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Campodolcino

Campodolcino (Candulscìn) è il secondo dei tre comuni della Valle Spluga che si incontra salendo, oltrepassata Chiavenna, lungo la strada statale 36 dello Spluga. La sua origine è probabilmente romana, anche se i ritrovamenti nei siti di Pian dei Cavalli testimoniano che le sue montagne erano percorse da nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle (ma può darsi che venissero anche dal versante opposto della catena alpina), accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano (o tornavano) con facilità sul versante opposto dello spartiacque, nella Mesolcina svizzera. 
L'importanza storica di Campodolcino è legata all'antichissima ed importantissima via che, salendo da Chiavenna, valicava il passo dello Spluga, unendo il bacino padano ai paesi di lingua tedesca. Due documenti di età imperiale romana, infatti, riportano la via dello Spluga: si tratta dell'Itinerarium Antonini, redato al tempo di Diocleziano, e della Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta romana di età imperiale. Vi si menziona Tarvedese, probabilmente Campodolcino, dove la strada vera e propria terminava, lasciando il posto alla mulattiera percorsa appunto da muli, che superava l'aspro versante della Valle del Cardinello e raggiungeva Cunu Areu, cioè Montespluga, pero poi salire al passo.
La storia di Campodolcino, (citata per la prima volta in un documento del 1186) si innesta, fino al 1816, nelle vicende di quella che oggi è conosciuta come Valle Spluga, ed in passato era chiamata Valle del Liro, dal fiume che la percorre interamente, per 34 km, dal passo dello Spluga alla confluenza nella Mera, o, più propriamente, Valle di San Giacomo, dal suo centro amministrativo, San Giacomo-Filippo (ma dal 1477 fu Campodolcino a divenirne centro amministrativo). I suoi abitanti, però, orgogliosi dei suoi tratti peculiari, amano chiamare la loro valle "Val di Giüst", a significare l'ampia autonomia di cui godettero nei secoli passati o anche l'assenza di protestanti nel periodo di maggiore dissidio religioso fra Cinquecento e Seicento.


Chiesa di San Giovanni Battista a Campodolcino

La storia del comune della Valle di San Giacomo, a sua volta, è legata all'antichissima ed importantissima via dello Spluga, che fino all'età medievale fu l'unica via per valicare il passo. Ad essa dal 1223 si affiancò quella che da Campodolcino saliva a Madesimo ed al passo di Emet. La prima rimase però la più utilizzata nella stagione invernale. Raggiunto il passo dello Spluga, tenuto aperto anche d'inverno, il percorso scendeva fino alla valle del Reno Posteriore ed a Coira, seguendo la Viamala. Questo fu l'itinerario percorso per secoli dalle merci più diverse, fra cui cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie, con 300-400 passaggi giornalieri nell'età moderna. Teniamo presente anche l'evoluzione del clima: fino al Medio-Evo le temperature dovettero essere particolarmente elevate, tanto che nella piana di Montespluga, oggi brulla, vennero rinvenuti, scavando, resti di larici e cermoli. Poi, a partire dal tardo secolo XVI, le temperature medie si abbassarono decisamente, ed iniziò la cosiddetta Piccola Età Glaciale, durata fino alla metà del secolo XIX. Accando alla vita dei commerci e dei transiti si svolgeva paziente e tenace quella dura ed improba dei valligiani che vivevano delle risorse della pastorizia e delle scarse colture.
Tutto ciò segnò profondamente il carattere di queste genti, così descritto, nel 1827, nel diario Onofrio Piazzi pubblicato nel numero del 1968 di "Clavenna" (Bollettino del Centro di Studi Storici Valchiavennaschi): "Il carattere dei montanari di Valle St. Giacomo è deciso, fermo, pronuciato, ricopiando esso in certo modo la severità dei boschi e gioghi locali. Anche le donne sono robiste ed ardite a segno di dividere coi loro mariti il rigore di grandi stenti, ora perigliando con essi di rupe in rupe ad atterrar piante e raccoglierne la legna, ora spogliando di selvatico fieno ermi dirupamenti, ed ora spingendo i passi alla custodia delle loro vetture sino alle vette dello Spluga, talvolta i mezzo al furente grandinar di nevi e di piogge, e tra il soffio crudele degli aquiloni. Di ogni disagio è consigliera la necessità! Siccome questi abitanti hanno brevissima circoscritta agricoltura di campi, nè in alcun modo sufficiente ai mezzi di vivere, così non perdonano essi a sorte di fatiche onde sussistere".


Ponte cosiddetto Romano a Campodolcino

Mentre oggi il suo territorio è occupato dai comuni di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Madesimo, in passato dal punto di vista amministrativo essa fu, fino all'età contemporanea, un'unica comunità regolata da Statuti propri, la cui prima stesura nota è del 1538, ma che risalgono ad epoca antecedente e sanciscono il distacco dalla giurisdizione civile (ma non penale) di Chiavenna. L'autonomia della Valle di San Giacomo risale infatti alla fine del secolo XII. Nel 1205 Valle e Mese comparivano come comuni e università, ovvero vicinie, corpi distinti con diritto di essere rappresentati da consoli nel comune di Chiavenna, e nel 1252 Chiavenna e la Valle avevano già estimi distinti. Nel 1335, anno in cui Valtellina e Valchiavenna vennero incluse nei territorio del Signore di Milano Azzone Visconti, gli Statuti di Como menzionano la comunità come “comune locorum de Valle”. Il 10 settembre 1346 si radunò un convocato del comune degli uomini di Valle in San Giacomo. Da tale documento il Buzzetti deduce che il territorio era allora abitato da Ugia a Porpiano, e Campodolcino si trovava ai limiti della zona abitata permanentemente, mentre il centro del comune era San Giacomo.
Alle soglie dell'età moderna (1477) lo sviluppo demografico di Fraciscio, Isola, Pianazzo e Madesimo fece perdere a San Giacomo il suo primato, ed il centro del comune della valle si spostò a Campodolcino. Quando le Tre Leghe Grigie divennero signore di Valtellina e Valchiavenna, nel 1512, confermarono l'autonomia privilegiata del comune e stabilirono di nominare un commissario a Chiavenna ed un podestà a Piuro, mentre la Val San Giacomo, in virtù di un rapporto privilegiato, eleggeva da sè il proprio ministrale, che giudicava autonomamente, coadiuvato da un luogotenente, nelle cause civili. In materia criminale, invece, la giurisdizione del commissario di Chiavenna si estendeva su tutto il contado.


Campodolcino

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Gli Statuti del 1538 dividevano la valle in otto quartieri, San Giacomo, Monti di San Bernardo, Monti di Olmo e Somma Rovina, Campodolcino, Fraciscio, Starleggia e Pianaccio, cui si aggiungevano quattro squadre, due per Isola, Tegge e Rasdeglia. La comunità di valle veniva retta da un console elettivo, che a sua volta sceglieva un consigliere per ciascun quartiere e squadra, con poteri specifici sui lavori necessari a ponti e strade. Ogni quartiere della Val San Giacomo aveva un proprio consiglio di quartiere e propri consoli; al di sopra c’era un consiglio generale di valle. Massimo organo del comune era il consiglio di valle: l’ultima sua riunione risale all’11 gennaio 1798. Il consiglio di quartiere, convocato dal consigliere di ogni quartiere della Val San Giacomo con preavviso settimanale, ra­dunava i vicini, dapprima i soli capifamiglia, poi tutti gli uomini dai quindici anni in su, e si riuniva di domenica sulle piazze o all’interno delle chiese del quartiere. Il consiglio generale del comune coincideva con l’assemblea generale della Val San Giacomo, e rappresentava il consiglio dei quartieri e del popolo di valle: non era dunque assemblea unica, ma espressione di più assemblee decentrate. Il consiglio di valle era formato dal console o ministrale ed era ema­nazione diretta del consiglio generale. Si riuniva anche più volte al mese, nominava il ministrale, il luogotenente, i consoli di quartiere e gli ufficiali di comunità. Il luogo di riunione dei consigli, dapprima nel villaggio di San Giacomo, dal 1477 passò a Campodolcino.
Un breve scorcio di Campodolcino alla fine del Cinquecento ci è offerto da Guler von Weineck, che, nell'opera Rhaetia, pubblicata a Zurigo nel 1616, annota: "Campodolcino si trova quasi a mezza strada fra il Ricovero dello Spluga e Chiavenna. Il paese è provveduto di parecchie locande per il passaggio continuo dei viandanti ed ha belle praterie e qualche campicello."


Bandiera del Comune della Valle di San Giacomo

Di pochi decenni successiva è la descrizione offerta da don Giovanni Tuana, nel "De rebus Vallistellinae":"Ivi, discosto un miglio, v'è un'altra vicecura di S. Giovanni Battista, assai ornata, del luoco di Campodolcino, assai populato, con belli edificij, in territorio assai spatioso e piano, tra belli prati: dove sono alcune hostarie per li passagieri; et da questo luoco trae il nome tutta la valle, chiamandosi la Valle di Campo Dolcino; ancora questa è discosta sei miglia e mezzo da Chiavena. Nel monte v'è una chiesa di S. Rocco con contrata mediocre chiamata Frachichio"
Fortunat Sprecher von Bernegg, infine, commissario a Chiavenna ne 1617 e nel 1625, nel libro X dell'opera "Pallas Rhaetica" (traduzione di Cecilia Giacomelli), ci offre queste notizie della Valle di San Giacomo: "La terza parte della giurisdizione di Chiavenna è la Valle di S. Giacomo o di Campodolcino. La vallata è suddivisa in dodici quartieri: 1) San Giacomo e San Guglielmo, dove deve essere sepolto il corpo di questo santo. 2) Vhò, dove è stata eretta una chiesa in onore della Vergine Maria e Lirone. 3) Campodolcino, chiamato anche S. Giovanni per via della sua chiesa. 4) Fraciscio, dove si trova un castello. 5) Le montagne di S. Bernardo. 6) I Monti di Mezzo. 7) Madesimo, tempo fa chiamato Tarvedese o Torvaedes, come afferma Antonino. 8) Pianazzo. 9) Portarezza. 10) Stambilone. 11) Starleggia. 12) Isolato, Torni, Teggiate e Rasdeglia, dove si trova l'inizio del Cardinell. Così viene infatti chiamata la strada scoscesa e difficile che conduce sulla montagna dello Spluga, che è la parte più importante dei monti Adula e si chiama anche Adula a causa della sua altezza. Da essa nasce il Liro, il corso d'acqua della Valle di S. Giacomo, che nei pressi di Mese si riunisce alle acque della Mera... Questa vallata ha una propria amministrazione in ambito civile, per le quali dodici consiglieri eleggono un Console, un Luogotenente ed un Cancelliere. Questi dodici vengono a loro volta scelti dal Console e dal Luogotenente. I ricorsi vanno indirizzati agli stessi Dodici Consiglieri della Valle. Per quanto riguarda le questioni tributarie i processi devono ssere tenuti davanti al funzionario del Tribunale di Chiavenna. L'8 febbraio 1513, in occasione della Dieta federale di Ilanz, il vescovo Paul e le Tre Leghe confermarono alla Valle gli stessi privilegi di cui essa aveva goduto sotto il Duca di Milano."


Apri qui una panoramica sulla Valle di San Giacomo da Starleggia

Nel 1615, anno della visita pastorale compiuta dal vescovo Filippo Archinti in Valchiavenna, la chiesa di San Giovanni Battista è attestata come viceparrocchia.
Si avvicinava il periodo più cupo della storia di Valtellina e Valchiavenna, legato alle tensioni religiose suscitate dal tentativo delle Tre Leghe Grigie di favorire la diffusione del Protestantesimo nelle due valli. A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Il “macello” non toccò la Valchiavenna, dove le tensioni fra le due confessioni erano decisamente minori ed il rapporto con il governo grigione meno conflittuale (il che non significa del tutto tranquillo). Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Chiavenna non partecipò all'insurrezione, ma non poté sottrarsi alle sue conseguenze. Gli Spagnoli, infatti, vennero in soccorso ai ribelli cattolici ed occuparono Chiavenna nel 1621. Dopo una breve parentesi che vide la comparsa delle truppe pontificie, che dovevano interporsi fra le due parti in conflitto, ecco di nuovo gli Spagnoli, che dovettero, però, nel marzo del 1625 cedere la città per l'offensiva convergente dei Grigioni e del marchese di Coeuvres, che risalì la Valchiavenna dopo aver ripreso la Valtellina.


Fraciscio

La tregua di Monzòn liberò, nel 1626, Valtellina e Valchiavenna dagli eserciti delle due parti, ma di lì a poco, nel 1629, un nuovo flagello sarebbe sceso d'oltralpe, portando la più feroce epidemia di peste dell’età moderna, resa celebre dalla descrizione manzoniana. Non era certo la prima: altre, terribili e memorabili avevano infierito nei secoli precedenti. Scrive, per esempio, il von Weineck: “L’aria, per tutta la Val Chiavenna, è buona e pura; soltanto è da osservare che, durante la calda stagione, il vento di sud apporta nel paese qualche impurità dalle paludi del lago… La peste qui infierisce di raro: ma quando principia, infuria tremendamente. Infatti quando essa, nel novembre del 1564, penetrò nella valle, distrusse in quattordici mesi i tre decimi della popolazione”. Ma quella del 1629 fu più tragica. I lanzichenecchi, al soldo dell'imperatore Federico II, scesero dalla Valchiavenna per la guerra di successione del Ducato di Mantova; alloggiati per tre mesi nel Chiavennasco ed in Valtellina, vi portarono la peste, che, nel biennio 1629-30, uccise almeno un terzo della popolazione (altri calcoli, probabilmente eccessivi, parlano di una riduzione complessiva della popolazione a poco meno di un quarto).
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali; nel biennio 1635-37 Chiavenna fu di nuovo occupata dai Francesi. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, ed in un documento del 1639 ribadirono lo status di particolare autonomia concesso alla Valle di San Giacomo: "Di più separiamo tutta la detta valle Santo Giacomo nelle cose politiche da Chiavenna, in modo che essa valle Santo Giacomo nelle cose politiche sia un corpo separato, e non incorporato nel contado, anzi che abbia di fare e avere li suoi particolari e propri estimi, consoli di giustizia, ed altre ragioni politiche". La condizione di relativo privilegio della valle, già affermata in età viscontea, deve la sua ragione alla posizione strategica per i commerci da e per i paesi della Germania meridionale.
Un documento d'archivio del 1627 ci offre il seguente quadro delle famiglie (fuochi) del comune di Val San Giacomo:
Archivio della comunità di Val San Giacomo, Protocollo anno 627, n° 104
1. Dal quarterio de Madesimo fuochi n° 57
2. Dal quarterio de Planatio (Pianazzo) fuochi n° 35
3. Dal quarterio d’Isola fuochi n° 115
4. Dal quarterio de Starleggia fuochi n° 51
5. Dal quarterio de Fraciscio fuochi n° 70
6. Da Porcaregia fuochi n° 42
7. Dal quarterio de Vho fuochi n° 60
8. Dal quarterio de Lirone fuochi n° 21...
9. Dal quarterio Sant Giacomo fuochi n° 76
10. Dal quarterio de monti di Olmo fuochi n° 100
11. Dal quarterio de Monti di Sant Bernardo fuochi n° 100
12. Per il quarterio di Campodolcino fuochi n° 98
Totali fuochi n° 825


Fraciscio

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A metà del secolo XVII con il sindacato generale del 27 febbraio 1650 la valle di San Giacomo venne divisa in tre terzieri (nuclei dei futuri comuni), il "terzero di fuori" o di San Giacomo, con Monti di San Bernardo e Sommarovina e Lirone, il "terzero di mezzo" o Campodolcino, con Fraciscio, Starleggia, Vho e Portarezza, ed il "terzero di dentro", o di Isola, con Madesimo e Pianazzo, oltre alle squadre di Teggiate e Rasdeglia. Tale suddivisione è rappresentata nella bandiera della valle, divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che rappresentano i quartieri di ogni terziere. Al centro compare uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi”.
Un documento del 1701 riporta poi il numero di uomini atti alle armi nel comune:
Anno 1701, li 21 Marzo... notta delle persone habile per la militia:
Il quartiere di Campodolcino persone n° 165
Il quartiere di S. Giacom homini n° 116
Isola homini n° 212
Madesimo homini n° 55
S. Bernardo homini n° 105
Starleggia homini n° 74
Vho homini n° 68
Portarezia homini n° 68
Fraciscio homini n° 56
Olmo homini n° 104
Pianazzo homini n° 56
Liron homini n° 20

A metà del Settecento, e precisamente nel 1742, Campodolcino diventa parrocchia autonoma per decreto del vescovo Paolo Cernuschi
In quel periodo il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie in Valtellina e Valchiavenna (ma non nella Valle di San Giacomo) crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi.
Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi, cui si unirono i Valchiavennaschi, lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. I delegati del Comune della Valle di San Giacomo, però, non si unirono a questa protesta, a riprova dei buoni rapporti che la valle intratteneva con le Tre Leghe Grigie.


Gualdera

Fu la bufera napoleonica ad imporre una svolta, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. All'epopea napoleonica seguì la Restaurazione sanzionata dal Congresso di Vienna, e Valtellina e Valchiavenna vennero inserite nel Regno Lombardo-Veneto sotto il dominio dell'Impero Asburgico. Nel 1816 il comune unitario della Valle di San Giacomo venne diviso nei tre comuni attuali di San Giacomo-Filippo, Campodolcino e Isolato (poi Madesimo), per indebolire il partito favorevole all'annessione ai Grigioni, segnalato dalla Prefettura di Sondrio. Il neonato comune di Campodolcino comprendeva Fraciscio, Sterleggia, Portarezza, Frazioni colla contrada di Case dei Tini, Motta e Prestone. Nel 1853 Campodolcino con le frazioni Starleggia, Portarezza, Squadra de’Tini, Motta e Prestone contava 1.458 abitanti ed era inserito nel IV distretto di Chiavenna.
Durante la dominazione asburgica della prima metà dell'Ottocento importanti opere viarie diedero un nuovo impulso alla via dello Spluga. L'ingegner Carlo Donegani progettò infatti la nuova strada realizzata tra il 1818 ed il 1823, che, sul versante italiano, abbandonava le pericolose gole del Cardinello sfruttando un percorso più sicuro con l'ardito tracciato che saliva a Pianazzo. Dopo l'alluvione del 1834 che ne danneggiò gravemente diversi tratti da Campodolcino ad Isola, venne costruito l'arditissimo tratto che coincide con il tracciato attuale, e che da Madesimo sale direttamente a Pianazzo, tagliando fuori Isola e risalendo il vertiginoso versante dello Scenc'. La nuova strada, aperta nel 1838, diede un grande impulso ai transiti commerciali e turistici, regalando per qualche decennio al passo dello Spluga il primato indicusso fra i valichi delle Alpi Centrali, tanto da giustificare i non indifferenti sforzi per tenerlo aperto lungo l'intero arco dell'anno.


Apri qui una panoramica dal Pian dei Cavalli

Nella seconda metà dell'Ottocento, però, lo Spluga perse la sua centralità strategica, per l'apertura delle gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del San Gottardo (1882). Per ovviare a questo declino venne formulato il progetto del traforo dello Spluga, che però non si concretizzò mai. I transiti commerciali terminarono, lasciando però il posto ai più diradati ma anche suggestivi transiti di turisti e viaggiatori. L'economia di Campodolcino risentì fortemente di questa contrazione, che progressivamente tolse lavoro ai "porten", i corrieri che costituivano un'associazione italo-grigiona. Nacque allora, come attività alternativa destinata a notevole sviluppo, quella della distillazione della grappa, diffusasi in Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Emilia e Veneto.
Alle guerre risorgimentali partecipò un significativo numero di abitanti di Campodolcino: Barilani Giuseppe (1866), Buzzetti Giuseppe (1870), Barilani Giuseppe (1860-61), Buzzetti Antonio (1859-60-61-66), Buzzetti Luigi (1866), Della Morte Giacomo (1848), Della Bella Rocco (1848), Della Morte Giovanni Battista (1848), Fanetti Guglielmo (1866), Guanella Tommaso (1848), Gianoli Giovanni Battista (1848), Gianera Giacomo (1848), Ghelfi Giovanni (1848), Gadola Guglielmo (1848), Levi Carlo (1866), Levi Giovanni (1866-70), Mainetti Giovanni Battista (1866-70), Mainetti Giorgio (1860-61), Mainetti Giovanni Battista (1848), Penchi Antonio (1866), Pavioni Agostino (1866), Pedroni Giacomo (1860-61), Rizzi Camillo (1859), Rizzi Ercole (1859), Sadola Rocco (1866), Scaramella Giglielmo (1848), Trussoni Michele (1848) e Vener Guglielmo (1848).
La statistica curata dal Prefetto Scelsi, nel 1866, registrava i seguenti dati relativi al comune di Campodolcino. Nella frazione Corti vivevano 253 persone, 187 uomini e 166 donne, in 68 famiglie e 58 case, di cui 11 vuote. A Fraescio (Fraciscio) vivevano 245 persone, di cui 123 uomini e 122 donne, in 56 famiglie e 53 case, di cui 7 vuote. A Starleggia inferiore vivevano 135 persone, 65 uomini e 70 donne, in 27 famiglie e 31 case, di cui 9 vuote. A Portarezza vivevano 115 persone, 57 uomini e 58 donne, in 24 famiglie e 29 case, di cui 5 vuote. Alla Motta vivevano 63 persone, 27 uomini e 36 donne, in 13 famiglie ed in 18 case, di cui 8 vuote. Ad Aser vivevano 88 persone, 48 uomini e 40 donne, in 18 famiglie e 17 case, di cui una vuota. Ai Tini vivevano 136 persone, 60 uomini e 76 donne, in 34 famiglie e 33 case, di cui 7 vuote. Fontana e Carini risultavano disabitate, rispettivamente con 5 e 12 case vuote. A Pietro vivevano 116 persone, 57 uomini e 59 donne, in 23 famiglie e 20 case, di cui una vuota. A Prestone vivevano 245 persone, 116 uomini e 129 donne, in 46 famiglie e 41 case, di cui una vuota. Starleggia superiore risultava disabitata, con 18 case vuote. A Starleggia inferiore vivevano 145 persone (27 famiglie), in 31 case, di cui 9 vuote. A Speluga vivevano 39 persone, 25 uomini e 14 donne, in 6 famiglie ed 11 case, di cui 5 vuote.


Fraciscio

Nel 1892, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, nella parrocchia di Campodolcino esistevano le chiese di San Gregorio taumaturgo in Portarezza, di San Rocco in Fraciscio, di San Sisto e di San Filippo Neri in Starleggia, e gli oratori di San Giacomo in Bondeno, di Sant'Antonio nella frazione Corti.
La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta, così annota: "Questo villaggio (1763 abitanti) ha un ufficio postale e uno telegrafico. Si compone di quattro gruppi di case; nel primo v'ha il cimitero, la chiesa attorniata da frassini e l'albergo alla Chioma d'Oro; nel secondo, al di là del torrente Rabbiosa, la stazione delle Diligenze e l'Albergo della Posta."
G. B. Crollalanza, nella sua "Storia del Contado di Chiavenna" (Milano, 1867), traccia questo quadro della valle nella seconda metà dell'Ottocento: "La Valle San Giacomo, sebbene vada distinta per l'abbondanza de' fieni e de' pascoli ch'essa possiede, è però assai scarsa, e si potrebbe anche dir quasi priva di ogni altro prodotto; e i suoi cinquemila abitanti non potrebbero trovarvi la loro annuale sussistenza, se non traessero sostentamento dal trasporto delle mercanzie, e più col recarsi nella stagione iemale nella Lombardia e in Piemonte a distillare l'acquavite, mentre i più arditi emigrano per l'America, donde dopo otto o dieci anni ritornano ai loro poveri ma sempre amati tuguri col noniscarso frutto de' loro travagli, de' loro risparmi. Questa emigrazione viene inoltre compensata dagli abitanti di Colico, Piantedo, Sant'Agata, Sorico ed altri paesi che nella stagione calda vengono a ricovrarsi nella valle a fine di fuggire l'aria malsana della pianura, e a respirarci invece quella balsamica della montagna, conducendo il più di essi innumerevoli armenti di ogni specie, che fra que' monti trovano in estesi pascoli abbondante alimento.... Il principal ramo d'industria degli abitanti del contado, e specialmente di quelli della val San Giacomo, consiste nel bestiame bovino e nelle capre. ... Scarso è il numero dei cavalli...; più scarso ancora è quello degli asini e dei muli.... Scarso vi è pure il numero dei majali e dei gallinacci, e ciò dipende dalla penuria delle granaglie proveniente dalla troppo limitata estensione dei poderi. ... Nelle foreste più aspre e selvaggie spesso si incontrano lupi e orsi."


Apri qui una fotomappa della Val Rabbiosa e della Motta

Nella medesima opera leggiamo: "Si apre quindi l'inaspettata e ridente pianura di Campodolcino in uno spazioso e dilettevole seno che tra prati ubertosi e piccoli campi fa germogliare l'orzo e la segala. Il laborioso valligiano strappava in questi ultimi anni al furore di ruinosi torrenti questi spazi che ridonava alla coltura dopo che le irruzioni memorabili del 1829 e 1834 li avevano ricoperti di nuda ghiaja. ... Campodolcino, un tempo capo-luogo della valle San Giacomo, si compone di due grandi gruppi di case, nel primo de' quali sorge isolata e solitaria tra le ombre di bellissimi frassini la bella chiesa prepositurale riedificata da non molti anni. Campodolcino è il paese di villeggiatura dei signori Chiavennaschi, i quali ne' più cocenti giorni di estate quivi riparano per godervi una temperatura costantemente fresca."
La popolazione del comune all'unità d'Italia (1861) era di 1616 abitanti, passati a 1635 nel 1871, 1763 nel 1881, 1512 nel 1901 e 1724 nel 1911. Il monumento ai caduti sul sagrato della chiesa parrocchiale di Campodolcino riporta i seguenti nomi di caduti nella prima guerra mondiale: Ghelfi Giovanni fu Davide, Vener Guglielmo fu Rocco, Levi Battista fu Battista, Ghelfi Battista di Battista, Scaramella Felice fu Guglielmo, Ghelfi Bartolomeo di Gabriele, Ghelfi Guglielmo fu Francesco, Gianoli Giuseppe fu Agostino, Barilani Pietro fu Guglielmo, Barilani Alessandro fu Battista, Bianchi Geremia fu Battista, Della Morte Michele fu Giovanni, Mainetti Pietro fu Lorenzo, Gianoli Francesco fu Gabriele, Scaramella Giorgio di Lorenzo, Della Morte Rocco fu Rocco, Gianoli Battista fu Battista, Vanossi Lorenzo fu Bernardo, Scaramellini Agostino di Bartolomeo, Curti Antonio fu Antonio, Levi Michele di Luigi, Fanetti Aldo fu Guglielmo, Guanella Luigi di Tomaso, Scaramella Antonio fu Pietro, Acquistapace Antonio di Francesco, Mainetti Lorenzo fu Lorenzo, Pedroni Antonio fu Antonio, Scaramella Guglielmo fu Guglielmo, Della Morte Achille di Luigi, Della Morte Antonio di Giovanni, Barilani Bernardo di Battista, Ghelfi Giovanni Martino di Battista, Guanella Antonio di Giacomo, Della Morte Guglielmo di Michele, Guanella Gioachino fu Agostino, Lombardini Giacomo fu Luigi, Ghelfi Giovanni Battista fu Battista e Trussoni Carlo fu Battista.
Gli abitanti di Campodolcino erano 1713 nel 1921, 1751 nel 1931 e 1675 nel 1936.


Il rifugio Angeloga

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La "Valtellina - Guida Illustrata" di Ercole Bassi (1928, V edizione), ci offre queste informazioni sulla situazione del comune fra le due guerre mondiali: "Campodolcino (sede del comune alla frazione Tini - m. 1070 - Poste e Telegrafo, telefono privato - R. C. - auto per Chiavenna km. 13,5 - estivo per Madesimo e Monte Spluga - società elettrica - cooperativa famiglia agricola - asilo infantile - alla frazione di Pietra - caffè - osteria - fabbrica gasose Corti - società di consumo - albergo della Posta, Croce d'oro con pensione - medico condotto con armadio farmaceutico - officina idroelettrica, stabilimento idroterapico - Società Pro Campodolcino). Il comune consta delle frazioni di Prestone, Pietra, Tini, Le Corti e Acero (Asèe), tutte con un aspetto di una certa agiatezza e proprietà, che risponde al grado di civiltà e possidenza della popolazione laboriosa ed industre. Molti emigrano a Milano e in Piemonte, e si dedicano alla distillazione delle vinacce e alla fabbrica di liquori. Assai pregiate le brisaule e i prosciutti qui confezionati, e un tempo anche il miele della frazione di Fraciscio che ora non si produce più. E' buona stazione climatica e vi si trovano camere ammobiliate e villini. Fra Pietra e Prestone, sulla destra del Liro, vi è la sorgente magnesiaca ferruginosa di Portarezza. Ivi nella chiesa di San Gregorio si trovano due mediocri pitture del Prevosti. A nord-ovest di Le Corti vi è la sorgente dell'acqua Merla, assai pregiata. Sul piazzale della parrocchiale vi sono due enormi frassini più volte secolari. Sul torrente Rabbiosa si vede un antichissimo ponte ad arco, che faceva parte della vecchia mulattiera. Sopra la frazione di Acero, dal Belvedere della Cascata, si vede la Rabbiosa precipitare in un profondo burrone detto la Caurga. Nella parrocchiale è notevole la tela dell'altar maggiore bel dipinto che rappresenta la Natività del Precursore. L'altare è di legno intagliato del 600. Vi sono due affreschi del Prevosti (1863). A fianco della chiesa vi è un monumento ai caduti, nel quale è innestata una fontana. L'iscrizione del poeta G. Bertacchi così suona: "Ai figli di questo lembo d'Italia - agli ospiti -ai viandanti - i prodi per l'Italia caduti - col canto delle patrie sorgive - ridicano la fede immortale." E' di molto interessante una tavola a tempera che trovasi nella casa del parroco, qua e là scrostata, con la Vergine seduta in trono che tiene il Bambino. Due angioli sono in atto di reggere la corona. Il disegno accurato, i coloriti dolci ed armoniosi, le aureole, il cielo e le decorazioni in oro denotano un esimio artista del principio del 400.


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Dalla frazione Le Corti, risalendo il Liro e passando avanti il crotto di S. Antonio, si può recarsi ad ammirare dal basso la bella cascata di Pianazzo. Dalla frazione di Acero un sentiero conduce alle case delle La Fontana, indi a Madesimo. Altro migliore per una pineta sale alla Motta. Da Campodolcino una recente rotabile sale la Valle Rabbiosa,che offre un bell'orrido, e giunge in circa un'ora e Fraciscio (metri 1342). La piccola chiesa di S. Rocco fu cominciata nel 1474. A Fraciscio nacque il Prof. al Seminario Tom. Trussoni, che fu poi nominato vicario generale e nel 1913 arcivescovo di Cosenza. Prima di arrivare al fiume, su un'altura detta ancora il Castellaccio, si vedevano pochi anni or sono le ruine di un vecchio castello. Da Fraciscio un sentiero conduce alle amene località della Motta, di Gualdera e di Bondeno (m. 1630) circondate da belle pinete. A Gualdera, già abitata tutto l'anno, nacque il pittore G. B. Macolini. Da Fraciscio si può recarsi all'alpe Motta dove trovasi un grazioso laghetto con bella eco ed all'alpe e pizzo Groppera (m. 2948). Una comoda strada attraverso un bosco di conifere conduce dall'alpe Motta a Madesimo. Sempre risalendo la valle Rabbiosa si giunge in circa due ore al lago di Angeloga (m. 2046) ricco di trote. Di qui, volgendo a nord, si tocca in mezz'ora il passo d'Angeloga, ove vi sono vari laghetti, tra i quali il lago Nero (m. 2314) e si scende in Val di Lei. Volgendo a destra, si può in circa quattro ore salire il pizzo Stella o Stelo (m. 3163)... Da Campodolcino, varcato il Liro, un sentiero che dalle case dello Spluga passa sopra belle cascate e grotte, e una mulattiera salgono all'abitato di Starleggia (m. 1566). Di qui si può salire ad un altipiano dove trovansi vari alpeggi. Un sentiero a destra sale alle alpi Toiana e Zoccana, ricche di edelweis, alla Grotta del Nido lunga m. 198 e profonda circa 80, e al passo Baldiscio. Rimontando invece la Fioretta fino al passo Bardana (m. 2547) si scende a Cebbio sopra Mesocco."


Panorama orientale dal pizzo Quadro (clicca qui per aprire)

Nella seconda guerra mondiale caddero Acquistapace Guglielmo di Francesco, Acquistapace Francesco di Francesco, Bianchi Luigi di Matteo, Della Morte Enrico di Guglielmo, Della Morte Felice fu Battista, Della Morte Rocco di Antonio, Guanella Romeo di Antonio, Guanella Dante di Pietro, Levi Natale di Giacomo, Roffinoli Primo fu Primo e Vanossi Giovanbattista fu Luigi. Risultarono, infine, dispersi in Russia ed in Grecia Cassaghi Ubaldo fu Antonio, Chiarellotto Primo fu Pietro, Della Morte Giovanbattista fu Bartolomeo, Della Morte Guglielmo di Guglielmo, Fanetti Ponziano fu Battista, Fanetti Siro fu Francesco, Fustella Giacomo fu Giacomo, Ghelfi Ilario fu Alessandro, Guanella Natale fu Luigi, Levi Luigi fu Giuseppe, Lombardini Giacomo di Luigi, Mainetti Guglielmo di Battista, Scaramella Agostino fu Giuseppe, Scaramella Daniele di Antonio, Scaramella Nando di Giuseppe, Scaramellini Achille di Alessandro, Trussoni Ernesto fu Pietro, Trussoni Salvatore di Giuseppe e Ghelfi Francesco fu Bartolomeo.
Nel secondo dopoguerra, con trend a scendere, gli abitanti passarono, da 1673 nel 1951 a 1737 nel 1961, 1569 nel 1971, 1224 nel 1981, 1108 nel 1991, 1086 nel 2001, 1037 nel 1911 e 947 nel 2018.
Oggi Campodolcino è un comune a forte vocazione turistica, valorizzato dagli impianti di risalita della Motta. Il suo territorio, che si estende su 48,32 kmq, va da un'altitudine minima di 947 m. s.l.m., al confine meridionale con San Giacomo Filippo, ad una massima di 3136 m., la vetta del Pizzo Stella sulla testata della Val Rabbiosa.


Il pizzo Quadro (al centro) visto dalla Val Starleggia

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Un discorso a parte merita la più importante frazione di Campodolcino, Fraciscio, celebre per aver dato i natali a San Luigi Guanella.


Chiesa di San Rocco a Fraciscio

Se, percorrendo la statale 36 dello Spluga, giunti all’altezza della chiesa parrocchiale di Campodolcino la si lascia per svoltare a destra, si passa vicino all’antichissimo ponte romano che scavalca il torrente Rabbiosa (la sua effige è riportata nello stemma del comune di Campodolcino) e si imbocca la strada che, risalito per buon tratto il fianco meridionale dello sbocco della Val Rabbiosa e lasciata a destra la deviazione per Gualdera, si riporta sul versante settentrionale e termina, dopo circa 2 km e mezzo, a Fraciscio. Si tratta di uno dei più caratteristici e suggestivi paesini della Val San Giacomo, che oggi accosta i segni ancora evidenti di un’antichissima e tenace civiltà contadina a quelli ben più moderni di un centro vocato all’ospitalità turistica invernale ed estiva. Fraciscio deve buona parte della sua notorietà all’aver dato i natali a San Luigi Guanella (che qui nacque il 19 dicembre 1842).
Poche centinaia di metri a valle della chiesa si trova, invece, la partenza, segnalata,  dell’antica mulattiera che serviva per salire al paese prima della costruzione della carozzabile, e che ancor oggi ci porta, in poco più di un'ora alle sue case. Mulattiera che fu discesa dal padre di San Luigi Guanella, Lorenzo, sul far del giorno del 20 dicembre 1842, mentre fitta scendeva la neve, per portare il figlio ad essere battezzato nella parrocchiale di Campodolcino. Di questa mulattiera e di Fraciscio si legge, nell’opera di don Pietro Buzzetti “Le chiese nel territorio dell’antico comune in Valle di San Giacomo” (1922):


Fraciscio

“Da S. Giovanni di Campodolcino una mulattiera attaccava un dosso, ne raggiungeva dopo un quarto d’ora la cima coronata d’una cappelletta, (mt 1250), e allora si presentava allo sguardo una convalle solcata dalla Rabbiosa: poi la strada continuava pianeggiante nella valle laterale, cavalcava lo spumoso fiume, saliva una dolce china finche raggiungeva la chiesa (mt 1342) del villaggio dalle case sparpagliate, protetto a nord dall’alto monte di Motta, volto a mezzodì, ridente e pittoresco, d’aria balsamica per vicini boschi resinosi, abitato da gente aperta e robusta. Nelle vicinanze si rinvenne tufo per grotte a volte, e anche pirite. Un acqua ferruginosa vi attira molti visitanti. Fin verso il 1880 qui sui conduceva una vita patriarcale: un angolo di pace. I poveri terazzani si dedicavano ad improbi lavori, ai campicelli ove ondeggiava il frumento, o l’orzo, e dove si raccoglievano pregiatissimi pomi di terra, ai prati ed alla pastorizia, l’allevamento di bestiame: il lungo inverno si trascorreva nelle umili case o si andava alla bassa per la distillazione dell’acquavite, industria abbastanza remunerativa. Ma quando in Campodolcino si ebbe un’ invasione di forastieri, i chiavennaschi che vi passavano l’estate si rifugiarono a Fraciscio e allora sorsero casine e villette, apparvero molte fontane piacevolmente gorgoglianti, la colonia dei villeggianti si accrebbe notevolmente, e si determinò costruire la via carrozzabile da S.Giovanni alla chiesa di Fraciscio (lunga mt 3.500 e progettata dall’ingegner Antonio Giussani di Como), ciò che avvenne nel secondo decennio di questo secolo, principalmente per impulso del ragionier Agostino Pirola di Milano.


Statua di San Luigi Guanella a Fraciscio

Parlai della toponomastica di Fraciscio e del suo antico Castello: di esso può vedersi una pianta nella mappa più antica conservata nel catasto di Chiavenna.
Sfortunato maniero! Silenzio grande ed eterno fascia la località ove torreggiava: caddero nelle acque della Rabbiosa sottostante le sue bandiere che non spiegarono più al vento, le sue trombe che non squilleranno più mai: vi si precipitarono anche le mura: neppure la leggenda a ricamare qualche fatto gentile o pauroso nel canevaccio della tradizione…
Ricordo Fraciscio come patria della santa incomparabile mia Genitrice, sorella ai prelodati sacerdoti Lorenzo e Luigi Guanella: vissuta d’amorosa dedizione alla famiglia, d’indefesso lavoro, di nobile sacrificio, la mente si specchia nel passato e la rivede tutto soffuso di letizia il volto nelle ore serene. Lo ricordo e amo perché i miei doveri chiesastici mi chiamavano spesso da Campodolcino nei primi due anni di vita pubblica.
L’ottima impareggiabile Domenica Trussoni, zia al prelato anzidetto, con sollecita cordialissima cura mi preparava un comodissimo letto, mi offriva una tazza di dolcissimo latte, mi attizzava il fuoco. Ah, non dimenticherò mai i dolci momenti passati al focolare di quella casa coadiutorale! Ricordavo le parole del venerato mio Padre, da lui apprese nella pingue pianura lambarda.
Due legni non fan foco:
Tre legni ne fan poco:
Quattro legni è un focherello:
Cinque legni è un foco bello:
Sei legni è un foco da signori
Sette è un foco da fattore.
E il mio fuoco era più che da fattore, grazie alla cortesia dei fabbriceri di quella Chiesa. Felice il casolare che ha fuoco sull’alare e fonte al limitare.”


Fraciscio

Assai antiche sono le radici di questo insediamento, la cui denominazione dialettale è Fracìsc'. Esso è già menzionato, come Fradicio, in una pergamena del 1217: si tratta di un documento conservato nell'Archivio Laurenziano di Chiavenna col quale si investe certo Giovanni de Rovorino della Valle di Chiavenna, per dieci anni, circa il godimento di un prato à Fraciscio col fitto di 50 denari annui più "unum formadium de libria duodecim". Nel volume di Bascapè e Perogalli "Torri e Castelli di Valtellina e Valchiavenna" (Credito Valtellinese, Sondrio, 1966) viene riportata la notizia di una fortificazione qui eretta in età medievale: “FRACISCIO - castello. Già elevantesi sulla sinistra del torrente Rabbiosa, tra la Cappelletta e la parrocchiale di S. Giovanni, venne diroccato nel 1525. Ignoti ne sono i fondatori. Precipitò del tutto alla fine del secolo XIX”.
Come apprendiamo visitando il sito ad esso dedicato, www.fraciscio.it (dal quale traspare il profondo amore per le proprie radici ancor vivo oggi nella gente di Fraciscio), controverso è il suo etimo. Il Chiaverini, nell'opera "Breve narratione delle Prerogative spirituali di valle a Campodolcino" (Milano, 1663), scrive che "dal freddo (in dialetto fréc) ordisce il nome", Renzo Sertoli Salis invece sostiene che "è dal lombardo fracia, che significa sostegno che innalza le acque di un fiume" per deviarne canali di irrigazione o dal "ticinese fracia, cioè riparo di rami intrecciati, terrapieno o sassi contro il torrente". Sempre nel sito citato troviamo l’annotazione di altre località lombarde foneticamente vicine a Fraciscio, quali Fracce, frazione di Cittiglio (Varese), Fracchia di Spino d'Adda (Cremona) che in dialetto è Fraccia, Fracchia Rossa o Fraccia Rossa presso Tronconero di Voghera, Fracc sulle alpi di pasturo (Brescia). Nella Rezia, poi, si trova un Fratitsch ed in Val di Poschiavo un Fritisch, toponimi tutti riconducibili a "fracta", cioè siepe o riparo.


Fraciscio

Il paesino si stende in una piccola conca che si apre ai piedi del maggengo Monte dell'Avo, caratterizzato da minuti terrazzamenti a prato che si arrampicano fino a lambire i lariceti della parte bassa del versante sud-occidentale del pizzo Groppera. Macchie isolate di larici, interrotte da prati, raggiungono il versante a nord dell’abitato. Entrati in paese, dopo pochi tornanti siamo al sagrato della chiesetta di San Rocco, iniziata nel 1474, ampliata nel 1628 e nel 1700 e restaurata nel 1874 e nel 1888. Una targa di granito sulla facciata della chiesetta riporta una frase del beato Luigi Guanella: “A noi san Rocco ricorda la nostra chiesa e il nostro sacerdote. San Rocco ci rappresenta il nostro paesello, il gruppo dei nostri monti, il nostro piccolo mondo e l’affetto più caro della pietà, della fede, della pace domestica.” Una seconda targa aggiunge: “S. Rocco pellegrino è vita nel mio paese di Fraciscio, come S. Pietro apostolo in Roma è vigore per tutto il mondo cristiano. S. Rocco nel mio villaggio riceve gli affetti del cuore, le tenerezze della famiglia, la famigliarità del luogo natio.” Una targa sul campanile della chiesetta ricorda, invece, che il suo orologio “fu posto a ricordo di S. E. Mons. Tomaso Trussoni, nativo di Fraciscio, arcivescovo  di Cosenza, a. d. 1961”.
Fra i motivi di interesse, oltre all’atmosfera particolarissima e suggestiva che caratterizza le antiche dimore, addossate l’una all’altra in una remota solidarietà di pietre, oltre che di uomini, sono da annotare anche la presenza (segnalata) della casa natia del Beato don Guanella (che è possibile visitare) e della casa Bardassa, notevole esempio di architettura locale. Di essa leggiamo nel bell’articolo di Dario Benetti, “Abitare la montagna – Tipologie abitative ed esempi di industria rurale” (in “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Milano, Silvana editoriale, 1955):


Ca' Bardassa a Fraciscio

Tra i moltissimi esempi di dimore rurali ancora ben conservate in Valchiavenna, in val S. Giacomo e in val Bregaglia può essere qui riportato, come uno degli esempi più significativi di dimora unitaria, la ca' Bardassa di Fraciscio. Questo per diversi motivi, non ultimo il fatto che si tratta del primo esempio di edificio rurale acquisito, in provincia di Sondrio, da un ente pubblico e restaurato con criteri conservativi.
La costruzione si trova nell'abitato dí Fraciscio a 1341 m s.l.m. e si sviluppa su tre piani. La muratura portante è in pietra e malta e l'esterno era completamente intonacato (già questo fattore, unitamente alle dimensioni e alla ricchezza di particolari decorativi rimandano ad una relativa agiatezza rispetto ad altre aree). Il tetto è a due falde con manto di copertura in piode grosse; il muro di spina divide in due l'edificio separando in modo netto la parte rurale da quella residenziale. La parte rurale ha una superficie inferiore a quella residenziale, si sviluppa su due piani, uno seminterrato con le stalle e l'altro che corrisponde simmetricamente ai due piani residenziali, utilizzato come fienile. Al fienile si accede tramite un originale ballatoio, in corrispondenza del secondo piano, dall'interno della casa.


Pista Fraciscio-Motta di Sotto

La parte residenziale è a sua volta divisa in due parti equivalenti da un corridoio lastricato in piode al piano rialzato e in tavole di legno ai piani superiori. Al piano seminterrato sono realizzate le cantine, al piano rialzato la cucina con il focolare, la stila con la pigna (stufa) in muratura, piuttosto bassa, a forma di parallelepipedo, alimentata dal corridoio e una camera, al primo piano un'altra stila e altre camere. Particolarmente curato è l'ambiente della stila al piano rialzato. Il locale è completamente rivestito di tavole di legno, con varie decorazioni e un rosone nel soffitto, al centro del locale.
Da una lettura attenta della tipologia e della sua evoluzione, attraverso i rilievi planimetrici e materici, è possibile documentare un sensibile mutamento di questo edificio nel corso del tempo. Il nocciolo centrale dell'edificio è infatti costituito da una antica dimora in legno a travi incastrate, sulla quale successivamente si è sviluppato l'edificio in muratura.”

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Apri qui una panoramica su Pian dei Cavalli e Val Febbraro

Bibliografia

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Chiaverini, Guglielmo, "Breve narratione delle prerogative spirituali della Valle Campodolcino" (ristampa, Polaris. Sondrio, 2009)

Scaramella, Luciano, "Gente di montagna - ricordi di Starleggia dal 1930 al 1970", Sondrio, Polaris, 2009

CARTE DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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