Capra. Sopra la panca campa. Sotto la panca crepa. Sopra i crap vive felice. Della sua libertà un po’ anarchica, incosciente, inquietante, scomoda. Nessun escursionista si augura di percorrere sentieri guardati, a monte, da versanti sui quali pascolino capre. Queste non si curano, infatti, dei sassi che possono mettere in movimento, veri proiettili potenzialmente mortali per chi passi sotto. Ma anche i pastori hanno i loro bei grattacapi con le capre, perché talora spingono in luoghi tanto impervi da restare intrappolate per la loro stessa involontaria temerarietà. Si dice allora che si sono “incrapelate”, cioè sono bloccate fra i “crap”, i roccioni scoscesi. E ci vuole tanto di corda per recuperarle.
Crap da capra? Forse. Forse c’è un’antichissima affinità elettiva fra questi due elementi del paesaggio montano. Un’antica amicizia, ma anche inimicizia. Come se quella poca erba che può crescere nei luoghi più improbabili e strapiombanti fosse un allettamento cui nessuna capra può resistere, l’unica vera esca che possa prendere al laccio il suo spirito libero. Ci sono alcune storie di capre che parlano di questo, del loro legame con le rocce e la libertà.
Portiamoci sul limite meridionale della Valchiavenna, in quel di Verceia, di Novate Mezzola e del suo lago. Guardando da Novale la sponda opposta del lago omonimo, ci colpisce un imponente salto roccioso, denominato “Salto delle Capre” (o Mot di Bech, a m. 329). Non è difficile intuire l’origine del nome: qualche capra, più d’una, sarà precipitata giù, 120 metri più in basso. Possiamo raggiungerne la sommità percorrendo la prima tappa del Sentiero Life delle Alpi Retiche, che parte da Dascio. Vista dall’alto, la spiaggetta sulla quale sarà terminato l’infelice volo delle capre non sembra un luogo inquietante. D’estate è frequentata da qualche bagnante, che gode della sua tranquilla solitudine.
In passato venivano qui le ragazze per lavare i panni nelle acque del lago. Mai, però, sole, sempre in gruppo, perché temevano una presenza inquietante. Una voce, cupa ed insistente, si udiva, talvolta, piombar già dal roccione. “Hei, hei…hei, hei…,hei…hei”. Una voce senza volto. Ma si sapeva di chi si trattava: un confinato, un’anima condannata a dimorare senza pace in quei luoghi, a chiamare in eterno le capre, come l’eco di una disperazione che non può essere sanata. Fuggivano via, le ragazze, a quella voce. Nessuna capra accorreva. “Hei, hei…., hei, hei…, hei, hei…”. Ma nessuna capra rispondeva al richiamo.
Torniamo di qua dal lago, per raccontare la storia del contadino Luigi. Questi teneva poche capre, e le lasciava pascolare nel bosco. Ma, al tempo in cui i lupi ancora c’erano, se ne mangiarono sei. Perse sei capre, il pover’uomo pensò a come evitare di ridursi in malora. Decise di prenderne una settima, ma piccola, appena nata, in modo da poterla tirar su con sani principi (i sani principi, si sa, evitano una fine infelice). Le insegnò a temere il bosco. Dal bosco spira l’inebriante profumo della libertà, cui ogni capra è fin troppo sensibile, ma nel bosco si annida l’insidia mortale. Lo ascoltava, la capretta, e faceva tenerezza, con quei suoi occhi dolci, la barbetta bianca, gli zoccoli neri ed il pelo candido chiazzato.
Bianchina, così l’aveva chiamata. Appena fu un po’ cresciuta, cominciò, però, a levare con troppa insistenza lo sguardo al monte. Se ne accorse, Luigi, e pensò bene di non fidarsi troppo dell’efficacia della sua azione educativa: ad ogni buon conto, pensò, solo una bella corda mi darà la sicurezza di non perdere la mia Bianchina. Così Bianchina finì legata ad una corda, abbastanza lunga per consentirle di girovagare sui prati intorno alla baita, ma sufficiente per impedirle di andare oltre. Sempre più spesso volgeva gli occhi al monte, diceva fra sé e sé: “Chisà cuma l’è bel sta la sü, senza sta corda che la me strinc’ al col!”.  E si intristiva sempre di più, giorno dopo giorno, mangiava meno erba e produceva meno latte. Un bel giorno, al momento della mungitura, prese il coraggio a due zoccoli e disse a Luigi: “Me ma nòi a restà chi, vöri andà in montagna”. Luigi la supplicò: “No, lasü al ghè il lüf! Biancina, cusa te fé quan al té vurà magnà?” Lassù c’è il lupo, ripeté Luigi, cosa potrai fare quando ti vorrà mangiare? Ma Bianchina non se ne dava per inteso: “Ghe darò fort curna, gu minga pagüra”. Luigi era disperato: cosa pensava di poter fare, la sua Bianchina, con le corna di fronte agli artigli del lupo?


Verceia

La chiuse, quindi, in una stanza, ma quella se ne fuggì dalla finestra. Felice, volò, quasi, su per i sentieri del monte, inebriata per la libertà conquistata. Fu una giornata memorabile, spesa a vagare fra macchie, selve e balze. Quante nuove erbe, quanti profumi, quanti scorci! Venne, infine, la sera. E con la sera il lupo, che si annunciò con un agghiacciante ululato. Bianchina rimase immobile, e la consapevolezza del pericolo la prese, improvvisa, come un brivido gelato. Sentì anche, più a valle, un corno: era Luigi, che saliva a cercarla, e la chiamava. Esitò, voleva fuggire, ma ormai era troppo tardi. Il lupo balzò fuori e si avventò su di lei. Ma, a dispetto della sua apparente fragilità, con le corna e gli zoccoli ingaggiò una lotta furibonda, rintuzzando coraggiosamente ogni attacco. La lotta durò per tutta la notte. Alle prime luci dell’alba Luigi la trovò, stremata ma viva, in una radura, e la portò in salvo. Da quel giorno Bianchina si accontentò di sognare gli spazi liberi del bosco: il recinto della propria baita era pur sempre una reggia, bastava sapersi accontentare. Siamo debitori di queste storie ad una ricerca della Scuola Media di Novate Mezzola.
Ma non tutte le capre hanno un aspetto così innocente. L’inquietante sguardo di quest’animale ha indotto spesso ad associarlo alle potenze del male. Del resto lo zoccolo caprino è un elemento classico che consente di riconoscere il diavolo che si presenta agli uomini sotto mentite spoglie. Talora le capre sono invece il travestimento scelto dalle streghe per ingannare gli uomini. Sentite questa storia che ci porta poco distante da Novate, e precisamente al Pesciadèl, nei boschi a monte della Foppaccia, sopra Verceia. Sulla mulattiera che congiunge la Foppaccia all’alpe Bassetta si trova, più o meno a metà strada, una radura, denominata Pesciadèl, perché circondata da abeti e pini (pèsc). Mentre oggi la radura è invasa dalla bassa vegetazione, un tempo vi si trovavano prati sufficienti a permettere di pascolarvi le mucche per un certo tempo. Fu proprio durante questo pascolo che, una volta, accadde un fatto stranissimo, che gettò sul luogo una fama sinistra. Era una giornata come tante altre, tranquilla, o almeno così pareva. Le mucche, però, non sembravano tranquille come tutti gli altri giorni: apparivano irrequiete, sembravano non voler mangiare, ed i pastori non sapevano spiegarsi il perché di un tale comportamento.
Per un bel po’ la loro attenzione fu concentrata sugli animali: temevano che fossero malati, che si fosse diffusa qualche terribile malattia contagiosa. La perdita dei capi di bestiame sarebbe stata, infatti, per loro una disgrazia irreparabile. Ma più che malate, le mucche sembravano impaurite. Poi, uno di loro notò qualcosa che sembrava aver qualche nesso con l’inquietudine delle bestie: un animale strano, che sembrava una capra, ma era molto più grande, se ne stava adagiato su un grande masso posto sul limite del bosco. Richiamò l’attenzione degli altri pastori, e tutti guardarono in direzione del masso, per capire di che animale si trattasse. Assomigliava ad una capra, ma non poteva essere una capra, di capre così non se n’erano mai viste. E poi di chi era? A quei tempi tutti sapevano riconoscere le proprie bestie, e quella non apparteneva a nessuno di loro.
Il misterioso animale se ne stette per un po’, sornione, sul masso. I pastori non avevano smesso di tenerlo d’occhio, curiosi ed intimoriti, quando parve muoversi. All’inizio non si capiva bene cosa volesse fare, poi uno dei pastori gridò: "Sta spingendo il masso, sta spingendo il masso". "E’ una strega, una strega" gli fece eco un altro. Infatti le grosse zampe dell’animale sembravano proprio premere sul masso per spingerlo verso valle, e gli occhi, diabolici, sembravano proprio quelli di una strega. Al che ci fu un fuggi fuggi generale: i pastori, presi dal panico, abbandonarono le mucche e se la diedero a gambe levate.
Dovette passare parecchio tempo prima che alcuni di loro, timorosi per la sorte delle proprie bestie, si decidessero a tornare al Pesciadèl. Tremavano di paura, ma si facevano forza al pensiero che se avessero perso le mucche, per le loro famiglie sarebbe stata la miseria più nera. Raggiunta la radura con cautela e circospezione, si appostarono in un luogo che ritenevano sicuro, spiando in direzione del masso. La capra non c’era più, mentre il masso era rimasto là, dove lo avevano lasciato. Si fecero, allora, coraggio, e, con passi cauti e guardinghi, si avvicinarono al masso. Niente, della capra malefica non c’era più neanche l’ombra. Ispezionarono, allora, il masso, e scoprirono, con raccapriccio, che l’animale vi aveva impresso l’orma delle sue enormi zampe.
Non ebbero, allora, più dubbi: l’animale altri non era se non una strega, una di quelle malefiche e terribili streghe di cui avevano tante volte sentito raccontare, nelle lunghe sere d’inverno passate accanto agli animali nella stalla, quelle streghe che, si diceva, abitavano i recessi più nascosti ed ombrosi della valle Priasca, ad est della Foppaccia e del Pesciadèl. La strega aveva tentato di far rotolare l’enorme macigno a valle, perché precipitasse sulla Foppaccia o addirittura su Verceia, provocando disastri e lutti, ma, per fortuna, non c’era riuscita. Era però rimasto, come monito terribile, l’impronta delle sue zampe sulla roccia, perché gli uomini si ricordassero della minaccia permanente che incombe su di loro. Questa è la storia della strega del Pesciadèl, e di quel masso che, da allora, venne chiamato “sas de strì”, e che ancora oggi se ne sta lì, fermo, sul limite della radura che, forse anche per paura, venne poi abbandonata come zona di pascolo.
Verceia sta allo sbocco della Val dei Ratti. Di questa valle misteriosa e nascosta si raccontano molte storie, alcune connesse, almeno indirettamente, con le capre. Eccone un paio. La prima ha come contesto le fredde e brevi giornate invernali. Una sera un umile contadino di Verceia, rimasto a Frasnedo per custodire il gregge di capre, udì bussare alla sua porta, e, colmo di stupore, come ebbe aperto si ritrovò di fronte questo elegante signore. Gli venne spontaneo chiedere cosa facesse lì ad un’ora così tarda, e se non si fosse perso. La risposta fu enigmatica: da cinquecento anni dimoro in questa valle, disse l’uomo misterioso, che poi si sedette su una panca, vicino al focolare, togliendosi le scarpe per scaldarsi i piedi. Fu allora che il contadino ebbe modo di comprendere di chi si trattasse: al posto dei piedi, infatti, comparvero due zampe caprine. Gli si raggelò il sangue nelle vene, perché non ci voleva molto a capire che si trattava del diavolo in persona. Fu, però, in quell’occasione almeno, un buon diavolo, perché non fece alcun male al contadino, ma si limitò a riscaldarsi, a ringraziare e ad andarsene. Il contadino, nondimeno, non perse tempo, e, congedato l’ospite inquietante, scese precipitosamente alla casa di Verceia. Lo spavento fu tanto che cadde anche in una lunga malattia.
Il medesimo signore, o uno molto simile, si presentò, in autunno, ad un ragazzo, un aiutante dei contadini che caricavano l’alpe di Primalpia (un “bocia”). Questi doveva cercare alcune capre che si erano perse e, mentre risaliva l’alpe, fu improvvisamente circondato da una nebbia misteriosa, dalla quale emerse il distinto signore. Alla domanda se avesse visto delle capre, egli risposte che da trecento anni viveva nella valle, senza aver mai visto alcuna capra. Anche in questo caso il ragazzo intuì di chi si trattava, e tornò di corsa, spaventato, alle baite dei pastori.

Riportiamo, poi, alcune notizie su capre diaboliche segnalate in quel di Campodolcino (Valchiavenna), trascrivendole dal contributo della scuola elementare di Madesimo alla bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna” (ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994):
"I nostri nonni raccontano questa storia.
A Pianazzo, vicino al burrone, c'era una capra rossa, grossa, con una lunga barba e lunghe corna. I vecchi dicevano che essa buttava giù dal precipizio tutte le persone che avevano la sfortuna di capitare presso il burrone. Questa bestia era molto pericolosa e spietata. (Ivan)
Si diceva che sui tornanti che portano da Pianazzo a Campodolcino c'era una capra dagli occhi rossi e dalle lunghe corna che, ogni volta che passava un carro, lo ribaltava nei burroni e dopo mangiava cavalli, uomini, e qualsiasi tipo di animale che faceva cadere. (Renato)
La gente una volta raccontava che c'era una capra rossa sopra la galleria di Campodolcino. Questa capra rappresentava il diavolo. La capra rossa faceva morire la gente: anche se non la vedevano, solo se la sentivano, morivano. Una volta un signore passò di lì, provò a bucare la testa della capra rossa con una spada. Riuscì a ucciderla e finalmente la gente non ebbe più paura di morire per colpa della capra rossa. (Gloria)
"
Cediamo, infine, la parola ad Ivan Fassin, appassionato studioso delle radici archetipe delle leggende nell’arco alpino, il quale ci riporta la notizia di una capra e due montoni inquietanti segnalati in Val Tartano e nella vicina Val Fabiolo (il testo è tratto dall’ottimo articolo “Credenze e leggende dell'area orobica valtellinese: un esperimento di interpretazione. L'eredità della dea primordiale: sopravvivenze della religione arcaica", pubblicato sul Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 61 del 2008 (Sondrio, 2009):
E CALTAGIRONE, Il montone del Gèer (libera rielaborazione che conserva alcuni tratti del parlato).
Uno che abitava ai Bormini andava a morose giù a Talamona, arrivava al Gèer e trovava sempre un montone, sempre nello stesso posto. Lui pensava di andare a trovare una donna come si deve, ma incontrava sempre questo montone.Il montone gli andava sempre contro, voleva attaccarlo. E lui cercava di difendersi, di colpirlo [...] Una notte l'ha preso per le corna e l'ha sbattuto a terra.Poi è arrivato alla casa della morosa, l'ha salutata, e lei si è messa a piangere. Lui le chiede "Cos'hai da piangere?". E lei, dopo varie insistenze, gli ha detto: "Mi hai fatto un bello scherzo, dentro al Gèer, mi hai preso per le trecce e mi hai sbattuto per terra [...]". Così l'uomo comprese che era lei quel montone, e da quella volta non andò più a trovarla [...]…


Val Tartano

G. SPINI, riporta un altro breve racconto che ha per protagonisti un pastorello e un montone (incarnazione del diavolo, in questo caso).
"La località Pra Baruu è così chiamata perché un tempo nel gregge di pecore che sempre pascolavano nella zona si trovava il diavolo in veste di un grosso montone che pascolava in mezzo alle pecore; se un pastorello non si fosse recato a messa nelle feste, il montone lo avrebbe portato direttamente all'inferno". La proverbiale insistenza della capra ha qualcosa di demoniaco…
E CALTAGIRONE, Il prete Foppoli e la capra in val Fabiolo.
"... Una volta dicono che il prete che c'era qui a Tartano, il don Foppoli, è partito dalla Sirta [per risalire la val Fabiolo] un po' tardi...è sempre stato accompagnato da una capra! Che l'ha accompagnato fino alla porta di casa. E lui cercava di mandarla indietro (...) ma lei non si muoveva. L'ha sempre seguito fino alla porta della canonica. E lì lui è entrato, e lei è ritornata".

 

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