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La Barachia di Partigian

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Fontana prima di Bioggio-Prati della Brusada-Barachia di Partigiàn
4 h
1130
EE
SINTESI. Acquistato il pass giornaliero, saliamo in automobile da Cercino sulla strada che procede verso Mello, prendendo a sinistra (indicazioni) per la località di Bioggio. poco prima di Bioggio, nella cornice di una pineta davvero splendida, troviamo uno slargo con una fontana, in corrispondenza di una pista secondaria che si stacca, sulla sinistra, dalla carrozzabile. Lasciamo l’automobile in questo slargo (m. 750 circa) e ci incamminiamo sulla pista secondaria, trovando, ben presto, sulla destra, un cartello che segnala una nuova deviazione (indicazione: Brusada). Dopo pochi passi ci ritroviamo al punto di partenza di un sentiero ben marcato (sentée de cagnél), ma senza segnavia, che sale nel bosco, proponendoci quasi subito un bivio, al quale prendiamo a sinistra, proseguendo nella salita. Il sentiero piega per un breve tratto a destra, torna a salire per un tratto più lungo a sinistra e propone, poi, una serie di serrati tornantini. Ad una quota approssimativa di 940 il sentiero riprende l’andamento a sinistra e passa sotto un masso erratico, raggiungendo poi la cappelletta quotata m. 959. Dopo una prima radura, ad un bivio prendiamo a sinistra ed usciamo alla radura di quota 1150 (località Fraceta, cartello). Intercettiamo poco sopra la pista tagliafuoco e procediamo qualche metro verso destra, sulla pista, prima di trovare, sul suo lato opposto, la ripartenza del sentiero, segnalata da un bollo rosso su un sasso. Nel primo tratto saliamo sul terreno smosso dai lavori di tracciamento della pista, poi rientriamo nel bosco. A quota 1280 troviamo una radura panoramica. Poco sopra, il bosco comincia ad aprirsi e, alzando lo sguardo, possiamo scorgere la baita più alta dei prati della Brusada. La traccia diventa, ora, meno netta: troviamo un tratto in leggera discesa in cui sembra quasi perdersi, ma poi, superato un masso liscio, torna a farsi visibile e, attraversando una specie di conca, riprende a salire, fino ad intercettare un sentiero ben più marcato che proviene da sinistra e ci porta alle baite del Restelée, da cui la salita prosegue sul lato orientale dei prati, fino alle baite alte (m. 1584). Dalla parte alta dei prati della Brusada (est) imbocchiamo il sentiero che procede verso est e raggiunge il rifugio Consorzio Prati della Brusada (m. 1584), ruiconoscibile per la bandiera italiana. Da qui non proseguiamo diritti, ma saliamo nel bosco alla nostra sinistra, fino ad una seconda baita con bandiera italiana. Alle sue spalle riprendiamo a salire in pineta, verso nord. La traccia si fa più marcata e visibile, e, piegando leggermente a destra, raggiunge, a quota 1780 circa, una fascia di massi, proseguendo sul suo limite sinistro (attenzione, qui, a non perderla proseguendo a salire diritti; anche in questo caso, però, si può salire a vista, in direzione del limite del bosco, che già si intravede). Ad una quota approssimativa di 1830 metri raggiungiamo il limite superiore destro della pineta. Proseguiamo salendo più o meno diritti, su terreno ripido, fino ad un piccolo poggio. Intorno a quota 2000 traversiamo a sinistra (verso ovest, prestando attenzione al terreno ripido), superiamo un vallone e giungiamo in vista del rudere della Baracca dei Partigiani sul crinale del suo versante occidentale.


Crinale sotto il monte Sciesa

Giugno 1944. La formazione partigiana che faceva capo a Nicola (200 uomini circa) mise in atto due audaci azioni, impossessandosi di armi e munizioni sottratte alla caserma di Ardenno e di armi e viveri conquistati sequestrando, la mattina del giorno 11, il treno Milano-Sondrio nel tratto Ardenno-S.Pietro. La reazione nazifascista non si fece attendere: la sera del 15 giugno la zona di Buglio, dove si concentrava buona parte della forza partigiana, venne isolata, e la mattina del giorno successivo iniziò, dalla piana della Selvetta, il cannoneggiamento contro Buglio (furono distrutte o danneggiate 58 case coloniche, e si contarono diverse vittime fra i civili). Era l’inizio della battaglia di Buglio, che costrinse Nicola e la sua formazione partigiana a ripiegare. La ritirata, attraverso la Val Masino, riuscì a stento, e non fu priva di perdite.
La riorganizzazione delle forze partigiane assunse come baricentro i prati della Brusada, sopra Cercino. Ma, per evitare di essere sorpresi da rastrellamenti o, peggio ancora, accerchiati, nel luglio 1944 alcuni partigiani costruirono, più in alto, in una zona impervia e di non facile accesso, poco sotto il crinale fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, un piccolo rifugio in sassi (meno di venti metri quadrati), dove rimanere nei momenti più critici. Questo rifugio venne denominato barac(h)ia di Partigian, cioè baracca dei Partigiani.


Crinale sotto il monte Sciesa

Un devastante incendio nel secondo dopoguerra ebbe conseguenze disastrose non solo sulla splendida pineta di questa parte alta del versante occidentale dei Cech, ma anche sulla baracca, che cadde in rovina. Ora resta solamente la parte più bassa delle mura perimetrali. Per questo, nonostante il rudere della baracca sia su terreno scoperto, non è meno difficile trovarlo oggi di quanto non fosse più di sessant’anni fa. Una sfida, dunque, andare a scovarlo. Un’emozione trovarlo e ripensare ai tragici momenti della storia nazionale che esso evoca.


Apri qui una fotomappa della Costiera dei Cech

Il rudere è segnato, ma non nominato, sulla carta IGM, a quota 1981 (est-sud-est rispetto al passo della Piana). L’indicazione è preziosa, perché altri riferimenti non sono più precisi (se chiediamo, per esempio, a chi la conosce l’ubicazione della baracca, ci sentiremo rispondere che si trova sul dosso gemello rispetto a quello dell’Oratorio dei Sette Fratelli, ad ovest di quest’ultimo, un po’ più in basso rispetto all’Oratorio). Il racconto dell’escursione alla baracca potrà servire, spero, per trovarla senza troppa fatica. Punto di partenza sono i prati della Brusada (brüsàda), e precisamente la baita più alta, di destra (est), sormontata da una bandiera italiana (m. 1584), recentemente ristrutturata come rifugio Consorzio Prati della Brusada. Il primo tratto dell’escursione coincide con quella che porta dalla Brusada all’Oratorio dei Sette Fratelli.


Apri qui una panoramica dai Prati della Brusada

Dalla baita parte, sulla destra, il sentiero che, procedendo in direzione nord-est, attraversa la valle di Siro (valenàscia) e si porta sul suo versante opposto, proseguendo in direzione dei prati di Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale). Qui troviamo, ben presto, un sentiero che si stacca, sulla sinistra, da quello che stiamo percorrendo, con una duplice segnalazione: Cunvula (1 ora) e Barac(h)ia di Partigian (1 ora). È questa l’unica segnalazione che fa riferimento alla baracca. Non troveremo, infatti, alcun segnavia. Stacchiamoci, dunque, dal sentiero per i Prati di Bioggio ed imbocchiamo questo nuovo sentiero, che sale ad una baita, anch’essa con la bandiera italiana, a quota 1600. Nel prato sotto la baita vediamo un sentiero che prende a sinistra ed entra nel bosco, ma non è quello che ci interessa. Dobbiamo cercare, invece, il sentiero che parte alle spalle della baita e comincia a salire, diritto e piuttosto ripido, sul largo dosso boscoso a monte della baita (direzione nord), nella splendida cornice di una delle pinete che si sono salvate dai disastrosi incendi che, nel 1948, 1952 e 1965, hanno martoriato la parte occidentale della costiera. Nella salita, passiamo a sinistra di una radura, ed incontriamo anche qualche scheletro d’albero che non è scampato al fuoco. Ma lo scenario è davvero bello: il bosco, aperto e luminoso, ha qualcosa di fiabesco. La traccia si fa più marcata e visibile, e, piegando leggermente a destra, raggiunge, a quota 1780 circa, una fascia di massi, proseguendo sul suo limite sinistro (attenzione, qui, a non perderla proseguendo a salire diritti; anche in questo caso, però, si può salire a vista, in direzione del limite del bosco, che già si intravede).
Ad una quota approssimativa di 1820 metri raggiungiamo il limite superiore destro della pineta. Alla nostra destra vediamo il solco dell’alta val Cespedello. Qui i percorsi per l’Oratorio dei Sette Fratelli e per la baracca si separano: il primo, infatti, piega a destra, attraversa il vallone salendo gradualmente e prosegue sul dosso successivo (cunvüla), fino ad intercettare il sentierino che sale all’Oratorio dal Piazzo della Nave (ciàz de la nàav). Noi, invece, dobbiamo muoverci per buona parte senza neppure il riferimento di una traccia di sentiero.
Proseguiamo diritti, portandoci sul filo del dosso a monte della pineta (in questo tratto piuttosto ripido) e guadagnando una prima pianetta (quota approssimativa: 1840 metri), dove, sopra alcune roccette e massi, troviamo una debole traccia di sentiero che proviene da destra e prosegue verso sinistra, scendendo in un vallone e tagliando la parte alta del versante montuoso (passa sotto una curiosa formazione rocciosa, caratterizzata da uno sperone uncinato), a monte di una fascia occupata da materiale franoso. Non dobbiamo, però, seguire questa traccia, ma continuare a salire sul filo del dosso (un po’ meno ripido), fino ad una seconda pianetta, caratterizzata da alcune roccette e da scheletri di alberi bruciati. Ora dobbiamo assumere come punto di riferimento un grande larice solitario che troviamo più in alto, leggermente a sinistra: lo raggiungiamo e proseguiamo salendo in direzione di un piccolo larice isolato e guadagnando quota 1980, dove intercettiamo una debole traccia di sentiero che taglia, da destra a sinistra, il versante.
La salita sul dosso ci impone qualche sosta per riprendere fiato. Guardiamo, durante le soste, a sinistra: riconosceremo un piccolo crinale roccioso che, perpendicolare al crinale principale Cech-Valle dei Ratti, scende verso sud, alternando formazioni rocciose a modeste selle erbose. Su una di queste selle, a sinistra di alcuni scheletri di larice ed a pochi larici ancora in vita, si può scorgere quel che resta del muro orientale della baracca.
Seguendo la traccia di sentiero a quota 1980 prendiamo, ora, a sinistra (ovest), tagliando il versante senza guadagnare quota. Passiamo, così, sotto una piccola fascia di massi e raggiungiamo una terza pianetta, appena oltre la quale siamo alla sella erbosa sulla quale è letteralmente appollaiata la baracca (baràc(h)ia di partigiàa). Un cartello ci conferma che abbiamo raggiunto la meta. Sotto e soprattutto sopra il rudere i tristi resti degli alberi colpiti dall’incendio; pochi i larici scampati, fra massi e lembi erbosi. Ottimo è il colpo d’occhio: a sud est la confluenza delle Valli del Bitto sul fondovalle valtellinese, a sud la Val Lesina, presidiata, sul lato sud-occidentale, dall’inconfondibile corno del monte Legnone, a sud-ovest l’alto Lario, dove, sul lato occidentale, lo sguardo raggiunge Gravedona e Dongo, il paese nel quale la vicenda di Mussolini terminò tragicamente. Fa un singolare effetto pensare questo da qui, dal luogo nel quale dovettero trovare precario rifugio coloro che scelsero di opporsi al suo regime ed a quello hitleriano mettendo a repentaglio la loro stessa vita.
È un pensiero che ci accompagna anche nella discesa, che avviene per la medesima via di salita (la tentazione di scendere per il ripido canalone erboso (la parte alta della val de sbrìis), che si trova immediatamente a valle della baracca, verso destra (est) è forte, ma tutto sommato si guadagnerebbe poco tempo a prezzo di fatiche aggiuntive; se, comunque, si opta per questa soluzione, ci si ritrova sul sentierino che dalla prima pianetta, sopra menzionata, prosegue verso ovest; percorrendolo verso sinistra, dopo una breve salita, ci si riporta a questa pianetta, dalla quale si raggiunge, in breve, il limite del bosco.
La salita dalla Brusada alla baracca dei Partigiani richiede circa un’ora ed un quarto di cammino, per superare un dislivello approssimativo di 400 metri. Siccome, però, alla Brusada non possiamo salire in automobile, il tempo complessivo e l’impegno dell’escursione sono decisamente superiori: calcoliamo 3 ore e mezza/4 ore partendo dalla fontana che precede Bioggio, sopra Cercino (il dislivello, in questo caso, è di circa 1130 metri) e 3 ore e mezza partendo dall’alpe Piazza (che possiamo raggiungere in automobile da
Cino acquistando il relativo permesso; il dislivello è, in al caso, di poco più di 1000 metri).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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ALTRE ESCURSIONI A CERCINO

APPROFONDIMENTO: APPUNTI DI STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA

La Valtellina, dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, di fatto controllata dai Tedeschi, diventò molto importante per i Fascisti. Infatti i suoi impianti idroelettrici erano fondamentali per alimentare le industrie del milanese, e non ci si poteva permettere che subissero danni ad opera dei Partigiani. Nel 1944, dopo lo sbarco in Normandia, era ormai chiaro a tutti i Fascisti che la guerra sarebbe stata persa, anche se nessuno poteva dirlo, perché sarebbe stato accusato di essere disfattista.
Uno dei gerarchi Fascisti, Pavolini, ideò allora il piano di fortificare la Valtellina e di farne un “ridotto”, cioè un luogo di resistenza ad oltranza nel caso in cui gli Alleati, che stavano risalendo la penisola, avessero sfondato la “linea gotica” tedesca e quindi conquistato la Pianura Padana. L’idea Pavolini era di ritirarsi in Valtellina, dove ci si poteva difendere, data la natura del territorio, per lungo tempo. Lo scopo era, probabilmente, quello di costringere gli Alleati a trattare una resa onorevole, minacciando in caso contrario di sabotare le centrali idroelettriche. Nel caso peggiore si poteva poi fuggire nella neutrale Svizzera e sfuggire così ai possibili processi.
Nell’articolo “1945: il Ridotto Valtellinese”, di Carlo Alfredo Clerici ed Enrico E. Clerici (pubblicato nel Bollettino della Società Storica valtellinese del 1997) ci sono alcuni interessanti documenti che spiegano il significato di questo progetto. Il primo è una lettera di Mussolini a Pavolini scritta intorno alla metà di settembre del 1944:
"Vi affido con la presente l'incarico formule di presiedere e dirigere i lavori della Commissione che si chiamerà "Ridotto Alpino Repubblicano" (RAR) intendendo per tale denominazione la zona prescelta per organizzarvi la più lunga resistenza possibile all'invasore. Tale resistenza deve essere organicamente preparata, tempestivamente e in ogni campo....Mi terrete informato dello sviluppo dei vostri lavori".
Il secondo documento è il progetto che il federale di Milano Vincenzo Costa espose a Mussolini, giunto in visita alla federazione fascista di Milano nel dicembre del 1944, con queste parole:
Non intendiamo lasciarci sorprendere da un altro 25 luglio, non vogliamo lasciarci sorprendere nell'impossibilità di difenderci, dobbiamo essere preparati ad affrontare la situazione con eroismo. Ecco perché il fascismo milanese, interpretando il pensiero di tutti i fedeli al nostro Ideale e a voi nostro duce, intendo attuare il progetto del "quadrato della Valtellina.
Le difese della vecchia "Linea Cadorna", le difese naturali offerte da quei monti che chiudono la valle sono la base di un concentramento di forze fasciste, che bene distribuite in posizioni di difesa possono tenere a distanza il nemico.
Nella valle ci sono le più importanti centrali elettriche che alimentano l'energia della Lombardia e se minacciassimo di farle saltare daremmo all'avversario un motivo di apprensione.
In Valtellina, a qualche chilometro dal suo imbocco, nel comune di Rogolo, abbiamo ammassato ingenti quantità di viveri e di munizioni. Una compagnia di fucilieri della Resega già provvede al controllo degli accessi alla valle e dopo che le forze fasciste vi saranno affluite provvederà a far saltare i ponti sul Mera, sull'Adda e a minare il passo di Piana. La batteria d'artiglieria della Resega ha appostato i suoi cannoni tra la punta di Fuentes e Piana. In Valtellina, duce, potrete eventualmente "trattare" con il nemico. La Svizzera è immediatamente vicina e corre parallela a tutta la profondità della valle, per cui si potrà anche entrarvi in forze: in tal caso la confederazione elvetica disarmerà e farà prigioniere le forze fasciste. Il quadrato della Valtellina dovrebbe attuarsi come segue:
a) All'ora X. e come da ordini precedentemente dati al comandante militare di ogni provincia, le forze fasciste raggiungeranno la Valtellina portando con loro viveri per almeno 30 giorni per tutti.
b) Un comandante generale, designato dal duce, assumerà il comando del concentramento delle forze fasciste in Valtellina e disporrà la loro assegnazione nelle posizioni di difesa prestabilite.
c) Settore Chiavenna. Le forze della provincia di Como sbarreranno i passi del confine con la Svizzera, si sistemeranno in posizione di difesa da Chiavenna a Montemezzo, sopra l'imbocco della Valtellina.
d)  Settore Fuentes. Le forze fasciste della provincia di Milano, costituite dalla brigata nera Resega e dalla legione Muti e GNR, bloccheranno, con il battaglione Perugia, la Valsassina da Premana a Dervio, l'accesso alla valle del passo di Piana e le strade che provengono da Sorico e si collegano con punta Fuentes.
e) Settore Val Bretnbana. Le forze fasciste della provincia di Bergamo bloccheranno gli accessi in alta valle occupando i capisaldi dominanti e mantenendo i collegamenti con le forze bresciane del settore della Val Canonica e quelle del settore Puentev
f) Settore Val Canonica. Tutte le forze fasciste della provincia di Brescia raggiungeranno il passo dell'Apriva percorrendo la strada che parte da Edolo in stretto contatto con le forze fasciste del settore della Val Brembana e con esse poi ripiegheranno in Valtellina. Tutte le altre forze fasciste in ritirata a mano a mano che arriveranno si uniranno alle forze dei vari settori indicati o si concentreranno nelle località indicate dal comando unico che avrà sede a Sondrio.
Questo è il progetto del ridotto della Valtellina, un progetto che, se attuato, all'ora X imporrà all'avversario il rispetto delle nostre famiglie, delle nostre case perché altrimenti potremmo compiere "rappresaglie" i cui obiettivi potrebbero essere costituiti dalle centrali elettriche, dagli ostaggi, dai prigionieri. Duce, perdonateci se abbiamo preso un'iniziative, che non ci compete, ma ci è stata imposta dalla situazione. Se dobbiamo vivere vorremmo farlo all'ombra della bandiera della repubblica sociale italiana: vorremmo vivere con voi. Se dovessimo morire vorremmo essere impiccati all'asta della bandiera tricolore della repubblica sociale italiana dopo aver fatto quadrato attorno a voi, nostro duce".
Il piano poteva riuscire ad una condizione: “bonificare” la Valtellina dalle formazioni partigiane che, dai monti, potevano costituire una pericolosa insidia e mandare in fumo il progetto. Questo spiega come mai nella bassa e media Valtellina l’azione delle forze nazifasciste contro le formazioni partigiane, soprattutto dall’estate del 1944, fu particolarmente intensa.
In alta Valtellina, invece, le formazioni partigiane ebbero vita più facile e non si ebbero scontri di rilievo. I partigiani, in Valtellina, erano, come nel resto d’Italia, divisi in due fazioni ideologicamente diverse: le formazioni garibaldine, di orientamento comunista, e quelle “bianche”, di orientamento cattolico e liberale. Fra le due fazioni vi furono momenti di tensione e si giunse in qualche caso ad un passo dallo scontro.
Il periodo più duro per la resistenza in bassa Valtellina fu senza dubbio quello che parte dall’estate del 1944. Il 6 giugno avvenne lo sbarco in Normandia e le formazioni partigiane in tutta Europa ricevettero la direttiva di impegnare in battaglia le forze nazi-fasciste per evitare che queste venissero trasportate sul fronte della Normandia, dove si svolgeva una battaglia cruciale (se gli Alleati avessero vinto, la guerra avrebbe avuto una svolta decisiva in loro favore, mentre se fossero stati ributtati in mare, si profilava uno stallo che avrebbe probabilmente conservato ad Hitler buona parte dell’Europa continentale).
Il comandante della divisione Garibaldi, Dionisio Gambaruto, “Nicola”, decise di obbedire a questa direttiva e di conquistare un paese tenendolo il più possibile. La scelta cadde su Buglio (ai confini del mandamento di Morbegno).
Ecco come egli stesso descrive quel che avvenne: “Giugno segnò… il via in grande stile delle operazioni partigiane: 1'1 ci fu l'assalto, con gli uomini di «Al», alla caserma di Ballabio; il 10 l'attacco improvviso al treno Milano-Sondrio; 1'11 giugno l'occupazione di Buglio in Monte, un piccolo paese di mezza montagna della Valtellina. I partigiani presero possesso del paese, venne destituito il podestà fascista, nominato il sindaco e, per una settimana, si tennero « consigli comunali » di tipo democratico. Tutta la popolazione ebbe diritto di parola; tutte le sere si svolsero assemblee di popolo nei locali pubblici, nelle osterie, in ogni punto ove ci fosse una sala capace di contenere più di dieci persone. Venne deciso di distribuire alla popolazione i generi alimentari che i fascisti avevano ordinato di consegnare all'ammasso, lana di pecora, grassi, latte, altro. É evidente che la presa di Buglio in Monte era stata una sfida aperta al regime fascista. Il 6 giugno gli alleati erano sbarcati in Normandia e noi della Resistenza avevamo ricevuto l'ordine di entrate in azione dappertutto per allargare quanto più possibile il conflitto e per disturbare la marcia delle truppe fasciste e tedesche. Per questo occupammo Buglio, che divenne il primo comune libero di tutta la Valtellina…. I fascisti del resto avevano annunciato un rastrellamento sulle colonne del «Popolo Valtellinese». L'attacco a Buglio fu portato in massa. Era il 16 giugno. C'erano tedeschi, polacchi, mongoli utilizzati dai nazisti nella controguerriglia, militi della GNR, brigatisti neri, in tutto circa un migliaio di uomini. Una decina di cannoni erano piazzati ai due lati della cascina. Era l'alba quando udimmo i primi colpi di artiglieria. Cominciarono a crollare le case, i cascinali, i fienili. Decidemmo la ritirata mentre « Ennio il Rosso » con una mitragliatrice rispondeva al fuoco nemico fino a che non fu colpito da un attacco alle spalle. Gli studenti milanesi, senza armi, contribuivano gettando sassi. Chi fu catturato venne fucilato sul posto. Per noi quella scelta rappresentò una sconfitta; forse non avremmo dovuto rimanere troppo arroccati nella zona anche se non era un nostro obiettivo trasformare quella striscia di terra in una Repubblica. Nostra intenzione era di restare a Buglio solo qualche giorno, portare in alto i nostri magazzini e poi andarcene. Eravamo cioè ben convinti di dover evitare una battaglia frontale ma i nemici furono più rapidi di noi.” (Testo tratto da “La resistenza più lunga”, di Marco Fini e Franco Giannantoni, Milano, SurgarCo, 2008).
Il comandante partigiano ammette che vi furono degli errori di valutazione. Il bilancio della battaglia di Buglio fu tragico, perché morirono non solo partigiani, ma anche alcuni civili, colpiti dal mitragliamento delle forze nazi-fasciste. Per questo il ricordo di questa tragedia è ancora vivo in paese, non se ne parla volentieri. A lato della strada che sale a Buglio, poco sotto il paese, è stata posta una targa che commemora i partigiani caduti nella battaglia di Buglio. Si legge: “Caduti per la libertà. 16 giugno 1944. Valeni Clemente, 1908. Reda Pierino, 1924. Pasina Gustavo, 1927. Nicocelli Vinicio, 1926. Bianchi Virgilio, 1926. Bollina Sergio, 1926. Vecchiantini Luciano, 1920. Zamboni Ferruccio, 1923. Gabellino Luciano. Comune di Buglio in Monte”.
Su un pannello vicino si legge: “Il “sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco.”
Dante Sosio, nel suo volume “Buglio in Monte” (Sondrio, 2000), scrive, in proposito: “I colpi di mitraglia raggiunsero due bambini in fuga: Tarcisio Travaini, 12 anni, stava portando in salvo, sulle spalle, la sorellina Gemma di 2 anni. Caddero uno sopra l’altro come altri civili, Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani…. L’impari lotta nel ricordo di Giuseppe Giumelli, Camillo, medico delle formazioni partigiane in Valtellina, … in una testimonianza di qualche anno fa, prima della sua scomparsa: “Un colpo di mortaio, raccontò, diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”
Inoltre proprio a Buglio, a causa di quello che era accaduto, furono portati, dopo la fine della guerra (esattamente il 15 maggio 1954), alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista e vennero fucilati presso il cimitero del paese. Nel medesimo volume si trovano i loro nomi: Mossini Nelda e il fratello Guido di Ardenno, Sante Vaccaio di Pavia, avvocato, Parmeggiani Rodolfo di Sondrio, ragioniere, Tam Angelica di Villa di Chiavenna, professoressa, Lantieri Carlo di Tirano, ufficiale maggiore degli Alpini, Forzoni Giovanni di Firenze, giornalista, Fattori Marino di San Marino, colonnello, Bertoli Giovanni di Sondrio, Barra Cesare di Magenta, commerciante, Poletti Gustavo di Sondrio, direttore de “Il Popolo d’Italia”, Muttoni Emilio di Sondrio e Zoppis Cesare di Sondrio, impiegato.
In conseguenza della battaglia di Buglio si ebbe, come visto sopra, una prima frattura fra i due leader della resistenza in bassa Valtellina, “Nicola” e “Camillo”. Quest’ultimo ricorda: “Durante l'estate, riesplosero fra me e « Nicola » motivi di dissenso in relazione ad imprese che lasciavano spazio a forti critiche. Seppi che i partiti avevano lanciato un attacco politico notevole e che le azioni recavano un po' quel marchio. Giunsero fra di noi opuscoli di propaganda e arrivarono da Milano persone del tutto ignare di tecnica di guerriglia. Gente che nulla aveva a che fare coi partigiani.
Avvennero rapine ed omicidi ingiustificati e fra la popolazione valtellinese si creò del malumore che segnò anche i rapporti fra partigiani locali e quelli venuti da fuori nell'estate. La tensione aumentava visibilmente e fra me e « Nicola » si creò ancora uno stato di assoluta incomunicabilità…
I miei rapporti con «Nicola» si inasprirono ancor di più. Anche gli uomini protestarono mentre i valligiani di Mello insorsero vedendo portar via il formaggio e il bestiame. L'entusiasmo di un tempo stava spegnendosi e si incrinava l'antica solidarietà. La popolazione era stanca di pagare e di non essere difesa… La linea intransigente di «Nicola» non si fermò. In quei giorni trovò a Roncaglia due uomini ai quali chiese per chi parteggiassero, se per Giumelli o per lui. Alla risposta, gli uomini di «Nicola» presero quei miei partigiani, li seviziarono e poi li fucilarono.
Quando fui informato dell'episodio dichiarai che non potevamo accettare supinamente, che avremmo vendicato i caduti. Giunsi alle spalle di « Nicola » ma poi ebbe in me sopravvento la ragione. Trascorse poco tempo, e dopo aver ricevuto altre pressioni tese a strumentalizzarmi, mettendomi ancor più contro «Nicola» e la Resistenza, accettai, per le insistenze continue, di incontrarmi con il comandante garibaldino a tu per tu a Cataeggio. Ci vedemmo su un prato, con cinque uomini armati da una parte e cinque dall'altra. Io avevo una Colt e « Nicola » una bomba a mano. Con me c'era «Athos» e le rispettive bande erano in attesa nei boschi. Si discusse a lungo, poi per buona pace di tutti si accettò di ricostruire la formazione nel nome dell'unità. Ottenni il comando dei miei uomini; Giulio Spini mi seguì come commissario politico. Era la fine ottobre 1944.” (Da “La resistenza più lunga”, op. cit.)
Il famoso Alfondo Vinci (grande scalatore e studioso, attualmente sepolto nel cimitero di Pilasco frazione di Ardenno) racconta così quelle vicende: “La fuga di Giumelli non mi sorprese: conoscevo bene l'uomo, i suoi atteggiamenti, il suo attaccamento alle tradizioni. Chiesi a «Nicola» il permesso di poter andare a parlargli. «Nicola» inizialmente si oppose, poi accettò. Partii solo, armato della pistola a tamburo e di quattro bombe a mano. A Cevo, dopo un po' di cammino, la sorpresa: un partigiano di nome «Biancaneve», con altri uomini, mi intercettò, dopo avermi riconosciuto come partigiano di Nicola. Fui disarmato dopo che avevo spiegato lo scopo del mio viaggio. Furono attimi di terrore, in cui emerse il profondo contrasto fra i due gruppi. Alla fine, affidato a due partigiani, mi fu permesso di proseguire. Intanto, senza che io lo sapessi, « Nicola » con una decina di uomini mi aveva seguito. Trovò sulla strada «Biancaneve», scoprì nelle sue mani ed in quelle di altri due partigiani le mie armi e fucilò seduta stante i tre. Trovai Giumelli. Mi disse che era in netto disaccordo con i «milanesi» e che non approvava i loro metodi”.
Ecco, infine, la versione dell’altro antagonista, “Nicola”: “Subito dopo questa battaglia esplose il «caso» del medico Giumelli, responsabile del nostro servizio sanitario. La sua condotta produsse una scissione che mirò da una parte a sfasciare la divisione e dall'altra ad eliminare tutti i comandanti, compreso il sottoscritto, creando una formazione sotto il controllo di « G.L. ». Giumelli in questa iniziativa fu seguito da altri uomini, tutti valtellinesi come lui. Andò così: fummo informati che alcuni nostri compagni si erano impadroniti del deposito viveri e che «Bill» (Alfonso Vinci), nostro capo di Stato Maggiore, era stato disarmato dagli scissionisti. Dopo questa mossa Giumelli prese contatto con il CLN ed immediatamente dopo si avviarono trattative fra il CLN, i nostri Comandi e le altre divisioni.”
Si nota che Camillo e Nicola partivano da convinzioni diverse: per quest’ultimo la strategia della guerra era al primo posto, mentre il primo era molto attento anche alle conseguenze che certe azioni potevano avere sulla popolazione civile e sui contadini. Ma dietro questa divergenza c’erano motivi più profondi. La contrapposizione fra la fazione comunista e quella cattolico-liberale della resistenza non si verificò solo in Valtellina e non fu dovuta solo ad una contrapposizione di figure, ma era legata ad una visione ideologica diversa. Per i “rossi” la resistenza era solo il punto di partenza per instaurare nell’Italia liberata dai nazi-fascisti di un regime di socialismo reale, come quello dell’URSS, regime concepito da loro come il regime della vera libertà e democrazia. Per cattolici e liberali, invece, il comunismo era un pericolo contro il quale bisognava vigilare: per loro dopo la fine della guerra l’Italia sarebbe dovuta diventare una democrazia con lo stesso assetto istituzionale di Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Tornando alle vicende della resistenza e spostandoci un po’ più ad ovest, consideriamo Ardenno. Qui non si ebbero veri e propri scontri, ma sui maggenghi a monte del paese furono bruciate alcune baite dove i partigiani avevano punti di appoggio (prati di Lotto, estate 1944). Una cosa analoga avvenne in Val Masino, dalla quale, per il passo di Zocca, si poteva espatriare in Svizzera: molte baite ed anche i rifugi alpini vennero dati alle fiamme. 
La battaglia di Buglio era solo l’inizio della controffensiva nazifascista: i Repubblichini ed i Tedeschi decisero, nell’autunno del 1944, di farla finita con la resistenza, approfittando del fatto che l’avanzata degli Alleati da sud procedeva più lentamente di quanto previsto. Durante l’inverno, infatti, questi si fermarono sul fronte appenninico, in attesa della primavera. Il generale Alexander emanò un famoso proclama nel quale invitava i Partigiani a sospendere le operazioni ed a tornare a casa in attesa della primavera, stagione nella quale si sarebbe scatenata l’offensiva decisiva. Ovviamente questo proclama venne sentito un po’ come una beffa, perché i partigiani non potevano certo tornarsene alle proprie case.
Procedendo da Ardenno verso ovest troviamo la grande Costiera dei Cech, il solare versante retico che si estende da Campivico a Dubino. Qui il 1 ottobre 1944 si scatenò una seconda importante battaglia, quella di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
La controffensiva nazifascista dell’autunno del 1944 fu la causa di un altro celebre episodio, la lunga ed epica traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, raccontata nel volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, (2006, A.N.P.I. di Lecco). Racconta, appunto, il ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affacciò sulla Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scese sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Seguì una pericolosa traversata alta per la Valle dei Ratti (a monte di Verceia) fino alla Val Codera (a monte di Novate Mezzola). Fra il 28 ed il 29 novembre venne raggiunto il paesino di Codera. Restava, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre. Diversi partigiani morirono nella traversata: i superstiti furono internati in Svizzera.
Nella Costiera dei Cech rimasero, però, alcune strutture di appoggio presidiate da Partigiani. Di una restano ancora i ruderi, a circa 2000 metri: si tratta della cosiddetta “Barac(h)ia di partigiàn”, a monte di Cino, in una zona difficile da raggiungere.
La storia degli ultimi tremendi due anni di guerra in bassa Valtellina non comprende, però, solo scontri armati, ma anche vicende che hanno dell’incredibile, come quella della bambina Regina Zimet Levy, ebrea che, con la sua famiglia, passò, verso la fine del 1943, dalla bergamasca in Valtellina per sfuggire ai rastrellamenti di ebrei che diventavano sempre più sistematici. Lo scopo della sua famiglia era di raggiungere Tirano, per espatriare sugli antichi sentieri dei contrabbandieri in Svizzera. Venne però avvertita che i Fascisti perquisivano a tappeto i treni ed indirizzata ad una famiglia di S. Bello, piccola frazione sopra il Ponte di Ganda, nel comune di Morbegno. Qui la famiglia Della Nave ospitò i quattro nella propria casa, presentandoli come parenti lontani e nascondendoli in cantina durante i rastrellamenti. La famiglia rimase dunque qui per quasi un anno e mezzo, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. La piccola Regina raccontò poi la sua vicenda in un libro che ha avuto risonanza nella nostra provincia, curato dalle prof.sse Fausta Messa e Paola Rovagnati, “Al di là del ponte” (Città di Morbegno, 2008). Nel libro ricostruisce molto efficacemente il clima di quei lunghissimi quattordici mesi, passati nel timore costante che qualcuno potesse tradire la famiglia Della Nave e quindi far arrestare gli Ebrei che sarebbero finiti in un campo di sterminio in Germania.
Uno degli aspetti più toccanti di questa specie di diario è constatare come persone di cultura diversissima e di religione diversa abbiano potuto essere legate da un profondo sentimento di umanità. Regina sentì sempre, terminata la guerra e tornata la sua famiglia a Gerusalemme, il bisogno di tornare a trovare la famiglia che l’aveva ospitata con tanto coraggio.

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