SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Giorgio martire

SANTI PATRONI: S. Giorgio (Cino, Montagna in Valtellina)

PROVERBI

Giurgèt, Marchèt, Crusètt tri invernett
(san Giorgio, San Marco e Santa Croce, tre piccoli inverni - il 23 aprile, il 25 aprile ed il 3 maggio ricorrono spesso giornate fredde - Ponte in Valtellina)
A S. Giorg la spiga la sporg (A San giorgio la spiga sporge dal terreno - Tresivio)
Al vegna Pasqua quand al n'a vöia che S. Giorg el mena la föia
(venga la Pasqua quando vuole, che S. Giorgio porta le foglie - Mello)
A san Giòrsc tücc i porsc
(a san Giorgio vanno a messa tutti i porci, cioè anche i meno devoti - Montagna in Valtellina)
Marz pulvarént, avril lagrimént, tanta segal e tant furmént
(marzo polveroso ed aprile lacrimoso, tanta segale e frumento - Poschiavo)
I ufelée cugnùs tücc al so mestée (tutti gli artigiani conoscono il proprio mestiere - Tirano)
Chi ‘l se conténtà al góot (chi si accontenta gode - Villa di Chiavenna)
La man destra l'é la serva da la sinistra (la mano destra è serva della sinistra - Poschiavo)

Leggende di Cino

VITA DI UNA VOLTA

Ricorre oggi la festa patronale di Cino, delizioso paese posto sul margine occidentale della solare COstiera dei Cech, alle porte della Valtellina. Come omaggio a questo paese, riportiamo una bella leggenda, a sfondo storico, che lo riguarda..
C’è un’antichissima inimicizia fra gli abitanti della Costiera dei Ceck e quelli che vengono di solito chiamati “Grigioni”, vale a dire i soldati ed i funzionari delle Tre Leghe Grigie, costituitesi sul finire del Medio-Evo: la Lega Caddea, con capitale Coira (1367), la Lega Grigia, con capoluogo Ilanz (1395) e la Lega delle Dieci Giurisdizioni, con capoluogo Davos (1436). Le Tre Leghe si unirono nel 1471 in un’unica Repubblica indipendente (solo molto più tardi, all’inizio dell’Ottocento, confluirono nella Confederazione Elvetica).
Pochi anni dopo il loro sguardo cadde sul versante retico che guarda a meridione, cioè sulle valli della Mera e dell’Adda, possesso del Ducato di Milano. Era per loro di fondamentale importanza economica, oltre che militare, poter controllare quelle valli, e con esse i commerci fra la pianura Padana ed i territorio di lingua tedesca. Così si appigliarono ad un preteso lascito dei Visconti al vescovo di Coira e reclamarono per sé le valli, occupando militarmente la Valchiavenna e la Valtellina da Bormio a Sondrio, nel 1486. La Costiera dei Ceck non vide ancora alcun soldato grigione, ed anche Valtellina e Valchiavenna vennero ben presto sgomberate, dopo la pace di Ardenno del medesimo anno. All’inizio del secolo successivo si impadronirono di Milano e della Valtellina e Valchiavenna i Francesi, che si resero invisi ai valligiani per il loro comportamento prepotente e predatorio.
Per questo nel 1512, vinti temporaneamente i Francesi, l’insediamento dei Grigioni (che occuparono Valchiavenna, Terzieri di Valtellina e Bormiese a titolo di compenso per aver aiutato il pontefice Giulio II nella Lega Santa) al di qua del versante retico non fu visto troppo di malocchio dalle popolazioni locali. Ma nella Costiera dei Ceck le cose stavano un po’ diversamente, forse perché era ancora vivo l’oscuro sentimento dell’origine franca della popolazione della “Costéra". Fatto sta che tre anni dopo, nel 1515, alla notizia della disfatta delle truppe Grigione nella Battaglia di Marignano, ad opera dei Francesi, un fermento percorse i paesi dei Ceck: Traona e Caspano si posero in prima linea nel moto di ribellione e strapparono le insegne dell’”odiata cavra”  (cioè dello stambecco nello stemma delle Tre Leghe Grigie).
Non li seguirono gli altri Valtellinesi, li punirono duramente i Grigioni, che tennero saldamente nelle loro mani la valle: i capi della rivolta vennero imprigionati, i paesi ribelli furono multati di 3000 fiorini e le loro cantine prosciugate del vino vecchio e nuovo. Di qui, probabilmente, nacque, come nomignolo di scherno, quello di “Ceck”, affibbiato agli stolti partigiani dei Francesi e del loro re Francesco I (soprannominato, appunto, “Cecco”) dai convalligiani dell’opposta sponda orobica. Di qui, anche, il solco ancora più profondo che si scavò fra Grigioni e popolazioni dei Ceck.
Ora dobbiamo compiere un balzo di oltre cent’anni in avanti, trasportandoci al tragico 19 luglio 1620, quando i cattolici Valtellinesi insorsero contro i protestanti (uccidendone oltre 300) e la dominazione dei Grigioni, sospettati di voler favorire la diffusione dell’eresia in Valtellina. La rivolta sorprese i Grigioni, che furono all’inizio sopraffatti; la loro reazione, però, non si fece attendere: agli ordini dei capitani Michele Finer e Giacomo Ruinella un contingente grigione calò in Valchiavenna e passò in bassa Valtellina, occupandola fino a Traona ed al ponte di Ganda, mentre un forte nucleo di circa 1200 uomini calava dalla Valmalenco ed occupava Sondrio. Si colloca in questo contesto la storia che ora andremo a raccontare. I soldati Grigioni dal fondovalle risalirono ai paesi di mezza costa, Mello, Cercino e Cino.
A Cino vivevano, allora, un centinaio di famiglie, tutte cattoliche. Molte di loro, all’annuncio dell’arrivo di truppe grigione, in atteggiamento, si poteva supporre, tutt’altro che amichevole, avevano trovato rifugio su maggenghi ed alpeggi (molte, peraltro, erano già lì, essendo la fine di luglio). I soldati delle Tre Leghe, dunque, lasciata una piccola guarnigione in paese, proseguirono la loro marcia verso il monte, determinati ad estorcere alla popolazione cattolica un pesante risarcimento per la sanguinosa ribellione che aveva messo in discussione la loro potestà sui Terzieri della Valtellina. Si poteva ben immaginare cosa avessero in animo: se le cose fossero andate bene, si sarebbero limitati a depredare vino (e già iniziavano a farlo in paese), fieno e formaggi. Ma nulla assicurava che non si sarebbero spinti oltre, nelle angherie e nelle violenze alla popolazione pressoché inerme (nessun armato dell’improvvisato esercito Valtellinese messo in piedi dal capitano Giacomo Robustelli stazionava, infatti, su quei monti).
Il sentiero del Caslètt, cioè l’antica mulattiera per i Prati dell’O, il primo dei maggenghi a monte di Cino, partiva allora dal Pian dell’Asino, poco ad ovest di Cino. Per arrivarci, bisognava passare dalla località Gorla, dove, a quel tempo, si trovava il cimitero del paese. Ora, sentite bene quel che accadde in quelle ore convulse. Alcuni abitanti di Cino, in fuga dalle proprie case, avevano aperto le porte del cimitero, gesto che significava una richiesta di aiuto rivolta ai defunti che lì riposavano. Cimitero significa luogo del riposo, luogo in cui si dorme. Ma il sonno non impedì alle anime dei defunti cinensi di raccogliere l’appello disperato dei vivi. Vennero fuori, dalle tombe, non sappiamo bene se in forma di spirito o più concretamente di corpo. Era il crepuscolo, e vennero fuori per opporsi all’avanzata della soldataglia dei Grigioni. Fu una vera agonia, un combattimento, cioè, non fra morte e vita, ma fra morti e vivi. E, come accade sempre nelle agonie, furono i morti ad avere il sopravvento: non sappiamo precisamente come, se, cioè, con l’arma del terrore o con la forza del braccio, ma i morti poterono tornare al loro sonno dopo aver messo in fuga i nemici del paese, che se la diedero a gambe levate, scendendo al piano, qualcuno davvero…ingrigito per lo spavento provato. Si raccolsero, quindi, al ponte di ganda, dal quale furono successivamente sloggiati dagli insorti valtellinesi.
Torniamo, però, in quel di Cino. Mentre gli spiriti degli antenati dei cinensi sbarravano la strada al grosso dei soldati grigioni, un manipolo di questi, un’avanguardia, già si era incamminato alla volta del maggengo e quindi non era stato impegnato in battaglia. Salivano, ignari e baldanzosi, decisi a dare una lezione memorabile a quei contadini papisti che nulla avevano fatto per impedire l’oltraggio al potere delle Tre Leghe. Le prime ombre della sera già salivano dalla valle, quando si affacciarono alla soglia occidentale dei prati, decisi a ritemprarsi delle fatiche con un alloggiamento forzato nelle baite del maggengo. La notizia del loro arrivo li aveva, però, preceduti, ed i contadini del maggengo, aiutati da quelli che erano scesi dall’alpe Bassetta per dar loro man forte, non se ne erano stati con le mani in mano. Le donne tenevano in mano i loro rosari, perché la preghiera è sempre un ausilio potente, mentre gli uomini si davano da fare per barricare gli usci delle baite e nascondere nel bosco vino e vettovaglie.
Alcuni fra loro, però, erano corsi al vicino maggengo dei Nestrelli, posto più o meno alla stessa quota, ma più ad est. Non si trattava di una fuga: lì viveva, infatti, un mago potente e rispettato, il mago Nestrelli. Potente perché di magie di cui era stato artefice se ne raccontavano davvero tante, una più strabiliante dell’altra. Rispettato perché non aveva mai usato i suoi poteri per nuocere ad alcuno. Accolse i contadini trafelati senza sorpresa: già sapeva, già sapeva tutto. Li rassicurò con il suo sguardo profondo, poi scomparve alla loro vista: prima ancora che avessero potuto chiedersi cosa succedeva, era già ai Prati dell’O. Quel che accadde rimase per sempre scolpito nella memoria dei presenti, che ne parlarono fino alla fine dei loro giorni, ed i loro figli ai figli, e questi ai figli dei figli.
I soldati Grigioni, spavaldi, sguaiati, già pregustavano il terrore dei contadini, quando si videro di fronte, improvvisa apparizione fra sé e le baite, la figura arcana del mago, con un mantello ampio e fluente, un cappello a punta leggermente ripiegato su un lato, la barba candida e quasi luminosa nella penombra della sera, gli occhi come bracieri ardenti. Non ebbero il tempo di dire nulla, né disse parola il mago, che si limitò ad alzare entrambe le mani in alto, con le dita protese come rami scuri contro il cielo che imbruniva. Spirava una leggera breva, quell’alito di vento che proviene dal lago. Cessò, anch’essa, in un silenzio profondissimo ed irreale. I contadini spiavano, dalle finestre delle baite. Contro il cielo, dove ancora non si era spento del tutto l’ultimo bagliore del sole tramontato, si stagliava la figura potente del mago, immobile, con le braccia levate. Dal silenzio parve, poi, emergere un suono indistinto, assai simile ad un lamento. Durò qualche istante, poi più nulla, sparì, come inghiottito dalla notte incombente. Sparì anche il mago.
Nessuno osò uscire dalle baite prima del far dell’alba. I primi che misero fuori il naso non videro alcuna traccia dei soldati. Tutti pensarono che se la fossero data a gambe levate e tirarono un gran respiro di sollievo. Solo dopo ci si accorse che sul limite del bosco, al Gag, erano comparsi alcuni alberi mai visti prima, alcuni enormi pini (tiùm), di cui non ci si sapeva dar ragione. Solo in seguito si capì: quando, infatti, il vento schiaffeggiava i loro grandi rami, produceva un suono che gli abitanti del maggengo avevano già udito, quella sera di fine luglio, il lamento dei soldati Grigioni che erano stati tramutati proprio in quei pini. E da allora nessuno osò più neppure toccarli.
La storia dei rapporti fra Cino ed i soldati Grigioni non finì, però, qui. Per qualche anno, dopo la battaglia di Tirano, dell’11 settembre di quel medesimo 1620,  la Valtellina fu nelle mani degli insorti e di un contingente di truppe pontificie. I retici, con l’appoggio delle armi francesi, tornarono, però, sotto il comando del marchese di Coeuvres, occupando, nel febbraio del 1625, Traona, Cino, Mantello, Dubino e Sorico. Mentre Dubino, Ferzonico, Cantone e Monastero dovettero alloggiare la cavalleria francese e veneta, mentre a Traona toccò l'onere davvero gravoso di ospitare le compagnie del Voubecourt, Cino si vide assegnare i soldati di Zurigo. Non mancarono, come sempre accade in questi casi, violenze e soprusi, tanto che il Coeuvres fece innalzare, nel piano di Traona, una forca alla quale appese i soldati che si erano macchiati dei crimini più odiosi. Nessuno soldato osò, però, esercitare violenza sulla popolazione di Cino, o, ancor meno, salire ai maggenghi.
Lo stesso accadde una decina di anni dopo, nella primavera del 1635, quando Cino dovette sobbarcarsi l’onere dell’alloggiamento di alcuni reparti Grigioni al comando del celebre duca di Rohan, che aveva posto il suo quartier generale a Morbegno. Il ricordo di quanto accaduto quindici anni prima protesse, probabilmente, il paese ed impose ai soldati occupanti un sano timore. A riprova di ciò si può citare una grida del duca, che ingiungeva agli abitanti di Traona fuggiti sui maggenghi di Bioggio e dei Prati di Bioggio, di tornare alle loro case e di denunciare quanto possedevano, per sottostare alle requisizioni necessarie per il sostentamento dell'esercito franco-retico, pena la distruzione delle abitazioni stesse. Non vi sono citati i maggenghi di Nestrelli e dei Prati dell’O, evidentemente perché a Cino nessuno aveva sentito la necessità di fuggire.
Oggi i venti di guerra sulla bassa Valtellina sono un remoto ricordo consegnato ai libri di storia. I tiùm, invece, sono ancora lì. Qualcuno, forse, riuscirà a sentire ancora, nella voce dei loro rami percossi dal vento, un antico disperato lamento.

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Ricorre oggi anche la festa partonale di Montagna in Valtellina, terra ricca di fascino ma anche di mistero. Le seguenti leggende stanno ad attestarlo.


Ogni valle ha i suoi misteri. Quella del Davaglione ne è particolarmente prodiga. Il più famoso è legato all'epica sfida fra il diavolo ed il canonico di San Giovanni. Nelle leggende la figura del diavolo appare sotto una duplice veste. Da un lato si mostra come il Principe delle Tenebre, l’artefice primo dei danni materiali e spirituali che affliggono l’umanità, il signore cui recano omaggio le varie creature che la paura popolare ha immaginato nella schiera degli esseri malefici, prime fra tutte le streghe. Dall’altro viene presentato come una figura dai tratti più sfaccettati, nel linguaggio contemporaneo si direbbe un perdente, che vede sfumare miseramente i suoi progetti, ed alla fine, magari, sembra più un povero diavolo che un terribile artefice di male.
E’ questo il caso del diavolo del Davaglione, o di San Giovanni, la bella località che si trova, a 1000 metri di altitudine, fra i boschi del versante occidentale della valle del Davaglione, sopra Montagna in Valtellina, a 7 km dal centro del paese. A San Giovanni (san giuàn, frazione un tempo assai popolata: contava 122 abitanti nel 1861) si trova una graziosa chiesetta quattrocentesca, il cui campanile si può scorgere anche da lontano, perché si erge al di sopra della linea di larici ed abeti. La chiesetta, dedicata a San Giovanni Battista, venne poi restaurata in due successivi momenti, nel Seicento e nel 1707, e mostra, sul lato destro della facciata, un affresco tardo cinquecentesco, che raffigura il battesimo di Cristo, episodio evangelico che riguarda, appunto, San Giovanni Battista. Questo raccontano le cronache ed i documenti ufficiali.
Una diffusa leggenda popolare, però, (riportata nell'articolo "Geologia spicciola del Davaglione...", di Guiscardo Guicciardi, in "Rassegna Economica della Provincia di Sondrio, 1976) aggiunge alcuni particolari suggestivi. Pare che l’edificazione di questa chiesa fosse un evento così significativo, che il diavolo chiese a Dio di potervi contribuire. Non gli fu detto di no, ma gli venne posta una condizione ben precisa: doveva portare a valle il masso più grande del “gandon de Mara”, cioè della grande ganda che si stende, nell’alta alpe di Mara, ai piedi del versante meridionale dell’omonimo corno. Non solo, ma doveva portarlo sul sagrato della chiesa prima che ne venisse ultimata la costruzione e che suonassero le campane della cerimonia di consacrazione. Non era una condizione da poco, perché il masso era assai pesante, ed anche un diavolo ha il suo bel daffare per caricarselo sulle spalle e portarlo giù, diverse centinaia di metri più in basso. Ma il diavolo non si perse d’animo, cercò il masso, se lo mise in spalla e cominciò a scendere sbuffando.
Aveva calcolato male i tempi: quando giunse, non fece neppure in tempo a deporre a deporre il macigno, che le campane cominciarono a suonare, annunciando la consacrazione della chiesa, già bell’e terminata. Rimase, è proprio il caso di dirlo, scornato, perché, alla fatica inutile che aveva fatto, si aggiungeva la figuraccia di fronte a tutte le autorità che erano convenute per l’occasione. Il diavolo, si sa, non è anglosassone, e quel giorno perse veramente le staffe. Immaginate la scena: divenne ancor più rosso per l’ira e l’umiliazione, con quel macigno che aveva ancora sulle spalle, e, dopo qualche istante di smarrimento, lo scagliò con violenza sul sentiero. Poi, un po’ per l’ira, un po’ per lo sconforto, cominciò a piangere, e pianse, e pianse tanto che le lacrime formarono veri e propri ruscelli, che scesero giù, nel cuore della valle del Davaglione. Ma la terra si ritraeva al loro passaggio, per cui si formarono tante piccole guglie di terra, che ancora oggi si possono ben osservare, proprio al centro della valle.
Una diversa versione della leggenda racconta che la posta in gioco della scommessa era l'anima del curato; quando, poi, il diavolo dovette constatare la propria sconfitta, pare non si sia limitato a piangere (cosa, peraltro, poco consona ad un diavolo), ma abbia sfogato tutta la sua cieca rabbia vomitando e defecando. Quindi i calanchi della valle del Davaglione non sarebbero stati scavati dalle sue lacrime, bensì, molto meno romanticamente, da altro materiale organico; per questo vengono chiamati "cagadüsc del diàul" o "recadüsc del diàul".
Esistono altre versioni ancora: secondo una terza versione, il diavolo strinse un patto con il Padre Eterno: avrebbe dovuto portare dalla ganda di Mara un masso enorme giù fino alla chiesa di San Giorgio, prima del suono delle campane. Se lo caricò, dunque, sulle spalle e scese, fino all''Acquetta ed a Ca' Credaro. Pensava ormai di avercela fatta, perché era giunto in vista della chiesa, ma proprio allora le campane suonarono l'Ave Maria, ed egli dovette tornarsene, scornato, verso il monte, finché, spossato, abbandonò il masso nel cuore della valle del Davaglione.
Una quarta versione, riportata da Raul mattaboni nella raccolta dattiloscritta "Leggende delle nostre valli", curata dalla Scuola Elementare di Piateda (1976), mentre si costruiva la chiesa di S. Giovanni, il diavolo si presentò al parroco pregandolo che glie ne cedesse una parte. Il parroco rifiutò, ma il diavolo insistette, tanto che questi, per tagliar corto, gli propose una scommessa: il diavolo doveva portar giù dalla ganda di Mara il masso più grande prima che la Messa, che si accingeva a celebrare, giungesse al momento più sacro, quello della consacrazione. Il diavolo accettò e, con granzi balzi, volò, quasi, alla ganda di Mara, mentre il sacerdote indossava i paramenti, sicuro che la provvidenza divina non avrebbe permesso che parte della chiesa finisse in mano a Belzebù. Così, proprio mentre il sacedrote usciva dalla sacrestia con i chierichetti, per iniziare la Messa, il diavolo individuava, fra i pietroni della ganda di Mara, il più grande, e se lo caricava sulle spalle. Il masso aveva un peso del diavolo, si può ben dirlo, e la sua discesa fu assai più lenta della salita.

Intanto la Messa andava avanti: terminata la liturgia della Parola, il parroco tenne la sua omelia, senza però tirarla troppo in lungo, per evitare la beffa di perdere la scommessa. Ecco, quindi, l'Offertorio e l'inizio della Preghiera di Consacrazione. Il diavolo era ormai al sagrato della chiesa e, sbuffando, si accingeva ad entrare trionfante, quand'ecco che il suono argentino dei campanelli, nelle mani dei chierichetti, annunciava l'Elevazione e quindi la Consacrazione. Per un soffio, dunque, il diavolo aveva perso. La reazione di stizza la conoscete già: il masso fu scagliato, con rabbia, più in basso, nel cure della valle del Davaglione.
E il masso? Una grosso frammento, che reca ancora l’impronta del diavolo, finì proprio in cima ad una di queste piramidi di terra, e lì sta ancora, in una posizione curiosissima, quasi impossibile, a mo’ di cappello. Possiamo facilmente andarlo a visitare, anche se del diavolo non troveremo più traccia, perché da allora, forse per la vergogna, sembra non si sia fatto più vedere da queste parti.
Da San Giovanni dobbiamo imboccare la strada asfaltata che si dirige verso est, cioè verso il torrente Davaglione, che attraversa su un ponte, per poi scendere, sul versante opposto, ad intercettare la strada che da Montagna sale all’alpe Mara. Lasciamo l’automobile nei pressi del ponte ed incamminiamoci su un sentierino sulla sinistra del torrente. Superiamo una prima briglia, poi, a breve distanza, una seconda. Ora prestiamo attenzione: appena sopra la seconda briglia, guardando sul versante boscoso della montagna alla nostra sinistra, ci apparirà, improvviso e sorprendente, il “Crap del Diaul” (chiamato anche "funch del diàul", cioè fungo del diavolo, per la sua caratteristica forma, o anche "capèl del diàul" e "pilùn"). Il masso non è grande, ma poggia su una piramide di terra di circa quattro metri, e l’effetto è davvero curioso, anche perché è circondato da un bel bosco, e non da terreno brullo o terroso. Ci sono diverse altre piramidi di terra, ma sono più a monte, e da qui non si vedono (possono, invece, essere osservate percorrendo la strada per l’alpe Mara).

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Dal diavolo, l'operatore del male per eccellenza, a coloro che ne seguono le orme: di questo parla la leggenda del mitico Regno del Tartano, che godeva, in un tempo lontano, di una particolare floridezza, grazie, soprattutto, al pregiato vino prodotto, che veniva venduto ai mercanti del Nord.
Ora, sentendo parlare di Tàrtano si penserà che si tratti della celebre valle orobica in bassa Valtellina. Non è così. C'è un Tartano (tàrten) anche in quel di Montagna: si tratta di una località al piano, dove sfocia l'omonima valletta del Tàrten, la quale, sua volta, raccoglie le acque della valle dell'orco (val de l'òrch, anch'esso nome che evoca risonanze sinistre) e di quella di Ca' Magìn. Una vallecola solo all'apparenza inoffensiva: abbondanti e prolungate precipitazioni possono, infatti, ingrossarla e farla straripare, tanto che a più riprese ha scaricato detriti alluvionali nei boschi e nei prati adiacenti alla località del Tartano, fino agli anni settanta del secolo scorso, quando le sue acque sono state incanalate in tubi sotterranei.
Ma se torniamo al nostro antichissimo tempo mitico, allo sbocco della valletta vi era lo splendido regno del Tartano. Come tutte le cose belle, venne però anche per questo regno il momento del tramonto. Ma non fu, a voler essere precisi, un tramonto, bensì un’improvvisa e tragica scomparsa, legata alla frivolezza ed all’empietà dell’ultima regina. Costei si recava, nelle festività comandate, a sentir la messa nella chiesetta di San Rocco: era un’abitudine cui non avrebbe mai rinunciato, quasi un vezzo. Per questo motivo aveva ordinato al sacerdote che la celebrava di non iniziarla prima del suo arrivo, anche se avesse dovuto, per qualsiasi motivo, tardare.
Ed il giorno del ritardo venne, per un motivo, peraltro, banale. Diluviava, infatti, quella domenica, e la regina, che non era certo abituata alle situazioni di disagio, non si risolveva a lasciare la sua reggia, per paura di bagnarsi. Attese, quindi, che spiovesse, prima di mettersi in viaggio con la sua corte. Aveva, però, accumulato un ritardo così consistente, che il sacerdote, vuoi per rispetto dei fedeli convenuti, vuoi per rispetto della sacralità della S. Messa, ad un certo punto si era deciso a celebrarla anche in sua assenza. Quanto la regna giunse e constatò che era già stato pronunciato l’”ite missa est”, l’antica formula con la quale si congedavano i fedeli, andò su tutte le furie. Interpretò la disobbedienza del sacerdote come un vero e proprio delitto di lesa maestà, e la pena, in questi casi, non poteva essere che la morte. Non fu celebrato neppure il processo: il sacerdote, per ordine della regina, venne messo a morte prima che giungesse la sera di quella tragica domenica.
Ma il gesto, empio ed ingiustificato, non fu privo di conseguenze. Sul far del tramonto, il cielo cominciò ad oscurarsi, si fece nero come la pece e scaricò sul quel disgraziato lembo di terra un vero e proprio diluvio d’acqua, neppure lontanamente paragonabile a quello che la mattina aveva creato tanta apprensione nella regina. La valletta del Tartano si gonfiò tanto da diventare un torrente in piena, che, con la furia delle sue acque scure e devastanti, trascinò con sé massi, terra, tronchi. Tutto questo materiale venne scaraventato giù, verso il piano, e travolse lo sventurato regno, la sua crudele regina ed i suoi infelici abitanti. Di tanta prosperità e bellezza non restò, dunque, nulla più che il ricordo, che, come monito, è ancora vivo nell'immaginario dei più anziani.

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Per completare il quadro delle presenze inquietanti in quel di Montagna, non possiamo lasciar fuori le streghe, che, pare, siano di casa in Val di Togno (valle, che, peraltro, merita un discorso a sé, dal momento che, a quanto si narra, ospiterebbe macabri banchetti notturni e ridde delle anime dei sondriese crapuloni e gaudenti, oltre ad un inquietante e disumano urlo attribuito ad uno smisurato gigante). Alla vicenda di una strega rimanda però anche il "crap de la vèggia" (roccia della vecchia), poco a valle rispetto alla chiesetta di S. Maria Perlungo. Spostandoci più ad est, dobbiamo menzionare una valle dell'orco (val de l'orch), che confluisce nella valle del tàrten, di cui sopra abbiamo detto, e che rimanda ad una delle più classiche figure del terrore ("orco" da "ogre", "Ungaro" - con riferimento alle terribili razzie degli Ungari nel secolo X - o da "orcus", regno dei morti, le cui porte, rappresentate dalla bocca spalancata di mostri orrendi, si trovavavno nel profondo dei più oscuri baratri?).

Ancora più ad est, nel cuore della valle del Davaglione, si trova (anche se non è facile, in effetti, andarla a trovare) una roccia che cade a picco sul torrente, chiamata "ciàtta del melegàsc", legata ad una leggenda dal carattere chiaramente ammonitorio. Si racconta che una volta passò di lì un tale reduce da una notte di baldoria e bagordi, nel quale non aveva saputo tenere a freno i propri istinti. Pare che l'incauto privo del timor di Dio, giunto alla roccia, fu avvolto da un fuoco misterioso, che lo bruciò interamente, nel breve volgere di pochi istanti in cui può essere incenerito un pugno di paglia. Di lui non restò nulla, se non il ricordo, monito esplicito rivolto a tutti i crapuloni.
Dalla punizione divina a quella umana. Si sa che in passato le persone colpevoli di delitti particolarmente gravi venivano condannate a morte, mediante decapitazione, se nobili, oppure impiccagione. Sembra che il luogo delle esecuzioni mediante impiccagione fosse, in quel di Montagna, al piano, nei pressi dell'attuale confine fra i comuni di Sondrio e Montagna, là dove si trova ancora la cappelletta denominata "capitèl del bun consìgliu" (con involontaria ironia nei confronti di coloro che dei buoni consigli non avevano saputo far tesoro!) ed anche "capitèl de l'agnéda".

Ma per andare ad indagare la presenza più enigmatica nella Valle del Davaglione dobbiamo, d'un balzo, passare da un estremo all'altro, cioè dal piano al suo vertice, rappresentato dall'imponente Corna Mara. E' una presenza che incute un antichissimo e potente timore, una presenza appene rintracciabile sotto la scorza del toponimo "Mara" (riferito all'alpeggio ed alla cima che lo sovrasta). E' la presenza del drago, che forse, in un tempo remotissimo, spiccò qualche volta il volo nel cielo sopra Montagna. Così parrebbe, stando a quanto afferma Remo Bracchi, che, nell' "Inventario dei Topinimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - Montagna", fa presente che tale toponimo deriva dalla radice prelatina "mara", che ha generato nomi di diversi insetti con caratteristiche demoniache, e che si trova anche in voci europee che significano "incubo" ("nightmare", in inglese, "cauchmare", in francese, "mara" nell'alto tedesco).

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Questa rapida carrellata sui misteri della Valle del Davaglione non può che concludersi con una proposta di camminata o di pedalata che, partendo da San Giovanni, ci permette di conoscerla più da vicino. San Giovanni può punto di passaggio per un facile anello di mountain-bike, con partenza ed arrivo dal centro di Montagna in Valtellina (o anche da Sondrio). Dal centro, infatti, possiamo salire, sulla sinistra verso Ca’ Paini e Ca’ Bongascia, raggiungendo, infine San Giovanni; proseguendo verso destra, possiamo, poi, attraversare, come già detto, il Davaglione, e cominciare la discesa che ci conduce alla strada Montagna-Mara, la quale ci riporta, dopo circa 14 km, al centro di Montagna.
Salendo verso San Giovanni, all'altezza del nucleo denominato Ca' Bongiascia, troveremo, sulla destra delle baite (est), presso una fontanella, la partenza del sentiero, segnalato, per il castello di Mancapane, anch'esso legato ad una leggenda, che però ha un fondo storico. La riporta Lina Rini Lombardini, nella raccolta "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Ramponi, Arti Grafiche, Sondrio, 1961, pg. 122). "Perché ebbe nome Mancapane, il piccolo castello poco sopra il formidabile di Grumello, pure dei Capitanei, divenuti ormai, da guelfi, ghibellini? Perché gli assalitori Comaschi, dopo aver ostruito la galleria sotterranea che li univa e aver distrutto Grumello, gli avevan posto lungo spietato assedio, e tutte le sue genti morirono di fame. Non resta di Grumello, tra il verde, che un tratto di muro merlato e, ricordo d'ore procellose, la pietra in cui sono scavate delle buche: «lì si fondevano le bombe di ferro»."
 
Se, invece, siamo a piedi, possiamo salire, seguendo la strada asfaltata, al bel maggengo di Carnale, che si trova a circa 1,5 km da San Giovanni, a quota 1220 metri, sul largo dosso che separa la media Valtellina dalla bassa Val di Togno. Una stradina in cemento porta alle case superiori di Carnale, dove parte il sentiero per la val di Togno, segnalato da un cartello e da qualche bollo giallo-viola. Da qui si può scorgere anche una parte del versante occidentale della Valmalenco, che include il monte Disgrazia. Il sentiero per la val di Togno è assai interessante: dopo aver guadagnato circa un centinaio di metri di quota, comincia ad abbassarsi gradualmente, tagliando un versante scosceso, fino al corpo di una frana, attraversato il quale raggiunge il fondovalle. Qui troviamo un ponte che ci permette di oltrepassare il torrente Antognasco e di raggiungere il rifugio Val di Togno, a 1317 metri.
A noi interessa, però, un secondo e meno conosciuto itinerario escursionistico. Proprio sul crinale del dosso troviamo, segnalato da un cartello, il sentiero che, salendo in un bosco di una bellezza incatata e fiabesca, porta alla Crus, cioè alla Croce di Carnale. Il sentiero è abbastanza ripido nel primo tratto, e risale una pineta dalla bellezza davvero fiabesca. Rimane, nella salita, sempre nei pressi del crinale del dosso e permette, in diversi punti, di godere ottimi squarci panoramici sulla catena orobica orientale. Sul sentiero troviamo, anche, una deviazione a destra (che ignoriamo) per i prati di Stodegarda.
La croce si trova in una panoramica radura, a quota 1569. Essa non è però posta sulla sommità del dosso: il sentiero prosegue fino alla poco evidente sommità del Dosso della Foppa, a quota 1629. Il cammino da Carnale alla sommità del dosso richiede circa un'ora di cammino, per superare circa 330 metri di dislivello. Ma possiamo proseguire ancora: dopo un tratto quasi pianeggiante, il tracciato, sempre sul filo del lungo dosso, riprende a salire, in uno senario sempre incantevole, che regala, sulla nostra sinistra, anche suggestivi scorso sui Corni Bruciati ed il monte Disgrazia. Raggiungiamo, così, quota 1840, e troviamo un casello dell’acqua, in cemento. Qui giunge anche, dall’alpe Mara, un tratturo che è stato tracciato per consentire la raccolta della legna: possiamo utilizzarlo per lasciare il sentiero alla nostra sinistra e scendere verso destra all’alpe. Nel primo tratto di cammino, passiamo ai piedi di una specie di grande cimitero di alberi: il fianco del dosso alla nostra sinistra, infatti, che culmina con un gruppo di roccette a quota 2000, è costellato di moncherini d’albero, resti di un incendio che lo ha privato di un bellissimo bosco, conferendogli un aspetto un po’ sinistro ma suggestivo. Se, invece, guardiamo davanti a noi possiamo distinguere il grande Dosso Liscio, e, alla sua sinistra, la sella che lo separa dal più modesto Dosso Bruciato: si tratta di mete di ulteriori escursioni, facili ed estremamente panoramiche, che hanno come base l’alpe Mara.
Il tratturo conduce al primo tornante destrorso (per chi sale) della pista che dall’alpe Mara prosegue verso il grande e solitario edificio della casera dell’alpe (m. 1951), passa a valle di un casello dell’acqua (qui parte, sulla destra, il sentiero che raggiunge la bocchetta di Mara, a quota 2342, facile porta di accesso all’alta val Rogneda, sopra Tresivio) e termina al rifugio Gugiatti-Sertorellli, a 2137 metri. 
E’ interessante osservare che al rifugio si può giungere anche proseguendo la salita lungo il dosso che parte da Carnale, ed anzi si può andare anche oltre, fino ad una piccola croce in legno poco sotto un’evidente sella erbosa quotata m. 2289. Dalla sella possiamo, poi, scendere facilmente, sulla destra, alla bellissima Piana dei Cavalli (o Pian dei Cavalli), percorrendo la quale ci ritroviamo al limite del grande “gandon de Mara”, dove possiamo constatare che, con tutta probabilità, gran parte del tempo il diavolo dovette perderlo a cercare quale fosse effettivamente il più grande fra i massi che vi sono disseminati. Siamo proprio ai piedi della più celebre cima della zona, il Corno di Mara (o Corna Mara, m. 2807), non difficile da raggiungere. Il percorso di salita, però, non parte dalla piana, ma dalla sella di quota 2289: un sentierino poco evidente prosegue salendo sul filo del dosso, fino ad introdurre ad una grande conca disseminata di sfasciumi: tagliata la conca in diagonale, verso il vertice opposto a quello raggiunto, possiamo risalire, con un po’ di attenzione, un canalone che ci fa guadagnare il crinale. Un ultimo tratto verso destra ci porta all’asta metallica che segnala la cima.
Torniamo alla Piana dei Cavalli: la discesa all’alpe Mara (m. 1749) è assai facile, basta guadagnare, oltrepassando alcune baite, la pista che sale al rifugio Gugiatti-Sertorelli. Per tornare dall’alpe a San Giovanni possiamo sfruttare la tranquilla, ma un po’ monotona, carrozzabile che, oltrepassato il Davaglione da ovest ad est, passa a monte scende a Montagna, passa a monte dell’alpe Arcino (m. 1748) e scende alle baite del Dos de Agnisc (Onisco, m. 1515, a 9,3 km da Montagna) ed a quelle di Scessa (m. 1272), dove al fondo sterrato si sostituisce quello in asfalto. Nella prima parte della discesa possiamo anche sfruttare una bella mulattiera che scende più diretta nei boschi, tagliando in diversi punti la carrozzabile. Scendendo ancora, raggiungiamo la località Bèdola (m. 1030), dove, sulla destra, troviamo la deviazione per San Giovanni, cioè la strada asfaltata che porta al ponte sul Davaglione e di qui al punto di partenza dell’anello. L’anello San Giovanni-Carnale-Croce-Alpe Mara-San Giovanni richiede circa 4 ore e mezza di cammino, per superare 840 metri di dislivello in salita.
Nella discesa dall’alpe Mara a Bèdola troviamo due deviazioni segnalate, legate ad altre interessanti opportunità escursionistiche, fra le molte offerte dalla valle del Davaglione. Torniamo alla discesa dall’alpe Mara: oltrepassato il Davaglione, troviamo, sulla carrozzabile, alcune baite e, subito dopo, sulla sinistra, una pista che si stacca da quella principale, con un cartello di divieto di accesso per i non autorizzati. Un cartello segnala che si tratta della pista per Boirolo, dato ad un’ora e mezza di cammino (in realtà un’ora è sufficiente). Si tratta del bell’alpeggio che si stende sui prati sopra Tresivio, fra quota 1330 e 1600 circa.
La pista si addentra sul fianco occidentale della val Rogna, in uno scenario selvaggio e bellissimo, attraversando alcuni canaloni che però, in presenza di neve, sono a rischio di slavina. Superato, a 1735 metri, il più grande canalone, quello della valle del Solco, la pista si interrompe bruscamente, per lasciare il posto al vecchio sentiero Mara-Boirolo, segnalato da alcuni segnavia rosso-bianco-rossi. Questo, oltrepassati alcuni valloncelli, perde leggermente quota e si porta nel cuore della valle, dove un ponticello in legno, a quota 1670, permette di oltrepassare il torrente Rogna. Ci portiamo così sul lato orientale della valle, dove, con percorso più breve, il sentiero si affaccia alla parte alta dei prati di Boirolo, cominciando, nell’ultimo tratto, una decisa discesa. Uscito dal bosco, infatti, cala sulle baite più alte dell’alpe, poste sul suo limite occidentale (di destra, per chi scende), raggiungendole in corrispondenza di un casello dell’acqua. Si tratta di una bella traversata, che va messa in programma se si amano gli scenari solitari e selvaggi. 
Torniamo alla carrozzabile Mara-Montagna: scendendo ad Onisco, troviamo, ad un tornante sinistrorso (per chi scende), una seconda deviazione segnalata, sulla destra: si tratta della pista che porta agli alpeggi di Davaglione piano (m. 1405) e Stodegarda (m. 1583), che si stendono su bellissimi prati nel cuore della valle del Davaglione e rappresentano la meta di un’ulteriore variante escursionistica.

 

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Nella pregevole raccolta "Costumi e proverbi valtellinesi" (Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002), di Omero Franceschi e Giuseppina Lombardini, troviamo, infine, questa descrizione del costume tradizionale di Montagna in Valtellina:
“Il costume da donna (mungheta) che si usa nel paese di Montagna presso Sondrio è caratteristico e simpatico. In esso spicca il bianco della camicia, del grembiule e del fazzoletto da capo (el panettin dei sfranza) sul nero della gonna a busto (la rassa) colle bretelle. Busto, bretelle, sottana sono filettati in rosso vivo, ciò che serve a dare forte risalto all'assieme del vestito: un largo fazzoletto da collo tipo scozzese pende posteriormente fra le due bretelle e copre abbondantemente, davanti, la parte non coperta dal busto. La tela della camicia è di lino grossissimo, filato dalle donne del paese, e tessuta nel paese di Arigna; così il grembiule d'uso giornaliero. Quello di lusso (della festa) è invece di lino fino guarnito con pizzi di rete.
Visto posteriormente il costume della donna è graziosissimo colle sue gonne corte, il busto che invasa tutta la vita in basso e poi con taglio a linee semplici e artistiche lascia liberi gli ampi sbuffi della candida camicia, e quasi segna nel mezzo i confini del variopinto fazzoletto da collo. La pezzuola da capo è un quadrato di tela candida tutto frangiato e lavorato a mano a punt-a-jour che raccolto a punta e fermato posteriormente lascia ca dere due punte sul davanti incor­niciando vagamente la faccia.
Nel pettinarsi la mungheta lega sempre nelle treccie in forma di lunghe asole due metri di fettuccia di color bleu con altri due metri di color rosso, modesto ornamento che si intravede sotto il bianco fazzolettino. Nessun gioiello l'adorna: anche l'anello nuziale è di poco valore e quasi sempre di solo argento.

Il costume da uomo (munghet) fa degno riscontro a quello della donna: troviamo in esso calzoni corti neri di mezzalana, con patta a bottoni d'oro, e fermati al ginocchio con stringhe di lana a vari colori, che si tessono su appositi telaini dalle donne del paese, I calzoni sono retti da due bretelle di lana lavorata a maglia a striscie trasversali bianche e rosse e orlate di spighetta rossa. Il panciotto è di panno rosso scarlatto (panno speciale di Gandino, paese della Bergamasca) orlato con spighetta di seta verde. I bottoni d'oro sono attaccati al panciotto a mezzo di una fettuccia di seta verde, lunga circa cinque centimetri. Il cappello di feltro ruvido è a cocuzzolo tondeggiante e colla tesa leggermente curva.
Nell'inverno, tanto l'uomo che la donna, portavano certi pastrani di grosso e ruvido panno color caffè, con bottoni d'oro. Quello della donna era sfiancato in vita e corto sui fianchi. Caratteristica del costume era il secchio di legno, con coperchio e manico ricurvo, pure in legno, che la donna portava sul capo venendo in città per la vendita del latte, tenendolo perfettamente in equilibrio per oltre un'ora di cammino mediante un cerchio di stoffa.
Un particolare che dobbiamo registrare riguarda le calze, particolare che si ripete del resto anche per la donna: sotto la pianta del piede la calza, che è di lana grossa color greggio o caffè marrone, ha una specie di finestruola lunga circa 12 cm. e larga 4 che serve ad introdurre tra il piede e la calza un po' di paglia destinata a tener asciutto il piede stesso: strano modo di difendersi dall'umidità in un paese tutt'altro che umido."

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

 

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