SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Nazario, S. Innocenzo

PROVERBI

Adrée a fée e cavalée la gént l'è mai asée

(per andare a fieno ed a bruchi la gente non è mai sufficiente - Morbegno)
Quand la légur l’è ‘n cascia, tüti i ghe cór dré (quando la lepre è cacciata, tutti la inseguono)
Öcc nu vét, cör nu crét (occhio non vede, cuore non crede - Tirano)
Orp che ména orp crùda giù e sa spàca i òs (orbo che guida orbo cade e si rompe le ossa - Tirano)
Pan fin che düra, ma vin a misüra (pane fin che ce n'è, vino misurato - Tirano)
Pan, furmài e vin l’è ‘l maià del cuntadìn (pane, formaggio e vino sono il mangiare del contadino - Tirano)
Cur al piööf e gh'è ‘l sùu, l'è l'ùrä di paštù (con la pioggia e con il sole, è sempre l'ora dei pastori, perché debbono lavorare con qualsiasi tempo - Villa di Chiavenna)
Roba dàita, sempri dàita (quel che è dato, è dato per sempre - Poschiavo)
La roba da stu mond l'é metà da venda e metà da crumpà e tüta da lassà
(la roba di questo mondo è metà da vendere, metà da comperare e tutta da lasciare - Poschiavo)
Al pégg de li béghi l’è ke de üna an vée pö vinti (il peggio delle beghe è che da una ne vengono venti - Tirano)


L'alluvione del 1987

VITA DI UNA VOLTA

Nel "Dizionario etimologico grosino" di Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio), leggiamo:
"Ràis m. (f. ràisa) ragazzo, ragazza... Fra le credenze e le sueprstizioni legate ai neonati, ricordiamo che, fino a non molto tempo fa, si evitava di tagliare loro le unghie e i capelli prima del compimento del primo anno di vita, in quanto si riteneva che altrimenti sarebbero diventati ladri e sarebbero impazziti o avrebbero tartagliato."
E ancora:
"Rana... Nella medicina popolare era ritenuta un ottimo rimedio contro le forme infiammatorie interne. I ranocchi venivano inghiottiti vivi, dopo averli posti sulla punta della lingua."

STORIA

Il 28 luglio del 1987 è una delle date più tragiche della storia della Valtellina, segnata dall'immane frana della Val Pola.
Le origini della tragedia sono assai lontane dalla Valtellina. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri).
Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone.
Sono le prime di una lista destinata a crescere: alla fine di luglio il bilancio salirà a 53 morti. Un po’ dappertutto, in valle, se non si arriva alla tragedia, si sprofonda, in quel sabato plumbeo,  in un dramma cupo come il cielo che è scuro da far paura: non c’è torrente che non minacci di esondare, e molti passano dalle minacce ai fatti. Il Madrasco esce dagli argini ed investe buona parte delle case di Fusine, dalle quali la gente è stata evacuata appena in tempo dal suono a martello delle campane, il Torreggio infuria e Torre di S. Maria è interamente evacuata, il Mallero (màler) fa paura, il Poschiavino è straripato provocando seri danni ed interrompendo la strada per la dogana di Piattamala, a Sondalo la frazione Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato) viene interamente evacuata, in Valfurva il Frodolfo e lo Zebrù scatenano la loro furia. Impressionante è anche l’elenco dei ponti letteralmente divelti dalla violenza delle acque: i ponti di Paniga (dal lombardo "panìgh", il cereale del pane) e di Caiolo sull’Adda, la passerella del partigiano a Sondrio, i tre ponti del quadrivio a Torre S. Maria, il ponte sul Valfontana a Chiuro e quello di S. Nicolò in Valfurva. Tremila sono gli sfollati della prima ora.
È il fondovalle a subire i maggiori danni: la zona industriale a valle di Morbegno è investita dallo straripamento dell’Adda (si conta una vittima anche a Morbegno), ma è soprattutto la piana della Selvetta e di Ardenno a subire le conseguenze più pesanti: nella notte la rottura dell’argine settentrionale dell’Adda, appena sotto S. Pietro di Berbenno, fa sì che si avveri il monito di un proverbio popolare, “Passano gli anni, passando i mesi, ma l’Adda torna ai suoi paesi”: il “fiume nascosto” (questo significa, probabilmente, Abdua, da “abditus”, in latino) mostra tutta la sua forza e riprende possesso dei luoghi nei quali scorreva nei secoli precedenti alla bonifica austriaca. E lo fa non in punta di piedi, ma trasformando la piana dalla Selvetta ad Ardenno in un impressionante lago. Ma dire lago sarebbe dire qualcosa di troppo, di troppo poetico: si tratta di una limacciosa palude, con un livello delle acque che in più punti è di diversi metri, dove trovano la morte molti capi di bestiame, anche se, per fortuna, nessuna persona.
L’alba della domenica mattina, il 19 luglio, mostra uno scenario da tregenda. Molti hanno ancora negli occhi quello scenario, molti ce l’hanno, ancor più nelle orecchie: è il rombo angosciante delle pale degli elicotteri, che sembrano solcare il cielo impotenti, ad essere rimasto nelle orecchie. Domenica non piove più, ed alla sera il sole si riaffaccia, prima di tramontare. Quasi beffardo.
Ma almeno è finita, si pensa, con un bilancio pesante, 24 morti ed una prima stima di 1.000-2.000 miliardi di danni (alla fine la stima salirà a 4.000 miliardi), ma è finita. Certo, i problemi per l’immediato non sono pochi: lunedì 20 la ss. 38 dello Stelvio e la  linea ferroviaria sono ancora interrotte, perché le acque del sinistro lago di Ardenno defluiscono lentamente; la media Valtellina è ancora isolata, ma almeno è finita. Si guardano con occhi amari i telegiornali, che hanno trovato di che riempire il loro palinsesto per giorni, ma almeno è finita. Si guardano con occhi gonfi di lacrime le abitazioni alluvionate, lesionate, invase da acqua e detriti; qualcuno pensa che si potrà recuperare qualcosa, lavare, pulire, non sa ancora che quella porcheria invade ogni interstizio, nella forma di un polvere finissima che ritrovi ancora a mesi di distanza, insieme a quel disgustoso odore di muffa, e poi i mobili si gonfiano, tutto è da buttar via. Ma almeno è finita.
E invece non è così. Passa poco più di una settimana, ed ecco che accade un evento definito epocale, uno di quelli, dicono i geologi, che si verificano solo a distanza di migliaia di anni. Il baricentro della tragedia si sposta in alta Valtellina, e precisamente a monte della strozzatura del ponte del Diavolo, fra le Prese, a sud, e Cepina, a nord. Un evento preannunciato da alcuni segnali: sull’alto versante montuoso della Val Pola, che si stende ai piedi del monte Zandila, c’è chi nota preoccupanti fenditure. La maggiore è lunga circa 100 metri e larga una ventina. Il segnale è allarmante e, dopo un sopralluogo dei geologi Michele Presbitero, responsabile del servizio regionale di Protezione Civile, e Maurizio Azzola, la zona di fondovalle sottostante alla Val Pola viene dichiarata inagibile.
Una zona nella quale ferve, in quell’ultima settimana di luglio, un lavoro febbrile: la ss. 38 è stata portata via dagli eventi alluvionali del precedente finesettimana, gli operai lavorano alacremente per ripristinare il collegamento stradale, per porre fine a quell’isolamento dell’alta valle di cui si lamentano gli operatori turistici ed economici (appena a monte c’è Cepina, da cui partono ogni giorno un’ottantina di autocarri con rimorchio che portano l’acqua minerale Levissima in tutta Italia). Il lavoro non si interrompe, la strada deve essere riaperta al più presto. Gli operai iniziano di buon’ora. Anche quel tragico mattino di martedì 28 luglio. Sette operai sono già lì alle 7.23.
Alle 7.23 un fragore sordo, uno schiocco simile ad un colpo di frusta si sente fino a Bormio. Viene giù un intero pezzo di montagna, l’immane frana della Val Pola o del monte Zandila (nota anche, ma impropriamente, come frana del pizzo Coppetto), vengono giù, in circa mezzo minuto, 40 milioni di metri cubi di materiale, che riempiono il fondovalle, si incastrano, in basso, nella strozzatura della valle seppellendo il ponte del Diavolo, risalgono il versante opposto cancellando quattro abitati, S. Antonio, Morignone, Piazza (per fortuna evacuati) ed Aquilone (che non viene distrutta direttamente dalla massa franosa, ma dall’immane spostamento d’aria). Nuove vittima si aggiungono al bilancio di quella maledetta estate: i 7 operai al lavoro per ripristinare la ss. 38 e 28 abitanti di Aquilone, che non è stata evacuata perché non si immaginava che l’eventuale frana potesse avere dimensioni così apocalittiche.
La tragedia si consuma in pochi secondi, il successivo incubo, invece, dura diverse settimane. Il corpo franoso, alto fino a 50 metri, crea uno sbarramento artificiale che interrompe il deflusso dell’Adda verso Tirano. Per molti giorni l’Adda è come un’arteria spezzata: gli affluenti a valle della frana  ne alimentano il corso, ma le acque dell’Alta Valtellina si accumulano in un nuovo e sinistro lago artificiale, le cui acque premono sempre di più sulle pareti della diga.
Per settimane i telegiornali si occupano di questo evento eccezionale ed imprevedibile negli sviluppi. Si parla di una possibile modificazione della geografia della valle, qualora le acque dovessero infiltrarsi nella muraglia del materiale scaricato dalla montagna, imbevendolo e facendolo scivolare rovinosamente, con un’onda di violenza inimmaginabile, verso Tirano e la media Valtellina. Che fare? Consolidare i bastioni che trattengono le acque del nuovo e sinistro lago? Prosciugarlo gradualmente? Si opera in entrambe le direzioni, nel mese di agosto, nella convinzione di poter disporre di tutto il tempo necessario (il livello delle acque del lago cresce di 2 cm circa ogni ora, e l'invaso, si calcola, non sarà pieno prima di 60 giorni; nel frattempo tutti i dispositivi di pompaggio e regimentazione saranno in piena funzione).
Ma se l’uomo pensa di poter disporre del tempo degli orologi, non potrà mai fare lo stesso del tempo del cielo e delle nubi. E di nuovo nubi, nere ed incombenti, si addensano e riversano precipitazioni di eccezionale intensità su tutta la valle, di nuovo lo zero termico raggiunge i 4000 metri. Siamo ad uno nuovo drammatico finesettimana, l’ultimo di agosto, il lago cresce con un ritmo allarmante, 20 centimetri ogni ora. Per fortuna le precipitazioni durano solo alcune ore. Ma la situazione è dichiarata grave: bisogna intervenire sul corpo della frana, svasarlo, creare un nuovo alveo per il fiume Adda e procedere alla tracimazione controllata. Espressione che fa il giro d’Italia, perché di nuovo i media hanno di che tenere incollati allo schermo milioni di Italiani, che di nuovo possono commuoversi per le migliaia di persone che vengono evacuate nel timore di un precipitare degli eventi.
Alle 22 di sabato 29 agosto i geologi Maione, Presbitero e Lunardi prendono una decisione drastica: tutti i centri abitati nei pressi del corso dell’Adda, da Grosotto a Sondrio, debbono essere evacuati. E viene la domenica, domenica 30 agosto 1987. Le prime luci rischiarano uno scenario letteralmente spettrale nei paesi deserti.  È il giorno della tracimazione controllata. Arriva anche la RAI, a raccontare in diretta l’evento storico, con l’inviato Scaramucci ed il giornalista Santalmassi a seguire dallo studio. Non si sa cosa potrà accadere. Si prepara il nuovo alveo, si scava una breccia sul fronte della frana. L’acqua comincia di nuovo a defluire a valle. È come una rinascita. All’inizio c’è qualche timore: solo parte dell’acqua che esce dal lago raggiunge l’alveo a valle della frana, 7 metri cubi al secondo spariscono nel suo immane corpo. Poi anche questo allarme rientra: 40 metri cubi al secondo escono dal lago, altrettanti raggiungono Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato).
Riecco l’Adda, quella vera, quella che nasce nel cuore della Magnifica Terra del Bormiese. Il fiume riacquista la sua antica vita e la geografia della valle non subisce ulteriori sconvolgimenti. Gli evacuati rientrano, gradualmente, nelle proprie case nei giorni successivi, il lago viene poco a poco svuotato.
Resta, nell’immaginario collettivo, l’immagine della Valtellina legata al concetto di alluvione e dissesto idrogeologico. Resta il compito di porre finalmente termine all’isolamento dell’alta valle. Restano discussioni, polemiche, paure. Resta, a distanza di vent’anni, la necessità di ricordare, per tanti motivi. Innanzitutto per onorare la memoria di chi ha perso la vita in quei maledetti 11 giorni dal 18 al 28 luglio del 1987.

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APPENDICE: IL SANTUARIO DELLA MEMORIA

San Bartolomeo di Castelaz è l'unica contrada che si è salvata dall'immane frana della Val Pola, che è scesa proprio di fronte ad essa, sul versante opposto, per poi risalire lo sperone del piccolo nucleo. Le sue case, però, non sono state raggiunte, perché prima di guadagnarne la sommità il corpom della frana si è diviso in due tronconi, risparmiandole. A San Bartolomeo si trova un'antichissima chiesetta, edificata anteriormente al secolo XIV (gli affreschi più antichi risalgono al 1393). Dopo la tragedia del luglio 1987 è diventata una sorta di santuario della memoria, al quale salire per guardare, ricordare, meditare. Due pannelli riportano altrettante poesie tratte dai volumi che don Remo Bracchi, illustre dialettologo e cantore dei valori più profondi della terra di Valdisotto, ha dedicato a questi eventi.
Eccole, nel testo dialettale e nella traduzione italiana.

San Bortulamè

Emó, per breciàr i téi pè,
emó 'n vegnerà sul tè sas,
a st'òasi de vèrt, o San Bortulamè,
del font de 'n desèrt senza fin,
in cèrca de cara presénza che tas.
Ti, l'ùnik camini che 'l me vanza
de tuta la tèra perduda...
Oh, làga che 'n pòstia li nòsa speranza,
che 'ntant an te rèstia virgìn
e 'n tìria 'n pò 'l flè, prima d'ir cu la muda.
De tuta li nòsa fraziòn,
per sècul i pa i è vègní
chilò, vèrz al nin de la soa riligiòn,
per viver a l'òmbra di sant,
che sèmpre i crescèsa i sei picen iscí.
De tùta li val l'à ciamà
per sècul sta nòsa campana,
per fam una sòla famiglia che va,
guidàda vèrz l'title de quel cant,
del pòst de l'esilio ala pàtria lontàna.

San Bartolomeo

Di nuovo, per abbracciarci ai tuoi piedi,
di nuovotorneremo sopra la tua altura,
o San Bartolomeo, a qust'oasi di verde,
dal fondo di un deserto sconfinato, nel quale vaghiamo
cercando le care presenze che non rispondono più.
E' questo l'unico angolo che ci rimane intatto
dell'intera nostra terra perduta.
Oh, lascia che deponiamo sul tuo altare
le nostre speranze stanche,
che riposiamo un attimo accanto a te, mentre riprendiamo
il respiro, prima di essere sospinti sul cammino dell'esilio.
Da tutte le nostre frazioni,
i nostri padri sono saliti per secoli quassù, al nido caldo della loro religione,
per vivere all'ombra dei santi, e chiedere loro di far crescere
i propri piccoli, fin nel più lontano futuro, allo stesso modo.
Questa nostra campana ci ha chiamati
a raccolta per secoli da tutte le valli,
per fare di noi una sola famiglia in cammino,
guidata da quel suono,
dalla terra profonda del dolore verso la patria lontana.

Bruno (la poesia è dedicata a Bruno Piccagnoni, che, la mattina della tragedia, poco prima che la frana scendesse fu visto salire con il fuoristrada sulla via di Foliano, che sale dopo S. Bartolomeo; si presume che la frana, risalendo dal fondovalle, l'abbia investito; scomparve a 48 anni, lasciando la moglie Belotti Franca ed i figli Claudio e Lorena).

Cus' él che quél dí 'l te ciamàa,
che t'aes tànta smània de ir?
I t'à vedú su per i pra

un àmen avànt de sparìr.
Apéna per nò 'l ghé 'n morir,
apéna per nó che no 'n sa.
I spéita quél dì de vegnìr

incóntra tüc quénc i nös pa.
Incòntra i vegnìa. T'àes capí,
e no te volés che i speitésa
tròp témp su la pòrta del dì.

Te vàes su per l'èrba segùr,
al témp che i téi mòrt i rivésa.
E tut l'é stac' céir, pö tut skur.


Bruno

Che cosa è stato quel giorno a chiamarti,
che tu avevi tanta voglia di andare?
Ti hanno avvistato sui prati,

un attimo solo, prima che sparissi.
Per noi soltanto esiste un morire,
per noi che non conosciamo.

Tutti i nostri padri desiderano quel giorno
per venire ad accoglierci.

Essi ti scendevano incontro. Tu avevi compreso
e non volevi che attendessero troppo a lungo
lassù, sulle soglie del giorno.

Salivi sicuro il sentiero d'erba,
il tempo sufficiente perché giungessero i tuoi morti.
E tutto fu luminoso. Poi tutto fu buio.

Per visitare questi luoghi della memoria basta seguire, magari in bike, il vecchio tracciato della ss. 38, oggi sostituito dalla nuova strada in galleria; un cartello indica lo svincolo che porta alla chiesetta.

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IN MEMORIAM: LE IMMAGINI DELLE VITTIME DELLA FRANA DELLA VAL POLA

All'uscita meridionale da Cepina, sul margine della vecchia pista bassa, quasi al cospetto dell'immane ferita che non si vuol chiudere sul versante montano un tempo occupato dalla Val Pola, è stato eretto un tempietto in memoria di quanti, abitanti di S. Antonio Morignone ed Aquilone ed operai, sono morti travolti dalla frana del 29 luglio 1987. Speriamo di non offendere la sensibilità di nessuno riportandone le immagini, che ancora ci guardano dal masso sul quale sono state poste a loro ricordo. Ciascuno indovinerà ciò che questi sguardi vogliono ancora dire.


Alma Sambrizzi

Anna Bonetti

Attilio Giacomelli

Bruno Piccagnoni

Bruno Schyns

Clemente Giacomelli

Dino Confortola

Flavio Bonetti

Giuseppe Lumina

Guido Facen

Lorenzino Giacomelli
Lorenzo Bonetti

Lorenzo Parravicini

Marco Bonetti

Norberto De Monti

Pia Giordani

Raffaella Bonetti

Rino Merazzi

Rita Bonetti

Roberto Schyns

Roberto Trotalli

Roland Schyns

Stefano Bonetti

Tiziana Bonetti

Umberto Compagnoni

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
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Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
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Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)