunque, per sua volontà, in Valtellina, ma volle conservare lo stile di vita improntato alla più austera ascesi: scelse come dimora una grotta sui monti fra Traona e Mello, vivendo in solitudine, nella mortificazione e nella preghiera. La sera i falò che si accendevano sui monti segnalavano l’ora della preghiera per lui e per i monaci suoi compagni, sparsi in diverse celle o grotte.
Ma la vita di un monaco non è fatta solo di preghiera: accanto all’”ora”, come aveva insegnato S. Benedetto (che era morto più o meno in coincidenza con la nascita di S. Colombano), ci dev’essere il “labora”. Colombano, dunque, come già aveva fatto e avrebbe fatto in seguito, oltralpe e nella pianura Padana, fu attento e solerte promotore della bonifica, del dissodamento, del terrazzamento e della messa a coltura delle terre che gli vennero assegnate dalla regina Teodolinda. In questo suo disegno, che recuperò tanta parte delle terre nella piana di Traona, si avvalse dell’opera dei monaci che lo seguivano.
La fama della sua santità, con suo grande disappunto, non tardò a diffondersi, come non tardarono a diffondersi i racconti degli eventi prodigiosi legati alla sua figura. Si raccontava di una fonte che avrebbe fatto sgorgare miracolosamente da un grosso macigno, di uccelli che gli volavano sulle spalle, di scoiattoli che giocavano ai suoi piedi, di lupi ammansiti dal suo sguardo mite e fermo, e perfino di orsi che condividevano il riposo nella sua grotta. Si raccontava, ancora, a conferma della sua tempra ed inflessibilità tutta irlandese, di quella volta in cui si decise ad accettare, dopo reiterati inviti, l’ospitalità della regina Teodolinda, dopo averle strappato condizioni meno dure per i pastori della Costiera dei Ceck.
Accettò, dunque, di partecipare ad un banchetto, ma volle farlo alla sua maniera. Era tempo di quaresima, tempo di digiuno rigoroso per i monaci. Fu accolto con grandi onori alla mensa regale, nel castello di Domofole, e, come si conviene in questi casi, gli fu chiesto di impartire la benedizione su tutto il ben di Dio che vi era apparecchiato, per la gioia degli occhi e del palato. Possiamo figurarci la sua mano ossuta alzarsi, con gesto lento e solenne, ad accompagnare la formula della benedizione. Ed ecco il prodigio: non più vivande prelibate e ricercate, ma solo umile pane imbandito sulla tavola regale, con sommo stupore dei convitati. Colombano diede a tutti una memorabile lezione di povertà evangelica. Sembra che fra i cibi trasformati vi fosse anche una colomba arrostita, la quale aveva conservato, come pane, la sua forma originaria. Nacque, così, a ricordo del miracolo, l’usanza di celebrare la Pasqua con un pane a forma di colomba, che veniva un poco addolcito per meglio conservare il senso della festa: ecco l’origine della colomba pasquale, in onore di Colombano.
Cosa c’entra tutto questo con i Tre Frati? Un po’ di (monastica) pazienza e lo saprete. Fra i compagni di Colombano ve n’erano tre che ambivano ad eguagliarlo in santità. A Colombano dava fastidio che la gente lo additasse come santo, ma a costoro, di cui non conosciamo il nome, sarebbe piaciuto molto: tanto può la vanagloria nell’erodere dal cuore umano il fertile ma esile humus della fede. Si misero in testa che Colombano conservasse gelosamente un segreto, il segreto della sua santità. Si persuasero, nella loro stoltezza, che bastasse scoprirlo, per allungare, poi, facilmente la mano sulla tanto agognata santità.



Panorama dai Tre Cornini

Ma come fare? Colombano, nei periodi di ritiro, non voleva vedere nessuno, né essere visto da alcuno. Si trattava di spiarlo, senza però farsi scoprire. Decisero, a tal fine, di raggiungere il poggio che si trova a monte dell’ampio versante sopra Mello: di lì avrebbero potuto sorvegliare tutto quanto Colombano faceva fuori della sua grotta. Si incamminarono e raggiunsero il poggio che avevano eletto come osservatorio. Ora, immaginate la scena: uno di loro, il più titubante, rimase a poca distanza, dietro gli altri due. Il più intraprendente, invece, si affacciò a spiare, e così rimase per qualche istante. Poi si volse per dire qualcosa al compagno, che era rimasto alle sue spalle. Ed ecco il prodigio, la terribile punizione divina per la grave colpa dei tre monaci: i loro corpi furono all’istante tramutati in pietra, proprio nell’atteggiamento sopra descritto, e così appaiono ancora chi li osservi da ovest, da breve distanza: il Frate meridionale si volge a quello orientale, per dire qualcosa, mentre quello a settentrione resta qualche passo indietro. Questa fu la terribile sorte dei loro corpi: quella delle loro anime, solo Dio la conosce.
Per qual motivo Dio fu così severo nel punirli? La lezione era chiara: la santità non è frutto di segreti o trucchi, ma consiste nel lavoro di semplificazione ed assimilazione a Dio, lavoro paziente e quotidiano, come quello che strappa alla terra incolta metro dopo metro la buona terra che offre frutti alle fatiche dell’uomo (il nome stesso di Traona deriva, forse, da “Terra Buona”). La memoria del terribile prodigio si conservò nei secoli, anche se nel ricordo popolare ai monaci si sovrapposero i frati, i Tre Frati, appunto.
Il prodigio ferì profondamente l’animo di Colombano: forse Dio non si voleva limitare a punire la sciocca vanagloria dei monaci, ma voleva dire qualcosa di più. Forse era tempo di lasciare la bassa Valtellina. Un nuovo doloroso episodio lo convinse di questo. Ne fu protagonista uno dei suoi più amati compagni, il monaco Giuliano, che un giorno vide affacciarsi all’uscio della sua grotta due pellegrini sconosciuti, i quali gli chiesero di poter mangiare e dormire nella sua dimora. Il monaco allargò le braccia, desolato: non si erano accorti della sua povertà? Non vedevano che non disponeva di un giaciglio, né di cibo da offrire? I due pellegrini, però, replicarono, con tono di rimprovero: “Non è vero. Guarda bene”. Giuliano si volse e vide sulla sua povera mensa ogni sorta di cibo succulento. Non credeva ai suoi occhi. Stette per qualche istante, incredulo, poi si volse, con aria interrogativa, ai due pellegrini. Ma non vide nessuno sulla soglia della grotta. Uscì fuori per chiamarli: nessuno. Si ricordò, allora, delle parole del Signore nel Vangelo: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare”.


Alpe Visogno

Capì, ma era troppo tardi, e cadde in lacrime: il Signore aveva visitato la sua casa, e lui non lo aveva riconosciuto. Con un grande fuoco chiamò tutti i monaci, raccontando a Colombano, con tono accorato e mesto, l’accaduto. Il grande irlandese ascoltò, pensoso, poi non ebbe dubbi: anche questo andava letto come segno, il Signore voleva che lasciassero la terra di Valtellina. Partirono, dunque, Colombano ed i suoi monaci, alla volta dell’alto Lario, incuranti delle proteste dei contadini e della gente, che avrebbero voluto trattenere quell’eccezionale figura di santo e taumaturgo. Altre missioni lo attendevano, in Pianura Padana ed alle soglie dell’Appennino, dove avrebbe fondato, nel 618, il celeberrimo monastero di Bobbio.
Restò, alle soglie della Valtellina, l’indelebile ricordo dei suoi prodigi e delle sue guarigioni. Restarono, muti testimoni della vamagloria punita, i tre gendarmi di pietra che da secoli si affacciano sul monte di Traona e di Mello.

 

 

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