SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Agostino

SANTI PATRONI: S. Agostino (Cedrasco)

PROVERBI

Se ‘l pciöf a Sant'Austìi, töt ul uendémi l'è mulisìi
(se piove a S. Agostino, tutta la vendemmia è impregnata d'acqua - Sirta)
Vöi andà mónega de sant Agustìn, con dó tésti sül cusín
(voglio andar monaca di Sant’Agostino, con due teste su un cuscino)
‘Na vòlta cur al can e ‘na vòlta cur la légur (una volta corre il cane e una volta corre la lepre - Tirano)
Nas e murì nigügn sa cu l’à de vignì (nascere e morire, nessuno sa quando è l'ora - Tirano)
Nìgula rùsa, u ca’l piöf u ca ‘l bùfa (nuvola rossa, o piove o tira vento - Tirano)
Nìguli de sìra: tö sü ‘l rans e van a segà (nuvole la sera: prendi la falce e vai a segare - Tirano)
Cun la méssä, e n bun dišnàa, sénzä vèšpor se pò stàa
(con la messa e un buon pranzo, si può restare senza vespri - Villa di Chiavenna)
A chi ga n'ha, ga 'n va (a chi ne ha, ne va - Poschiavo)
Chi gà dané in sacòcia, gà léngua in bóca (chi ha soldi in tasca, ha lingua in bocca - Poschiavo)
Li béghi li spianta i cà (le liti mandano in malora le famiglie - Tirano)

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la memoria di S. Agostino, dottore della Chiesa, rappresentato con in mano un ramoscello, una verga, un libro aperto, o anche con un bambino ai suoi piedi che vuole svuotare il mare con un cucchiaio. Viene invocato contro la pigrizia.

Si celebra oggi la festa patronale di Cedrasco, piccolo e simpatico paese del versante orobico mediovaltellinese. Fra i motivi di curiosità offerti dal paese vi è anche la disgraziata vicenda di Giulia Maria Dell'Avo, detta Orsolina del Cidrasco, che fu processata come strega nel 1672 (anche se non si documenti ufficiali sull'esito del processo e sulla sua eventuale esecuzione). Il suo caso fu fra quelli che suscitarono maggiore eco nel secolo per eccellenza della caccia alle streghe (lo ricorda anche il Romegialli, nella citata Storia della Valtellina del 1834, insieme a quello di Margarita Zaperdi di Longanezza); si trattava, come scrive G. Olgiati nell'opera "Lo sterminio delle streghe" (Poschiavo, 1955), "di una povera allucinata, di una isterica senza dubbio, d'una esaltata". In realtà era una figura singolare, sicuramente al di fuori degli schemi delle povere mentecatte dal comportamento irregolare ed equivoco che faceva nascere intorno a loro un alone di fama sinistra. Diversa e ben più alta era la sua statura. Giulia Maria Dell'Avo era donna di profondissima religiosità, stando alla testimonianza di molti che la conobbero: una "pinzochera", donna laica che viveva però come se avesse preso i voti, di preghiere continue e di severe rinunce (per questo era stata denominata "Orsolina", con riferimento all'ordine religioso fondato da Sant'Angela Merici nel secolo precedente). Le si attribuivano visioni, preveggenza e capacità di operare prodigiose guarigioni. Probabilmente le accuse di cui dovette rispondere furono suscitate da invidia e malevolenza, ma il suo profilo riveste ancora oggi più di un aspetto di mistero. Non stupisce, quindi, che la sua vicenda, vista attraverso l'occhio severo del dotto parroco di Ponte in Valtellina, Don Defendente Quadrio, chiamato dal Vescovo di Como ad interrogare alcuni sacerdoti che avevano avuto a che fare con lei, sia al centro di un interessantissimo romanzo storico di Massimo Prevideprato, "La donna senza volto" (LaboS editrice, 2006).
Ella lasciò anche una traccia profonda nell'immaginario popolare; ancora nel secolo scorso le nonne raccontavano ai nipoti storie terrificanti della strega che, nascosta da un cappuccio o da una maschera che ne celava il volto, bussava, a notte fatta, all'uscio o al vetro delle finestre, spaventando la gente. Era credenza diffusa che le streghe non finissero di far del male dopo la morte, perché potevano rivivere nelle piante di sambuco: per questo esse venivano strappate e, quando dal gambo reciso scendeva qualche goccia di color purpureo, questo segno veniva interpretato come sangue di strega, per cui le piante incriminate venivano accuratamente raccolte e bruciate. Era, questo, il secondo rogo delle streghe.


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Si celebra, oggi, anche la festa patronale di Campo Tartano, splendido terrazzo panoramico sul lago di Como posto all'ingresso della Val di Tartano. Vediamo di saperne di più.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Centrale elettrica allo sbocco del Tartano-Campo Tartano
2 h e 15 min.
750
E
Campo Tartano-Frasnino-Foppa-Ponte della Corna-Provinciale-Campo Tartano
4 h
480
E
Campo Tartano-Frasnino-Foppa-Marcia-Postareccio-Pizzo della Pruna-Sentieri dei mirtilli-Postareccio- Ponte della Corna-Provinciale-Campo Tartano
6/7 h
950
EE
Campo Tartano-Frasnino-Foppa-Marcia-Postareccio-Pizzo della Pruna-Sentieri dei mirtilli-Postareccio- Forcella-Alpe Piscino-Fognini-Foppa-Tartano-Campo Tartano
8/9 h
1000
EE

La felice posizione di Campo Tartano, il primo paese che si incontra salendo in Val Tàrtano, lo rende meta di piacevoli e suggestive escursioni, alla scoperta di itinerari poco conosciuti all'imbocco della valle. Il paese, infatti, è un ottimo terrazzo panoramico, dal quale si domina l'intera bassa Valtellina e la parte terminale del lago di Como.
In passato il paese era molto popolato: il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, offre, nel resoconto della sua visita pastorale in Valtellina del 1589, il seguente resoconto: "Su un altro monte a tre miglia sopra Talamona c'è Campo, con 90 famiglie tutte cattoliche. La chiesa vicecurata è dedicata a S. Agostino e viceparroco è il sac. Aurelio Insula de Campo dell'isola d'Elba, diocesi di massa e Populonia, giurisdizione di Siena, con il permesso dei suoi superiori". 90 famiglie, dunque, vale a dire 450-500 abitanti. La popolazione si distribuiva nel centro, attorno alla chiesa di S. Agostino (di origine forse trecentesca, consacrata nel 1521) ed in diversi nuclei minori, ciascuno con una propria identità, testimoniata anche dai soprannomi con i quali venivano designati i rispettivi abitanti: al Dosso di Sotto vivevano gli "scudescèer", al Dosso di Sopra i "tabacùu" (grandi consumatori di tabacco), ai Bormini i "papùu" (grandi divoratori di pappa), alla località Spini i "consìgliu" (dispensatori di consigli a tutti), ai Piubellini i "furtèza" (dal forte carattere), alla località Cantone i "sciènsa" (sapientoni), alla Costa i "lüganeghèer" (grandi appassionati di salsicce), alla frazione Case (Ca') del comune di Forcola i "pietàa" (pietosi) ed alla frazione Somvalle, sempre del comune di Forcola, i "pook timùur di Diu" (poco timorati di Dio), o "lütèer" (Luterani, con riferimento ai nuclei di Riformati qua e là sparsi in valtellina dalla seconda metà del Cinquecento). E ancora: a Ronco stavano i "garlüsèer" ed a Cosaggio i "balarìi" (grandi amanti del ballo).
Dagli archivi parrocchiali si possono ricavare dati che rendono l'idea dell'andamento demografico e del progressivo spopolamento nel secolo XX: la popolazione scende progressivamente dai 790 abitanti del 1908 ai 755 del 1938 ed ai 725 del 1948, per poi crollare ai 334 del 1982, ai 300 del 1987, ai 255 del 1990, ai 237 del 1993 ed ai 236 del 1994. (dati tratti dal "Vocabolario dei dialetti della Val di Tartano" di Giovanni Bianchini - Fondazione Pro Valtellina, Sondrio, 1994 - preziosissimo documento di una lingua e di una civiltà).

Prima che fosse costruita l’attuale strada asfaltata, due erano le mulattiere che permettevano di salire in Val di Tartano. Una è quella che parte dalla Sirta e risale la val Fabiolo. La seconda è quella che sale dal conoide di deiezione posto allo sbocco della valle.
Per trovarla, lasciamo la strada asfaltata per la Val di Tartano imboccando, dopo il primo tornante sinistrorso, la deviazione a destra che porta ad una piccola centrale idroelettrica. Qui la strada termina: bisogna proseguire su un sentierino molto sporco (sono da evitare i calzoni corti!), che ci conduce, attraverso la fitta vegetazione, ai primi sassi del grande conoide del torrente Tàrtano. Il sentiero intercetta, poi, una stradina che confluisce in una pista più larga. Seguendola fino in fondo, ci ritroviamo, a destra di una grande roccia, proprio all’imbocco della valle.
Ora torniamo indietro di qualche decina di metri e, guardando alla nostra destra, noteremo la partenza di un sentiero che sale, nel bosco, sul fianco orientale della valle, alternando tratti puliti e godibili ad altri in cui la vegetazione lo invade fastidiosamente. Oltrepassata una cappelletta, continuiamo a salire, con ottimi scorci panoramici sulla bassa Valtellina, seguendo quella che si rivela, in molti tratti, una mulattiera ben curata, e che giunge quasi a lambire, nel tratto superiore, la strada asfaltata.
Alla fine raggiungeremo il primo nucleo abitato della valle, la località Case di Sotto (m. 972). Dopo averla attraversata, senza salire alla strada asfaltata, proseguiamo, a mezza costa, sul fianco della bassa valle, fino ad incontrare un secondo gruppo di case e baite (il Bormino), dal quale dobbiamo salire alla strada asfaltata. Dopo pochi metri, però, incontriamo subito un sentiero che se ne stacca sulla destra: dopo aver gettato un’occhiata all’impressionante forra sul lato opposto della valle, scendiamo sul sentiero scavato nella roccia, fino al bacino artificiale della diga ENEL di Colombera.
Dal camminamento della diga, evitando di sporgerci, possiamo osservare il pauroso salto dello sbarramento, costruito proprio sulla stretta porta rocciosa posta a guardia della bassa valle. Lasciamo il bacino e saliamo, sul lato opposto della valle, sfruttando un comodo sentiero che ha dei tratti molto panoramici: davvero felice è il colpo d'occhio su Campo Tartano, i Corni Bruciati, il monte Disgrazia e la costiera Remoluzza-Arcanzo. Il sentiero porta al maggengo di Frasnino (m. 1074), per poi proseguire, verso sinistra, tagliando il fianco occidentale della bassa valle.
Torniamo sui nostri passi, fino alla casa dei guardiani della diga, per risalire, sui prati della Costa, fino a Campo Tartano (m. 1080). Salendo in direzione del Culmine di Campo, possiamo ammirare le belle baite della parte alta del paese. Il sentiero prosegue, poi, nella salita verso la croce posta alla sommità del Culmine, posta poco sopra i 1300 metri. Torniamo sulla strada asfaltata e, poco sotto la chiesa di Campo Tartano, lasciamola per imboccare un sentiero che fiancheggia per un tratto la sommità di un muraglione e poi comincia a salire; troveremo presto un bivio, al quale prendiamo a sinistra, seguendo un sentiero, spesso sporco, che oltrepassa una baita diroccata e, raggiunta una fonte spesso secca, piega decisamente a sinistra, scendendo in un fitto bosco. Intercettiamo così un sentiero più largo; prendendo a destra, raggiungiamo le baite di Case di Sopra (m. 952), mentre scendendo a sinistra ci ritroviamo sulla strada asfaltata, poco sopra la località Case di Sotto. Scesi su una stradina a quest’ultima, si torna alla centrale scendendo sulla mulattiera già percorsa in salita.

Se, però, vogliamo tornare per una via diversa da quella di salita, possiamo sfruttare la bella mulattiera della val Fabiòlo (interrotta, però, in più punti dopo gli eventi alluvionali del luglio 2008: a Campo Tartano, portiamoci nella zona de cimitero e della vicina località di Case di Sopra: qui attraversiamo il prato della bella sella erbosa posta al culmine della val Fabiolo e, raggiunta una cappelletta, imbocchiamo la bella mulattiera che scende nella valle. Passiamo, così, a sinistra delle bellissime cascate di Assola, in un ambiente severo e affascinante. Dobbiamo per buon tratto scendere a vista su un conoide di detriti alluvionali, prima di riprendere, più in basso la mulattiera; e così in altri punti più in basso. La discesa della valle, stretta ed incassata fra selvagge e scoscese pareti, che ne relegano gran parte nell'ombra,è priva di difficoltà: attraversato un ultimo ponte, ci avviciniamo alla forra terminale, che superiamo sul fianco sinistro (per noi), fino a raggiungere l'abitato di Sirta. Da qui, procedendo verso sinistra, raggiungiamo il punto in cui la

strada per Tartano si stacca dalla Pedemontana orobica, e possiamo così tornare all'automobile, chiudendo un elegante anello che copre le vie "storiche" di accesso alla valle, e che richiede circa 4 ore e mezza di cammino, per superare un dislivello in altezza di circa 800 metri.

 

 

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ANELLI ESCURSIONISTICI PER IL FRASNINO, LA MARCIA E L'ALPE POSTARECCIO

La più interessante escursione che ha come base Campo Tartano è quella che effettua una traversata sul fianco occidentale (di destra, per chi sale in valle) della Val Tartano, salendo all’alpe Postareccio ed al pizzo della Pruna. Quest’ultima cima, pur non essendo molto elevata (1801 m.) appare, proprio da Campo Tartano, imponente e massiccia, dominando l’abitato ad ovest.

Raggiunta con l’automobile Campo Tartano ed oltrepassata la chiesa, troviamo, sulla sinistra, il cimitero e nei suoi pressi il parcheggio al quale possiamo lasciare l’automobile (m. 1049). Sul lato opposto della strada vediamo una pista che se ne stacca, sulla destra, per scendere alla diga di Colombera dell’ENEL. Un cartello escursionistico, posto nei pressi dell’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi e di una fontanella, dà Frasnino a 45 minuti e Corte a 2 ore e 45 minuti (percorso n. 163). Imbocchiamo, dunque, la via Costa, in discesa, che ben presto si fa piuttosto ripida. Lasciamo sulla sinistra la stradina asfaltata che si porta alle case della frazione Costa ed imbocchiamo, a destra, una ripida pista in cemento (la pendenza, come indica un cartello, è del 25%). Dopo una svolta a destra ed una a sinistra, siamo allo sbarramento della diga (diga culumbéra, m. 960). Passiamo a sinistra della casa dei guardiani e procediamo sul camminamento. Alla nostra destra un salto pauroso (attenzione a non affacciarsi!), mentre dietro di noi bello è il colpo d’occhio su Campo, il Culmine di Campo e la croce che lo sovrasta.
Al termine del camminamento imbocchiamo il sentierino, verso sinistra, che, dopo un breve tratto in piano, volge a destra e comincia a salire, con una serie di tornantini, sul fianco roccioso chiamato “pic” (si tratta, appunto, del sentée del pìc, quasi scavato nella roccia, ma con fondo buono e scalinato). Non siamo, però, all’aperto, ma all’ombra di una selva. Dopo il sesto tornante dx, abbiamo la netta sensazione di essere sospesi sopra un grande salto, che pure non vediamo; possiamo vedere, invece, davanti a noi un bell’abete incredibilmente abbarbicato alla parete rocciosa verticale. Alle sue spalle, sempre molto bello l colpo d’occhio su Campo e sul Culmine di Campo. Segue un tratto intagliato in una roccia affiorante, poi il sentiero, che procede ora diritto e ripido, rientra nel bosco, ed infine piega a sinistra, uscendo ai prati del maggengo di Frasnino (frasnìi, m. 1074), un nucleo di quattro baite, ancora in buone condizioni, sulla maggiore delle quali è posta una bandiera italiana. Estremamente suggestivo, da qui, il colpo d’occhio sul Culmine di Campo; alla sua sinistra, un’ampia sezione della parte alta della Costiera dei Cech. Dalla bocca di un camoscio intagliato nel legno zampilla la fresca acqua di una sorgente, che si raccoglie in una fontanella. Il luogo è straordinariamente quieto e riposante. Il suo nome deriva, con ogni probabilità, dal latino “fraxinus”, “frassino”.
Il sentiero prosegue per breve tratto verso destra, per poi piegare a sinistra (ignoriamo un sentierino che se ne stacca sulla destra) e rientrare nel bosco (pecceta), passando sotto un roccione. Siamo ora su un sentiero largo, sostanzialmente una mulattiera, che procede con pendenza abbastanza dedica; cominciamo a vedere i primi segnavia bianco-rossi. I più devoti apprezzeranno, sulla destra, un’edicola dedicata a San Giuseppe lavoratore ed una seconda alla Madonna del Rosario. Dopo una sequenza di tre coppie di tornantini dx-sx, troviamo anche un segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 163.

Ignorata, a quota 1140, una deviazione a destra (sentierino), proseguiamo con pendenza meno accentuata, su riposante fondo in terra. Superata una valletta appena accenniata, siamo ad un vallone più marcato, con salto alla nostra sinistra. Oltrepassato anche questo, ignoriamo una deviazione, in piano, sulla sinistra, e continuiamo a salire. Il bosco si apre e possiamo raggiungere con lo sguardo, alle nostre spalle (nord), una prima interessante sezione del gruppo del Masino, che propone i pizzi Badile, Cenalo, del Ferro, la cima di Zocca, la cima di Arcanzo, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Verso est, invece, vediamo il fianco orientale della Val Tartano, con l’alpe e la cima di Zocca e l’imbocco della Val Vicima. Raggiunto il punto in cui la via sembra sbarrata da alcuni alberi caduti, prendiamo a destra e cominciamo a salire con una serrata sequenza di tornantini, che ci portano ad attraversare un vallone; la salita riprende sul lato opposto e ci porta ad un caratteristico passaggio in una breve macchia di abeti che sembra addossarsi l’uno all’altro: la traccia si fa più debole e quasi striscia fra i folti rami.
Poi, eccoci all’aperto, ad un gruppo di baite ancora ben tenute. Si tratta di un ottimo balcone panoramico sull’impressionante sbocco della Val Vicima nella Val Tartano, con l’ardito ponte che lo scavalca. Guardando verso il fondo della Val Tartano, vediamo una sezione della testata della Val Lunga, con il monte Valegino ed il pizzo della Scala. Alle nostre spalle, infine, cioè a sud, vediamo il monte Disgrazia affacciarsi dietro i Corni Bruciati. Alle spalle dell’ultima baita, con bellissimo ballatoio in legno, ritroviamo il sentiero, in leggera discesa. Poco più avanti, intercettiamo un sentiero che sale da sinistra; lo seguiamo verso destra, fino a superare una valletta. Poco oltre, eccoci alla valle principale che solca questo versante: la attraversiamo in un punto nel quale il torrente scorre sotto una fascia di massi franati (m. 1300 circa).

Oltre la valle, un bivio: il ramo di sinistra procede diritto, quello di destra sale. I segnavia ci indicano questo secondo. Passiamo a monte di prati con una baita isolata e, ad un nuovo bivio, stiamo questa volta sulla sinistra (andamento quasi in piano), ignorando il sentiero di destra, che sale. Poco più avanti, dopo una salitella, siamo ad un nuovo maggengo (m. 1325 circa), i prati della Foppa (fòpp, m. 1280 circa). Le baite sono anche qui ben curate; forse vi troverete due fra i più genuini figli di questa terra, il Gigi e la Candida, e forse anche la loro coppia di asinelli, Vègia e Tuco. Quando ci sono passato io (settembre 2009), c’era solo uno dei due asinelli.

Oltre le baite, ci attende ancora una leggera discesa, fino ad un bivio segnalato da tre cartelli. Entrambi i rami sono numerati 163. Scendendo verso sinistra si va alla Corna in 45 minuti ed al suggestivo ponte sulla Corna, nel cuore profondo ed ombroso della Val Tartano, in un’ora, per poi risalire sul versante opposto della valle e raggiungere, in un quarto d’ora circa, la strada provinciale. Se vogliamo effettuare un anello breve, possiamo scendere, scavalcare il torrente Tartano e, raggiunta la provinciale, tornare a Campo seguendola. Questo anello breve, che potremmo chiamare “anello Frasniì-Fòpp”, comporta un dislivello approssimativo in salita di 480 metri ed un tempo complessivo di circa 3 ore e mezza/4. Il ramo di destra, invece, porta alla Corte (alpe Postareccio) in un’ora e tre quarti. Il terzo cartello indica che siamo alla Foppa e che da qui, nella direzione dalla quale proveniamo, si scende al Frasnino in 40 minuti ed a Campo in un’ora ed un quarto.

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Vediamo come allargare l’anello, salendo alla Marcia ed all’alpe Postareccio (Corte). Prendiamo, dunque, a destra, ed in breve siamo sul limite di un prato (recinto in legno): qui, però, il sentiero non entra nel prato, ma piega a destra e comincia a salire deciso con una serie di tornanti, in uno scenario che muta: siamo nel cuore di un’ombrosa pecceta, costellata di grandi roccioni con placche giallastre. Memorizziamo bene questo punto, perché se ripercorriamo questo sentiero al ritorno, non dobbiamo perdere la svolta a sinistra che ci porta al bivio segnalato dal cartello. Dopo alcuni tornanti, siamo ad un traverso a destra, quasi in piano, cui segue un traverso più lungo verso sinistra, in moderata salita, che ci porta ad una radura, che precede l’ultima breve salitella prima di approdare, passando accanto ad un grande masso con incisa una croce, alla piana della Marcia (màrscia). Si tratta di un prato con una baita solitaria e diroccata, alla nostra sinistra; al centro è acquitrinoso, meglio, è terreno di torbiera. Sulla baita, una targa che reca scritto: “Marscia. 1540 m.” Un tempo c’era una pozza, che poi gli eriofori hanno interrato. Ecco la spiegazione del suo nome. Sul fondo, a sud, dietro la linea degli abeti, lo slanciato pizzo della Scala. Il luogo è incantevole, impone, quasi, una sosta meditativa. Non sospetteremmo mai, da qui, che ai bordi di questo ampio pianoro, soprattutto verso est (alla nostra sinistra), il bosco precipita agli scuri e verticali roccioni che incombono su Tartano (chi ha visitato il centro della valle, li avrà sicuramente notati, per il loro aspetto orrido, proprio alle spalle della chiesa). Morale: questa volta più che mai, nessun fuori-sentiero!

A proposito di sentiero, la sua ripartenza non la troviamo attraversando i prati, ma quasi subito dopo il punto di arrivo, alla nostra destra, più o meno sulla verticale della baita che sta alla nostra sinistra. Dopo pochi tornantini nel bosco, siamo ad uno zapèl (varco fra due muretti a secco, m. 1590) che ci fa uscire dal bosco sul limite inferiore dell’ampia china di pascoli chiamata sulla carta IGM Postareccio (i cartelli la indicano invece come la Corte). Anche qui memorizziamo bene il punto nel quale il sentiero sbuca dal bosco, se intendiamo tornare per la medesima via di salita. All’inizio non ci accoglie alcuna baita: la prima baita la vediamo, alta, alla nostra destra. Il sentiero diventa debole traccia, segnalata da qualche segnavia, ma non c’è problema: intuiamo subito che dobbiamo salire in diagonale verso destra, puntando alla baita che occhieggia dietro al bordo del cambio di crinale. Superati alcuni muretti e baite diroccate, alla fine siamo alla baita, quotata 1714 metri, collocata su una sorta di balcone nel punto in cui l’alpe si distende in un’ampia conca. Bellissimo il panorama da qui: alla nostra sinistra vediamo, finalmente, l’intero gruppo del Masino, dal pizzo Porcellizzo al monte Sissone, chiuso dal superbo monte Disgrazia; ampio e straordinario è anche il colpo d’occhio sul versante orientale della Val Tartano,  sulla Val Lunga e su buona parte della Val Corta (Val di Lemma e Val Budria). 

Proseguiamo, dunque: dopo un primo tratto verso sinistra, che ci porta ad un sistema di roccette, pieghiamo a destra e, su sentierino, ci portiamo al gruppo delle baite più alte, la prima delle quali appare ancora ben tenuta. Dall’ultima baita proseguiamo, ora, verso nord, fino ad un cartello, che reca scritto “Cort 1699 m.” Il cartello segnala un bivio: procedendo diritti si va, in 30 minuti, al pizzo della Pruna, mentre prendendo a sinistra in 30 minuti ci si porta all’alpe gemella del Piscino ed si scende a Tartano in un’ora e 30 minuti. Il pizzo della Pruna, dunque, è vicino, anche se da qui riesce difficile intuire dove sia la sua cima, perché davanti a noi sta solo il limite del bosco. In realtà il pizzo appare come tale solo da Campo Tartano: da qui altro non è se non un poggio boscoso. Proseguiamo, su traccia di sentiero, fino al limite del bosco, dove il sentiero si fa più marcato e comincia a salire gradualmente. Se abbiamo qualche problema a trovare l’ingresso nel bosco, regoliamoci così: diamo le spalle ll’ultima baita e procediamo in diagonale verso il bosco, senza scendere né guadagnare quota. Una volta entrati nel bosco (segnavia banco-rosso su un sasso), procediamo con qualche saliscendi. Poi un tratto esposto su roccioni, un po’ impressionante, viene superato senza problemi (la sede è larga). Su un masso alla nostra destra troviamo un nuovo segnavia bianco-rosso con numerazione 163. Il sentiero comincia ora a salire e nel contempo piega gradualmente a sinistra. Superato un abete con segnavia disegnato sul tronco, la traccia si fa più debole. Superiamo anche qualche muretto a secco, ed alla fine siamo ad una radura.

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Il pizzo (piz de la prùna) è qui: la grande croce in larice posata  nel 1991 lo conferma. Un cartello indica: Pizzo della Pruna – m. 1795. Siccome alle nostre spalle c’è il versante boscoso che sale, non abbiamo affatto l’impressione di essere ad una cima. Il panorama, in compenso, è spettacolare, soprattutto a nord: vediamo la parte orientale della Costiera dei Cech e buona parte del Gruppo del Masino. In particolare, partendo da sinistra distinguiamo l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. Mentre la testata della Valle dell’Oro resta nascosta, vediamo buona parte di quella della Val Porcellizzo, partendo proprio dal pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). Procedendo verso est, ecco il pizzo del Ferro centrale (m. 3287), il torrione del Ferro (m. 3070) ed il pizzo del Ferro orientale (m. 3200), che costituiscono la testata della Valle del Ferro (laterale della Val di Mello) e sono chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”. Alla loro destra la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305).


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I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093), il passo di Mello (m. 2992), fra Val Cameraccio e Val Sissone, in Valmalenco, ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che chiude la Valle di Preda Rossa. Le due cime, pur così vicine, sono geologicamente separate, in quanto appartengono a mondi diversi: dal grigio granito del monte Pioda si passa al rosseggiante serpentino del monte Disgrazia. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114). A destra del monte Disgrazia sbucano appena le cime della testata della Valmalenco; si vedono bene, invece, pizzo Scalino e punta Painale.

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Dopo una sosta che ci permette di ammirare questa spettacolare carrellata, dobbiamo decidere se tornare sui nostri passi o allungare l’anello. Nel primo caso possiamo tornare alla Corte ed alla Marcia; di qui ridiscendere al bivio, per poi calare al ponte della Corna e chiudere l’anello sfruttando la strada provinciale. Questo secondo anello, che potremmo chiamare “anello della Pruna”, comporta un dislivello in salita di circa 950 metri; il tempo necessario è valutabile intorno alle 6/7 ore. Ma è possibile fare di più, e puntare ad un anello memorabile. In tal caso, volte le spalle alla croce ed al gruppo del Masino, continuiamo a salire su sentierino, chiamato “sentiero dei mirtilli”, verso destra. Il primo punto richiede un po’ di attenzione, perché tagliamo una china erbosa un po’ ripida. Proseguendo nella salita, siamo, in breve, ad una radura, dalla quale si apre un bellissimo scorcio ad ovest che raggiunge l’alto Lario. Vediamo, in primo piano, più a sinistra, il monte Piscino, sormontato da un grande ometto (m. 2091). Siamo sul largo crinale che separa la Val di Tartano dalla bassa Valtellina. La traccia per un tratto si perde, ma seguendo il crinale in breve la ritroviamo. Intorno a noi, diversi larici, ed anche cadevi di larici, evidentemente colpiti da fulmini. Dopo qualche saliscendi, siamo all’ampia radura di quota 1830 (la mùta), al centro della quale, su un masso, vediamo un segnavia numerato 163. Poco oltre, ad un bivio, non proseguiamo diritti, su un sentierino, ma prendiamo a sinistra, iniziando a scendere (sempre seguendo i segnavia). Ci ritroviamo, così, a monte del limite alto dell’alpe Postareccio (o Corte). Nell’ultimo tratto il sentiero sembra perdersi, ma possiamo anche scendere a vista in direzione della baita più alta, sul limite del bosco.
Ora prendiamo a destra, agganciando un largo sentiero che percorre un breve tratto di bosco, salendo fino ad uno zapèl (passaggio) fra due muretti a secco. Salendo ancora, intercettiamo un largo sentiero che viene da sinistra. Ci ritroviamo, così, poco sotto la sella erbosa della “Furscèla” (Forcella, m. 1880), che si affaccia su un vallone sopra i monti di Talamona. Una breve salita, a vista, ci porta ad affacciarci sulla bassa Valtellina, con colpo d’occhio molto ampio. Ora vediamo come chiudere l’anello. Proprio da qui parte, sul lato di sinistra, il sentierino (un po’ chiuso e poco visibiler alla partenza) che, seguendo il crinale, sale al monte Piscino (m. 2091).
Volendo fare le cose in grande, si deve, ora, scendere a Tartano, passando per l’alpe Piscino. Per farlo cominciamo a scendere in diagonale verso destra, tornando sul largo sentiero; prendendo a destra, attraversiamo un vallone e cominciamo a scendere, in diagonale, sempre verso destra, alle baite dell’alpe Piscino. La baita più alta, datata 1958, è posta a quota 1810. Qui siamo ad un dilemma: continuare nella più lunga discesa a Tartano, o tornare all’alpe Postareccio? In questo secondo caso, infatti, dobbiamo piegare decisamente a sinistra, afferrando un sentierino che poi entra nel bosco e si fa più marcato, riattraversa il vallone che abbiamo scavalcano più in alto (qui il sentiero è franato e ci vuole un po’ di attenzione) e poi, sul lato opposto, ritorna all’alpe Postareccio. In ogni caso, da evitare è una traversata a vista del vallone che separa i due alpeggi: fuori sentiero, infatti, andiamo a cacciarci in zone esposte e dirupate. Se invece vogliamo il massimo, proseguiamo, scendendo in diagonale fino alla casera del Piscino (m. 1682), proseguendo fino al limite del bosco, dove parte un largo sentiero che scende con qualche tornante fino ad attraversare, da sinistra a destra, in vallone, prima di affacciarsi ai prati a monte della località Ca’ Fognini (fugnìi), uno dei tanti caratteristici nuclei della Val Corta (siamo, infatti, proprio all’ingresso di questa valle). Prendendo a destra, il sentiero si porta al nucleo della Foppa (fòpa), poi scende alla pista di Val Corta, che, percorsa verso sinistra, ci porta alla frazione Biorca. Qui una strada asfaltata ci fa salire al nucleo centrale di Tartano. Il ritorno a Campo avviene seguendo la strada provinciale. Questo grande anello, che potremmo chiamate “anello Postareccio-Piscino”, comporta un dislivello approssimativo di 1000 metri; il tempo necessario è di circa 8/9 ore. 

 

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Si celebra, oggi, infine, anche la memoria di San Giuliano. Su di lui don Domenico Songini, in “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004, scrive:
"
Sullo sperone di roccia calcarea che divide la valle del Mera dalla valle dell'Adda sorge la chiesetta dedicata a san Giuliano, che già anticamente era segnalato nella cerchia dei Santi Sette Fratelli.
Chi era san Giuliano? Probabilmente era un militare della legione delle Gallie, all'epoca dell'imperatore Decio (248-251). Questi, per rafforzare la religione pagana, impose ai militari ed ai funzionari pubblici di munirsi di un attestato d'aver sacrificato agli dei. Il tribuno Fereolo e vari suoi militari, tra i quali Giuliano di Bienne, rifiutarono il sacrificio e vennero pertanto decapitati. Il culto di san Giuliano si diffuse in Alvernia ed in Italia Settentrionale, portatovi forse dai messi del convento di san Dionigi di Parigi, proprietario del territorio che va dal lago di Como al fiume Masino.
La festa si celebra il 28 agosto: significativa l'analogia con la vicenda dei militari della Legione Tebea: sant'Alessandro (Traona) , san Fedele (Buglio e Mello), san Carpoforo (Delebio).
"
vale la pena approfondire il discorso sulla chiesetta, poco conosciuta ed ormai diroccata, di San Giuliano.
Sul lungo crinale che dai 2143 metri del monte Brusada, fra Costiera dei Cech e Valle dei Ratti, scende fino a Dubino, sul fondovalle, passando per il passo del Culmine (m. 1818), per i monti Bassetta (m. 1746) e Foffricio (m. 1258), per l’alpe Piazza (m. 980), sono posti, più in basso, anche i prati di San Giuliano (m. 760). Si tratta di una località sconosciuta ai più, che merita, però, di essere visitata, per il fascino profondo della sua mistica solitudine.
Del nucleo di S. Giuliano parla anche il vescovo di Como, di orogine morbegnese, Feliciano Ninguarda, nel resoconto della sua visita pastorale del 1589: "A due miglia sopra il monte vi è un'altra famiglia di coloni del predetto monastero (sc. di Dubino). Sono venti famiglie tutte cattoliche. La chiesa è dedicata a S. Giuliano, da cui prende il nome la frazione, ma raramente vi si celebra la messa". S. Giuliano, poi, è, secondo un'antichissima tradizione, uno dei sette eremiti legati alla leggenda dei Sette Fratelli e disseminati in altrettanti punti della bassa Valtellina.
Vediamo come effettuare un'escursione che ci porta in questo luogo di antica suggestione.
Punto di partenza è la frazione Monastero di Dubino (ce ne sono due, di Monastero, in Valtellina: Monastero di Dubino e Monastero di Berbenno). Per raggiungere Dubino possiamo seguire diverse vie.Se proveniamo dalla Valchiavenna, all’altezza di Nuova Olonio dobbiamo imboccare, prendendo a sinistra, la strada provinciale Valeriana, che tocca tutti i paesi del piano della Costiera dei Cech. Dubino è il primo che si incontra dopo aver attraversato Nuova Olonio, che è una sua frazione. Se proveniamo da Milano ci conviene, invece, lasciare la ss. 38, sulla sinistra, all’altezza di Delebio, seguendo, appunto, le indicazioni per Dubino. Se, infine, veniamo da Sondrio possiamo sfruttare il medesimo svincolo a Delebio, oppure lasciare prima la ss. 38, sulla destra, all’ultimo semaforo in uscita da Morbegno, seguendo le indicazioni per la Costiera dei Cech; in questo caso, raggiunto e superato il ponte sull’Adda, dovremo prendere a sinistra, imboccando la già citata provinciale Valeriana, per poi attraversare Traona, Piussogno e Mantello, prima di raggiungere Dubino.
Bene, a Dubino siamo arrivati: ora dobbiamo salire alla frazione di Monastero, posta leggermente più a monte e ad ovest rispetto al centro del paese: la possiamo riconoscere per la presenza della ben visibile chiesa dedicata alla Beata Vergine Immacolata, riedificata alla fine del 1600 su un nucleo che risale al secolo XIII. Se proveniamo da Mantello, possiamo svoltare a destra subito dopo l’incrocio fra la provinciale Valeriana e la strada che proviene da Delebio; salitiper un tratto verso il centro del paese, prendiamo poi a sinistra, proseguendo nella salita fino ad intercettare la via che, percorsa verso sinistra, porta al parcheggio che si trova immediatamente a valle della chiesa.
Lasciamo qui l’automobile, ed incamminiamoci, da una quota di 265 metri, alla volta di San Giuliano, prima tappa della lunga salita. Ecco cosa riporta di questo itinerario la seconda edizione della “Guida della Valtellina” del C.A.I., edita nel 1886: “Da Monastero, per erto sentiero, si sale in un’ora e mezzo alla solitaria chiesuola di S. Giuliano. Sorge essa sopra un promontorio che si protende nella valle, e dal quale si gode una meravigliosa vista. Anzitutto lo sguardo si sofferma ad ammirare l’ampio bacino superiore del lago di Como colle sue borgate e colle sue ville, poi si eleva a considerare la pittoresca cerchia delle montagne che l’attornia; poi abbraccia tutto il tratto della Valtellina inferiore, la valle di Lesina e il Legnone, le valli del Bitto e di Tartano, il colmo di Dazio e più oltre i monti della Valtellina superiore; in fine volgendosi al nord s’interna in quel labirinto di monti, fra i quali stanno la valle Codera, la valle Pregallia e la valle di S. Giacomo”. Una presentazione che sottolinea i numerosi motivi di interesse legati all’escursione.
Nell’ultima edizione della più completa e pregevole Guida Turistica della Provincia di Sondrio, edita nel 2000 dalla Banca Popolare di Sondrio, invece, di questa escursione e dell’esistenza stessa di San Giuliano non si fa menzione. Cos’è cambiato? Forse lo spirito dei tempi, che di erti sentieri meno volentieri sente parlare, forse l’attrattiva del percorso, considerata una certa decadenza e rinselvatichimento dei luoghi, sempre più abbandonati all’ingiuria dell’oblio. Eppure la Terra di Mezzo inizia proprio fra questi boschi.
Guardiamo in alto: il versante montuoso appare segnato da aspre rocce, semicoperte da vegetazione selvaggia. Di là sicuramente non si passa. Intuiamo che per salire alla conca di S. Giuliano, che già da qui si indovina, dovremo prima guadagnare il crinale a sinistra della fascia dirupata. Mettiamoci, dunque, in cammino, per scoprire se l’oblio sia meritato o ingiusto.
Saliamo alla parte alta di Monastero, dove troveremo una pista che piega a destra. Appena prima della svolta, stacchiamocene sulla sinistra, seguendo una pista più stretta, tracciata di recente.
Pochi passi oltre l’inizio di questa pista, però, troviamo la partenza di un sentiero, sulla destra, che sale nella selva, mentre la pista prosegue al suo limite, con andamento sostanzialmente pianeggiante. La via più breve per S. Giuliano passa per il sentiero, mentre una via alternativa, più lunga ma un po’ meno faticosa, segue la pista. Se imbocchiamo il sentiero, non segnalato, cominciamo una lunga salita in diagonale: la traccia è sempre abbastanza visibile, anche se in diversi punti piuttosto sporca, per cui non possiamo perderla.
Ad un certo punto troviamo, su un masso a lato del sentiero, una grande freccia color arancio, contornata da piccoli bolli del medesimo colore: è il punto in cui nel nostro sentiero si innesta un sentierino secondario, ma segnalato, che proviene dal bosco alla nostra sinistra. Da qui in poi perdersi è impossibile, tanta è l’abbondanza di segni, color arancio o color rosso, che costellano il percorso, tanto da suscitare, in alcuni punti, la singolare impressione che i tronchi degli alberi, che li ospitano, siano vittime di una qualche forma di reazione allergica (non agli escursionisti, direi: di gente, per questo sentiero, ne passa ben poca). Il sentiero piega a destra ed attraversa una vallecola, prima di assumere un andamento decisamente ripido, risalendo l’ampio crinale del monte, all’ombra di un bel bosco di castagni.
Qualche pausa si impone: laddove la vegetazione apre qualche finestra, possiamo osservare, sulla destra, la centrale idroelettrica Vanoni e, più a sinistra, le anse dell’Adda nella piana di fronte a Monastero, frutto dell’opera di canalizzazione promossa, a metà dell’Ottocento, dal governo austriaco, opera che permise di recuperare alle colture agricole ampie porzioni di terreno. Nella salita incontriamo anche quattro tralicci, prima di approdare al poggio panoramico che ospita la chiesetta di S. Giuliano, posta a 772 metri.
La chiesetta di San Giuliano, abbiamo detto: non ci si attenda una di quelle graziose chiesette alpine, più o meno ben curate, meta, almeno una volta all’anno, del concorso di gente che sale per partecipare alla celebrazione liturgica nella ricorrenza del santo cui sono dedicate. Niente di tutto ciò: la chiesetta è un rudere, attorniato da un coacervo caotico di rovi e boscaglia, nel quale la preziosa opera di qualche mano santa ha aperto giusto la via per poterci passare attraverso. Una piccola chiesetta di cui è andato in rovina il tetto, con mura che hanno tutta la parvenza di essere pericolanti. Eppure, anche nella decadenza estrema, essa sembra conservare un residuo, seppur piccolo, del suo antico orgoglio, almeno per la posizione che occupa, il poggio, appunto, che domina i prati e le baite di S. Giuliano (ruderi anch’esse), posti più a monte, ma qualche metro più in basso rispetto alla sua sommità. Dal poggio scendiamo rapidamente ai prati, intercettando un sentiero che sale alla nostra sinistra. È, questa, la seconda e più lunga via per raggiungere S. Giuliano.
Torniamo alla pista sopra Monastero, e prendiamo a seguirla per un buon tratto, finché comincia decisamente a scendere. Lasciamola proprio in quel punto, seguendo il sentiero che se ne stacca sulla destra, proseguendo con andamento per lunghi tratti quasi pianeggiante. Ignorate diverse deviazioni a valle ed a monte, ci ritroviamo, ad una quota di 527 metri, di fronte ad un impressionante dirupo di rocce biancastre, a nord-ovest rispetto al punto che abbiamo raggiunto. Nei pressi del sentiero vediamo anche una casupola in mattoni e cemento, su cui è tracciata la scritta S.G., corredata di una freccia: è la segnalazione della partenza del sentiero che, piegando a destra rispetto alla direttrice che abbiamo finora tenuto, sale verso San Giuliano.
In questo tratto, la nostra mitica Terra di Mezzo sembra avere la connotazione assai comune della fascia di castagneti di mezza montagna di cui sono ricche Valtellina e Valchiavenna. Ma resta il fascino dell’indeterminatezza: consultando la carta, non sapremmo stabilire con sicurezza quando abbiamo lasciato la terra di Valtellina ed a quale dei due regni appartenga quel sentiero che si inerpica con tanta risolutezza nel cuore del bosco. Anche questo sentiero ha un andamento piuttosto ripido, ed attraversa un bel bosco di castagni, fino a sbucare al limite interiore dei prati di S. Giuliano, più ad ovest (a sinistra) rispetto al poggio raggiunto dal sentiero più diretto. Del panorama che si apre da qui ha già detto la Guida del C.A.I.
I due itinerari possono combinarsi ad anello, ma, nella discesa, dobbiamo prestare molta attenzione ai pur abbondanti bolli color arancione. Se, invece, vogliamo proseguire l'escursione, possiamo salire in breve alla pista carozzabile che da Cino sale all'alpe Piazza.

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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