Cavallino a Prato Maslino (Berbenno di Valtellina)

Associamo il cavallo a nobiltà, forza e bellezza. Ma alla sua natura appartengono anche sensibilità ed ombrosità, come emerge da diverse leggende.
La più significativa ci porta nel cuore della Val Gerola, nel suo luogo di maggiore suggestione e mistero, la Volta di Cavài (svolta dei cavalli), un tratto dell'antica mulattiera che da Gerola Alta porta a Fenile, risalendo la valle omonima. Lo possiamo raggiungere facilmente: basta parcheggiare l'automobile al secondo tornante sx della strada che da Gerola sale a Pescegallo, attraversare la strada e salire per poche decine di metri sulla bella mulattiera selciata.


La Vòlta di Cavài

Ci ritroviamo in un luogo vagamente inquietante; alla nostra sinistra alcuni roccioni, uno in particolare, che appare quasi frantumato, alla nostra destra lo scrosciare rabbioso del Bitto che scorre a pochi metri dalla mulattiera. Ma soprattutto due santelle, a breve distanza, caso quasi unico in Valtellina. Le santelle sono luoghi di sosta e preghiera, ma anche capisaldi che proteggono il viandante e le sue bestie dalle insidie del male. La doppia presenza non può che essere legatta alla percezione di una straordinaria presenza malefica.
Di essa narrano alcune leggende, che non sappiamo se siano causa o spiegazione a posteriori del toponimo. La più diffusa narra di manifestazioni sovrannaturali, gli "striamenc'" (stregonerie, diavolerie, apparizioni di streghe), oscure presenze che incutevano in tutti un profondo terrore. I cavalli, in particolare, si rifiutavano di passare di qui: si fermavano prima della stretta fra roccioni e torrente e se ne tornavano indietro (di qui il termine "volta", inteso come "dietrofront"). Nella loro acuissima sensibilità percepivano quello che all'essere umano poteva anche sfuggire. Questo creava non pochi problemi, soprattutto per i commerci, dal momento che esisteva solo un sentiero alternativo, sul lato opposto della valle, ma era assai più malagevole ed esposto al pericolo di scivolate e cadute.
In particolare accadde un giorno che i cavalli che scendevano per portare a Gerola della calce per la costruzione di una chiesetta (venivano dalla Bergamasca, per il passo di San Marco), qui giunti, si fermarono e si rifiutarono di proseguire. La gente di Gerola e Fenile, stanca di tutto ciò, fece dipingere su un grande masso un affresco che raffigurava la Madonna. Sicuramente, pensavano, avrebbe tenute lontane le sinistre presenze. Ed invece il masso si inclinò e si frantumò (lo vediamo ancora, proprio a ridosso del sentiero, sul lato sinistro), e tutti capirono che ci aveva messo lo zampino (ed anche qualcosa di più) il diavolo. Un diavolo particolarmente battagliero.


Santella alla Vòlta di Cavài

Ma non si persero d'animo: a mali estremi, estremi rimedi, come s dice anche da queste parti. Nel breve volgere di due anni (1836 e 1837) furono costruite due santelle (gisöi), la prima commissionata da Bartolomeo Ambrosetti e restaurata nel 1986, la seconda commissionata da Carlo e fratelli Spandrio con Giuseppe Acquistapace. Nella prima sono raffigurati la Madonna con Bambino fra i santi Bartolomeo, Giuseppe e, ai lati, Sebastiano e Rocco. Nella seconda sono raffigurati la Madonna con Bambino fra i santi Giuseppe ed Antonio.
Si racconta però anche una storia un po' diversa (cfr. Renzo Passerini nella raccolta dattiloscritta “Gh’era na volta”). Un giorno due ufficiali pagatori salivano da Gerola per portare il compenso agli operai delle miniere di ferro e del forno di Pescegallo. La borsa con i soldi era poggiata sul dorso di due cavalli, che però, alla Vòlta, si imbizzarrirono, si volsero indietro e tornarono a Gerola. I due ufficiali, sconsolati, ridiscesero al paese e provarono a salire in Val Fenile per la più sconnessa via sul lato opposto del fiume, questa volta senza problemi. Vennero poi a sapere che poco dopo di loro erano saliti sulla mulattiera acciottolata due cavalieri, e proprio alla Vòlta erano stati aggrediti e picchiati selvaggiamente da briganti nascosti nei paraggi, forse per aspettare i soldi dei due pagatori. Ringraziarono così il fiuto e la saggezza dei loro cavalli. Secondo questa versione il nome del luogo è legato ai due tornanti che la mulattiera descrive, per la verità appena accennati.


Cavalli in Val Tartano

Ma il cavallo viene associato, probabilmente suo malgrado, anche all'espressione del male, soprattutto nelle leggende che hanno come tema le cacce infernali, come quelle di cui si narra in Val di Tartano. Un’antica leggenda parla di un guerriero nero, che balza fuori, improvviso e terribile, dalle forre più profonde della valle, laddove il Tartano si è scavato una dimora nascosta agli occhi degli uomini. Anche il suo cavallo è nero, un cavallo dagli occhi di fuoco. Segue cavallo e cavaliere una muta di cani neri, anch’essi dagli occhi di fuoco. La leggenda dice che chi si trova ad essere sorpreso dalla caccia infernale deve mettersi prontamente in salvo, cercando rifugio nella macchia, dietro qualche masso, in qualche anfratto, per evitare di essere sbranato dai cani famelici o trascinato via dal cavaliere, che altri non è se non un figlio dell’Inferno in cerca di anime da trascinare giù nel baratro.
Analoga la leggenda raccolta in Valdidentro, che parla di una caccia selvaggia. Ne sono protagoniste, questa volta, le anime infelici che sono condannate ad espiare i propri peccati, prima del perdono divino, cavalcando bianchi cavalli durante le tempeste più violente che si scatenano, soprattutto nel periodo estivo. Fra il sibilo del vento, lo scoscio della pioggia torrenziale e lo scoppio fragoroso dei tuoni si possono udire, assicurano i pastori, i nitriti dei cavalli selvaggi e le urla degli spiriti senza pace, lanciati in una caccia furiosa che avrà termine solo quando Dio vorrà.


Cavalli a Prato Maslino (Berbenno di Valtellina)

Talora i cavalli vengono rappresentati come protagonisti di magici eventi, nei quali rivive un mitico passato in una dimensione magica, nella quale lo scorrere oggettivo del tempo è interamente sospeso. Particolarmente significativa la leggenda legata al monte magico per eccellenza, il pizzo Scalino, in Valmalenco.
Visto dall’alpe Prabello, che, con il rifugio Cristina, si stende proprio ai suoi piedi, il pizzo mostra tutto il poderoso e scuro contrafforte sul quale si eleva il profilo della cima. Assomiglia, quindi, ad un castello, dai bastioni imprendibili, su cui si eleva una torre maestosa.
Questo tutti vedono. Quel che nessuno ha mai visto è il cuore della montagna, cava e strutturata come una vera e propria fortezza, che ospita esseri magici e riproduce la corte di un castello. Su cosa accada poi in conseguenza di ciò, le varie versioni divergono, anche se non nella sostanza.
Una parla di una giostra cavalleresca, che vede cavalieri d’altri tempi uscire su splendidi destrieri e rinnovare la disfida nelle chiare notti d’autunno, inverno e primavera, dall’ultimo rintocco della mezzanotte fino al tramonto della luna.
Un’altra versione parla, invece, della lotta eterna fra due armate, l’armata nera delle tenebre e quella bianca del giorno, lanciate l'una contro l'altra dall'impeto dei destrieri, anch'essi neri e bianchi. Secondo questa versione il pizzo Scalino è diviso, al suo interno, in due settori, che ospitano le forze avverse. Il loro scontro si ripete ogni giorno, così come ogni giorno si ripete l’esito alterno: alla vittoria dell’armata delle tenebre, che determina il calar della notte, segue quella dell’armata della luce, che riporta aurora, alba e giorno. Questa versione fa del pizzo Scalino, la magica sede della regolare ciclicità del tempo, un luogo nel quale di notte scorazzano, trionfando della temporanea vittoria, i neri cavalieri delle tenebre, di giorno, gioendo della rivincita ottenuta, gli invisibili campioni della luce. 


Cavalli in Val d'Arigna

Forse pochi sanno che nelle leggende di Valtellina si conserva, forse, un'eco dell'antichissimo mito che vuole la più intima congiunzione di uomini e cavalli nell'essere del centauro, metà uomo e metà cavallo, appunto. Ma in un contesto di cultura cristiana questa commistione viene associata all'espressione della stregoneria. Nacque così la leggenda di uno stregone, del tutto particolare: uomo in tutto e per tutto, fuorché nei piedi, di cavallo.
Si tratta della storia dell’”om cui pè de caval”, l’uomo con i piedi da cavallo, raccontata da Renzo Passerini nella citata raccolta "Ghera 'na volta". L’ambientazione è rappresentata dai boschi del Culmine di Dazio, o Colmen. Viveva qui, in un tempo di cui appena si conserva la memoria, un uomo che aveva avuto in sorte, al posto dei piedi, un paio di grossi zoccoli in tutto e per tutto identici a quelli dei cavalli. Con estremità di quel genere, non c’era calzatura che potesse indossare, per cui era costretto ad andarsene in giro mostrando quei rumorosi e comici zoccoli. In breve era diventato lo zimbello di tutti, e ciò l’aveva indotto a nascondersi nei boschi, a fuggire la gente.
La solitudine l’aveva inselvatichito ed incattivito. Si era fatto anche brutto a vedersi, ricoperto di un pelo ispido e di una barba incolta. Alla fine, per tutti fu semplicemente lo stregone. Uno stregone cattivo, che lanciava occhiatacce sinistre a chiunque si imbattesse sul suo cammino, e che si aggirava, senza fissa dimora, non solo nei boschi della Colmen, ma anche in quelli sopra Dazio e nella Valle di Spluga, la bellissima e selvaggia valle che si apre sopra Cevo, all’ingresso della Val Masino. Aveva preso di mira soprattutto le donne, probabilmente per il risentimento che nutriva nei loro confronti, lui che, a causa dell’aspetto, non ne aveva mai trovata una che l’avesse degnato di uno sguardo. Si appostava, quindi, per cercare di sorprenderne qualcuna sola, e la spaventava con parole e scherzi volgari, scurrili. Ben presto divenne il terrore del gentil sesso in tutta la zona.
D’estate, in particolare, imperversava negli alpeggi della Valle di Spluga, all’alpe Cavislone, all’alpe Desenigo ed a quella di Spluga, prendendo di mira ragazze e donne che, da Biolo
, Piazzalunga e Cevo vi si recavano, soprattutto alla fine della stagione, quando dovevano andare in cerca delle capre, per recuperarle. Non se ne poteva più.
Per porre fine a questo tormento, alcune donne decisero di recarsi da un santo eremita, che da molti anni viveva di rinunce e preghiere al “Purscelin”, la località Porcellino, posta e mezza costa sul fianco meridionale della Colmen. Lo trovarono intento alla preghiera, e non osarono rivolgergli la parola prima che l’avesse terminata. Esposero, quindi, il motivo della loro angoscia. Il santo eremita stette qualche istante come immerso in una profonda meditazione, poi disse: “L’uomo con il quale avete a che fare non è un uomo comune, ma si è votato al male e la sua anima è del Maligno. Non potrete liberarvi di lui se non con la forza della fede, e per farlo dovrete recitare un rosario quando passerete nei luoghi dove può sorprendervi. E se lo vedrete, gli mostrerete la corona ed il crocifisso che porterete sempre con voi. In questo modo non potrà farvi alcun male”.
Così fecero. Armate di corona e crocifisso, salirono agli alpeggi, attendendo lo stregone con i piedi di cavallo. Quando costui balzò fuori per oltraggiare una di loro, che, recitando Ave Marie, saliva su una balza alla ricerca delle sue capre, costei gli mostrò corona e crocifisso, che teneva nell’una e nell’altra mano. L’effetto fu immediato: come folgorato, lo stregone fu scosso da un tremito, indietreggiò, bestemmiò, fuggì nel cuore dei boschi, che parvero inghiottirlo. Da allora, infatti, non fu più visto.
In segno di ringraziamento fu allora edificata, nei pressi del Ponte del Baffo, in Val Masino, ad un tornante della strada che sale da questa località a Cevo, una cappelletta. Il timore dello stregone si conservò per molto tempo, e, con esso, la consuetudine, ancora viva fra le donne fino a non molto tempo fa, di recitare il rosario alla cappelletta e di salire agli alpeggi della Valle di Spluga con il rosario a portata di mano.

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