Il centro di Castello dell'Acqua

Il comune di Castello dell’Acqua si colloca sul versante orobico compreso fra Valle d’Arigna, ad ovest, e Val Malgina, ad est, di fronte a Chiuro. Pur avendo un centro a mezza costa, con il municipio e la candida chiesa parrocchiale, ben visibile dal fondovalle in mezzo ai solchi gemelli di Val Grande e Val Piccola, è in realtà un mosaico di piccoli nuclei (27 contrade) che contrappuntano le fitte e verdissime selve di castagni. Il loro nome è assai poco noto, ma vale la pena di menzionarle: Bruga, Scala Grande, Ca' del Cadenel, Ca' Iada, Ca' Raina, Ca' Romana, Ca' Sondi, Contrada Piano, Contrada Colombini, Ca' Gabrielli, Contrada La Valle, Ca' Moreschi, Contrada Ceres, Ca' Verina, Ca' Puleghi, Ca' Bonalli, Ca' Viscensatti, Ca' di Sotto, Ca' Facchi, Contrada Le Otte, Ca' Gianni, Contrada e Pile, Ca' Cortivo, Ca' D'Albert, Contrada Paiosa, Carro, Campo, Baite Campo, Ca' di Sotto, Ca' Gianni. Il territorio comunale è delimitato a nord dal corso del fiume Adda (349 m. s.l.m.) e sale, verso sud, sul versante orobico seguendo approssimativamente i torrenti Armisa, ad ovest, e Malgina, ad est. All’altezza della media Valle d’Arigna e della media Val Malgina lascia i torrenti e sale al crinale che sapera le due valli, convergendovi ad un’altezza di 1750 m. s.l.m. Fino al 1 gennaio del 1858 Castello dell’Acqua costituì due delle cinque quadre di Chiuro, quella degli Scalvini, ad est della Val Grande, e dei Pontignani, ad ovest. A partire da quella data venne costituito comune autonomo. Il suo nome è legato alla famiglia “De Laqua” o “Dell’Acqua” e la sua storia è strettamente intrecciata a quella di Chiuro.
Poco sappiamo dell’insediamento umano sui due versanti tellini prima dell’età romana. Solo con la spedizione di Druso (16-15 a.C.), in età augustea, i Romani penetrarono in Valtellina, estendendovi il proprio imperium. Chiuro, per la sua posizione sulla strada di valle (il cui primo tracciato è, peraltro probabilmente di epoca pre-romana), fu interessata da qualche insediamento romano, come attestano di alcune monete romane.


La chiesa di San Michele a Castello dell'Acqua

La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. Chiuro venne inglobata, in data imprecisata, nella pieve di S. Pietro in Tresivio, dove si trovava già, in età alto-medievale, una fortificazione e dove risiedeva, per tre mesi l’anno, il vescovo di Como.


Il municipio di Castello dell'Acqua

L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); solo nell'VIII secolo, con il re Liutprando, il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino e quindi divenne effettivo in tutta la valle. La presenza longobarda si concretizzò nell’istituzione del sistema della “curtis”, cellula tendenzialmente autosufficiente, costituita da una parte centrale, direttamente controllata dal signore (dominus) e da terreni circostanti coltivati (mansi), che dovevano conferire parte dei prodotti nella corte. La presenza militare fu rappresentata da contingenti di arimanni (uomini liberi e guerrieri) chiamati a presidiare le frontiere del regno. Con i successori di Liutprando, Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultano donate alla chiesa di Como: inizia così (se non risale già all’epoca romana) quel forte legame fra Valtellina e Como che ancora oggi permane nell’ambito religioso (Valtellina e Valchiavenna appartengono alla Diocesi di Como).


I ruderi della torre del Castello dell'Acqua

Il dominio longobardo fu però durò solo pochi decenni: i Longobardi furono sconfitti, nel 774, Carlo Magno, e Valchiavenna e Valtellina, rimasti parte del Regno d’Italia, furono sottoposte alla nuova dominazione franca. È, probabilmente, questa l’origine del toponimo “Borgo Francone”, che designa una via di Chiuro. Essendo la parrocchia e la chiesa di Castello dell’Acqua dedicata a San Michele Arcangelo, l’angelo guerriero che guidò le legioni celesti nella battaglia contro le schiere del male, santo assai caro ai Longobardi, si può ipotizzare che furono proprio questi a dare importanza alle balze orobiche costruendovi una qualche fortificazione. La torre, oggi rudere, che si distingue bene dal fondovalle poco sopra la chiesa di San Michele è peralto di ecpoda posteriore, successiva all’anno Mille. Nel 775 la Valtellina, o buona parte di essa, fu donata alla celebre e potente abbazia di St. Denis a Parigi, e ad essa rimase infeudata fino al secolo X. Nel medesimo secolo, e precisamente nel 918, compare per la prima volta il nome del paese, nell’espressione “in Clure”, assieme a quello di Ponte, in un atto di vendita. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Il successivo secolo XII fu di fondamentale importanza per la storia di Chiuro, in quanto giunsero da Como, dopo la sua distruzione (1127) conseguenza di una lunga guerra con Milano, alcune famiglie illustri, che segnarono la storia del paese, prima fra tutte quella dei Quadrio, destinata a diventare punto di riferimento fondamentale per tutti i ghibellini di Valtellina e a fare di Chiuro un paese sempre fedelmente schierato con questa fazione. La loro presenza spiega quel moto di sviluppo e progressiva emancipazione dal comune dalla pieve di Tresivio. Questo processo iniziò nel Duecento, quando Chiuro ebbe un sacerdote che reggeva le due chiese di S. Giacomo e S. Andrea e divenne probabilmente comune autonomo con un podestà nominato da Como, che comprendeva vari abitati, sul versante retico e su quello orobico, tra cui Castionetto, Castello dell’Acqua, Cigalina, Gera, e Bensale.

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Panorama dalla chiesa di San Michele a Castello dell'Acqua

Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. I nuovi signori riorganizzarono amministrativamente la valle con l’atto degli Statuti di Como, di quel medesimo anno, nel quale figura il “commume loci de Clurio”.
Nel secolo XIII, e precisamente nel 1226, viene per la prima volta menzionata una persona che risiedeva nel territorio di Castello dell’Acqua, Stefania di Bruga, che donò che donò alla chiesa di San Romerio a Tirano beni situati in comune di Chiuro, a nord ed a sud dell’Adda. Qualche decennio più tardi compaiono per la prima volta in un documento i nobili (anche se si è dubitato della loro nobiltà) De Laqua o Dell’Acqua: in appendice agli statuti di Como si legge che “i nobili Dell’Acqua e Pietro Quadrio” costrinsero alla fuga Comaschi e Venosta che avevano invaso la media Valtellina. Nel 1299, poi, in un documento viene registrato l’impegno di due abitanti di Ponte a pagare a Guglielmo fu Pietro de Laqua di Chiuro 23 soldi imperiali e una soma di frumento. Nel 1310 il vescovo di Como Leone Lambertenghi fu ospite dei De Laqua a Chiuro. Nel 1311 Lanfranco Dell’Acqua di Chiuro è podestà di Stazzona. Molto probabilmente il ramo più importante di questa famiglia abitava in un castello a Chiuro. La loro fortuna economica ed influenza a Chiuro fu rilevante probabilmente fino a circa la metà del successivo secolo XV. Forse già intorno al 1470 si può collocare come ultimo esponente della famiglia ad abitare nel Castello dell’Acqua un tale Balsarino fu Franzio. Il castello non sfuggì alla distruzione voluta dalle Tre Leghe Grigie nel 1526. la stessa famiglia dell’Acqua non sfuggì all’estinzione, forse per la peste del Seicento.


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Nel Quattrocento si concluse il processo che portò Chiuro alla piena autonomia, con il distacco dalla pieve di Tresivio e con l’atto arbitrale del commissario ducale Melchiorre Guazardi (1444) che suddivideva gli alpeggi di Val Fontana, prima goduti promiscuamente, fra le comunità di Chiuro e di Ponte, sancendo la loro definitiva separazione. In questo secolo il comune era suddiviso in quadre: quella dei Vicini e quella dei Nobili in Chiuro, la quadra di Castione, le quadre dei Pontignani e degli Scalvini in Castello dell’Acqua, rispettivamente ad ovest ed a est della Val Grande, rappresentate da consiglieri nelle riunioni comunali che si tenevano nella piazza della chiesa. Spira aria di autonomia anche sul versante orobico, perché nel 1427 la chiesa di San Michele (poi riedificata nel 1688) divenne parrocchia autonoma. Nel 1444 un lodo sanciva per la comunità di Castello dell’Acqua, dei maggenghi e degli alpeggi di Spanone, Santo Stefano, della Val Malgina e di Piàzzola.
Al XV secolo appartiene la figura di Giacomo Bruto, filosofo e teologo che operò alla corte dei Gonzaga ed a Venezia, facendosi molto apprezzare. A lui è dedicata una via nel centro di Castello dell'Acqua.


La fucina Cavallari

Don Roberto Prestinari, nel Chronicum, così ne tratteggia la figura: "Nell’anno 1440 nacque a Castello dell’Acqua il Prof. Giacomo Bruto fecondo scrittore di filosofia e teologia. Giovinetto ancora abbandonò l’alpestre villaggio e percorse varie città d’Italia applicandosi a severi studi e dimostrando fin d’allora una straordinaria intelligenza. Fissò quindi la sua dimora a Correggio, ove fu tenuto in grande stima dai Marchesi Gonzaga e dal Principe Borso che chiamatolo alla sua corte volle affidargli l’educazione del figlio Giov. Francesco. Mentre trovavasi a Correggio diede principio alla riputatasua opera: Corona Aurea corruscantibus gemmis et praetiosissimis conserta margaritiis, in una perpuchrae et scientifice materiae pertractantur. Quest’opera pubblicata a Venezia nel 1496, contiene un trattato sull’immortalità dell’anima e molti altri argomenti filosofici, teologici, scientifici scritti con profonda erudizione e veramente notevoli per la nobiltà dei sentimenti, per la profondità della fede religiosa e per la bontà dello stile. Dalla prefazione dell’opera suddetta si apprende che il Prof. Giacomo Bruto non era un religioso, ma aveva moglie e figli, che sovente raccomandava al marchese Don Francesco Gonzaga, al quale dedicava i suoi scritti ariconoscenza de grandi benefici ricevuti. Da Correggio si trasferì a Venezia, ove per anni commentò ai Padri del monastero di S. Maria delle Grazie, la metafisica di Aristotele e le sentenze di S. Tomaso d’Aquino. Nel 1499 passava ad insegnare la Sacra Teologia nel monastero di San Salvatore. Non si sa precisamente l’anno della sua morte, ma si ritiene che abbia cessata la sua vita cristiana e intensamente operosa, intorno al 1502. Che il Prof. Giacomo Bruto fosse Valtellinese lo dice chiaramente nellasua opera dove in più luoghi si firma: Jacobus Brutus Cluriensis ex Castelloab Acqua Vallis Tellina Artium et divinae Filosophiae Professor. Castello dell’Acqua era allora semplice frazione di Chiuro; ecco perché il Prof. Giacomo Bruto si dice anche Cluriensis.


Luviera

Terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, nel 1487 le milizie grigione invasero il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. La prospera Gera, in particolare, dovette subire un incendio e la quasi totale distruzione, e da questo colpo non si riebbe, tanto che agli inizi del Seicento vi abitavano solo 9 famiglie. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Si trattò solo di un preludio di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi.

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La chiesa di San Giuseppe

Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare. Fra le fortificazioni demolite, come abbiamo visto, fu compreso il Castello dell’Acqua.


La piana di Castello dell'Acqua

Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio.


Il masso di Santo Stefano o della fine del mondo

Sulla sorte di Chiuro nel nuovo ordinamento, cediamo di nuovo la parola ad Armida Bombardieri: “I Grigioni, al momento del loro insediamento in Valle, cercarono di rendersi amiche le famiglie più importanti, i maggiorenti, e tra questi i Quadrio che primeggiavano nella nostra zona. A loro fu conferito l'incarico della riscossione dei fitti delle terre appartenenti al vescovo di Como, nel Terziere di Mezzo. Non ci furono nel nostro paese gravi attriti con i dominanti e Chiuro continuò a godere di un discreto benessere economico, anche se esposto alle scorribande delle truppe di passaggio, alle furie del Fontana, alle epidemie che infierirono lungo tutto il secolo. Il paese in questo periodo conobbe una notevole attività edilizia anche di un certo livello artistico, come testimoniano la monumentale porta di ingresso al Sagrato, o «Cimitero della giesa di S. lacobo», datata 1522, lo stupendo coro della chiesa che risale al 1527…”


Il centro di Castello dell'Acqua

All’inizio del Cinquecento il territorio di Castello dell’Acqua si estendeva dall’Armisa (Armixia) fino alla Val Malgina (Malzina), e comprendeva i nuclei di Chegurano, Tizzone, Luviera e Piano. La comunità, poi, fu chiamata a mettere a disposizione dei nuovi signori Reti una milizia armata che, per la sola quadra degli Scalvini consisteva di 20 uomini armati di archibugi con le fiasche per le polveri, lance, alabarde, spade e pugnali.
Gli stessi signori Reti sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Clurij" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1438 lire (per avere un'idea comparativa, Montagna fece registrare un valore di 1512 lire, Ponte di 2702, Tresivio di 386 lire); un “Hospitium communis” è valutato 90 lire; boschi e terre comuni sono valutati 90 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 7241 pertiche e sono valutati 3655 lire; campi e selve, estesi 8214 pertiche, sono valutati 4857 lire; 1749 pertiche di vigneti sono stimate 3208 lire; gli alpeggi, che caricano 430 mucche, vengono valutati 86 lire; 4 fucine ed una segheria sono valutate 42 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 13670 lire (sempre a titolo comparativo, per Ponte è 13924, per Tresivio 4259 e per Montagna 13400). Quel che l’estimo non evidenzia è la ripartizione delle ricchezze a nord ed a sud dell’Adda e la diversa struttura dell’economia sui due versanti. Possiamo stimare approssimativamente che le rendite stimate per le comunità di Chiuro e Castione equivalesse a quella delle due quadre di Castello dell’Acqua, degli Scalvini e dei Pontignano, anche se differente era la fonte di tali ricchezze: mentre sul versante retico prevalevano viticoltura e commerci, su quello orobico erano allevamento e coltura delle selve (castagneti) a sostenere la popolazione.


La chiesa di San Michele a Castello dell'Acqua

L’economia delle comunità non fu, peraltro, favorita dall’andamento climatico del Cinquecento. La natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). Anche nel suo congedarsi il Cinquecento non mostra un volto amichevole: l’alluvione del 1597 distrugge molte case nella contrada di Gera a Chiuro, e danneggia la chiesa di S. Marta. C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…


La chiesa di San Francesco a Luviera

In quel periodo non mancavano i motivi di tensione e le liti tra le squadre della sponda orobica e quelle della sponda retica, sia per l’utilizzo dei beni comunali, sia per questioni amministrative. 88 capifamiglia (più dei due terzi del totale) delle quadre degli Scalvini e di Pontignano si riunirono il 4 febbraio 1536 nella piazza di Castello dell’Acqua davanti alla schola di Santa Maria, per definire i rapporti con le altre quadre di Chiuro. Tirava aria di secessione. Risultavano presenti Isepus de Sondalis, Isepus detto del Matto grosso de le Pilis, Mariolo fu Stefano de Burnojo de Tizono, itro Bono fu Domenico del Tuia, Mariolo fu Gregorio del Tuia, Bonallo fu Bartolomeo de Bonelli, Giovanni fu Antonio detto Machani, Giovanni fu Antonio de Bonitinis, Donato fu Folino del Biscotto, Stefano fu Antonio del Joannatio, Tognolo fu Stefano de Luchina, Giovan Antonio fu Domenico del Burnoio, Simone fu Gregorio del Burnoio, Simone fu Gregorio del Burnoio, Giuseppe fu Pietrobono de Matinetti, Maffeo fu Bartolomeo de Comina, Mariolo fu Francesco del Joannatio, Lorenzo fu Domenico della Mariola, Adamo fu Giovanni Della Valle, Simonino de Burnoio, Giovan Antonio fu Andrea del Joannetto, Giovan Antonio fu Mariolo del Guadagno, Michele fu Giovanni del Marchetto, Giovanni de vulpis de Romigiolo, Simone del Antonacio di Luviera, Mariolo de Martinetti, Pietro fu Giuseppe del Togno, Mariolo de Beltramini, Giovan Antoni de Carlinis fu Bartolomeo, Antonio fu Marchesio de Comina, Simone fu Giuseppe del Monino, Antonio fu Silvestro Del Dosso, Bernardino fu Pietrobono de Facio, Andrea fu Pietro Della Mora, Antonio fu Giovanni del Ferro, Andrea della Mariola detto de Moreschi, Giovanni del Bianco, Maffeo fu Giuseppe de Sondalis, Michele fu Michele della Maddalena, Bettino fu Giovanni de Mazolis, Zambono fu Giovannino della Bergamasca, Giovan Maria Bochinus, Taddeo fu Facino della Facina, Bettino fu Domenico di Lumiera, Antonio fu Mariano di Lumiera, Serafino fu Stefano de Nesina, Antonio de Gernatio, Domencio fu Bettino de Carlinis, Bettino della Fomia, Giovanni fu Giuseppe di Luviera, Michele fu Domenico di Luviera, Antonio fu Giuseppe de Zanolo, Domencio fu Marco de Gadaldo, Battista de Gadaldo, Silvestro fu Bernardo di Luviera, Marchetto fu Mariolo di Paiosa, Battista de Carlinis, Domencio delle Pilis de Pazino, Domenico fu Silvestro delle Pile, Maffeo fu Giovanni del Ferro, Battistino de Gadaldo, Maffeo fu Simone di Paiosa, Giovanni fu Lorenzo del Cortino, Giovanni fu Andrea delle Copis del Cortino, Iacobus del Raina, Domenico Della Romana, Iacopo delle Pile del Matto Grosso, Antonello delle Pile, Michele fu Giovanni de Carlinis, Stefano fu Nazzaro del Cortino, Bernardino de Bertramini, Giacomo fu Michele delle Pile, Bettino fu Bettino del Curtino, Giovanni del Mioto del Alberto, Bartolomeo del Borsata, Adamo del Forabosco, Matteo del Ferro, Pietro fu Giovanetto del Gadaldo, Pietro della Mora, Giovan Antonio fu Sandrino di Paiosa, Picino delle Pile, Domenico del Guadagno, Simonino del Guadagno, Bartolomeo del Giovannacio di Tizono, Cristoforo del Piano fu Alessio, Giacomo fu Antonio de Gadaldo, Giacomino fu Giuseppe del Piano, Bartolomeo della Mariola, Dominus Marco Antonio de Quadrio abitante a Chiuro. Ma secessione non fu: si addivenne ad un accordo che pose provvisoriamente termine alle contoversie, con pena pecuniaria per chi non avesse rispettato i patti.


Panorama dal centro di Castello dell'Acqua

Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Ecco il suo resoconto su Castello dell’Acqua:
Oltre l'Adda, sulla montagna, a due miglia da Chiuro, vi è un paese di centotrenta famiglie tutte cattoliche chiamato Castello dell'Acqua: vi è la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo il cui rettore riconosce però come parroco quello di Chiuro e conte parrocchiale la chiesa di quel borgo; è tenuto a presenziare ai sacri Uffici nelle feste dei Santi Giacomo e Andrea Apostoli e a fare l'offerta di cinque libbre di cera decorata; il curato di Chiuro a sua volta ha l'obbligo, nella festa di San Michele, di cantare Messa nella predetta chiesa di Castello dell'Acqua. Il curato di Castello dell'Acqua è il sac. Gregorio Ofiadrio di Ponte.”
La comunità di Castello dell’Acqua, dunque, stando a questa relazione, nel 1589 contava 130 fuochi, ed a livello di congettura possiamo parlare di 700-800 anime.

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Piazzola

Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.


Il centro di Castello dell'Acqua

Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fra queste vi furono i protestanti Federigo Valentin di Cernetz, Giovanni Meneghini di Poschiavo e Cristoforo Fauschio di Jenins, trucidati nella piana di Chiuro da truppe di Ponte al comando di Prospero Quadrio e Giulio Pozzaglio. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Ecco di nuovo Armida Bombardieri: “Il Donco annota che in dieci anni, dal 1620 al 1630, in Chiuro furono commessi sette omicidi, avvennero numerosissime risse «con spargimento di sangue», ci furono «non pochi figli spuri. I costumi del popolo erano barbari, corrotti, depravati».


Nesina

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.


Ruderi della torre del Castello dell'Acqua

Scrive Armida Bombardieri: “Chiuro fu particolarmente colpito dalla peste per la sua posizione. Il primo caso verificatosi nel nostro paese, come si desume dal registro mortuario della parrocchia, avvenne il 15 aprile del 1630. Un certo Giov. Battista Monale di Albosaggia, di anni 30, che dimorava da molto tempo presso il signor Giov. Battista Crottina di Gera, morì dopo una breve e misteriosa malattia. Si sospettò subito che si trattasse di peste bubbonica e il poveretto fu sepolto in tutta segretezza in un campo vicino. Il giorno seguente venne a mancare lo stesso Crottina e non fu più possibile mantenere il segreto. Si trattava proprio di peste ed infatti nel volgere di quindici giorni morirono ben undici persone. Era curato in quell'epoca il sac. Nicolò Peverelli, appartenente ad una nobile famiglia chiavennasca, uno dei più illustri prevosti di Chiuro. In quel terribile frangente il Peverelli non lasciò mancare la sua assistenza ai colpiti, tanto che egli stesso fu vittima del contagio e morì il primo maggio. Per sua espressa volontà, contrariamente all'uso che voleva i sacerdoti sepolti nel presbiterio, egli fu inumato sul sagrato, di fronte al portone della chiesa parrocchiale, perché morto di peste. Lungo il mese di maggio perirono altre 97 persone quasi tutte abitanti in Gera, dove rimasero soltanto le case deserte e abbandonate, a custodia del sepolcro in cui furono ammucchiate e coperte di terra quasi tutte le vittime della peste. Tre sacerdoti, un diacono e un chierico furono, come il Peverelli, sepolti sul sagrato e quattro membri della famiglia Quadrio De Maurizi ebbero la loro tomba nell'atrio della chiesa di san Michele. Alcuni furono sepolti negli orti e nei campi vicini alle case.


Panorama dal centro di Castello dell'Acqua

Il morbo continuò ad infierire crudelmente e nel successivo mese di giugno raggiunse la sua massima virulenza mietendo ben 289 vittime. Più volte, lungo il mese, si registrarono anche venti decessi in un solo giorno. Nel mese di luglio il numero dei morti scese a 56 per diminuire ancora nei mesi seguenti. Il contagio andava pian piano scemando e i decessi furono circa dieci al mese fino al luglio del 1631. Ci fu poi una recrudescenza nel periodo fra agosto e settembre quando si registrarono ancora una trentina di morti… Questo flagello fu certamente il più grave fra quelli che Chiuro ebbe a subire nel corso dei secoli: ben 600 furono i morti su una popolazione di 850 anime. … Secondo le annotazioni del Donco, pare che a Chiuro non ci fossero in quella circostanza adeguate misure di assistenza; nei documenti dell'epoca non vi è infatti cenno di ricoveri o di lazzaretti. Solo il conforto religioso era assicurato da zelanti sacerdoti fra i quali Gìov. Battista Quadrio che, pur rinunciando al beneficio e al titolo di parroco, svolse tutte le incombenze legate all’ufficio della parrocchia con dedizione e coraggio.”

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Paiosa

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Ma il suo ricordo nelle genti di Valtellina è legato al peso, che molto gravò anche su Chiuro, dell’alloggiamento delle sue truppe, vero e proprio salasso per comunità già stremate economicamente e prostrate moralmente dal flagello della peste. Chi poteva, si rifugiava nei paesini arroccati sui versanti retico ed orobico; Arigna (Fontaniva), in particolare, nella valle omonima, ospitò buona parte degli abitanti di Chiuro. Scrive Armida Bombardieri: “Chiuro non aveva più risorse. Mancava di tutto, perciò nel 1636, quando scoppiò di nuovo, la peste ebbe facile esca e mieté non poche vittime. Nel maggio del 1637, dopo che i Francesi dovettero sgomberare la Valle, vi rientrarono le truppe dei Grigioni ed anche questa volta Chiuro dovette alloggiare a proprie spese settanta soldati per circadue mesi.”


Val Malgina

Lo sgombero dei Francesi fu determinato dalla svolta del 1637, un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Interessante è anche la descrizione del paese offerta da don Giovanni Tuana, grosottino e parroco di Mazzo, nel “De rebus Vallistellinae” (“Delle cose di Valtellina”), scritta probabilmente intorno alla metà degli anni trenta del Seicento ed edita, a cura di Tarcisio Salice, per la Società Storica Valtellinese, nel 1998: “Chiuro, altre volte terra popolata, adesso molto sminuita d'habitatori per le pesti passate. È situato apena un miglio lontano da Ponte verso mezzo giorno in luogo alquanto pendente et chlivoso, fruttifero però d'ogni cosa se l'aria fosse di continuo buona, perché nelle grandi caldi è puoco sana. Il territorio è tutto avignato et produce buon vino, anzi ha nome d'un vignale solo, chiamato la Chiurasca, se bene sono vini de Pontaschi et del Buffetto.


Il monte Disgrazia visto da Piazzola

Li prati di questo loco sono ampij assai, ma paludosi in parte, et questo giace vicino ad Adda. Li monti delli Chiuraschi confinano con li monti di Poschiavo. Teglio et Ponte, da qualiancora nasce quel fiume, quale per la Val Fontana cadendo bagna parte del territorio di Ponte et per il territorio di Chiuro, puoco lontano dalla terra, tra sassi labosi si scarica in Adda. Da questo si cava un rivo quale, condotto per canali, serve alli bisogni de molini, per ferraccio et usi della campagna et di casa. Del resto la terra è senza fontane.
È divisa questa communità in quattro parti, cioè la terra, Castione, Gerra et Castello dall'Acqua di là d' Adda. La chiesa parochiale di Chiuro è di S. Giacomo maggiore, assai vecchia ma ben ornata, con campanile di grande spesa, novo; vi sono altri oratorij, cioè uno di S. Michele. vicino al fiume nel fine della terra et è della famiglia de Quadrij: un altro di S. Giovanni Battista et di S. Antonio nella via regia; un altro fatto con bellissima architettura pure nella via regia verso sera dedicato alla Madonna et a S. Carlo, dove vi sono ancora vestigij d'un picciola chiesa. La contrata di Gerra è tutta dishabitata, sia per l'aria cattiva, sia per l'ingiurie della peste et guerra, et le case giacciono quasi tutte per terra: v'è però un oratorio di S. Marta; et puoco lontano da Gerra si vede una chiesa tra li prati altre volte dedicata a S. Andrea, ma sia per il sito humido per le paludi, sia per la lontananza dalla terra è abbandonata affatto.


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Castione è nella collina d'oriente dove si va a Teglio, tutto fertile di vino, grano, frutti, diviso in alcune contrate verso settentrione. Ha la chiesa di S. Bartolomeo apostolo molto frequentata nel giorno di detto santo. Questa è parochiale fatta da Lazaro Carafino, avendo all'hora cento fameglie, ma adesso essendo quasi estinte, ricevono di novo li sacramenti dal curato di Chiuro. Sopra Castione, alle radici del monte maggiore, si veggono in un dosso li vestigij d'una grossa torre, inditìo d'una rocca fortissima. Tutte le fameglie di questa communità, eccentuando quelli di là d'Adda, saranno puoco più di cento.”
La seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio. Mazzali e Spini, nella loro Storia della Valtellina, scrivono, al proposito: “La corrente migratoria maggiore fu costituita, nel Cinquecento…., da artigiani… Ma a partire dal primo Seicento si aggiunsero muratori, braccianti e perfino gruppi di soldati mercenari.” Anche Chiuro fu interessata da questo moto: nell’opera di Tony Corti “I valtellinesi nella Roma del Seicento” (Provincia di Sondrio e Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 2000), è documentata la presenza nella Roma del Seicento di alcuni chiuraschi: Giovanni dal Dos, di Pietro, del comune di Ciur; Stefano Braga, di Mafeo, da Ciur di Voltelina, vacaro; Pietro del Dos, da Ciur di Voltolina, vacaro; Giovan Pietro Bolini, de Bolin, da Ciur de Voltelina, vacaro; Giovan Pietro Folini, di Folin, da Ciur di Voltelina, vacaro; Giovan Antonio Folini, di Folin, da Ciur de Voltolina, vacaro.


Il monumento ai caduti a Castello dell'Acqua

Come se non ce ne fossero già abbastanza, alle ombre del Seicento si aggiunse la più infamante, la feroce caccia alle streghe che, iniziata già nei secoli precedenti, ebbe però in quel secolo gli episodi più numerosi ed atroci. Quattro furono le sventurate chiurasche finite sotto processo: Giovanna Masciadrina, di Castione, giustiziata e bruciata nel 1672, Margherita Raperga detta la Tedesca, di Chiuro, giustiziata nel 1673, Andreina Misciola, di Chiuro, giustiziata nel 1678 e Caterina Sarotta, di Castione, la più fortunata, perché se la cavò con il bando.
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.

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Il centro di Castello dell'Acqua

Lo storico Francesco Saverio Quadrio, a metà del settecento, nelle “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”, (libro I, Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), ci offre le seguenti notizie del paese:
Chiuro (Care). Chiuro, non ostante che ab antico fosse Luogo assai ragguardevole, il tempo a ogni modo, e le Guerre ridotto l'avevano presso che al niente: e in iscambio cresciuta era Ghiera, (Glera) Terra indi non molto discosta, che fino a Nivola si stendeva, la quale non era che una Contrada di essa Ghiera così nominata dalla nobil Famiglia, Nivola, ch'ivi abitava, come da più Documenti si trae da me non sol veduti, ma letti. In Ghiera però facevano lor Residenza i Vicarii de' Governatori della Valle ai Tempi de' Duchi. Ma l'inondazioni, e le rovine da' Fiumi portate, e l'aria stessa indi fatta mal sana, e di poi l'incendio, a cui da' Grigioni fu posta, avendola al niente ridotta, senz'altro lasciarvi, che le rovine della Chiesa Maggiore, a S. Andrea intitolata, ha servito co' danni suoi all'accrescimento di Chiuro. Quivi aveva un Castello con Torre, che tuttavia in gran parte rimane, fabbricatovi da Stefano Quadrio, che fatto sua abitazione l'aveva, per villeggiarvi. A Chiuro però sono ora aggregati i Luoghi Castiglione detto di sopra, dove una gran Torre altresì ha, dallo stesso Stefano edificata; il Castello dell' Aqua, così detto da' Signori dell'Acqua, che ivi avevano una forte Rocca, e n'eran padroni: un de' quali, che fu Giocomo, trovo, che fu Podestà di Cremona nel 1300, sebbene in oggi non altro che una rovinosa Torre n'appare; gli Scalvini, i Ponziarj, e una Parte della Valle Malgina. Quivi fiorirono intanto i Bruga, i Corbella, i Dordi, i Gatti, i Giudici, i Quadrii, i Rusca, i Visconti ec. E in Gera vi fiorirono già i Belvisi, ond'ebbe la Valle di Belviso il suo nome, i Nivola ec.”


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Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.


Ponte del Barghèt

Per alcuni mesi, dopo il 1797 rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Chiuro, compreso nel cantone II di Ponte, era comune di III classe, con 2.367 abitanti. Nel 1807 il comune di Chiuro, con 2.048 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Chiuro (683), Castione (411) e Castello dell’Acqua (954).


Salendo verso Piazzola

Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria.
Ecco, di nuovo, Armida Bombardieri: “Il dominio austriaco durò quasi mezzo secolo. Si distinse per una ordinata amministrazione, l'esecuzione di importanti opere pubbliche queste primeggiano le arginature di fiumi e torrenti che spesso minacciavano gli abitati e la realizzazione di un'ampia e moderna rete stradale. La strada che attraversava tutta la Valle fu opera grandiosa realizzata in tempi brevi; congiungeva Lombardo-Veneto con i domini asburgici posti al di là delle Alpi, attraverso lo Stelvio. Anche se scaturiva da un disegno politico militare fu di grande vantaggio per la Valtellina. Si dice a Chiuro che questa strada, secondo il primitivo disegno dell'ingegner Carlo Donegani, avrebbe dovuto attraversare il paese, ma per un'inqualificabile egoistica influenza» di qualche pezzo grosso, la si fece invece passare nella campagna sottostante a circa 500 metri dall'abitato, con grave danno economico del paese. Attraversò invece la frazione delle Casacce che di conseguenza ebbe un notevole incremento. Di fronte alle grandi opere pubbliche eseguite in quegli anni, si devono però mettere in rilievo la forte pressione fiscale che gravò sulla nostra esausta popolazione nella stessa misura che sulle zone ricche del Lombardo Veneto e la rigidissima vigilanza della polizia.”


Panorama da Piazzola

Il periodo asburgico fu anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. “Alla fine di agosto del 1834 la nostra Valle soffrì una delle più tremende alluvioni che la storia ricordi. Poco mancò che Sondrio venisse travolta dalla furia del Mallero. Era il 27 agosto e dopo alcuni violenti temporali che si susseguirono in poche ore, anche il Fontana uscì dal suo letto. atterrò e seppellì gli argini, distrusse il ponte fatto ad arco, allagò tutta la campagna: una quantità ingente di materiale riempì l'antico alveo tanto che il torrente dovette aprirsi un nuovo letto più a est del primo.” (Armida Bombardieri, cit.).
Ci si misero, poi, anche le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mietendo vittime anche a Chiuro. Si aggiunse, infine, per soprammercato, l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.

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Chiesa di San Michele Arcangelo a Castello dell'Acqua

E giunse il decisivo 1 gennaio del 1858. Già prima, per due anni, dal 1816 al 1818 il comune di Castello dell’Acqua si era staccato da Chiuro. Ora la scissione era irreversibile. Ail nuovo comune nasceva con una dotazione di 2 cavalle, un cavallo castrato, un puledro, 12 muli, 376 vacche, 228 vitelli, 3 asini, 389 pecore, 567 capre e 99 suini. Tre anni più tardi venne proclamato il Regno d’Italia. Il primo prefetto sondriese, Scelsi, curò una statistica pubblicata nel 1866, dalla quale emergono questi dati sul neonato comune: nel centro vivono 26 persone, 14 maschi e 12 femmine, divisi in 8 famiglie ed in 6 case (una casa risulta vuota); a Luviera vivono 88 persone, 40 maschi e 48 femmine, divise in 15 famiglie ed in altrettante case (2 case risultano vuote); al Piano vivono 52 persone, 29 maschi e 23 femmine, divise in 10 famiglie ed in 7 case. Il dato che però più colpisce è la netta preponderanza della popolazione che vive in “case sparse”, con una disseminazione sul territorio evidentemente funzionale alle attività agricole: sono 856 persone, 429 maschi e 427 femmine, divisi in 151 famiglie ed in 145 case (3 case risultano vuote). Funzionano due scuole dell’ordinamento primario, una maschile ed una femminile, frequentate da 93 alunni, 59 maschi e 34 femmine. Vi insegnano un maestro ed una maestra ed il comune spende 800 lire annue per il loro funzionamento. È attiva una fornace per calce condotta da Pietro Pola. Il patrimonio complessivo del comune è di 10.739 Lire (quello di Chiuro è di 18.505 Lire).
La popolazione è dunque di 1031 abitanti, e crebbe progressivamente fino alla prima guerra mondale: nel 1971 salì a 1151, nel 1881 a 1190, nel 1901 a 1244 e nel 1911 a 1335.


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Sul monumento ai caduti nella piazza centrale di Castello dell'Acqua sono ricordati i seguenti soldati morti nella prima guerra mondiale: Pola Claudio, Sarni Giuseppe, Adriani Cornelio, Gregorini Stefano, Miozzari Michele, Nesina Giuseppe, Rossatti Vincenzo, Tuia Antonio e Tuia Giovanni. Sono ricordati anche i seguenti morti per malattia contratta in guerra: Rantra Michele, Amonini Natale, Fanchetti Francesco, Gianni Giovanni, Moreschi Pietro, Raina Pietro, Raina Stefano, Rainoldi Antonio, Rainoldi Carlo e Rainoldi Francesco.
Nel primo dopoguerra inizia una flessione demografica destinata a proseguire senza inversione di tendenza fino ai giorni nosri. Gli abitanti passarono da 1305 nel 1921 a 1245 nel 1931 e 1237 nel 1936.


Luviera

Ecco lo spaccato che di Castello dell’Acqua offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Di fronte a Val Fontana, sul fianco della montagna a sinistra dell’Adda, trovasi il villaggio di Castello dell’Acqua (m. 662, abit. 1351, Poste, distanza da Sondrio km. 14, cooperativa di lavoro, unione agricola, cooperativa di consumo, coop. di cons. “La Fratellanza”, piccola industria di rastrelli da fieno, circolo ricreativo). È patria di Giacomo Bruto, filosofo e teologo del 1500. Vi si coltivano con molto amore e si producono in abbondanza castagne e marroni. Nel territorio si trova una miniera di ferro e altra di galena piombifera con tracce d’oro e d’argento. Una recente rotabile, a vari risvolti, lunga quasi km. 6, sale da Chiuro a Castello dell’Acqua. Di là si entra nell’interessante Val d’Arigna, abitata da gente laboriosa e dedita all’industria della tela casalinga.”


La chiesa di San Giuseppe

I soldati caduti nella seconda guerra mondiale sono, invece, Amonini Emilio, Amonini Marino, Amonini Roberto, Bettini Marino, Bonelli Angelo, Curtini Luigi, Della Cristina Modesto, Della Nave Ennio, Famlonga Angelo, Fazzina Dino, Ferrari Venanzio, Grosina Giulio, Moreschi Roberto, Nesina Enrico, Nesina Roberto, Pola Luigi, Raina Romeo, Toppi Vittorio, Tuia Luigi, Tuia Nevio, Tuia Silvio e Beltrami Franco.
Nel secondo guerra prosegue la flessione demografica: gli abitanti passano dai 1174 del 1951 ai 1041 del 1961, 843 del 1971, 776 del 1981, 740 nel 1991, 700 nel 2001 e 643 nel 2011.
I dati più analitici relativi al 1981 vedono al centro del paese, posto a 664 m., 90 abitanti, a Cavallaro (337 m.) 192 abitanti, a Luviera (745 m.) 41 abitanti, al Piano (346 m.) 61 abitanti, a Cortivo (560 m.) 20 abitanti, a Ferrari (675 m.) 30 abitanti, a Gabrielli (565 m.) 21 abitanti, a Ca’ Iada (428 m.) 15 abitanti, a Moreschi (623 m.) 26 abitanti, al Ponte del Barghetto (352 m.) 34 abitanti, a Raina (467 m.) 18 abitanti, a Romana (476 m.) 14 abitanti, a Sondi (460 m.) 14 abitanti, a Verina (600 m.) 61 abitanti, a Vicenzatti (848 m.) 12 abitanti e ben 127 abitanti in case sparse. Le contrade qui menzionate sono solo alcune; in totale se ne contano 26. Ai prati di Piàzzola, lo splendido terrazzo panoramico a monte del centro (m. 1176), nessuno risiede permanentemente. Si conferma dunque la peculiarità che caratterizza il paese, la marcata disseminazione della popolazione sul territorio.


Salendo verso il centro di Castello dell'Acqua

Visitare il paese oggi significa riscoprire l’eco di un tempo passato che ancora non si è spento, come si può constatare, per esempio, passando per la segnalata Fucina in contrada Cavallari, che funzionò fino al 1980, sfruttando le acque del torrente Malgina per lavorare il ferro estratto in Val Belviso. È ora un piccolo museo etnografico, nel quale sono conservati tutti gli attrezzi di lavoro (Apertura su richiesta contattando il Comune di Castello dell'Acqua - tel. 0342 482206).

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Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

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BIBLIOGRAFIA

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Toppi, Vittorio, "La fucina di Castello dell'Acqua", Pro Loco Castello dell'Acqua, Sondrio, Bonazzi, 1999

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Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante orobico - Dalla Val Fabiolo alla Val Malgina ”, CDA Vivalda, 2005

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Piatta Livio, Corbellini Augusta, Toppi Vittorio, "Castello Dell'Acqua: storia, tradizione e cultura di un comune valtellinese", Sondrio, World Images, 2010

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

 

 

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