SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Clemente papa, Colombano, Felicia, Lucrezia

PROVERBI

Purcèl lèch al végn miga gras (maiale schizzinoso non diventa grasso)
L’acqua che se vö mìnga bév se ghe néga dént (nell’acqua che non si vuol bere si annega – Morbegno)
Chi va piàn va luntàn, chi va in prèsa rìva gnànca a Brèsa
(chi va piano va lontano, chi va in fretta non arriva neanche a Brescia – Albosaggia)
A durmì cùma ‘n sciüchs’divénta ‘n pòo gnüch (chi dorme sodo diventa un po' tonto - Tirano)
I danée i g’à li àli (i soldi hanno le ali - Tirano)
I danée vingiüü al giöch i düra poch (i soldi vinti al gioco durano poco - Tirano)
L'è la vaca insciutàda che la tra la còa e la insciòta anca gli altri
(è la mucca sporca di letame che scodinzola quella che sporca anche gli altri - Grosio)
I rat del mulinér l'è i ultim a murir (i ratti del mugnnaio sono gli ultimi a morire - Grosio)
Chi ga camp da ravi, ga miga malatìa (chi ha un campo di rape, non ha malattie - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Nella prefazione di Remo Bracchi al “Dizionario etimologico grosino”, di Gabriele Antonioli e Remo Bracchi (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio), leggiamo:
"La più arcaica concezione delle malattie che si colga dalla nomenclatura e dai rituali è quella della sua origine per la presenza nel corpo di spiriti del male, in genere raffigurati teriomorficamente.
A Bormio il nome generico delle malattie del bestiame era mòrbi, e dunque doveva sottintendere una sola causa. Il rito assai arcaico della trapanazione del cranio, ancora praticato sporadicamente agli inizi del secolo, doveva servire a far uscire dalla bestia lo spirito inabitante. Esso fu sostituito da quello incruento della segnadùra, una cerimonia solo in parte cristianizzata, risalente ad un primitivo esorcismo. A Grosio mòrbiu è una intossicazione che colpisce i bovini e si manifesta con gonfiori in varie parti del corpo; quando si manifesta nell'apparato mammario può trasformarsi in mastite, che nella Svizzera Italiana si ritiene causata dalle streghe. In Val Verzasca è detta infatti striónc'.
Nella voce infantile bùa "male, dolore" riecheggia vagamente il latrato del cane, come sintesi simbolica di tutto ciò che è negativo. Gridi di animali sembrano celarsi anche in babàu e mamàu che indicano insieme "insetto", "spauracchio" e "diavolo", dove forse ha giocato anche un richiamo totemico ai nomi babbo e mamma, appartenenti al medesimo linguaggio dei piccoli. Per divertire i bambini, a Bormio ci si copre il viso dicendo bàu bàu. Improvvisamente ci si svela gridando sète! A Grosio sèt vale "sorpresa". Si tratta probabilmente del numero magico, capace di rompere l'incantesimo negativo.
Per cacciare il singhiozzo si deve recitare una formula particolare, avvertendo di congiungere il pollice con il mignolo per dare efficacia alle parole. In altre parti si crede che sia necessario giungere fino al termine dello scongiuro senza respirare o che le parole debbano essere ripetute tre volte.
Una malformazione fisica è considerata un contrassegno della divinità, in se stesso ambigua capace di portare felicità o maledizione. Il proverbio consigliava: da già segnati da Dìu tré pas indrìu, da già gòp e da adì zòp cinch e tré òt. I latini chiamavano monstrum qualcosa di "portentoso", da moneo "ammonire, avvertire", perché, attraverso il suo carattere soprannaturale, doveva avvertire circa la volontà divina. Così portentum valeva fenomeno straordinario "teso in avanti" dagli dei. È in base a questa concezione che il gobbo si ritiene fortunato...
La "crosta lattea" è detta sagra, cioè "malattia sacra". Altrove è chiamata benedetta o pagana. Si tratta di due modi diversi di reagire ad una realtà che incute paura: quella dell'eufemismo come "captatio benevolentiae" o quella deprecativa come formula di esorcismo.
Una dizione eufemistica si presenta nel sintagma brut mal per definire "l'epilessia". Altrove anch'essa riceve il nome di male del benedetto. Le denominazioni generiche, sostitutive di quella propria, hanno lo scopo di evitare l'evocazione di una realtà spiacevole, che si renderebbe presente per la forza creatrice della parola.
Spesso la malattia è abbinata al nome di un santo perché la esorcizzi. Così il sanvìt o sanvìz, originariamente "ballo di san Vito", poi semplicemente "persona vivace, irrequieta" e il fóch de sant'Antòni "erpete". Nel sintagma fóch salvàdech "forte prurito provocato dall'acaro rosso delle foglie", l'aggettivo salvàdech sostituisce probabilmente il "pagano" di cui si è appena detto.
Se ad uno starnuto si augurava salute! , è segno che lo si considerava di cattivo auspicio. Anche la formula di scongiuro contro il singhiozzo (sangót) con il suo richiamo alla "vecchia" sembra portarci ad un tempo in cui la frasetta doveva essere di più che un semplice gioco. Altri formulari all'intorno accompagnano il gesto di affidare al fuoco il dente caduto."

Si celebra oggi la memoria di San Colombano, la cui devozione è legata alla zona di Traona, in bassa Valtellina, ed all'alta valle (Valdisotto, Bormio, Valdidentro). Vediamo perché.
La figura di San Colombano è una pietra miliare del monachesimo occidentale. Venuto dall’Irlanda, fondò diversi monasteri nel territorio dell’attuale Francia, prima di scendere in Italia passando dall’attuale Svizzera, nel 612, ed essere accolto con favore dalla corte longobarda, dove la regina Teodolinda era cattolica. Siccome una tradizione fa del castello di Domofole, fra Traona e Mello, la residenza estiva della regina (per questo viene chiamato anche Castello della Regina), la stessa tradizione vuole che Colombano abbia soggiornato per qualche tempo nei pressi di Traona, nel cuore della Costiera dei Cech, prima di tornare in Pianura Padana e fondare il celebre monastero di Bobbio, nel 614.
Portiamoci, dunque, con la fantasia, nel cuore della Costiera dei Ceck, sul versante retico alle porte della Valtellina. Sul lungo dosso che scende, verso sud, dalla cima quotata 2585 metri, fra la cima del Malvedello, ad est, ed il monte Sciesa, ad ovest, a separare la parte alta del vallone di S. Giovanni dall’ampia conca dell’alpe Visogno, stanno tre grandi massi erratici (o meglio, conglomerati di massi), posti, a quota 2021 metri, proprio sulla soglia di un salto, o meglio, nel punto in cui la pendenza del dosso si fa decisamente più marcata. Per questo essi suscitano una curiosa impressione di sospensione, come se fossero lì lì per precipitare a valle, o, anche, come se fossero affacciati a sbirciare sull’ampio versante montuoso a monte di Mello.
Si tratta dei Tre Cornini, perché visti dall’alpe Visogno, sembrano, appunto, tre corni. Vengono chiamati, però, anche Tre Frati, perché, soprattutto se osservati da ovest, sembrano tre figure umane nell’atto di affacciarsi, esitanti, al versante sottostante. Un’antica leggenda, che si intreccia, come spesso accade, con la storia, rende ragione di questa denominazione. Possiamo leggerla nel bellissimo volume di don Domenco Songini “Storie di Traona – Terra Buona”, vol. II" (Sondrio, 2004).
Essa ci riporta ai primi secoli del Medio-Evo, quando il monachesimo occidentale ebbe tanta parte nella cristianizzazione e nell’elevazione spirituale dell’Europa. Fra i campioni di quest’opera di evangelizzazione un posto di assoluto rilievo spetta a San Colombano, robusta tempra di monaco irlandese, nato intorno al 540 nella cittadina di Navan nel Leister. Peregrinò per buona parte dell’Europa, fondando monasteri e xenodochi, e venne anche in Valtellina, con un pugno di monaci che lo seguivano, dopo aver visitato alcune valli dell’attuale Svizzera. Qui fu trattenuto per un certo tempo da Teodolinda, regina longobarda e consorte del re Aginulfo. Mentre costui, come buona parte della sua gente, era ariano, la moglie, cattolica, desiderava convertire i Longobardi alla confessione di Roma, e volle legare a questo suo progetto il grande monaco irlandese. Teodolinda veniva, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno, a soggiornare presso il castello di Domofole, appena sotto Mello.
Colombano si fermò, dunque, per sua volontà, in Valtellina, ma volle conservare lo stile di vita improntato alla più austera ascesi: scelse come dimora una grotta sui monti fra Traona e Mello, vivendo in solitudine, nella mortificazione e nella preghiera. La sera i falò che si accendevano sui monti segnalavano l’ora della preghiera per lui e per i monaci suoi compagni, sparsi in diverse celle o grotte.
Ma la vita di un monaco non è fatta solo di preghiera: accanto all’”ora”, come aveva insegnato S. Benedetto (che era morto più o meno in coincidenza con la nascita di S. Colombano), ci dev’essere il “labora”. Colombano, dunque, come già aveva fatto e avrebbe fatto in seguito, oltralpe e nella pianura Padana, fu attento e solerte promotore della bonifica, del dissodamento, del terrazzamento e della messa a coltura delle terre che gli vennero assegnate dalla regina Teodolinda. In questo suo disegno, che recuperò tanta parte delle terre nella piana di Traona, si avvalse dell’opera dei monaci che lo seguivano.
La fama della sua santità, con suo grande disappunto, non tardò a diffondersi, come non tardarono a diffondersi i racconti degli eventi prodigiosi legati alla sua figura. Si raccontava di una fonte che avrebbe fatto sgorgare miracolosamente da un grosso macigno, di uccelli che gli volavano sulle spalle, di scoiattoli che giocavano ai suoi piedi, di lupi ammansiti dal suo sguardo mite e fermo, e perfino di orsi che condividevano il riposo nella sua grotta. Si raccontava, ancora, a conferma della sua tempra ed inflessibilità tutta irlandese, di quella volta in cui si decise ad accettare, dopo reiterati inviti, l’ospitalità della regina Teodolinda, dopo averle strappato condizioni meno dure per i pastori della Costiera dei Ceck.
Accettò, dunque, di partecipare ad un banchetto, ma volle farlo alla sua maniera. Era tempo di quaresima, tempo di digiuno rigoroso per i monaci. Fu accolto con grandi onori alla mensa regale, nel castello di Domofole, e, come si conviene in questi casi, gli fu chiesto di impartire la benedizione su tutto il ben di Dio che vi era apparecchiato, per la gioia degli occhi e del palato. Possiamo figurarci la sua mano ossuta alzarsi, con gesto lento e solenne, ad accompagnare la formula della benedizione. Ed ecco il prodigio: non più vivande prelibate e ricercate, ma solo umile pane imbandito sulla tavola regale, con sommo stupore dei convitati. Colombano diede a tutti una memorabile lezione di povertà evangelica. Sembra che fra i cibi trasformati vi fosse anche una colomba arrostita, la quale aveva conservato, come pane, la sua forma originaria. Nacque, così, a ricordo del miracolo, l’usanza di celebrare la Pasqua con un pane a forma di colomba, che veniva un poco addolcito per meglio conservare il senso della festa: ecco l’origine della colomba pasquale, in onore di Colombano.
Cosa c’entra tutto questo con i Tre Frati? Un po’ di (monastica) pazienza e lo saprete. Fra i compagni di Colombano ve n’erano tre che ambivano ad eguagliarlo in santità. A Colombano dava fastidio che la gente lo additasse come santo, ma a costoro, di cui non conosciamo il nome, sarebbe piaciuto molto: tanto può la vanagloria nell’erodere dal cuore umano il fertile ma esile humus della fede. Si misero in testa che Colombano conservasse gelosamente un segreto, il segreto della sua santità. Si persuasero, nella loro stoltezza, che bastasse scoprirlo, per allungare, poi, facilmente la mano sulla tanto agognata santità.
Ma come fare? Colombano, nei periodi di ritiro, non voleva vedere nessuno, né essere visto da alcuno. Si trattava di spiarlo, senza però farsi scoprire. Decisero, a tal fine, di raggiungere il poggio che si trova a monte dell’ampio versante sopra Mello: di lì avrebbero potuto sorvegliare tutto quanto Colombano faceva fuori della sua grotta. Si incamminarono e raggiunsero il poggio che avevano eletto come osservatorio. Ora, immaginate la scena: uno di loro, il più titubante, rimase a poca distanza, dietro gli altri due. Il più intraprendente, invece, si affacciò a spiare, e così rimase per qualche istante. Poi si volse per dire qualcosa al compagno, che era rimasto alle sue spalle. Ed ecco il prodigio, la terribile punizione divina per la grave colpa dei tre monaci: i loro corpi furono all’istante tramutati in pietra, proprio nell’atteggiamento sopra descritto, e così appaiono ancora chi li osservi da ovest, da breve distanza: il Frate meridionale si volge a quello orientale, per dire qualcosa, mentre quello a settentrione resta qualche passo indietro. Questa fu la terribile sorte dei loro corpi: quella delle loro anime, solo Dio la conosce.
Per qual motivo Dio fu così severo nel punirli? La lezione era chiara: la santità non è frutto di segreti o trucchi, ma consiste nel lavoro di semplificazione ed assimilazione a Dio, lavoro paziente e quotidiano, come quello che strappa alla terra incolta metro dopo metro la buona terra che offre frutti alle fatiche dell’uomo (il nome stesso di Traona deriva, forse, da “Terra Buona”). La memoria del terribile prodigio si conservò nei secoli, anche se nel ricordo popolare ai monaci si sovrapposero i frati, i Tre Frati, appunto.
Il prodigio ferì profondamente l’animo di Colombano: forse Dio non si voleva limitare a punire la sciocca vanagloria dei monaci, ma voleva dire qualcosa di più. Forse era tempo di lasciare la bassa Valtellina. Un nuovo doloroso episodio lo convinse di questo. Ne fu protagonista uno dei suoi più amati compagni, il monaco Giuliano, che un giorno vide affacciarsi all’uscio della sua grotta due pellegrini sconosciuti, i quali gli chiesero di poter mangiare e dormire nella sua dimora. Il monaco allargò le braccia, desolato: non si erano accorti della sua povertà? Non vedevano che non disponeva di un giaciglio, né di cibo da offrire? I due pellegrini, però, replicarono, con tono di rimprovero: “Non è vero. Guarda bene”. Giuliano si volse e vide sulla sua povera mensa ogni sorta di cibo succulento. Non credeva ai suoi occhi. Stette per qualche istante, incredulo, poi si volse, con aria interrogativa, ai due pellegrini. Ma non vide nessuno sulla soglia della grotta. Uscì fuori per chiamarli: nessuno. Si ricordò, allora, delle parole del Signore nel Vangelo: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare”.

Capì, ma era troppo tardi, e cadde in lacrime: il Signore aveva visitato la sua casa, e lui non lo aveva riconosciuto. Con un grande fuoco chiamò tutti i monaci, raccontando a Colombano, con tono accorato e mesto, l’accaduto. Il grande irlandese ascoltò, pensoso, poi non ebbe dubbi: anche questo andava letto come segno, il Signore voleva che lasciassero la terra di Valtellina. Partirono, dunque, Colombano ed i suoi monaci, alla volta dell’alto Lario, incuranti delle proteste dei contadini e della gente, che avrebbero voluto trattenere quell’eccezionale figura di santo e taumaturgo. Altre missioni lo attendevano, in Pianura Padana ed alle soglie dell’Appennino, dove avrebbe fondato, nel 618, il celeberrimo monastero di Bobbio.
Restò, alle soglie della Valtellina, l’indelebile ricordo dei suoi prodigi e delle sue guarigioni. Restarono, muti testimoni della vamagloria punita, i tre gendarmi di pietra che da secoli si affacciano sul monte di Traona e di Mello.
Ma la devozione al santo non è viva solo a Traona, dove si trova una chiesetta a lui dedicata. Anche in alta Valtellina venne edificata una chiesetta dedicata a San Colombano, ed ha la particolarità, posta com’è a 2484 metri, al passo di San Colombano, di essere la più alta nel territorio della provincia di Sondrio. In realtà la prima chiesa dedicata al santo, già attestata nel Trecento, venne costruita più in basso; l’attuale risale al 1616, e fu, per secoli, meta di pellegrinaggio da parte soprattutto di donne che salivano ad essa da tutti i paesi della Contea di Bormio.
Per saperne di più consultiamo di nuovo il volume sui toponimi di Valdisotto, e precisamente l’introduzione storica di Ilario Silvestri: “A conclusione di questa breve escursione, v'è ancora da ricordare la piccola chiesa di S. Colombano, ricostruita nel 1665 a quasi a 2500 m, non tanto per raffinatezze artistiche quanto per la viva devozione popolare. Si è già detto che la primitiva chiesa intitolata al santo era stata costruita molto più in basso, nella località ora detta Tadé, ma anticamente denominata Rossén. La sua ricostruzione in una fascia assai più in alto è dovuta all'energico processo di cristianizzazione di usi e consuetudini pagane intrapreso dalle istituzioni ecclesiastiche in epoca controriformistica. La leggenda vuole che il tempietto si dovesse ricostruire accanto alla fonte di S. Carlo che sgorga nel pianoro qualche centinaio di metri più in basso rispetto all'odierna collocazione, alla quale le credenze popolari, che affondano la loro origine nella notte dei tempi, attribuivano poteri medicamentosi straordinari. Il santo irlandese avrebbe dovuto far dimenticare le proprietà attribuite dal popolo all'acqua.

La chiesa si costruì poi in cima al dosso che divide la Valdisotto dalla Valdidentro, non tanto perché i buoi aggiogati o i cavalli con la prima pietra si fermarono sul crinale, ma per annullare e sostituire con un culto cristiano non solo la fonte verso Oga, ma anche l'omonima che sgorga sul versante di Valdidentro, sopra il maggengo di Préi. S. Colombano assunse i poteri che le credenze popolari attribuivano all'acqua e divenne un santo dispensatore di fertilità e di rinnovamento.
La sorgente taumaturgica, che il clero nei secoli passati non riuscì del tutto a sostituire con il culto del santo, è stata ora captata per rifornire un ristoro di recente costruzione, cancellando del tutto quella che era pur sempre una nota di poesia. Rimane comunque il toponimo che definisce il pianoro ai piedi del Corno di S. Colombano.”
Un pannello illustrativo nei pressi della chiesetta integra queste informazioni: “Sànte Colombane, fate che i nostri passi non siano invane!” Era questa la preghiera che, salendo scalze in processione, le donne recitavano raggiungendo questa chiesetta. Edificata nel 1616, era in passato meta dei “pellegrinaggi della speranza” delle spose che non riuscivano ad avere figli. Venivano quassù (siamo a 2484 metri) da tutto il contado, persino da Trepalle, dopo aver attraversato la Val Verva e la Val Lia. Ore e ore di cammino erano del resto poca cosa rispetto all’umiliazione a cui le donne sterili, in dialetto spregiativamente dette sc’tèrle o paragonate a un ram séch (ramo secco), erano in passato sottoposte. Si racconta di un uomo di Cepina, salito a chiedere la grazia, a cui S. Colombano regalò un figlio dopo l’altro. Al decimo il buon uomo dovette rifare la processione implorando questa volta “Basta! Sànte Colombane!” perché fosse interrotta la catena di nascite. Tanta grazia veniva ripagata con una sincera devozione. Ne sono prova le bamboline e le numerose tavolette ex voto conservate nella chiesa, sulle quali sono rappresentate donne in ginocchio ai piedi di S. Colombano che ascolta e accoglie le richieste a braccia spalancate.
Perché ci si rivolgesse proprio al santo irlandese resta però un fatto in buona parte misterioso. In nessuna altra zona, italiana o straniera, sono documentati a suo favore poteri di guarigione contro la sterilità. Una spiegazione di ciò si può forse trovare nell’ambiente circostante la chiesa. Poco distante da qui sgorga una fonte, intitolata a S. Carlo, a cui i contadini locali attribuivano poteri miracolosi: probabilmente questa credenza è l’eco di un antichissimo culto pagano delle acque che il cristianesimo, nonostante gli sforzi, non riuscì a scalzare; venne perciò assimilato con l’astuto escamotage di attribuire le virtù della fonte al santo.

È possibile però avanzare anche un’altra ipotesi sul nesso fra S. Colombano e la “guarigione” delle donne sterili: si racconta che la madre del santo, in attesa della sua nascita, abbia visto un sole uscire dal suo seno per recare al mondo una grande luce. San Colombano sarebbe dunque il figlio che reca luce per eccellenza: il passaggio da qui al santo che dona la grazia di avere figli, che sono per ogni madre luce degli occhi, forse non è troppo forzato.
Sul medesimo tema, ecco quel che si legge nel bel volume di L. Fumagalli, M. Gasperi e M. Canclini "Valdidentro - Storia, paesi, gente", edito da Alpinia Editrice: "La fecondità era ritenuta una grazia della "provvidenza", mentre al contrario la sterilità era simbolo di punizione. Emblematico il commento maligno della gente del villaggio di Semogo, a proposito di una donna che non dava alla luce dei figli: "Al vòl dir che al Signor al vòl gnènca laghér la raza". Significa che Dio non vuole che di quella famiglia si formi discendenza. In senso spregiativo, una donna che non aveva figli era definita sc'tèrla, ossia sterile, mentre l'uomo era marchiato col termine sc'terluch. L'impossibilità di avere figli veniva combattuta anche con la preghiera e la devozione a san Colombano. Le coppie che avevano difficoltà a procreare si recavano in pellegrinaggio fino alla sperduta chiesetta in cima alla montagna, dedicata al santo monaco irlandese. Si racconta che un abitante di Premadio, per avere figli, si recò pregando a piedi scalzi dal suo villaggio alla soglia di quella chiesa e il suo desiderio fu talmente esaudito che sua moglie in seguito portò alla luce ben sei pargoli. Tra le molte anche una coppia di Isolaccia che non aveva figli si spinse, sempre a piedi scalzi, dal piccolo paesino della Valdidentro fino a San Colombano per chiedere la grazia. Un'altra donna di Isolaccia, dopo essersi recata fino alla chiesa partendo a piedi scalzi da Sughét (frazione tra Premadio e Isolaccia), ricevette la grazia riuscendo a partorire otto figli. Questa diceva scherzosamente in giro che era pronta a ripartire verso la cima della montagna per chiedere una seconda grazia, quella che fosse interrotta la magnanimità di San Colombano."

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
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Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)