SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Alessandro martire

SANTI PATRONI: S. Alessandro (Traona, Lovero)

PROVERBI

La prima rusada de aóst la rinfresca 'l bosc (la prima rugiada d'agosto rinfresca il bosco - Sirta)
La ràbia de la matina sàlvela per la sira; la ràbia de la sira sàlvela per la matina (la rabbia della mattina rimandala alla sera, la rabbia della sera rimandala alla mattina - Morbegno)
La ràbia de la sira làgala per la matìna
(la rabbia della sera lasciala per la mattina - Rogolo)
L’è mèi crepà che duè pagà (è meglio morire che dover pagare - Tirano)
L’è mèi giütà che cunsiglià (è meglio aiutare che consigliare - Tirano)
Ogni ofelé el fa el so mesté (ogni artigiano fa il proprio mestiere - Teglio)
La beffa e la maravöia se la paga töttä a sto mont
(a questo mondo chi si fa beffe o si scandalizza degli altri la paga tutta - Villa di Chiavenna)
Cur ca sa ben mangiù, al Signùr sia ringraziù (quando si è ben mangiato, il Signore sia ringraziato - Poschiavo)
La boca l’é pìsna, ma 'l ga la fa a maglià prài, camp e cà
(la bocca è piccola, ma riesce a mangiare prate, campi e case - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la memoria di S. Alessandro, rappresentato con un'armatura.

Si celebra oggi la festa patronale di Traona, cui è dedicata la seguente carrellata di storie e leggende. Molte di queste hanno uno sfondo marcatamente religioso. Ne presentiamo tre, di carattere diverso, ma ugualmente significative.
Una delle più note leggende della zona di Traona è quella dei sette fratelli. Ecco la versione più ampia, così come viene raccontata dal morbegnese Renzo Passerini nella bella raccolta intitolata “Gh’era na volta”. Protagonista, una madre di Pianezza, frazione sopra Traona, che viveva nella più profonda miserie e stentava a trovare di che sfamare i suoi sette figli, tutti ancora fanciulli. Potete ben immaginare quale fosse il suo stato d’animo e la sua amarezza, costretta, com’era, ogni giorno a dover rimediare in qualche modo qualcosa da servire alla povera mensa. I sette fratellini erano invece sempre vispi ed allegri, vivaci ed impazienti, insomma non soffrivano certo di malinconia, né, purtroppo, di inappetenza.
Ecco che un bel giorno, uno come tanti altri, si sarebbe detto, la madre si ritrovò come sempre a far fronte al compito di preparare l’unico pasto della giornata. Aveva messo da parte qualche castagna secca ed un pugno di fagioli. Nient’altro. Pensò di preparare, con quelle poche risorse, un “pulentùn”, e mise a cuocere castagne e fagioli. Mentre “tarava” la polenta, aveva il suo bel da fare per tenere buoni i piccoli, che le salterellavano intorno, impazienti ed affamati. Si sa che quando la tensione si accumula, poi basta un nulla perché esploda di botto. E lei faticava sempre più a sopportare quegli scalmanati, che saltavano su e giù come grilli e le riempivano le orecchie con l’insistente ritornello: “Mamma, è pronto? Quanto è pronto? Ho fame!” Provò a raccontare loro delle storie, quelle che lei stessa aveva sentito da bambina. Ma niente, quelli non se ne davano per inteso e proseguivano con l’insistente litania. La madre allora provò ancora a persuaderli: “Fìi i bravi, fiöo, che fuu cöös anca i fasöö” (fate i bravi, figlioli, che faccio cuocere anche i fagioli). Non servirono neppure quelle parole, ed allora la misura fu colma. Con le lacrime agli occhi e con un’aria che più sconsolata non poteva essere, disse: “Se me fìi amò danà me ve mandi fö de cà, e se me ciàpi el magùn via endìi vün per cantùn” (se mi fate ancora disperare vi mando fuori di casa e se mi prende il magone ve ne andate via, uno per parte).
Il magone, a dire il vero, ce l’aveva già. I bambini ammutolirono, presi non da paura, ma da profonda compassione per la madre: d’improvviso avevano capito la sua fatica e la sua sofferenza. Da allora cambiarono radicalmente, divenendo tranquilli ed obbedienti. Polentone dopo polentone, crebbero, conservando il profondo ricordo di quel giorno ed acquisendo sempre più consapevolezza di quanto avessero fatto soffrire la madre. Anche per questo decisero di darsi ad una vita di penitenza, preghiera e meditazione. Ricordando le parole della madre, “via endìi vün per cantùn”, decisero di non stare insieme, ma di dividersi. Ciascuno scelse la vita solitaria dell’eremita in un diverso alpeggio della bassa Valtellina, sui versanti retico ed orobico dei Cech e dei Maroch. Per mantenere vivo il legame erano soliti accendere un fuoco la sera di ogni giorno festivo: era un modo per salutarsi ed onorare insieme la memoria della madre, che li aveva preceduti in cielo. Per molti anni quei fuochi entrarono nel cuore di tutta la gente dei Cech, come un messaggio di profonda fratellanza. Poi si spensero, uno dopo l’altro. Per ogni fuoco spento, però, una nuova stella si accendeva in cielo, a significare la gioia del figlio che riabbracciava la madre, senza più fame, senza più miseria, senza più affanni.
Facciamo ora un vertiginoso salto indietro nel tempo. La figura di Noè è una delle più conosciute della Bibbia. Quando Dio volle punire l’umanità per la sua empietà, progettò di sommergerla sotto le acque di un diluvio mai visto prima, il famoso diluvio universale. Il solo Noè, per la sua rettitudine, meritò di sopravvivere con la sua famiglia, perché il genere umano non si estinguesse. Ricevette, così, l’ordine di costruire un’arca, destinata anche ad accogliere una coppia di ogni specie vivente, salvandola dall’estinzione.
Un’arca è qualcosa di meno di una barca: non c’è solo una “b” in meno, ma anche l’assenza di quegli strumenti, timone e vele, che la possono governare. Per questo Noè potè sì salvarsi dalle acque che sommersero tutte le terre, ma non dirigere l’arca, la cui rotta fu affidata alle mani del Signore.
Ma dove approdò, alla fine? Perché ci fu una fine, e ad un bel momento smise di piovere. La Bibbia non ci dice il luogo in cui l’arca potè toccare la terraferma. Si moltiplicarono, così, ipotesi e leggende. In terra di Valtellina il luogo più accreditato si trova nella Costiera dei Cech, e precisamente nei monti sopra Traona. Salendo ai Prati di Bioggio (che si raggiungono facilmente percorrendo una carrozzabile sterrata che parte da Mello, effettua una traversata, verso ovest, fino alla chiesa di san Giovanni di Bioggio, si inerpica sul fianco montuoso fino ai prati di Aragno, dove lascia il posto ad un sentiero che in breve porta ai prati), lo vediamo bene, diritto sopra il nostro naso, verso nord: si tratta del piazzo della Nave ("piaz de la Naf", o anche "roca de la Naf"), sul culmine di un dosso largo e brullo, nel territorio del comune di Traona.
Cosa fa supporre che proprio qui si fermò l’arca? Un enorme masso levigato, che presenta anche un anello atto ad assicurare l’ancora dell’imbarcazione. Accanto al masso, stava, fino a qualche anno fa, anche un larice rinsecchito, che forse fu d'aiuto nell'approdo: ora è stato tagliato e lasciato poco distante. Il masso ci accoglie proprio sulla soglia del pianoro, o piazzo, in un’atmosfera surreale. La zona è brulla, un po’ desolata (pochi pini, qualche capra curiosa), ma estremamente panoramica e suggestiva. Forse ai tempi di Noè c’era ancora un bel bosco, e forse, guardando con attenzione, potremo scorgere anche noi quei segni nella roccia che, si dice, siano orme impresse dagli animali che scesero dall’arca. Se le cose andarono veramente così, molte specie animali lasciarono, poi, questi luoghi, dove regna, ora, la solitudine, e dove gli animali che più facilmente potremo scorgere sono le aquile, che signoreggiano dai picchi della costiera che separa la bassa Valtellina dalla Val dei Ratti.
Portiamoci, ora, ad un tempo assai più vicino a noi. La chiesa di S. Caterina di Corlazzo (o Corlazio) è, fra le chiese minori, una delle più interessanti, per la sua storia e per i dipinti che vi si trovano, dell’intera Costiera dei Cech. Qualche hanno fa interventi di restauro quanto mai opportuni l’hanno restituita, per quanto possibile, alla sua originaria bellezza. Sorge nella frazione di Corlazzo, a 370 metri, sul versante che si eleva di poco rispetto al fondovalle, sopra Valletta, ad est di Traona.
Le sue origini risalgono, forse, al cuore del medioevo, e precisamente al secolo XII, e si giustificano tenendo presente il progressivo popolamento, in atto dall’alto Medio Evo, del versante di mezza costa a scapito del fondovalle, reso malsano dal suolo paludoso e dalla conseguente malaria. Nacquero così quei nuclei, come Corlazzo, che videro aumentare nei secoli il numero di anime, tanto da far sentire l’esigenza di un piccolo luogo sacro nel quale la loro fede potesse essere celebrata ed alimentata.
La chiesetta di S. Caterina è sicuramente attestata dal secolo XV, nel quale fu visitata anche dal famoso frate predicatore S. Bernardino da Siena (1439).
Dal 1624 officiavano nella chiesetta i frati del Convento di S. Francesco, nella vicina Traona. Il 31 dicembre del 1666 due di costoro, il padre superiore Fra’ Costante Parravicini ed il giovane frate Gian Antonio da Como, si misero in cammino per salire a S. Caterina, non senza difficoltà, perché nei giorni precedenti abbondanti nevicate avevano reso la via assai faticosa. Giunsero, dunque, al ponte sulla valletta che precede di poco la chiesa, ma la neve lo aveva interamente ricoperto, tanto che non lo si vedeva più. Il padre superiore, per stanchezza più che per imperizia, sbagliò nell’indirizzare il piede, lo posò su una cornice di neve che cedette, facendolo precipitare nel vuoto della piccola forra sottostante che il torrente Valle si era scavano in quel punto. Il giovane che lo accompagnava fu preso dal panico e corse via, gridando che si venisse in soccorso dell’anziano superiore. Accorse, dunque, la gente, alle sue grida, e tutti conversero nel luogo della disgrazia. Che disgrazia, però, si rivelò non essere, perché il canuto frate riemerse, fra lo stupore di tutti, sull’altro lato della valletta, risalendo alla strada, interamente asciutto, e lodando Dio per averlo scampato da quella sciagura. Fu così che i frati e la gente poterono intonare il solenne “Te Deum” di ringraziamento, come si fa nella Messa dell’ultimo giorno dell’anno, aggiungendo ai motivi di lode anche la miracolosa salvezza del padre superiore.

Dalle luci della fede alle ombre del male. Di streghe se ne son mai viste in quel di Traona? Come no. Abitavano nel luogo più oscuro che si potesse immaginare, fra i roccioni ed i grossi massi della parte bassa del corso del torrente Vallone. Luoghi che facevan paura solo a pensarsi, oscuri di giorno tanto quanto di notte. Ma non se ne stavano sempre lì. No. Perché erano streghe oltremodo vanitose ed attente al loro aspetto. Far paura va bene, ma mostrarsi orripilanti no. Per questo nelle giornate più luminose uscivano dagli anfratti umidi e bui a stiracchiarsi e scaldarsi su qualche masso esposto al sole. Le vedevi, così, intente a pettinarsi più e più volte i capelli, mai contente della loro foggia. Sarebbero parse matura ed innocue signore, ma non c’era di che farsi illusioni: con un occhio badavano al riflesso dei capelli nell’acqua del torrente, con l’altro scrutavano quel che accadeva un po’ più in basso. Un po’ più in basso c’era una pozza, dove le donne del paese venivano a lavare i panni. Mai sole, però, perché temevano di essere aggredite dalle maliarde, e soprattutto dalla più pericolosa fra loro, la terribile Sciora Sciora, un nome che solo al sentirlo evocava un donnone cupo e sinistro. Certo che non era un bel vivere né un bel lavorare, quello, un occhio ai panni da insaponare, strofinare e risciacquare, l’altro alle streghe appostate poco più a monte.
Venne, così, un giorno in cui una delle donne di Traona, un tipo risoluto e deciso, pensò che fosse tempo di farla finita, ed escogitò questa trappola: si sarebbe presentata sola alla pozza-lavatoio, ma il marito, ben nascosto in una macchia nei pressi del torrente, avrebbe sorvegliato l’accaduto, pronto ad intervenire alla bisogna. Così fece: si portò, fingendosi sola ed annunciandosi con una squillante voce canterina, alla pozza, mentre il marito si appostava, spiando ogni sua mossa. Non ci volle molto perché le streghe, attratte dal canto della donna, si facessero vedere. Dapprima si finsero incuranti, con quel solito pettine in mano a rassettarsi i capelli, poi, constatato che davvero la donna era sola, ad un cenno della Sciora Sciora si gettarono giù a capofitto, avventandosi sull’appetitosa preda (non c’era troppo da sbizzarrirsi nella fantasia per intuire ciò che ne avrebbero fatto). Furono così veloci che quando la donna se ne accorse già le erano addosso: l’afferrarono, con quelle loro grinfie sudicie (effettivamente non si curavano troppo della manicure), e la trascinarono, a viva forza, verso il loro masso, più a monte. La donna gridò e gridò, con quanto fiato aveva in corpo. Il marito, allora, balzò fuori e la raggiunse in pochi istanti. Ora la scena era questa: le streghe tiravano la donna verso l’alto, ma questa aveva puntato i piedi contro il masso e resisteva. Il marito, a sua volta, l’aveva afferrata per le gambe, e la tirava verso il basso. Per fortuna della donna non finì che streghe e marito si portassero via una metà ciascuno: egli riebbe intera la moglie, mentre le perfide megere rimasero con un palmo di naso. Rimasero anche, sul masso, le impronte dei piedi della donna, come segno della sua grande forza e del suo indomito coraggio. Il masso venne, molto tempo dopo (1970) trascinato a valle da una piena del torrente Vallone, e nessuno si premurò più di vedere se le impronte fossero rimaste. Delle streghe e della Sciora Sciora rimase solo il debole brivido di paura che ancora scuote la schiena dei pochi che ancora vivono l’esperienza magica di una favola raccontata.

Ancora su Traona: nella bella opera di don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001, leggiamo:
"Le processioni erano - in parte sono ancora - suppliche solenni che la comunità innalzava al Signore, spostandosi dalla chiesa parrocchiale e percorrendo itinerari tradizionali, per ritornare ancora alla Parrocchia. Che le processioni siano antichissime ce lo assicurano le "stazioni quaresimali", abituali a Roma, dove i fedeli si riunivano in un luogo dal quale partivano verso la chiesa in cui il Pontefice avrebbe celebrati i sacri riti del giorno.
A Traona le processioni tradizionali si svolgevano secondo un calendario, che ora può sembrare sorpassato, ma di cui vogliamo fare memoria. Nelle prima e terza Domenica d'ogni mese la processione col SS.mo attorno alla chiesa parrocchiale.
Solenne si svolgeva, e si svolge, la processione del Corpus Domini, col percorso dalla parrocchiale, piazza, Somagna e ritorno.
Meno ampie come itinerario, si tenevano la processioni della Domenica dell'Ottava del Corpus Domini e nell'Ottava stessa.
In onore della S. Croce, due processioni il 3 maggio e il 14 settembre.
In onore della B.Vergine processione solenne nella festa dell'Annunciazione (domenica dopo Pasqua) e nella festa del Rosario ( la prima Domenica di ottobre)
In onore del Santo Patrono S. Alessandro, processione il 26 agosto o nella Domenica seguente.
Segnalazione particolare merita la Processione del Giovedì Santo, che nella cronaca di Traona ha segnato pagine non propriamente esaltanti, in cui si dovettero annoverare episodi di fanatismo che, per grazia di Dio e per il buon senso della popolazione, attualmente sono appena ricordati.
Rimandiamo alla nota dell'Arciprete Tam, nella relazione della Visita Pastorale di Mons. Valfrè. Aggiungiamo solo, per completezza d'informazione, che il detto Arciprete, nel 1923, fu costretto ad allontanarsi, dopo 27 anni, da Traona, proprio per i disordini seguiti alla processione del Giovedì Santo, in cui invece di andare a "Cercare il Signore", in composta e devota processione, s'era dato luogo ad un tafferuglio tra i "flagellanti" e la polizia, con seguito di fermi giudiziari e di ricoveri all'ospedale.
Le rogazioni.
Altre processioni, più raccolte, erano le ROGAZIONI, il cui motivo devozionale poteva essere riassunto dall'invocazione "Ut fructus terrae dare et conservare digneris, te rogamus, audi nos". Il nostro popolo che dall'agricoltura traeva i mezzi per sopravvivere era motivato a partecipare a queste preghiere comunitarie, invocando le benedizioni celesti sui campi e sui frutti della terra.
Una nota di Don Tam - Santi e Beati in Valtellina - ci illumina sulla devozione delle popolazioni della "Costéra" dei Ceck.
"Chi vuoi godere qualche cosa di poetico e di bello si porti sull'altura di Bioggio la vigilia dell'Ascensione di N. Signore: mentre le campane squillano a distesa, si scorgono da varie parti lunghe strisce di macchie rosse e bianche che si muovono verso uno stesso punto, e da ogni lato risuona il canto supplichevole delle Litanie dei Santi. Sono le Processioni colle donne in costume e coi migliori distintivi delle Confraternite che
da Traona, Cercino, Cino, Mello, Civo, e Roncaglia traggono a S. Giovanni per pregare alla tomba di B. Gennaro nel terzo giorno delle Rogazioni.
Quando tutti sono in chiesa c'è la Messa cantata, poi le varie parrocchie si dispongono all'aperto nei loro posti tradizionali dove, in virtù di certi legati speciali, c'è pane e vino per tutti sedendo a gruppi sull'erba, in agape comune, mentre anche i preti ricevono la refezione dal Prevosto di Meno.
Finito lo spuntino, recitato un De profundis per i loro poveri morti si riprendono i canti e la processione per ritornarsene tutti alle case loro. Scena campestre edificante che ci ricorda le numerose turbe intorno a Gesù nel miracolo della moltiplicazione dei pani "

STORIA
-

AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)