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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Gera-Alpe Gembrè-Bivacco Anghileri Rusconi-Cima Fontana
4 h
1070
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco e raggiungiamo Lanzada, proseguendo per Canpo Franscia e Campomoro e parcheggiando in fondo alla pista, sotto il muraglione della diga di Gera (m. 1990). Saliti al camminamento, stiamo sulla destra e percorriamo il sentiero che corre a destra del lago di Gera. Ignoriamo la deviazione a destra per la Val Poschiavina, scendiamo in un vallone e risaliamo fino a raggiungere l'alpe Gembrè (m. 2224). Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, lasciamo il sentiero principale per seguirne uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. Il sentiero ben marcato risale il ripido gradino erboso e roccioso, dapprima verso sinistra, poi con alcuni tornanti, e si affaccia al primo pianoro della Val Confinale (m. 2400). In mezzo al pianoro, un modesto ricovero diroccato per i caricatori d'alpe. Qui la traccia si fa molto debole, ma con un po' di attenzione riusciamo a seguirla, anche perché prosegue diritta verso il centro del pianoro, a sinistra della sommità di un dosso pratoso. Ci ritroviamo ai piedi di una formazione rocciosa arrotondata, presso un grande ometto. La aggiriamo sulla sinistra e ci ritroviamo nei pressi di un torrentello che scende da un grande vallone. Seguiamolo, lasciandolo sempre alla nostra sinistra: in breve ritroviamo il sentiero, segnalato anche da evidenti ometti. Risalito il canalone, raggiungiamo una bella spianata. Prendendo a sinistra saliamo facilmente al bivacco Anghileri-Rusconi (m. 2654). Volgiamo, quindi, a nord e cominciamo a salire, inizialmente verso sinistra: troveremo subito il cippo di legno con il numero 5. Pieghiamo, poi, a destra e varchiamo una piccola porta. Troveremo il sentiero, abbastanza marcato, ed i segnavia: non perdiamoli, perché il varco che supera la fascia di rocce non è individuabile ad occhio nudo. Procedendo verso destra, giungiamo ad un canalino, che il sentiero taglia, per poi risalire, con un breve tratto esposto, uno speroncino roccioso: qui dobbiamo prestare, ovviamente, una particolare attenzione (in presenza di neve o con rocce bagnate, il passaggio è sconsigliabile). Superato quello che è l'unico passaggio veramente delicato dell'escursione, approdiamo ad un più tranquillo crinale erboso, risalito il quale ci troviamo ai margini di una sorta di altipiano ondulato. Memorizziamo bene questi luoghi, perché, nel ritorno, se non prestiamo attenzione possiamo portarci fuori strada, dal momento che il corridoio che porta all'attacco del canalino non è affatto evidente. Il sentiero serpeggia fra gande, pianori e collinette, passando a sinistra dei due laghetti di quota 2805. Oltrepassiamo anche il cippo di legno con il numero 8, prima di passare a sinistra di un terzo e più grande laghetto, a quota 2909, che precede, di poco, il punto in cui la traccia raggiunge la sella che si affaccia sull'ampio bacino della vedretta di Varuna. Salendo alla sella, troviamo anche, su un masso, l'indicazione di un bivio, al quale andiamo a sinistra. Sulla sella ci accoglie il numero 9, in corrispondenza del quale dobbiamo attaccare il facile crinale di sfasciumi che sale alla cima. Procedendo fra massi e blocchi, siamo infine alla cima Fontana (m. 3070).

Posta fra l'ampio bacino della vedretta di Varuna, a nord, e l'alta val Confinale (canfinàal), a sud, la cima Fontana (localmente chiamata "el pilàstru"), sia per la posizione distaccata rispetto alla testata orientale della Valmalenco, sia per l'altezza ragguardevole (m. 3070), si raccomanda come eccellente osservatorio sull'intera sezione orientale dell'alta Valmalenco, ed in particolare sulla valle di Campomoro (cammòor), i pizzi Varuna, Palü, Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere) ed Argient e la vedretta di Fellaria. Si tratta, infine, di una cima accessibile a tutti, servita oltretutto, per chi desiderasse spezzare in due l'ascensione, dal bivacco Anghileri-Rusconi, posto nei pressi del passo Confinale, nella parte più alta della valle omonima, l'ultima laterale di nord-est della valle di Campomoro.
Si tratta di zone meno frequentate rispetto ai luoghi classici dell'escursionismo in Valmalenco, ma di una bellezza particolarissima, che non ha nulla da invidiare agli scenari più noti. Il passo Confinale, poi, ha anche un interesse storico non trascurabile: insieme ai passi di Ur e Cancian, infatti, costituisce una porta abbastanza agevole per passare dalla Valmalenco alla Val Poschiavina, in territorio svizzero. Una curiosità sul nome: esso è in realtà erroneo, perché la denominazione originaria è "canfinàal", dalla sottostante alpe Canfinale (etimologicamente, del campo finale, più alto), in territorio elvetico; la presenza del confine di stato, però, ha indotto a registrare l'attuale denominazione.
La salita al passo ha come punto di partenza il piazzale antistante alla poderosa muraglia della diga di Gera. Lo si raggiunge facilmente salendo, oltre Lanzada, verso Campo Franscia (localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”) e proseguendo, su strada interamente asfaltata, per altri 6 km, fino a Campomoro. Qui la strada asfaltata cede il posto ad una pista sterrata che fiancheggia il lato orientale della diga omonima (m. 1990) e conduce all'ampio piazzale sotto la diga di Gera. Guadagnata la sommità dello sbarramento seguendo la stradina asfaltata, ci troviamo di fronte ad un bivio. Attraversando lo sbarramento, verso sinistra, si sale al rifugio Bignami. Noi dobbiamo invece seguire le indicazioni per Il giro del lago di Gera, L'alpe Gembrè e La val Poschiavina. Percorriamo così una pista sterrata intagliata nel fianco roccioso della montagna, che, ad un certo punto, inizia a salire in val Poschiavina
. La dobbiamo seguire solo per un tratto: non appena scorgiamo, alla nostra sinistra, un ponte sul torrente della valle, dobbiamo lasciarla e seguire un sentiero che, valicato il torrente, sale all'alpe Poschiavina per poi scendere bruscamente per diverse decine di metri, riavvicinandosi al bacino artificiale.
Dopo essere passati sotto un impressionante artiglio roccioso, raggiungiamo, con un ultimo tratto pianeggiante, l'alpe Gembrè (m. 2224), dove, d'estate, troveremo sempre qualcuno disposto ad offrirci preziose indicazioni. L'alpe, chiamata localmente giumbréie o gembrée, venne assegnata alla quadra di Lanzada nella ripartizione del 1544 ed è caricata da alpeggiatori di Tornadri – Lanzada -; interessante la struttura delle 15 baite, alte, al centro, quanto una persona, coperte di lastroni di pietra, con il focolare in un angolo ed un rialzo per i pagliericci nell’altro. Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, lasciamo il sentiero principale per seguirne uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. La traccia è ben marcata, ma le segnalazioni (bolli rossi) sono rare. Comunque non possiamo sbagliare: il sentiero (strada di vàchi) risale il ripido gradino erboso e roccioso, dapprima verso sinistra, poi con alcuni tornanti.
Qualche pausa ci permette di ammirare il panorama alle nostre spalle: da sinistra, la diga di Gera (incorniciata, sullo sfondo, dal monte Canale e dal versante occidentale della bassa Valmalenco, sul quale si stendono gli alpeggi di Torre S. Maria), il poderoso massiccio del Sasso Moro
(m. 3108),  il pizzo di Caspoggio (m. 3136; fra le due cime, nascosta, la forca di Fellaria - buchèl de felérìe), la bocchetta di Caspoggio (m. 2983), le cime quotate 3011, 2940 e 2852, che separano l'alpe di Fellaria dal pianoro del ghiacciaio di Fellaria, la lingua occidentale del ghiacciaio di Fellaria, i due maestosi corni dei pizzi Argient e Zupò (m. 3945 e 3995), che si impongono per eleganza e bellezza, e, infine, l'affilato profilo del Sasso Rosso (m. 3481). Su un poggio roccioso, sotto il vallone della bocchetta di Caspoggio, riconosciamo, poi, il rifugio Bignami (m. 2385). In basso, infine, si apre l'ampia conca terminale della valle, sovrastata dal salto roccioso dal quale cadono le cascate di Fellaria. Uno scenario grandioso ed armonico, dove ogni elemento sembra essere al suo posto. Un'armonia che, però, nasconde un antichissimo e segreto dolore: mentre gambe e polmoni ci fanno avvertire la momentanea fatica della risalita del ripido crinale, rivolgiamo il pensiero alla millenaria fatica che il pizzo Zupò deve sostenere, la sofferenza di dovere cedere, per 5 soli metri, la palma di 4000 più orientale dell'arco alpino alla vicina cima del pizzo Bernina.
Ripreso il cammino, raggiungiamo un bellissimo pianoro, a quota 2400. Memorizziamo il punto di approdo, in funzione della discesa; se sbagliamo, infatti, rischiamo di trovarci sul ciglio di un pericoloso salto roccioso, il "sas de saguréte".
Siamo al grande pianoro di pascoli è chiamato localmente “saguréte”, o ciàn de saguréte”, percorso dal torrentello chiamato "acqua di cagnòz", che scende dal passo di Confinale. In mezzo al pianoro, un modesto ricovero diroccato per i caricatori d'alpe. Qui la traccia si fa molto debole, ma con un po' di attenzione riusciamo a seguirla, anche perché prosegue diritta verso il centro del pianoro, a sinistra della sommità di un dosso pratoso. Sul lato opposto rimane nascosta al nostro sguardo una baita diroccata, mentre in alto, a sinistra, si vede bene lo scatolone arancione del bivacco Anghileri-Rusconi, collocato, in territorio italiano, poco distante dal passo. Vediamo ora chiaramente, levando lo sguardo alla nostra sinistra, anche la meta, la cima Fontana, la maggiore elevazione che chiude a nord-est la valle. Alle nostre spalle, intanto, a sinistra dei pizzi Argient e Zupò fa capolino, con un profilo affilato, la Cresta Güzza (m. 3869), alla cui sinistra si riconosce anche la punta Marinelli
(m. 3182), a destra della quale si stende la sella nevosa del passo Marinelli orientale (m. 3120).
Ci ritroviamo ai piedi di una formazione rocciosa arrotondata, presso un grande ometto. Possiamo aggirarla a destra o a sinistra. Scegliamo questa seconda soluzione e ci ritroviamo nei pressi di un torrentello che scende da un grande vallone. Seguiamolo, lasciandolo sempre alla nostra sinistra: in breve ritroviamo il sentiero, segnalato anche da evidenti ometti. Risalito il canalone, raggiungiamo una bella spianata. Si tratta della secondo ampio terrazzo di pascoli a monte della conca dell’alpe Gembré, contrappuntato da modeste formazioni rocciose e tagliato dal confine con la Svizzera, è chiamato “saguréte zùra”. Qui la traccia ci porta diritta al passo Confinale (m. 2628), che immette in val Tempesta, laterale di destra della Val Poschiavina, in Svizzera. Poco sotto il passo scorgiamo facilmente un piccolo specchio d'acqua.
Per raggiungere il bivacco non dobbiamo però valicare il passo, ma piegare a sinistra e risalire un dosso erboso, fino alla quota di 2654 metri. Dalla partenza sono trascorse circa due ore, per un dislivello di circa 664 metri.
Ora dobbiamo prestare un po' di attenzione per individuare il sentiero che porta alla cima Fontana, dal momento che non è segnato sulle carte. Ci aiutano alcuni cippi di legno numerati, i segnavia bianco-rossi ed anche un buon numero di ometti. Si tratta di superare un primo gradino rappresentato da una fascia di rocce posta immediatamente a nord del bivacco, cioè alla nostra sinistra, se ci volgiamo in direzione del versante svizzero. Volgiamoci, quindi, a nord e cominciamo a salire, inizialmente verso sinistra: troveremo subito il cippo di legno con il numero 5. Pieghiamo, poi, a destra e varchiamo una piccola porta. Troveremo il sentiero, abbastanza marcato, ed i segnavia: non perdiamoli, perché il varco che supera la fascia di rocce non è individuabile ad occhio nudo.
Procedendo verso destra, giungiamo ad un canalino, che il sentiero taglia, per poi risalire, con un
breve tratto esposto, uno speroncino roccioso: qui dobbiamo prestare, ovviamente, una particolare attenzione (in presenza di neve o con rocce bagnate, il passaggio è sconsigliabile). Superato quello che è l'unico passaggio veramente delicato dell'escursione, approdiamo ad un più tranquillo crinale erboso, risalito il quale ci troviamo ai margini di una sorta di altipiano ondulato. Memorizziamo bene questi luoghi, perché, nel ritorno, se non prestiamo attenzione possiamo portarci fuori strada, dal momento che il corridoio che porta all'attacco del canalino non è affatto evidente.
Di fronte a noi, leggermente spostata a sinistra, in primo piano, la cima Fontana. Intuiamo, ora, anche lo sviluppo successivo dell'ascensione: è necessario attraversare l'altipiano in direzione nord, per poi attaccare il facile crinale orientale (di destra) che sale alla cima. L'occhio, però, è attratto dalla muraglia che chiude, a nord, l'orizzonte, la muraglia dal color rosso cupo del massiccio che scende, a sud-est, dal pizzo Varuna (m. 3453), la cui cima tondeggiante si intravede appena, in alto, sulla sinistra. Ripreso il cammino, oltrepassiamo un grande ometto ed un cippo di legno con il numero 7. Sulla nostra destra, ottimo è il colpo d'occhio sulla valle di Poschiavo, che raggiunge Poschiavo ed il lago omonimo.
Il sentiero serpeggia fra gande, pianori e collinette, passando a sinistra dei due laghetti di quota
2805, le cui acque, illuminate dal sole, restituiscono un colore verde intenso. Il secondo e più grande di questi laghetti è anche presidiato da un curioso e simpatico panettone roccioso. Oltrepassiamo anche il cippo di legno con il numero 8, prima di passare a sinistra di un terzo e più grande laghetto, a quota 2909, che precede, di poco, il punto in cui la traccia raggiunge la sella che si affaccia sull'ampio bacino della vedretta di Varuna. Salendo alla sella, troviamo anche, su un masso, l'indicazione di un bivio: a sinistra si prende per la cima Fontana, a destra per il ben più impegnativo pizzo Varuna.
Sulla sella ci accoglie il numero 9, in corrispondenza del quale dobbiamo attaccare il facile crinale di sfasciumi che sale alla cima. Prima di farlo, però, gettiamo un colpo d'occhio su quella che le carte di indicano come vedretta del Varuna: niente ghiaccio, niente neve, solo un oceano di massi, una grande ganda. Il ghiacciaio, qui, non c'è più, rimane un nevaietto annidato sotto il versante settentrionale della cima Fontana. Cominciamo a salire, appoggiandoci spesso al versante destro (quello sinistro è esposto). Guardando in basso, sulla sinistra (facendo, però, attenzione a non esporci) vediamo che l'ampio altipiano a sud della cima Fontana ospita anche un quarto e più ampio laghetto, che però resta nascosto a chi lo attraversa per la via dettata dai segnavia. Decisamente più interessante il panorama alla nostra destra, dove si impone la poderosa lingua orientale del ghiacciaio di Fellaria, sovrastata dalle tre cime del piz Palù (m. 3823, 3906 e 3881); alla sua sinistra, la punta del Sasso Rosso, i pizzi Argient e Zupò, la Cresta Güzza.
Niente di clamoroso sulla cima, che distinguiamo da un'elevazione gemella posta più avanti, sul crinale, solo per la presenza di un grande ometto, del cippo di legno con il numero 10 e di una targa posta il 3 settembre 1995, a ricordo del trentennale del Gruppo Giovanile OSA. Siamo a 3070 metri di quota, e camminiamo, dal bivacco Anghileri-Rusconi, da circa un'ora e mezza. Se siamo partiti dalla diga di Gera, abbiamo impiegato circa 4 ore, per superare un dislivello complessivo di 1070 metri circa.
Straordinariamente ampio il panorama. Vediamo cosa ci presenta in una carrellata a 360, in senso orario, che parte da sud. Sul fondo, le Orobie centrali; più avanti, il crinale che separa, ad ovest, la bassa Valmalenco dalla media Valtellina, con il monte Canale ed il Sasso Bianco; in primo piano, la valle di Campomoro, ramo orientale dell'alta val Lanterna, con le dighe di Campomoro e Gera, sovrastate, ad ovest (destra) dal poderoso Sasso Moro, che lascia intravedere solo la cima del più illustre monte Disgrazia (m. 3678). A destra del monte Disgrazia, la testata della Val Sissone (val de sisùm), che propone le cime di Chiareggio, la punta Baroni (m. 3203), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3331), le cime di Rosso (m. 3369) e di Vazzeda (m. 3297). Davanti a   queste cime, che stanno sullo sfondo, dominiamo con lo sguardo i due ampi valloni che confluiscono nell'alpe Fellaria, e che culminano nella forca di Fellaria (porta che permette una facile traversata dal rifugio Bignami al rifugio Carate-Brianza) e nella bocchetta di Caspoggio (porta che permette la traversata Bignami-Marinelli per la vedretta di Caspoggio).
A destra di questa bocchetta, la sezione occidentale del ghiacciaio di Fellaria, che sale alla sella
del passo Marinelli orientale e propone, alla sua destra, la più occidentale delle due impressionanti seraccate che caratterizzano questo ghiacciaio. A sinistra del passo Marinelli vediamo la punta omonima, mentre a destra riconosciamo la Cresta Güzza. Proprio dietro il passo, ecco, finalmente, un po' defilati, i giganti della testata della Valmalenco, la celeberrima triade dei pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4050). A destra della Cresta Güzza, ecco di nuovo i pizzi Argient e Zupò e l'affilata punta del Sasso Rosso. Alla sua destra, il ramo orientale del ghiacciaio di Fellaria, che propone la seconda impressionante seraccata, sovrastata dalle tre cime del piz Palù.
A destra di queste cime, sempre defilato, il piz Varuna, che sembra sì più alto, ma anche piccolo piccolo a confronto del poderoso massiccio che scende verso sud-est, cioè alla sua destra. Il massiccio scende fino ad una sella, raggiunta da quel che resta della parte superiore della vedretta di Varuna, una piccola vedretta che, nella parte inferiore, ha dato origine ad un laghetto (salendo, non lo potevamo vedere, ma era in alto, a destra, ed a poca distanza, quando abbiamo raggiunto la sella prima del crinale). A destra della sella, la cima quotata 3080. Una curiosità: il confine italo svizzero passa proprio per questa vedretta, tagliandola in due e seguendo la direttrice quota 3080 (denominata Segnale di pizzo Varuna) ed il pizzo Varuna.
Alle spalle della sella e del successivo crinale, le montagne del versante orientale della Valle di Poschiavo e della Val Grosina; si distinguono, in particolare, la cima di Val Viola e la cima Piazzi. A destra del solco della Valle di Poschiavo, a sud del passo Confinale, la cima dei Sassi Bianchi (m. 2805), nella quale convergono val Confinale, val Poschiavina e versante svizzero, e, alla sua sinistra, il piz Confinal (m. 2810). Alle loro spalle, la vedretta del pizzo Scalino, sormontata, da sinistra, dal pizzo Canciano (m. 3103), dalla cima di val Fontana (m. 3228, consacrata a Papa Giovanni Paolo II dal 28 agosto 2005) e dal pizzo Scalino (m. 3323), dal quale scende, verso destra, il lungo crinale che separa la Valmalenco dalla Val di Togno. Davanti a questo crinale distinguiamo il massiccio monte Spondascia (m. 2867), che sorveglia, a sud, la bassa valle Poschiavina, e guarda alle dighe di Gera e Campomoro.
Si è così conclusa una carrellata di cime che sicuramente, in una giornata limpida, lascia stupiti ed ammirati. Se guardiamo, invece, all'ampia conca che già ospitava la vedretta di Varuna, vedremo che questo è delimitato, a sinistra, cioè ad ovest, da due microlaghetti. Se siamo partiti dal bivacco ed abbiamo ancora voglia di camminare, possiamo scendere a visitarli. Per farlo, ripercorriamo, scendendo dalla cima, il crinale, piegando poi, appena possibile, a sinistra e descrivendo un ampio semicerchio che ci porta nella parte bassa dell'ampio vallone già occupato dalla vedretta, attraversando una sterminata ganda. I laghetti, a quota 2812, costituiscono un ottimo osservatorio sul Sasso Rosso e sulla seraccata del ghiacciaio di Fellaria orientale.
Se, però vogliamo osservare ancora più da vicino questa seraccata, e magari godere dello spettacolo del distacco di grandi blocchi di ghiaccio, che cadono fragorosamente sulla parte più bassa del ghiacciaio, possiamo scendere ad un ampio pianoro sottostante. La discesa comporta una certa esperienza ed attenzione, e sfrutta il canalone per il quale scende il torrentello che esce dai laghetti, alla loro sinistra. Nel primo tratto portiamoci a sinistra del torrentello, poi, scesi di pochi metri, passiamo a destra e proseguiamo, fra massi un po' scivolosi, tenendoci alla sua destra, fino ad approdare al pianoro, ad una quota approssimativa di 2670 metri, nel quale troviamo, a sinistra, un nuovo splendido laghetto, chiamato "laghét de curnàasc", perché è posto a monte del "crap de curnàasc", la parete rocciosa a picco che sorregge il terrazzo al quale siamo giunti.
Puntiamo, ora, la morena che ci sta proprio di fronte, guadagniamone, con un po' di fatica, il filo e risaliamolo per un buon tratto: ci troveremo proprio al cospetto dell'impressionante seraccata, che da qui appare come una sorta di cattedrale gotica disseminata di guglie di ghiaccio. Di tanto in tanto, il silenzio sarà rotto da un fragore sordo: caduta di massi e sfasciumi, ma, più probabilmente, distacco di blocchi di ghiaccio che generano, talora, spettacolari cascate che, dalle rocce sotto la seraccata, cadono sull'estremo lembo del ghiacciaio, che, con triste malinconia, va a morire più a valle, a ridosso di una fascia di rocce. Uno spettacolo impagabile, che vale la fatica che ci attende per risalire al vallone superiore e riguadagnare la sella sotto il crinale della cima Fontana, prima di ridiscendere al bivacco.
Di fronte a questo scenario appaiono del tutto calzanti le parole che Bruno Credano pone in apertura del suo bel volume “Ascensioni celebri sulle Retiche e sulle Orobie” (Banca Popolare di Sondrio, 1964):
L'unico elemento mutevole dell'alta montagna è la grande coltre di neve e di ghiaccio che riveste l'ossatura rocciosa e la fa morbida negli alti terrazzi; poi, scendendo per le ripide pareti e nei canaloni, si rompe in enormi seraccate, dove un idilliaco colore azzurrino maschera, per gli ignari, il pericolo del crollo di quei potenti castelli di ghiaccio.
Questo è il settore tragico della montagna ghiacciata, tragico e inquieto, e mutevole, prima che l'inclinazione si plachi e il ghiacciaio riprenda a scendere, con un moto lento che non si vede, ma c'è, giù per la valle fino al punto di definitiva fusione, al livello dei primi alberi. L'alpinista che ha potuto assistere al crollo di una seraccata può vantarsi di aver goduto di uno degli spettacoli più grandiosi offerti dalla natura : il precipitare degli enormi cubi di ghiaccio che rotolano o scivolano con i movimenti più impensati; la potente ventata per lo spostamento dell'aria e da ultimo quella grande nube di neve che riempie la valle e, per alcuni minuti, nasconde ogni cosa. Inutile dire che lo spettacolo si ammira molto di più se lo si gode dall'alto di una cresta sovrastante o, meglio ancora, dal versante opposto del monte. La roccia è dunque il simbolo della durata, della immobilità, della stabilità, quando non ti frana addosso; ma il ghiaccio è infinitamente più vario e ricco di imprevisti. Si direbbe che, proprio come un vestito, segna una moda che ci sfugge; i ghiacciai mutano di spessore, mutano di lunghezza, così come le gonne delle signore, un anno un po' più su, un anno un po' più giù, con un ritmo che però si manifesta non in una stagione, ma nel corso delle glaciazioni che si misurano a secoli o a millenni. Il vecchio Antonio Masa di Lanzada, uno dei primi scopritori dei filoni di amianto, mi raccontava molti anni or sono che quando era ragazzo, cioè circa un secolo e mezzo fa, i due rami del vasto ghiacciaio di Fellaria si riunivano sotto i Sassi Rossi e precipitavano con una imponente cascata di seracchi fino al piede delle rocce, dove ora incomincia il lago di Gera. Ma nel quadro del gruppo del Bernina neppure questa mutazione è di grande rilievo, anche se può far pensare che la sparizione di un ghiacciaio può essere più probabile che non quella, temuta da Whymper, del suo Cervino.”

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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