SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Massimo, S. Virgilio

PROVERBI

La néf l’è la gràssa di purétt (la neve è il concime dei contadini che non hanno bestie– Montagna)
Roba dal Comùn roba da nigùn (roba del Comune, roba di nessuno – Livigno)
Mégl zòp ci senza gamba (meglio zoppo che senza gamba – Livigno)
L’um al sa adàta a tüt, al bèl e al brüt (l'uomo si adatta a tutto, al bello ed al brutto - Tirano)
L’um furèst al vée vardàa cùma ‘n mulèst (il forstiero viene visto come molesto - Tirano)
I öc’ i völ la so pàrt (gli occhi vogliono la loro parte - Teglio)
Méi na dònnä végg(i)ä che na màcchinä novä
(meglio una donna esperta che una macchina nuova - Villa di Chiavenna)
Lontèn dai öc’, lontèn dal cör (lontano dagli occhi, lontano dal cuore - Villa di Chiavenna)
La plü bèla entrada l'é quela da risparmià (la migliore entrata è risparmiare - Poschiavo)
Chi vol gavé, l'ha da vulé (chi vuole avere, deve volere - Poschiavo)
Chi ke fila e fa filar, bona fèma se pò cemàr (chi fila e fa filare si può chiamare buona donna - Sondalo)

VITA DI UNA VOLTA

Sul "Dizionario etimologico grosino" (Gabriele Antonioli-Remo Bracchi, Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio), leggiamo:
"La devozione verso i defunti è particolarmente sentita fra la popolazione di Grosio ed è testimoniata anche da diverse pratiche di pietà. / Al pater di mòrt è una orazione quotidiana di suffragio che viene recitata, dalla famiglia riunita, al rintocco di una campana, subito dopo il suono dell'avemaria vespertina. / In passato, quando l'andamento climatico non era favorevole al buon esito dell'annata agricola, si impetrava l'intercessione dei defunti con processioni propiziatorie. / Restano invece fisse, tuttora, due processioni ai cimiteri (quello vecchio, nel sagrato della chiesa di s. Giorgio, e quello nuovo, sotto la parrocchiale di s. Giuseppe). Una processione viene effettuata nella quarta domenica di quaresima (la prucesión de mèza quaresma o di animi purganti) l'altra il pomeriggio della festa di Tuttisanti (la prucesión di cimiteri). La sera di quella festa, dopo il cenno dell'avemaria, suonano a rintocco, alternativamente, le campane delle chiese di s. Giorgio e di s. Giuseppe e un tempo la gente diceva che erano i morti dei due cimiteri che si chiamavano e si rispondevano. La sera di Tuttisanti, prima di coricarsi, era consuetudine andare alla fontana a riempire hai i sedèli per dare la possibilità ai morti, che tornavano nelle loro abitazioni, di dissetarsi. Il giorno dei morti, di buon mattino, viene celebrata un'ufficiatura solenne, durante la quale, un tempo, venivano stesi in chiesa due teli (pelòrsc) per la raccolta delle offerte (furmént e furmentón), usanza già in voga nel '600. Alla sera tutta la popolazione si raccoglie presso il cimitero per il rosario. / Il senso di riconoscenza verso i benefici avuti in eredità dai propri cari si manifesta in vario modo; un tempo era di prammatica che alla fine di ogni raccolto, quando si ripuliva il mucchio di fieno nel fienile (quandu se ramàva gió la dia del fén), si recitasse un de profundis e tre requiem seguiti dalla seguente preghiera; in suliévu e in sufràgiu de quili animi che i m'à laghè de dré di sè bén e di sóa fadighi, che Idìu ghe dighia bèn e rèquie e pòs a l'anima soa."

Le lunge sere d'inverno passate a "fa filò", o "filugna", i "filogna" (cioè a filare il lino) in qualche stalla raccoglievano diverse famiglie. Si recitava il rosario, si scambiavano quattro chiacchiere. Si raccontavano stori, preferibilmente da brivido. Fra i volti della paura arcaica un posto particolarissimo merita un animale dai contorni indefiniti, legati molto più al suo suono lugubre che all'aspetto, di cui ben poco si sapeva.
Cavra bèsüla, caura bèsüla, caurabésül, cavra bèzol: diversi sono i nomi con i quali era conosciuto. Così come diverse sono le leggende ad esso associate, leggende che dipingono questo animale notturno talora come uccello dal canto lugubre e stridente, simile al verso di una capra, oppure come capra o caprone dal belato sinistro e dagli occhi fiammeggianti, o, ancora, come animale fantastico, dal corpo di cervo e dalla testa di caprone.
Gli elementi comuni alle diverse versioni sono questi: si tratta di un animale notturno, che raramente appare, mentre assai più spesso fa sentire il suo verso agghiacciante, animale dietro le cui fattezze si cela un essere malefico, una strega, un’anima dannata, o il diavolo in persona (le streghe erano spesso associate agli uccelli notturni, il diavolo, invece, ai caproni).
Le storie che lo vedono protagonista, raccontate nelle lunghe serate passate a “fa filò” nelle stalle, hanno, poi, spesso un evidente denominatore comune: quando si ode il verso dell’animale, ci si deve ritirare in casa. I bambini, in particolare, sembrano essere il suo bersaglio prediletto: se vengono sorpresi fuori di casa, vengono rapiti e vanno incontro ad un destino terribile. I bambini disobbedienti, infine, sono soggetti a rischio: quando si sente il verso dell’animale, debbono smettere di fare i capricci, mangiare le minestre più indigeste, andarsene a letto senza fare storie. Questi dettagli potrebbero far sospettare che si tratta di un’invenzione di comodo per tenerli buoni, ma obiezioni di questo genere sono avanzate dai soliti scettici, che non si arrendono neppure di fronte alle testimonianze più attendibili.
L’aspetto più curioso di questa credenza, che si trova in Valtellina e Valchiavenna, ma anche in Valcamonica, Val Brembana e Val Seriana, è che il verso sinistro che l’ha originata non è un’invenzione, ma appartiene ad un rapace notturno, detto “succiacapre”, dalle dimensioni massime di 28 centimetri.
Tale denominazione deriva dal fatto che talora quest’uccello, per procurarsi gli insetti di cui è ghiotto, fruga nel pelo delle capre. Di qui è nata la credenza che succhi loro il latte, rendendole cieche.
Ecco il legame fra uccello e capra: alcune versioni della credenza parlano, infatti, di capre cieche che vagano di notte nei boschi, come indemoniate, in conseguenza del contatto con l’uccello malefico. In realtà quest’uccello di giorno, più spesso, riposa steso sui prati o nel sottobosco, sfruttando il suo colore assai simile a quello delle foglie secche per mimetizzarsi, mentre di notte si mette alla caccia di insetti.
E’ il suo verso raccapricciante (che spiega la denominazione dialettale: “bèsüi” significa versi disumani)
che ne ha fatto un simbolo del male, non solo in Italia: in tedesco, infatti, viene chiamato Hexe, che significa anche strega. Del resto l’idea che esseri malefici femminili assumano le fattezze di rapaci notturni risale all’antichità: lo stesso termine “strega”, infatti, deriva dal latino “strix”, nome di un rapace notturno che può essere identificato con il succiacapre.
La connessione fra questo uccello notturno e la figura della strega è ben illustrata da Vittorio Spinetti (“Le streghe in Valtellina”, 1903): “E’ oramai noto a tutti come la strige fosse un uccello notturno, che nell'opinione del volgo volasse sopra le culle dei bambini e loro succhiasse il sangue, e come la fantasia popolare abbia trasformato gli animali da irragionevoli in ragionevoli, gli uccelli in donne, donde venne il nome di volaticae, da volare, perchè si credeva che assalissero i bambini volando. Furono anche dette sagae, dal loro acume, da sagire, da cui presagire. Queste favole si mantennero attraverso i tempi, e nell'ignoranza del medio evo furono credute vere. Anche Carlo Magno dovette con leggi porre un argine agli orrori che il volgo commetteva, contro le donne che erano reputate streghe.
Ho dovuto dare qualche notizia sulla derivazione del nome strega per mostrare come la favola della strige, che da uccello notturno si tramuta in una donna, viva tra gli alpigiani della Valtellina. La donna del giöc di Albosaggia, di Morbegno, e non dico di quanti altri paesi della valle, non è nella mente del volgo che una donna che in forma di uccello canta e grida di notte, ma non si lascia vedere, perché quando alcuno le si avvicina essa mette uno strido e vola via. La cabra besola altro non sarebbe che un'anima dannata costretta a cantare la notte in forma di uccello. Nell'alta Valtellina poi non sarebbe che una capra spiritata.”

Interessante quanto riferisce, nella sua monumentale opera sulla Contea di Bormio, Tullio Urangia Tazzoli: il canto lugubre e lamentoso del caprimulengo (cioè il caprimurgo), chiamato in Alta Valtellina "kabrabégiol", è considerato di pessimo auspicio, annuncio di sventure o di morte.
Il sinistro uccello è segnalato anche in Val di Togno, come scrive Ermanno Sagliani in "Tutto Valmalenco" (Edizioni Press, Milano): "Pastori o montanari non sono mai veramente soli poiché, quando si avventurano nei luoghi più solitari della valle, incontrano personaggi soprannaturali, fauni buoni e malvagi, anime di persone senza pace, i cosiddetti "confinàa", animali che sono uomini condannati da sortilegi. Come la capra che s'incontra talvolta in alta Val Torreggio nei dintorni della cima di Corna Rossa e che schernisce i rari viandanti a meno che essi non siano soprannaturali come lei; oppure la "cavra besula", strega in sembianza dì upupa, che di notte svolazza per i boschi ed abitualmente si raduna ad altri uccelli al lago Painale in Val Togno."
Per chiudere proponiamo la lucida e profonda pagina che Ivan Fassin, nell'articolo "Credenze e leggende dell'area orobica valtellinese: un esperimento di interpretazione. L'eredità della dea rimordiale: sopravvivenze della religione arcaica", pubblicato nel Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 61 del 2008 (Sondrio, 2009), dedica alla figura del sinistro animale, ponendolo in connessione con antichissime identificazioni mitologiche che lo legherebbero alla divinità annunciatrice di morte:
"CABRABESULA
Riprendo un passo di M. GIMBUTAS (LD, 209): "Nel folklore irlandese degli ultimi secoli la Messaggera di morte di solito compare come una piccola donna, vestita di bianco o di grigio, ma talvolta è alta, magra e brutta [...]. Compare fuori dalla casa del moribondo [...] ma più spesso agli ingressi della casa, e specialmente alle finestre [...]. La sua presenza non è tanto vista quanto sentita. Il suono è come il grido di un uccello desolato o afflitto, ed è paragonato anche all'ululare di cani o di volpi".
Chiaramente il ruolo attribuito alla 'cabrabegula nelle leggende locali è assai simile a quello qui descritto, e ne risulta confermata la pertinenza mitologica con l'orizzonte della Dea.
Difficile reperire un riferimento preciso all'animale denominato "succiacapre", per la frequente confusione con altri volatili notturni che emettono gridi o strida. Tuttavia la funzione simbolica sembra essere la stessa.
Nell'Enciclopedia dei simboli Garzanti (p. 244): "Sul piano delle credenze popolari il gufo e la civetta hanno un significato negativo, probabilmente per la loro vita notturna [...], la loro asocialità, la silenziosità del volo, e per il loro verso che ricorda il pianto'.

G. L. BECCARIA, I nomi del mondo, Torino 1995, p. 44: "C'è un uccello, il succiacapre, che comincia a cacciare soltanto verso il crepuscolo o durante la notte; caccia gli insetti a becco aperto, con l'enorme bocca che si apre fin sotto le orecchie e che gli consente di ingoiare farfalle notturne molto grandi. Lo si vede soltanto sul far della sera; di giorno se ne resta schiacciato contro il terreno, sdraiato sul petto come un rospo, oppure immobile e appiattito lungo i rami degli alberi [...]. Il nome greco da cui deriva, aigbitalos, che significa 'rondine di notte' fu reinterpretato come ai gotbélas, 'che succhia le capre'. Gli autori greci sono concordi nel pensare che si cibasse del latte delle capre. Anche in questo caso non è tanto la credenza ad aver motivato il nome, quanto il nome ad aver creato la leggenda (...). Grazie alla traduzione latina (caprimulgus 'che munge le capre') la credenza di succhiare vacche e capre si è trasmessa insieme con il nome alle lingue d'Europa".
C. LEVI-STRAUSS, La vasaia gelosa, Torino 1987 (1985) p. 32, parlando di miti sudamericani osserva: "In Europa [...] il succiacapre è oggetto di numerose credenze popolari attestate dai nomi che lo designano e dai significati che queste riflettono H. I nomi del tipo Succhiacapra perpetuano la credenza, diffusa in Europa fin dall'antichità, secondo cui l'uccello svolazza sopra le greggi di capre per succhiarne il latte ed esaurirlo [...]. Da queste denominazioni, come pure da altre - Uccello di morte, Guida di streghe, in tedesco - [...] si delinea tutta una mitologia che evoca le abitudini notturne, il carattere funereo e segreto dell'uccello, il fatto che non costruisca nidi, la sua natura aspra e ingorda [...]"
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STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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