SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Marco evangelista, Franco

SANTI PATRONI: S. Marco (Mantello)

PROVERBI

S'el trona prima de S. Mark l’invernu el se slunga un trat
(Se tuona prima di San marco, l'inverno si allunga di un tratto - Gerola)
Sa 'l truna prima da San March l'invern al sa fa lungh e largh
(se tuona prima di san Marco l'inverno sarà ancora lungo - Poschiavo)
Per San March o l'è nat, o l'è furmàt o nel sach preparàt
(per San Marco - il frumento - o è nato, o è formato o è raccolto nel sacco - Tirano)
Tra s. Màrch e Pasc’quét al vegn un invernét (tra San Marco e Pasquetta viene un piccolo inverno - Bormio)
Tra san March e la Cruseta al vegn una meza inverneta
(tra San Marco e Santa Croce viene un piccolo invernetto - Grosio)
Se 'l truna el dì de S. Mark 'l turna n'drée l'invernu quaranta dì!
(se tuona il giorno di San marco, torna indietro l'inverno, per quaranta giorni - Pedesina)
San March, capu da semenza, chi ha gnamò scumenzù, scuménzia!
(San Marco è il termine per seminare: chi non ha ancora sminato, semini! - Poschiavo)
El giuntà l’è parént del pianc’ (rimetterci è come piangere)
A pagà e a muri s’è sémpri a témp (a pagare e a morire si è sempre in tempo)
Chi ga miga vöia de pagà, tüti i scüsi i va a truvà
(chi non vuol pagare, trova tutte le scuse)
La primavéra tardìva l’è mài vasìva (la primavera tardina non è mai inutile - Tirano)



VITA DI UNA VOLTA

Leggende di Mantello

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria di San Marco Evangelista, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Una volta ad Ardenno il giorno di San Marco si teneva una solenne processione che partiva dalla frazione di Biolo e, dopo una lunga traversata sulla media montagna, terminava alla chiesetta di San Rocco. Qui si officiava una messa in ricordo dei morti durante i periodi di peste (soprattutto durante le epidemie più terribili, quelle del 1629-30 e del 1635), che vennero sepolti nelle selve per evitare l'estensione del contagio.

Si celebra oggi la festa patronale di Mantello. La seguente leggenda vuol essere un omaggio a questo paese posto alle porte della Valtellina, sul limite occidentale della Costiera dei Cech.

Si erano da poco superate le temutissime e strette porte dell’anno Mille quando, nel 1006, l’imperatore Enrico II donò al vescovo di Como la metà del Viscontado di Valtellina. Molte famiglie nobili comasche ricevettero, quindi, l’investitura feudale di quelle terre che erano ancora libere da vincoli e vennero a stanziarsi nella valle. Ecco, quindi, fare la loro comparsa i Lavizzari, i Della Porta, i Greco, i Della Torre di Mendrisio, i Malacrida, i Sanfedele, i Gaifassi. Ecco, anche, i Pusterla. Un ramo della famiglia si stanziò nel borgo di Mantello, e vi edificò una bella dimora, che spiccava, per eleganza, fra le baite ed i rustici di quella fascia montana e pedemontana che proprio nel Medio-evo venne pazientemente e tenacemente piegata alla coltura della vite con le sapienti architetture dei terrazzamenti. Fin qui, nulla di strano.
Poi venne un tempo nel quale l’armonia fra le architetture contadine, segno di tenace fatica, e quelle signorili, segno di solida ricchezza e fortuna propizia, si venne incidendo una fessura, via via sempre più ampia. Mentre la gente viveva secondo quell’umiltà e modestia che erano virtù figlie di necessità, i Pusterla parevano aver dimenticato che dignità e moralità sono pur sempre il segno di autentica nobiltà. Il loro palazzo si era trasformato in ritrovo di spiriti gaudenti, amanti di una bellezza disgiunta dal decoro. Accadeva quasi ogni settimana che qui convenissero, da diversi altri paesi, cavalieri, paggetti, nobildonne, trovandovi sontuosa ospitalità, banchetti allestiti senza risparmio, con musici sempre pronti a diffondere le armonie che allietano la convivialità. Dopo il banchetto, non un pacato ed onesto conversare, non un congedo, ma il momento del ballo. Ora, vi è ballo e ballo. Ma nella maggior parte dei casi questo divertimento non pare essere consono ad un autentico spirito cristiano, e molte sono le leggende che invitano a diffidare di questa tentazione. I Pusterla ed i loro ospiti di questo, però, non si curavano: quando la sera lasciava il posto alla notte, invitavano i musici ad una musica più suadente, più insinuante, più intonata ai balli di carattere neppure troppo velatamente licenzioso. Le leggende non si diffondono mai in particolari che s’intuiscono per logica di cose, e qui non c’è bisogno di aggiungere altri elementi per far comprendere l’immoralità di questi ritrovi. La gente ne era indignata e quasi offesa. Dove il timor di Dio? Dove il rispetto per i suoi comandamenti? L’antica terra benedetta dall’operosità dei frati emuli di San Colombano pareva offesa da quei pagani convegni. Ma dalla diffusa riprovazione i Pusterla non parevano punto toccati. La cosa andò avanti per molto tempo.
Poi, un’estate, accadde quanto alcuni avevano profetizzato. Il cielo si fece scuro anzitempo. Poco prima del tramonto, cominciò a piovere. I Pusterla ed i loro ospiti appena se ne accorsero: già si stavano apprestando a gustare le pietanze allestite per una nuova serata gaudente. La pioggia crebbe d’intensità. Vennero i primi lampi, e tuoni da far tremare anche le rocce sopra il paese. I convitanti ne furono appena scossi, qualche sussulto e qualche risata per il futile spavento, niente più. Il vino scorreva già abbondante, ed era, come sempre, fedele esecutore dell’ufficio suo. Dicono, i contadini, che le burrasche estive sono in genere provocate da streghe, che con artifici e strumenti diabolici rimestano fetide pozzanghere. E quando vien giù la grandine, dicono che nei chicchi più grandi si possono trovare i loro capelli. Ma non è sempre detto che sia così. Il demonio ha grande potere sugli elementi, ma il Signore ha il potere più grande ed infinito, e talora da lui viene la tempesta, da lui la furia degli elementi. La casa dei Pusterla era stata costruita non lontano da una vallecola, che da loro aveva preso il nome. Una valle di poco conto, che non aveva mai dato pensiero. Ma quella notte, proprio quando i musici, accordati gli strumenti, già disegnavano nell’ampio salone della dimora le melodie consuete, proprio quando i primi sguardi complici e maliziosi si incrociavano invitando al ballo, il torrentello si trasformò in una massa scura di fango, tronchi divelti, massi sradicati dalla terra. Un cupo rimbombo scese al paese. Se ne accorsero i contadini, che lasciarono in tutta fretta le modeste abitazioni per correre dal parroco ed invitarlo a suonare le campane a martello. Non se ne accorsero in casa Pusterla, vuoi per l’ebbrezza, vuoi per la musica, vuoi perché quando viene il tempo del castigo il malvagio non può scampare. E nessuno scampò, nessuno, in quella casa, quando l’onda di piena venne giù e la investì in pieno, squarciandola come un telo, proprio mentre l’acuto lamento delle campane fendeva l’aria come voce angosciata che gareggiava con la furia del vento ed il rimbombo del tuono. Fu campana d’allarme, ed insieme campana a morto, perché vennero tutti seppelliti sotto una fiumana di fango e materiale alluvionale.
Era da poco passata la mezzanotte, quando si fece un grande silenzio, ancor più pauroso del fragore. Tutto tacque, in cielo e sulla terra. Solo all’alba i contadini lasciarono le più sicure dimore presso cui si erano rifugiati sull’altro lato del paese, più ad est, ai vicini Torchi, tornando alle proprie abitazioni. Nessuna era stata toccata. Ma, spettacolo terribile e pietoso insieme, della dimora dei Pusterla restava in piedi solo il muro che guardava ad est. Ed allora molti commentarono che quando il male non si redime viene anche il momento dell’ira divina, cui il peccatore non scampa. Da allora questa storia si tramanda di generazione in generazione come monito per coloro che se la ridono di Dio e dei suoi comandamenti. La casa non venne più ricostruita e, col tempo, “etiam periere ruinae”, per dirla con Properzio, anche le rovine scomparvero. Sul torrente, parecchi secoli dopo, nel 1909, venne costruita una centralina elettrica della potenza di 40 cavalli per l’illuminazione del paese e l’industria. Dal torrente era venuta l’oscura rovina, ora veniva la luce. Un’altra parabola delle cose dell’uomo e della natura, su cui meditare.
Una noterella critica, infine. Ogni mostrare è insieme un nascondere. Ed ogni leggenda mostra, dunque nascondendo anche. Vorrebbe, forse, questa leggenda farci persuasi che certi nobili, accecati, probabilmente, dal lusso e dall'orgoglio, non tengono in alcun conto i fondamentali principi della morale. Ma sarà stato davvero così? A legger certe cronache e resoconti delle visite pastorali in Valtellina c'è da dubitare che il cattivo esempio venisse solo dai nobili. A voler restare nel campo dei balli licenziosi, non ne mancavano fra quelli amati dal popolo. Il vescovo di Como Sisto Carcano, nel seicento, si lamenta, in particolare, di un ballo, chiamato "della sbobba", "immodestissimo... che non si può praticare nè essere spettatore senza rischio evidente di peccato grave"; il parroco di Grosio che propose la scomunica per ballerini e suonatori, la giustifica annotando che esso comporta "tanta indecenza e impurità, che muove a vomito". Era diffuso, infatti, a Grosio ed a Bormio, dove l'arciprete arriva a confessare che veniva praticato perfino da ecclesiastici, non del luogo, ma "da altri quando si portano a Bormio per fare il carnevale" (cit. da "Mentalità religiosa e tradizionale..." di Saverio Xeres, in "Economia e Società in Valtellina e nei contadi nell'Età Moderna", edito a cura della Creval nel 2008). Perché, dunque, furono solo i Pusterla ed i loro compagni di licenza a pagare? Non ci è dato saperlo. Così, densa di misteri e di sospesi, è la vicenda umana. Quel che sappiamo, comunque, è che la leggenda della casa Pusterla è riportata nel volume di Aurelio Garobbio "Alpi e Prealpi, mito e realtà", ed. Alfa, Bologna, 1967, pg. 37.

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STORIA

Tullio Urangia Tazzoli, ne "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari” (Anonima Bolis Bergamo, 1935), scrive:
In ogni famiglia bormiese, centro e vallate, nelle lunghe sere di inverno e nelle ore libere si filava e si tesseva il panno delle proprie pecore chè ogni famiglia ne possiede per  quanto modesta che essa sia. Le pecore venivano e vengono lavate due volte all'anno ai bagni comunali, oggi Bagni Nuovi, in primavera ed autunno: poi vengono tosate dai contadini stessi. Parimenti si filava e tesseva il lino che era seminato largamente nelle campagne: oggi non più. Le donne filano e tessono la lana sebbene la tessitura casalinga sia andata alquanto in disuso. In alcune case di Bormio, però, a Piatta (Valdisotto), in Valfurva, a Livigno si conservano e si usano ancora gli antichi telaj (teléjr). Il panno si portava alla gualchiera che esisteva due o tre anni fa solo a Premadio (Valdidentro) e Livigno. Alla gualchiera (fólafolón) il panno viene sodato (fola). L'uso della confezione del panno casalingo è generale nel Bormiese ma nel passato l'uso nè doveva essere assai più esteso e fonte di notevole commercio.
Già sino dal secolo XIII fioriva in Bormio l'arte del tessere che acquistò molto credito al panno bormino. La Comunità, sino da allora, affittava anche una officina di tintoria arredata d'ogni necessario arnese. Gli Statuti civili parlano, diffusamente, dei "tessitori di Bormio dei panni di lana„. Norme minute prescrivono la tessitura e manifattura dei pannilani e le pene relative ai trasgressori. Si stabilisce il modo con cui si deve misurare il panno di lana, di lino ed il canevazzo e le multe in merito. Capitoli speciali regolavano l'esportazione dal territorio del Contado della lana che doveva essere pesata alla pesa pubblica - ponderaretur ad Stateram Communis - e poi doveva pagare il pédagium o speciale tassa di esportazione. Simile procedura seguivasi per le balle di panno. Speciali norme determinavano il valore in moneta del pedaggio della lana e delle balle di panno e le pene pei trasgressori.

Vi era, poi, la "elemosina del panno casalingo „ ai poveri che la Comunità doveva fare nelle Rogazioni di S. Marco ossia il 25 di aprile di ogni anno. I pedaggi della lana e delle balle di panno erano, per quei tempi, abbastanza elevati. Non dimentichiamo che pei costumi del centro e delle valli si faceva largo uso del panno casalingo il quale, tessuto a tre spole con tre fili per dente, era assai ricercato per la sua pesantezza e per la sua robustezza e largamente, come vedemmo, esportato. Ancora oggi ha qualche credito. Il panno era ed è specialmente utilizzato nella confezione della gonna specie delle donne livignasche: nera e fittamente pieghettata alla cintura. Essa ricorda quella delle donne greco-albanesi di Scanno in Abruzzo, circondario di Sulmona. Il velluto in panno o panno rasato era ed è usato negli abiti più di lusso della nobiltà e borghesia ricca.
E giacché parliamo del panno materia prima del vestiario bormiese non sarà inutile ricordarne il costume. Quello più usato in Bormio, con poche varianti nelle valli di Valdidentro, Valdisotto e Valfurva, era il seguente: skuscid - copertura del capo: fazzoletto o sciarpa o scialle di lana (panét de la testa - shàl - scírpa). Le contadine agiate (miséra) usavano un cappuccio di lana o di seta tutto ricci e pizzi.
In valle di Livigno tutti, uomini e donne, vestivano di nero. Come materiale 'di vestiario più in uso adoperavasi, come già dicemmo, il panno ordinario casalingo e per gli abiti più di lusso (specie nella nobiltà e borghesia) adoperavasi il velluto in panno 'o panno rasato. Oggi, quasi a parodia del passato ed a comprova delle cambiate usanze e del tenore di vita nel Bormiese, i vecchi costumi vengono esumati nelle feste carnevalesche.
Le donne di Livigno, si attengono, tuttavia, strettamente alle vecchie usanze e la loro gonna, assai pieghettata, rammenta oltre quella delle donne greco-albanesi di Scanno quelle delle donne di Grosio (Valtellina) sebbene anche colà la caratteristica foggia di vestiario vada scomparendo.”

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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

 

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