SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Simone, Fedele, Simeone, Simonetta, Giuda

SANTI PATRONI: S. Fedele (Buglio in Monte, Mello, Verceia)

PROVERBI

S. Simon oduli a muntùn (A San Simone c'è un gran numero di allodole - Ponte in Valtellina)
S. Simon e Giüda strépa la rava che l’è marüda, marüda u de marüdà strépa la rava e pòrtela a ka
(A S. Simone e Giuda strappa la rapa che è matura; matura o non matura strappa la rapa e portala a casa - Regoledo)
A san Simún e San Fedél strapa la rava cùme la vée
(a san Simone e san Fedele strappa la rapa come viene - Ardenno)
Sa da Scimun e Giüda lan ràva l'èn madüra, madüra o no, l'è da lan cavar
(a san Simone e Giuda la rapa è matura, matura o no, è da strappare - Val Bregaglia)
Per san Simón e Giùda strépa i ràvi da la cultùra, se te spécies fin ai Sant, ti streperàs piangènt, se te spécies fin a sant Martin, ti streperàs cul zapìn (in occasione della festa dei ss. Simone e Giuda strappa le rape dai campi, se aspetterai fino a Tuttisanti piangerai per strapparle e se poi aspetti fino a s. Martino, allora dovrai utilizzare l'arpione dei boscaioli, perché il terreno sarà gelato - Grosio).
Santa Barbara e San Simùn, Diu te salvi di saètt e di trun e di lègi di Grisùn
(A santa Barbara e a San Simone, Dio ti salvi dalle saette e dai tuoni e dalle leggi dei Grigioni - Morbegno)
Per sàant Simùn Giüda strèpa la rava che l’è marüda. Marüda u de marüdà, strèpa la rava e ménela a ca
(per san Simone e Giuda, 28 ottobre, strappa la rapa che è matura. Matura o no, strappala e portala a casa - Rogolo)



San Simùn e San Silvèster i presérva di trun e di tempèst
(San Simone e San Silvestro preservano da tuoni e tempeste)
A san Simón al gira i spigulón e a san Martìn i gira i spigulìn
(a san Simone girano gli spigolatori di grosso ed a san Martino gli spigolatori di fino - Grosio)
A santa Barbàra e a san Simón, che i me prutégia di saéti e di tròn
(a santa Barbara e san Simone, perché mi proteggano da saette e tuoni - Grosio)
A san Simùun e Giuda la ràvä le marüdä, marüdä o da marüdàa l'è ùrä da la štrepàa
(a san Simone e Giuda la rapa è matura, matura o da maturare, è ora di strapparla - Villa di Chiavenna)
Tra San Simon e Giuda to sü li ravi da la cultüra: sa no 'l dì di Sant al ta l'incioda giò in di camp!
(a san Simone e Giuda raccogli le rape, altrimenti il giorno dei Santi ti gelano nei campi - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Nel “Dizionario etimologico grosino”, di Gabriele Antonioli e Remo Bracchi (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio), leggiamo:
“Simón – Simone. Localmente è più diffusa la forma femminile. Per la festa di S. Simone (28 ottobre) ogni raccolto è terminato e anticamente si procedeva alla spigolatura, che si protraeva, con sempre minor risultato, fino a S. Martino. Da qui il detto che a san Simón al gira i spigulón e a san Martìn i gira i spigulìn. Il nome del santo viene anche affiancato a santa Barbara in una forma di scongiuro contro le folgori: A santa Barbàra e a san Simón, che i me prutégia di saéti e di tròn”

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria dei Santi Simone e Giuda Aposoli, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Giorno di mercato a Tirano. Annota, infatti, Giuseppe Romegialli, nella sua “Storia della Valtellina” (1834): “È fiera in Bormio li 12, 23, 24 ottobre. In Chiavenna il 1, 2, 3 dicembre. In Delebio li 16, 17, 19 ottobre. In Tirano li 10, 11, 12 di detto mese. Vi è mercato a Sondrio ogni sabbato. A Bormio il 18 ottobre: a Berbenno il 19 marzo: a Chiuro dal 30 novembre al 3 dicembre: a Chiavenna li 19 marzo, e il 3 ottobre ed il 30 novembre: alle Fusine il 10 agosto ed il 30 novembre: a Grosio il 19 marzo: a Morbegno ogni sabbato: a Novate il 29 settembre: a Tirano alla Pentecoste per 3 giorni, e dal 28 al 31 ottobre: e finalmente in valle S. Giacomo li 25 giugno.”

Si celebra il 28 ottobre anche la memoria di San Fedele, figura fortemente legala alla diffusione della fede cristiana nella Diocesi di Como.
Molti e molti secoli fa, quando ancora gran parte dell’Europa era sotto il dominio dell’Impero Romano (volgeva il III secolo d.C.) e la diffusione del Cristianesimo era ostacolata da imperatori che consideravano questa religione una minaccia per lo stato, sulle rive settentrionali del lago di Como sorgeva un villaggio denominato Summo Lacu, cioè Sommità del Lago. Era popolato da gente semplice e laboriosa, che viveva di pesca e di commerci, perché qui approdavano e da qui ripartivano le imbarcazioni che sfruttavano il lago per il trasporto di merci, su una direttrice importante che univa la Pianura Padana alle regioni di lingua germanica.
Qui giunse, un giorno, una figura di soldato singolare: fiero ed umile insieme, forte e mite, sfuggito a chissà quale battaglia, a chissà quale storia. Abbandonò subito le armi e l’armatura, per assumere vesti più umili e miti. La sua figura ispirava fiducia ed imponeva, insieme, soggezione, tanto che nessuno osò chiedergli chi fosse e donde venisse. Quel che tutti compresero subito era che quell’uomo, che si chiamava Fedelino, era venuto per fare del bene: viveva in condizioni assai modeste, accontentandosi di quel poco di cui un uomo ha bisogno per vivere, si ritirava a pregare il suo Dio per lunghi periodi di tempo, si rendeva disponibile per le necessità di chiunque avesse bisogno di un consiglio, di una buona parola, di un aiuto.
Parlava, anche, di un nuovo Dio, Padre amorevole di tutti gli uomini, e di suo figlio, Cristo, che era morto per redimere tutti: parlava di quella nuova religione di cui non era giunta prima, al villaggio, se non una vaga eco, la voce di qualche mercante che aveva raccontato di questi singolari Cristiani, così diversi da tutti gli altri, persone strane, forse nemici dell’Imperatore. Si fece subito benvolere da tutti, conquistando la loro fiducia e diventando un punto di riferimento per la comunità.
Finché un giorno, improvvisa, inattesa, venne, per la via che costeggiava il lago, ad occidente, una squadra di cavalieri con le insegne imperiali. Entrò nel villaggio, con il fragore dei cavalli scalpitanti ed il clamore sinistro delle corazze. L’ufficiale che la comandava chiese, alla gente sgomenta che era rimasta quasi impietrita dall’irruzione del drappello nella piazza del paese, se vi avesse fatto sosta, nelle ultime settimane, una persona forestiera, di cui diede anche una sommaria descrizione. Nessuno, sulle prime, osò rispondere, ma, di fronte ad una nuova domanda, rivolta con tono più minaccioso ed imperioso, qualcuno rispose che sì, da diverse settimane si era insediato, in un ricovero di fortuna presso la riva del lago, uno straniero, che però non aveva mai fatto del male a nessuno, ed anzi si era comportato bene con tutti. Pensava, infatti, che i cavalieri cercassero qualche brigante, malfattore od assassino, e sicuramente Fedelino non era nulla di tutto ciò.Si sbagliava, però: non appena udirono la risposta, essi spronarono i cavalli in direzione del luogo indicato. Fedelino venne sorpreso mentre meditava sulle rive del lago, e giustiziato sommariamente, mediante decapitazione.
Era una chiara giornata di tarda estate: il cielo era stato fino ad allora limpido, ma si rabbuiò all’improvviso. Cominciò a spirare un vento forte, che piegava i rami delle piante più robuste; ben presto seguì il bagliore dei primi lampi ed il fragore dei primi tuoni. I cavalieri lasciarono in tutta fretta il villaggio, prima che si scatenasse la più violenta tempesta che gli abitanti di Samòlaco (è questo il nome che il villaggio assunse, nei secoli seguenti) avessero mai visto. La gente cercò rifugio nelle case, finché, improvvisa com’era venuta, la tempesta se ne andò, lasciando il posto ad una calma irreale. Tutti compresero che non si era trattato di un evento naturale, bensì soprannaturale, e che Fedelino non era una persona comune, ma un individuo eccezionale, un santo. Lo cercarono, senza trovarlo. Di lui non era rimasta traccia. Intuirono quel che era accaduto, ma non riuscirono a trovarne le spoglie. Rimase, quindi, in quel luogo, il suo ricordo e la sua venerazione.
Poi, diversi anni dopo, un nuovo prodigio: ad una donna che stava pregando apparve lui, Fedelino, anzi, quello che ormai tutti chiamavano San Fedelino. Solo per pochi istanti ebbe di fronte a lei quella figura nobile, dallo sguardo mite e fermo nello stesso tempo, ma lo riconobbe subito, non aveva dubbi: era il santo, il martire che, con il suo sacrificio, aveva contribuito in misura decisiva alla diffusione della fede in quelle regioni.Corse, dunque, a raccontare l’apparizione in paese, dove erano ancora molti quelli che ricordavano Fedelino. Tutti si recarono, quindi, trepidanti, sul luogo in cui la donna lo aveva visto, un luogo presso le rive del lago, non lontano da quello in cui Fedelino era stato sorpreso dai cavalieri imperiali. Lì furono trovate le sue spoglie, e lì venne eretto il tempietto di San Fedelino.
Fin qui la leggenda, ancora viva a Samolaco. Una leggenda che ha un fondo storico molto preciso. La storia ci parla, però, non di un San Fedelino, ma di un San Fedele, soldato valoroso che si era conquistato, con il suo coraggio e la sua fedeltà, un posto importante alla corte dell’imperatore Massimiano, durante il III secolo d.C., quando ancora la fede cristiana era oggetto di persecuzioni anche feroci. Egli stesso era pagano, ma si convertì dopo aver conosciuto il vescovo di Milano, Materno.
La sua nuova fede lo rendeva nemico di stato, per cui, insieme a molti soldati della legione tebea, cercò rifugio verso nord, raggiungendo il monte Baradello, preso Como. Era inseguito dalle truppe che l’imperatore Massimiano aveva scatenato contro i soldati cristiani, considerati traditori e nemici di stato, ed in particolare contro di lui, al quale non aveva perdonato il tradimento, e fu da queste raggiunto. Lo scontro che seguì non ebbe storia. I soldati cristiani furono trucidati. Ma Fedele riuscì a fuggire ancora più a nord, risalendo lungo la riva occidentale del lago di Como, inseguito dagli implacabili cavalieri imperiali, fino alla sua sommità. Qui venne, alla fine, raggiunto e, avendo rifiutato di rinnegare la fede cristiana, fu decapitato, in località Torretta, nel 286 d.C.
Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616: "Restano...sul posto dell'antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l'Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell'anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como, essendo Vescovo Ubaldo; ed a S. Fedele venne dedicata la basilica che prima era stata eretta in onore di S. Eufemia".
Fedele venne, dunque, proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino. Si tratta di un luogo che costituisce il baricentro dell’intera zona: ne è prova il fatto che la stessa denominazione si riferisce al pregiato granito che viene estratto, non lontano, dalle cave all’imbocco della Val Codera, a Novate Mezzola (nel settecento, infatti, le prime cave furono aperte sulle falde del monte Berlinghera, non lontano dal tempietto).
L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni davvero ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
Vediamo questa seconda possibilità. Lasciamo la statale 36 della Valchiavenna a Verceia, seguendo le indicazioni per Samolaco, Gordona e Mese ed imboccando, sulla sinistra, un sottopassaggio. Si tratta della strada Trivulzia, denominata così in onore del capitano Gian Giacomo Trivulzio, al servizio della Francia, che promosse, in qualità della Mesolcina e della Valchiavenna, all’inizio del Cinquecento, importanti opere di bonifica della piana della Mera. La strada imboccata conduce, dopo 3 km dallo svincolo, al ponte Nave, sul fiume Mera; superato il ponte, dobbiamo staccarci dalla strada Trivulzia a sinistra, seguendo le indicazioni per san Fedelino; seguendo le medesime indicazioni, lasciamo, sulla sinistra, anche questa nuova strada, in località Casenda, per imboccarne una sterrata che, in breve, porta a san Francesco all’archetto, chiesa medievale (ricostruita nel Seicento) che era collocata nei pressi del punto al quale giungeva allora il lago di Como (m. 205; siamo in comune di Samolaco, dal latino Summo Lacu, cioè il punto più alto del lago). San Giovanni (san sc'vàn) era la chiesa della pieve di Samolaco, di cui abbiamo notizia dal secolo XI al secolo XV, quando il nucleo originario di Samolaco, posto, appunto, alla sommità del lago di Como (che con ogni probabilità giungeva allora fin qui), venne abbandonato per le conseguenze disastrose dei fenomeni alluvionali provocati dai torrenti Casenda e Meriggiana. Fenomeni che hanno condotto all'abbandono ed al triste degrado anche di questo sacrario, in tempi assai più recenti (dopo il 1930).
Qui dobbiamo lasciare l’automobile, valicare un ponticello e seguire, costeggiando, a tratti, una roggia (il Roggiolo, o roggia di S. Giovanni), un sentiero segnalato, che percorre un lungo tratto quasi pianeggiante. Il percorso non è, però, monotono, perché regala scorci suggestivi sulla piana del Mera e sugli aspri disegni del versante retico della valle, nel quale spicca il monte Matra. Non meno aspro è il versante delle Alpi Lepontine, che mostra, in primo piano, la selvaggia valle della Porta (val de la pòrta), i cui residui alluvionali interrompono, per un tratto, la traccia del sentiero. Non è però difficile ritrovarla, proseguendo a poca distanza dal fiume Mera. Questa valle deve il suo nome alla presenza, in passato, di una porta dove venivano riscossi dazi e pedaggi: di qui passò, infatti, dal 1512 al 1797, il confine fra il Ducato di Milano, possesso spagnolo prima, asburgico poi, e le Tre Leghe Grigie. Vi passa, oggi, il confine fra i comuni di Samolaco (Sondrio) e Sorico (Como).
Ci ritroviamo, quindi, ad un bivio, che ci propone due possibilità: la più comoda e tranquilla prosecuzione del percorso in piano, oppure una salita che segue il tracciato della via Regina. Entrambe le vie ci portano al tempietto. Scegliamo dunque la seconda soluzione, anche per la sua suggestione storica. Scrive, a proposito di questa importante arteria di comunicazione assai decaduta già ai suoi tempi, sempre il Guler von Weineck: "(Sulla sponda destra della Mera), proprio al principio del lago, sussistono tracce di un termine e di una vedetta posti sulla antica strada maestra, la quale da lungo tempo andò distrutta. Essa era stata costruita dalla già menzionata Valentina Visconti, lungo il lago, per tutta la sua lunghezza da Como sino a questo punto; e fu allora, come anche in seguito, per parecchio tempo assai comoda per gli abitanti del Lario e per i forestieri, i quali vi passavano a cavallo, a piedi ed anche in lettiga. Ma ai giorni nostri questa strada di accesso ai domini grigioni, dopo l'antica distruzione, è caduta così in rovina che a stento si può percorrerla a piedi".
Dopo aver guadagnato oltre un centinaio di metri, però, ci stacchiamo dalla via Regina, sempre seguendo i cartelli, per raggiungere un bellissimo poggio roccioso che si affaccia, esposto, sul lago di Novate Mezzola: si tratta della roccia denominata “Salto delle capre” (“Mot di Bech”, m. 329). Godiamoci il suggestivo panorama, che mostra, a destra, il monte Legnone, di fronte, invece, Verceia, all’imbocco della valle dei Ratti.
Vale la pena di menzionare una curiosa leggenda legata a questo luogo. Sulla spiaggetta che si vede ai piedi del precipizio venivano, in passato, le ragazze per lavare i panni nelle acque del lago. Mai, però, sole, sempre in gruppo, perché temevano una presenza inquietante. Una voce, cupa ed insistente, si udiva, talvolta, piombar già dal roccione. “Hei, hei…hei, hei…, hei…hei”. Una voce senza volto. Ma si sapeva di chi si trattava: un confinato, un’anima condannata a dimorare senza pace in quei luoghi, a chiamare in eterno le capre che si erano gettate nel vuoto, come l’eco di una disperazione che non può essere sanata. Fuggivano via, le ragazze, a quella voce. Nessuna capra accorreva. “Hei, hei…., hei, hei…, hei, hei…”. Ma nessuna capra rispondeva al richiamo.
Superato il mot, il sentiero scende, ripido, e ci permette di osservare Verceia e l’imbocco della val Codera. Scendiamo, con cautela, superando, nell’ultimo tratto, con ripide serpentine che richiedono un po' di attenzione, un corpo franoso e tornando ai circa 200 metri di partenza: qui un cartello ci indica che dobbiamo prendere a sinistra per raggiungere un'amena radura sulle rive del fiume Mera (m. 200).
Qui troviamo, finalmente, il tempietto di San Fedelino, quasi cullato dal sommesso fluire delle acque della Mera. E’ possibile ammirarne l’interno solo nei giorni in cui viene aperto al pubblico (da Marzo ad Ottobre, il sabato, la domenica e nei giorni festivi negli orari 11-12 e 14-16, oppure su prenotazione; l’ingresso è soggetto al pagamento di una tariffa; telefonare, per informazioni, ai numeri 034344085, 034336384, 034337485 o 034482572). Per tornare, possiamo scegliere la via alternativa, in piano, che ci propone anche due belle scale in legno, necessarie per superare altrettanti salti rocciosi.

 

[Torna ad inizio pagina]

 

Il 28 ottobre si celebra anche la festa patronale di Verceia. A questo simpatico paese all'imbocco della Valchiavenna dedichiamo la seguente leggenda, che ha come cornice il suo maggengo più bello, la Foppaccia.

La Foppaccia è uno splendido maggengo costituito da un’ampia e panoramica fascia di prati che si stende, fra quota 1020 e quota 1090 circa, sopra Verceia. Da qui si gode di un panorama davvero suggestivo sul lago di Novate Mezzola, sulla piana di Chiavenna e sulla bassa Valle dei Ratti, il cui versante settentrionale è dominato, da sinistra, dalle eleganti cime della punta Redescala (m. 2304), del Sasso Manduino (m. 2888) e della punta Magnaghi (m. 2871).
Oggi il maggengo è un ottimo centro di villeggiatura estiva, dove si può trovare anche un rifugio, il Chianova. Un tempo, invece, era un pascolo preziosissimo nell’economia di sostentamento della popolazione di Verceia. Qui si portavano, a maggio, le mucche, che poi salivano, in estate, all’alpe del monte Bassetta (m. 1746), a sud-est del maggengo.
Sulla mulattiera che congiunge la Foppaccia all’alpe Bassetta si trova, più o meno a metà strada, una radura, denominata Pesciadèl, perché circondata da abeti e pini (pèsc). Mentre oggi la radura è invasa dalla bassa vegetazione, un tempo vi si trovavano prati sufficienti a permettere di pascolarvi le mucche per un certo tempo. Fu proprio durante questo pascolo che, una volta, accadde un fatto stranissimo, che gettò sul luogo una fama sinistra. Era una giornata come tante altre, tranquilla, o almeno così pareva. Le mucche, però, non sembravano tranquille come tutti gli altri giorni: apparivano irrequiete, sembravano non voler mangiare, ed i pastori non sapevano spiegarsi il perché di un tale comportamento.
Per un bel po’ la loro attenzione fu concentrata sugli animali: temevano che fossero malati, che si fosse diffusa qualche terribile malattia contagiosa. La perdita dei capi di bestiame sarebbe stata, infatti, per loro una disgrazia irreparabile. Ma più che malate, le mucche sembravano impaurite. Poi, uno di loro notò qualcosa che sembrava aver qualche nesso con l’inquietudine delle bestie: un animale strano, che sembrava una capra, ma era molto più grande, se ne stava adagiato su un grande masso posto sul limite del bosco. Richiamò l’attenzione degli altri pastori, e tutti guardarono in direzione del masso, per capire di che animale si trattasse. Assomigliava ad una capra, ma non poteva essere una capra, di capre così non se n’erano mai viste. E poi di chi era? A quei tempi tutti sapevano riconoscere le proprie bestie, e quella non apparteneva a nessuno di loro.
Il misterioso animale se ne stette per un po’, sornione, sul masso. I pastori non avevano smesso di tenerlo d’occhio, curiosi ed intimoriti, quando parve muoversi. All’inizio non si capiva bene cosa volesse fare, poi uno dei pastori gridò: "Sta spingendo il masso, sta spingendo il masso". "E’ una strega, una strega" gli fece eco un altro. Infatti le grosse zampe dell’animale sembravano proprio premere sul masso per spingerlo verso valle, e gli occhi, diabolici, sembravano proprio quelli di una strega. Al che ci fu un fuggi fuggi generale: i pastori, presi dal panico, abbandonarono le mucche e se la diedero a gambe levate.
Dovette passare parecchio tempo prima che alcuni di loro, timorosi per la sorte delle proprie bestie, si decidessero a tornare al Pesciadèl. Tremavano di paura, ma si facevano forza al pensiero che se avessero perso le mucche, per le loro famiglie sarebbe stata la miseria più nera. Raggiunta la radura con cautela e circospezione, si appostarono in un luogo che ritenevano sicuro, spiando in direzione del masso. La capra non c’era più, mentre il masso era rimasto là, dove lo avevano lasciato. Si fecero, allora, coraggio, e, con passi cauti e guardinghi, si avvicinarono al masso. Niente, della capra malefica non c’era più neanche l’ombra. Ispezionarono, allora, il masso, e scoprirono, con raccapriccio, che l’animale vi aveva impresso l’orma delle sue enormi zampe.
Non ebbero, allora, più dubbi: l’animale altri non era se non una strega, una di quelle malefiche e terribili streghe di cui avevano tante volte sentito raccontare, nelle lunghe sere d’inverno passate accanto agli animali nella stalla, quelle streghe che, si diceva, abitavano i recessi più nascosti ed ombrosi della valle Priasca, ad est della Foppaccia e del Pesciadèl. La strega aveva tentato di far rotolare l’enorme macigno a valle, perché precipitasse sulla Foppaccia o addirittura su Verceia, provocando disastri e lutti, ma, per fortuna, non c’era riuscita. Era però rimasto, come monito terribile, l’impronta delle sue zampe sulla roccia, perché gli uomini si ricordassero della minaccia permanente che incombe su di loro. Questa è la storia della strega del Pesciadèl, e di quel masso che, da allora, venne chiamato “sas de strì”, e che ancora oggi se ne sta lì, fermo, sul limite della radura che, forse anche per paura, venne poi abbandonata come zona di pascolo.
Se vogliamo effettuare una bella escursione per verificare se sia ancora là, dobbiamo raggiungere Verceia, il primo paese che incontriamo, all’uscita della prima galleria della ss. 36 dello Spluga, percorrendola da Dubino in direzione di Chiavenna. Il paese è posto allo sbocco della Valle di Ratti, una delle più nascoste, suggestive e misteriose della Provincia, dal momento che l’automobile non può salire oltre una quota di poco inferiore ai 700 metri, ed il resto del tragitto per raggiungerla deve essere effettuato a piedi. Le case di Verceia sono poste in una sorta di arcana terra di mezzo fra lo scenario dolce e riposante del lago di Novate Mezzola, ad ovest, e le aspre pendici granitiche del versante montuoso, ad est e a sud, quel versante che per ben due volte, nel secolo scorso (nel 1911 e nel 1936) ha rovinosamente scaricato sull’abitato una gran massa di detriti alluvionali. Dolcezza e violenza sembrano, dunque, trovare un misterioso punto di sintesi in questo bellissimo luogo che accoglie chi si addentri in Valchiavenna.


La prima testimonianza dell’esistenza del paese risale al 1092, quando era chiamato “fundus Vercelli”; nei secoli successivi divenne “cantone” del centro principale di Lèzzeno Superiore, la futura Novate, che si incontra proseguendo verso Chiavenna. Nel settembre del 1625, durante la guerra dei Trent’anni il territorio di Verceia fu teatro di un’audace e brillante manovra che permise al famoso colonnello e barone tedesco Peppenheim, che combatteva per gli Spagnoli, di prendere alle spalle, passando dalla Val Codera e dalla Valle dei Ratti, il campo delle contrapposte forze Francesi e Veneziane, che dovettero ritirarsi fino a Traona. Un dipinto nella chiesa di San fedele, donato dallo stesso Pappenheim, ricorda il glorioso fatto d’armi.
Qualche anno dopo, il tristemente famoso passaggio dei Lanzichenecchi portò, fra il 1629 ed il 1630, la peste in tutta la valle: anche qui il tributo in vite umane fu terribile. Così come fu terribile il tributo che Verceia dovette pagare, alcuni secoli dopo, ai moti indipendentisti del 1848. Un gruppo di insorti che combattevano contro l’occupazione austriaca, capeggiati dal chiavennasco Francesco Dolzino, vi si era, infatti, rifugiato, tenendo testa alle truppe del famigerato generale Haynau, passato alla storia come “la iena” per aver trattato con grande crudeltà l’insorta Brescia. Questi non ebbe pietà per il piccolo borgo, che fu incendiato per rappresaglia.
C’è più di un motivo, dunque, per visitare Verceia. Lasciamo, quindi, la ss. 36 al primo svincolo a destra all’uscita dalla galleria (per chi proceda in direzione di Chiavenna) e portiamoci nei pressi della chiesa parrocchiale di San Fedele (m. 228). Qui, se amiamo camminare parecchio, possiamo parcheggiare l’automobile, salendo in direzione della via Villa. Se invece vogliamo guadagnare comodamente quota, possiamo percorrere questa medesima via in automobile, salendo fino alla località Predello (m. 428), teatro, nei giorni festivi, di piacevoli grigliate. La strada la oltrepassa e continua a salire, finché, raggiunto uno spiazzo, termina il fondo asfaltato. Ci conviene lasciare qui l’automobile, senza proseguire sulla pista sterrata.
A sinistra della strada troviamo la mulattiera che, dopo aver tagliato la pista sterrata, prosegue effettuando una lunga diagonale verso sinistra (est), attraversando anche una fascia disseminata di suggestivi massi erratici. La mulattiera è segnalata e, alla fine della traversata, intercetta una più marcata mulattiera che sale da nord-est, cioè dalla nostra sinistra. Siamo nel cuore di un bellissimo bosco di castagni, in località Pecendrè (m. 776), dove, fra i ruderi delle baite, si trova anche un interessante dipinto che raffigura una sorridente Madonna con Bambino.
Abbiamo ancora circa 40 minuti di cammino prima di raggiungere la Foppaccia: la mulattiera sale, con un fondo elegante ed in alcuni tratti scalinato, fra castagni e faggi. Un simpatico cartello, un po’ sopra Pecendrè, ci invita ad una sosta rispettosa dell’ambiente: “A la posa in mez ai foo lèghia net come se al füdès to”, cioè nella sosta in mezzo ai faggi lascia pulito come se il luogo fosse di tua proprietà. Non fatichiamo a rispettare l’invito, data la bellezza dei luoghi. Ancora qualche sforzo, e ci affacciamo sul limite inferiore di prati della Foppaccia, dove incontriamo un primo gruppo di baite, le baite di Tecc, eleganti e ben curate, per poi salire in direzione del nucleo principale.
Lo scenario è stupendo: alla nostra sinistra le baite sembrano riposare tranquille, in questo angolo remoto e quieto, sorvegliate dalle già citate cime della punta Redescala, del Sasso Manduino e della punta Magnaghi, elegante e suggestiva cornice. Sotto le cime, si apre un ampio scorcio della parte bassa della Valle dei Ratti, che mostra il suo centro principale, Frasnedo. Alle spalle della valle, si vede anche la parte bassa della Val Codera, e si distingue l’omonimo paese, che ne costituisce il principale centro. Alla nostra destra la piccola ed isolata chiesetta (m. 1044), con un campanile staccato, dalla sagoma curiosamente bombata. Volgendo le spalle, possiamo godere di un panorama stupendo sul lago di Novate Mezzola e sulla piana di Chiavenna. Il luogo è davvero incantevole.
Salendo al gruppo principale di baite, scopriamo la presenza di un rifugio che ha una parte sempre aperto (ottima cosa, in caso di maltempo imprevisto), il rifugio Chianova. Di fronte ad esso, un comodo telefono, anch’esso assai utile in caso di imprevisti. Dopo una sosta dedicata al godimento estetico che il maggengo ci regala, (ed al necessario riposo: siamo in cammino da circa un’ora e mezza), ci rimettiamo in marcia: non dimentichiamoci, infatti, che siamo sulle tracce del misterioso “sas de strì”. Se chiediamo alla gente del luogo, ci dirà che non è facile trovarlo, se non si sa dov’è.
Ma noi lo sappiamo, e, raggiunto il limite superiore di sinistra delle baite, imbocchiamo il sentiero che, ben presto, ci propone un bivio, segnalato su un sasso: a sinistra si prende per Lavàzz, a destra per la Bassetta. Prendiamo a destra e, dopo una prima serrata serie di tornantini, giungiamo ai piedi di un enorme masso, che presenta una singolare spaccatura nella quale è curiosamente incastrato un sasso. Oltre il masso, troviamo una pianetta, che il sentiero, segnalato da bolli rossi, segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, oltrepassa, riprendendo a salire, fino ad una seconda suggestiva pianetta. Dobbiamo salire ancora (facendo attenzione ai segnavia, perché in alcuni punti è facile imboccare false tracce di sentiero), fino alla terza pianetta-radura.
Siamo al Pesciadèl, a 1370 metri, circa a metà strada fra la Foppaccia ed il monte-alpe Bassetta. Dalla Foppaccia al Pesciadèl dobbiamo calcolare circa tre quarti d’ora di cammino. Riconosciamo il luogo perché abbiamo l’impressione, dopo una lunga salita nel bosco, di uscire all’aperto. Poche tracce, però, restano del pascolo che fu. Ma il masso, quello c’è ancora. Lo troviamo lasciando il sentiero (che taglia verso destra) e proseguendo, verso sinistra, fra la bassa vegetazione disordinata, in direzione del limite del bosco.
Il masso, piuttosto grande, si trova a poche decine di metri dal sentiero, e reca, nella parete verso il monte, due grossi segni simmetrici, che suggeriscono l’immagine di zoccoli di capra molto grandi. Non ha un aspetto particolarmente minaccioso, come pure il luogo, che, al massimo appare piuttosto desolato e solitario. Tuttavia se si mettesse in moto verso valle, come era nell’intento della capra-strega, gli effetti sarebbero sicuramente dirompenti. Proseguiamo, ora, per un tratto verso sinistra, addentrandoci fra le ombre del bosco. La temibile val Priasca non è lontana, e, nel silenzio, forse ci parrà di udire qualche sinistro ghigno.
Tornati sul sentiero, possiamo, se abbiamo sufficiente tempo ed energie residue, proseguire nella salita. E’ un sentiero che non fa complimenti e si inerpica, deciso e ripido, sul fianco del monte. Poco sopra il Pesciadèl, incontriamo, nel cuore di una splendida pineta, una fresca sorgente, con un comodo bicchiere di latta collocato qui gentilmente dal Comitato di Gestione Caccia del Comprensorio alpino di Chiavenna. Dopo un nuovo ripido tratto, la vegetazione comincia a diradarsi un po’.
La meta non è lontana, ma c’è ancora un po’ di sudore da versare. Dobbiamo intercettare, infatti, a quota 1544, il sentiero che sale dall’alpe Piazza (sopra Cino e Dubino) e seguirlo finché, dopo circa un’ora e mezza di cammino dalla Foppaccia, usciamo all’aperto, ai prati dell’alpe. Superata la Prima Baita (m. 1635), possiamo raggiungere la panoramicissima e poco pronunciata cima del monte Bassetta (m. 1746). Lo scenario è grandioso, sia in direzione delle valli dei Ratti e Codera e della catena delle Alpi Lepontine, che in direzione del versante orobico. Sul medesimo crinale, verso est, si impone, in primo piano, il monte Brusada.
Se abbiamo a disposizione due automobili e ne abbiamo lasciata una all’alpe Piazza (m. 991), possiamo facilmente scendere ad essa seguendo per un buon tratto il crinale, fino alla modesta elevazione del monte Foffricio (m. 1109), poco prima del quale prendiamo a sinistra, scendendo alle baite alte dell’alpe. Dall’alpe parte una pista che scende a Cino, il paese che si trova, sul limite occidentale della Costiera dei Cech, a monte di Mantello. Da Cino possiamo, in un quarto d’ora di automobile, raggiungere Nuova Olonio, imboccare qui la ss. 36 dello Spluga e tornare a Verceia.

 

STORIA
-

[Torna ad inizio pagina]

AMBIENTE

© 2003 - 2017 Massimo Dei Cas | Template design by Andreas Viklund | Best hosted at www.svenskadomaner.se

I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

[Torna in testa alla pagina]

PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

[Torna in testa alla pagina]

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)