SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Luigi Gonzaga, Luisa, Raul, Marzia, Marzina, Marzialina, Marziana

PROVERBI

L'estàt l’é 'l paradìs di pöar (l'estate è il paradiso dei poveri - Poschiavo)
Agn de èrba, agn de mèrda
(un anno con tanta erba e quindi tanta pioggia dà scarsi raccolti – Montagna)
Guàrdatan gió denèenz (guarda prima ai tuoi difetti – Samolaco)
La chèvra l’è la vèca del pòar (la capra è la mucca del povero – Samolaco)
Cùra tücc i cumànda sa cumbìna ‘n bèl nigùt (quando tutti comandano non si combina proprio nulla- Tirano)
Curtesìa de manéri li cùsta poch (la cortesia nei modi costa poco - Tirano)
De giùan tarlüch, de matèl maüch, de vècc bacüch
Per i fémmi de mari gali e bindéi, per quili maridèdi fasi e patéi
(per le donne da maritare fasce e fettucce, per quelle maritate fasce e patelli - Grosio)
(da giovane sciocco, da giovanotto tonto, da vecchio bacucco - Tirano)
La matìna l'è la regiura del fa (la mattina è madre del fare)
El limùn nel cafè el fa campà püssè de Nuè (con il limone nel caffè si campa più di Noè)
Mal a la pèll, mal al büdèll (male alla pelle, male d'intestino - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Nella bella raccolta curata da Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina – Raccolta di leggende e credenze dell’Alta Valtellina”, dattiloscritto, Valfurva, 27 giugno 1998, leggiamo:
"Un bimbo di cinque anni (Giuseppe Santelli) ... nel giorno del solstizio di giugno del 1911, si perse sulle pendici della Reit dove morì. Fu ritrovato dopo tre giorni e, in una manina, stringeva ancora alcune ciliegie. Quel giorno Giuseppe si era recato con genitori a Bormio per festeggiare S. Gervasio, il patrono del borgo. Quando entrò in chiesa il bimbo vide che tutti i fedeli presenti compresi il prevosto, i diaconi e il sagrestano, padre e madre portavano un sacco sulle spalle. Pinin pensò che fosse una penitenza e che lui non aveva il suo sacchetto. Allora sgattaiolò dal tempio per andare in cerca del suo peso, perché non voleva essere da meno di tutti gli altri cristiani. Attraversata la piazza il fanciullo fu dubbioso se prendere a destra o a sinistra per essere nel più breve tempo alla sua casa che stava sopra il bosco. Ma il bosco era appena lì sopra, davanti a lui. Allora prese la stradicciola, raggiunse d'un fiato Santellon e attraversò come una lepre il Bosco del Mago, traversò poi il Pascolo Ross ed il Planon dei Laresc. Ore e ore trascorsero senza ch'egli se ne accorgesse. Giunto sotto la parete della Reit, Pinin pensò che la sua casa non doveva essere troppo lontana, perché tutto gli appariva a prima vista noto, ma il sentiero gli pareva diverso. Pensò ad una burla dei maghet che, sulle pendici, possedevano una meraviglioso reame nascosto nella foresta. Comunque, il bimbo non li temeva, perché sotto qualunque forma i maghet si presentassero, fidava in loro, ritenendoli pieni di bontà e pronti ad alleviare le pene. Quando di colpo i piccoli ronzii ed i semplici fruscii d'ali divennero intelligibili, pieni di espressione e di pensieri, Pinin pensò che forse era stato un maghet, il quale gli aveva dato la facoltà di comprendere il linguaggio di quelli esserini.
Continuò il cammino senza lagnarsi, ma improvvisamente il sole scomparve del tutto e fu buio. Allora il bimbo cadde per la prima volta tramortito dalla stanchezza. A stento, radendo la terra, coperto di sangue, raggiunse il Pian delle Calude. Qui Pinin si cacciò sotto la sporgenza di una roccia in un piccolo buco dove pensava di mettere al riparo la sua estrema debolezza. Nell'agonia egli sognò un gran re che lo prendeva per mano e, sotto la scorta dei suoi ufficiali, lo accompagnava per il sentiero e gli sorrideva. Sognò che gli asciugava il sangue e lo nettava dalla polvere con la falda della sua cintura d'oro. Sognò che gli diceva di non temere che avrebbe ritrovato la sua mamma. Sognò che soffriva per le ferite, ma gli parve anche di riacquistare lentamente la forza dei movimenti e il suo piccolo cuore si gonfiava sempre di più e batteva forte. Poì vide il suo Angelo Custode prenderlo per mano, baciargli la testolina, togliendoli i bruscoli e gli aghi dei pini dai capelli. Poi improvvisamente il suo cuoricino scoppiò e, nello stesso istante, anche la Reit si scosse e con gran boato, s'aprì nelle sua profondità mostrando nel proprio cuore di pietra una grande sala tutta azzurra come il cielo. Nel centro del cuore della Reit stava un trono e su di esso il sole tutto d'oro che brillava. Pinin fatto Angiolo gli corse incontro gridando: Mamma, mamma...

Leggendaria è anche un’ipotesi avanzata sull’origine del nome del monte, che lo vorrebbe derivato dall’eroe Reto, mitico conduttore della stirpe di origine etrusca fra i monti della Rezia, che da lui, appunto, prese il nome. L’antica denominazione di “Arèit” ed anche, in una forma dialettare caduta in disuso, “Larèit” danno chiaramente a vedere, però, che non Reto, ma i larici, di cui sono in buona parte costituiti i boschi alle falde della montagna, stanno all’origine del suo nome. Curiosamente, l’attuale nome si è imposto nell’uso dopo che è stato assegnato al monte dai compilatori della Carta Topografica dello Stato Maggiore Austriaco, nella prima metà dell’Ottocento.
Per celebrare l’inizio del XX secolo, nel 1901, su iniziativa di Pietro Pedranzini, venne innalzata, in un modesto poggio non lontano dal limite alto della macchia di pini mughi che raggiunge quasi i pinnacoli della parete della Reit, una grande croce lignea. Vi si leggeva, infatti, "ineunte saeculo vigesimo", cioè “all’inizio del secolo ventesimo”. Ad essa dedicò, nel 1922, una poesia la maestra Elisa Rini, nel 1922, dedicata a tutti i soldati che transitarono dalla croce per salire alle postazioni della prima guerra mondiale, non lontane dalla cresta della Reit. Eccola:

ALLA CROCE DEL MONTE AREIT

Croce che sorgi da la roccia al piede
ch’è estremo della valle baluardo
e glorioso simbolo di fede,
lassù sfavilli candido stendardo.
Un dì fur queste balze e dirupi
di sanguinose lotte testimoni:
de le turbate valli gli echi cupi
risposero al tuonare dei cannoni.
Ed oggi pel seren (non so qual sia
genio maligno che le menti ispira)
oggi pel cielo de l’Italia mia
di sangue e lotte una minaccia spira.
Ma tu, dall’alto del tuo poggio, o Croce,
giù per le valli e per i verdi piani
spiega solenne la tua nobil voce.
Sui tristi orgogli, sovra gli odi insani,
un raggio vibra di tua luce pura:
splendi agli umani inestinguibil face
di carità fraterna, e da l’altura,
quasi voce del Cielo, annunzia pace!

(ripubblicata nel volume L. Bombardini, “Le novelle della Reit”, edito nel 2002 a cura del Centro Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro – Sondrio).
Purtroppo gli auspici di Elisa Rini non trovarono corrispondenza nel corso della storia, ed una seconda guerra mondiale si portò via una parte non esigua della gioventù della terra di Bormio. Poi vennero decenni più miti, ed i miti del progresso, del benessere, del consumo. Si congedò il secolo ventesimo e venne accolto il ventunesimo. La croce del ventesimo secolo era rimasta là, finché, nel 2006, fu abbattuta da violente raffiche di vento.
Ma non poteva restare abbattuta quella croce che era diventata quasi un simbolo della devozione dei bormini, per cui nel settembre del 2008 la Parrocchia di Bormio, il Comitato di Gestione Lombardo del Parco dello Stelvio, la ditta Sacchi Giuseppe ed il Gruppo Alpini di Sondrio hanno innalzato una nuova croce, con una targa che reca una bella poesia di don Remo Bracchi:

TU SOLA OLTRE AL TRAMONTO

Quando sopra il discrimine s’affaccia
l'alba, tutto allietando del suo riso,
Tu stendi, croce, le tue larghe braccia,
in grembo aduni ciò che era diviso.

Quando, lungo sentieri senza traccia,
l’ombra scende col suo passo indeciso,
nell’azzurro che rado si sfilaccia,
lei la valle al caldo del tuo viso.

Tu sola, oltre il tramonto,
oltre l’aurora
resti su questa immensa transumanza,
prova di ciò che è già, ma non ancora.

Dall’alto veglia, tu, sola speranza,
tra i mughi che il vento trascolora,
oltre il tempo che tutto sopravanza.


Alfredo Martinelli, in uno dei suoi racconti (L’angiolo della Reit) della raccolta "Terra e anima della mia gente" Racconti valtellinesi  (1973), scrive: “Nel piano di Bormio, a nord del borgo, si erge la Reit: una bella montagna isolata che protegge il paese e, dall'alto, contempla i pascoli e le pendici boscose che la circondano. La sua cresta, aguzza e frastagliata, è visibile da molto lontano e gli abitanti del luogo, ogni mattino, quando si alzano, volgono gli occhi verso di essa, perché la Reit, grave e maestosa, preannuncia la pioggia ed il bel tempo. Se i suoi pinnacoli acuti, come i campanili di San Gervasio e di San Gallo, sono avviluppati nelle nuvole minacciose, si avvicina la pioggia; se invece i suoi crestoni sono nitidi e i profili azzurrini si stagliano nell'aria tersa, si manterrà il bel tempo e nel tardo pomeriggio la cresta rocciosa s'imporporerà di luce color di rosa, mentre il bosco sottostante si riempirà di pulviscolo d'oro. La Reit si erge come un bastione, come una fortezza, a protezione del borgo e delle valli…”
La Reit, più che una cima, è una lunga cresta, che si dispiega, per una lunghezza di oltre 5 km, fra il passo dell’Ables e il Crap dell’Aquila, dominando, con il suo volto arcigno ed imponente, Bormio. Il suo punto culminante è la quota 3049, sotto la quale precipita una parete verticale di calcare e dolomia alta circa 700 metri, che si infrange nel selvaggio vallone di Uzza.
La Reit non è solo un monte: è un luogo dell’anima, di un’anima collettiva, è simbolo dalle diverse valenze, insieme bastione rassicurante e baluardo contro i venti da nord, e scenario inquietante, nei suoi orridi canaloni, di ombrosi misteri e della celebrazione della giustizia divina contro i malvagi. Diverse  e differenti leggende trovano qui la loro cornice.
Le riportiamo così come si trovano nella bella raccolta curata da Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina – Raccolta di leggende e credenze dell’Alta Valtellina”, dattiloscritto, Valfurva, 27 giugno 1998.
Tutti i registri dell’emozione e della commozione sono rappresentati. Il registro epico, innanzitutto: la Reit è popolata delle anime dei morti del Bormiese, che vivono nelle sue viscere e difendono quella terra che calcarono da vivi:
Lassù sotto la parete della Reit i morti della valle stanno dentro custodie d'alabastro e restano in eterno ritti a difesa della montagna.”
È popolata anche da una misteriosa ed antichissima stirpe, che si nasconde agli uomini di questo tempo ed è depositaria di una civiltà loro sconosciuta:
Lassù sotto la grande parete della Reit vivono ancora antichissimi uomini bevendo latte, cibandosi di selvaggina e custodendo i vitellini legati con catene d'oro.”
Il tema dell’oro, suggerito forse anche dai riflessi che in alcune ore e sotto alcune condizioni di luce la montagna regala, è tema ricorrente:
Sotto la cresta della Reit è nascosto un cofano pieno di denari, traslucenti sull'alba e sul tramonto. Il cofano muta sempre il sito col mutar del tempo.”
I konfinà della Reit cavano l'oro che tanto hanno amato in vita per una giusta legge del contrappasso. Quell'oro, però, non può più destare la febbre in alcuno. Infatti, i maghet scatenano temporali e bufere e con le frane travolgono anche l'oro della Reit nel torrente Frodolfo, che lo trascina lontano. I maghet, con i loro dispetti, salvano i confinati d'Uzza dalla febbre dell'oro.” I konfinà, confinati, sono quelle anime che, per le azioni malvagie in vita, dopo la morte sono relegati in luoghi desolati e remoti e condannati, in eterno o fino alla loro redenzione, a ripetere la medesima azione senza che questa abbia alcun esito (cavar oro che poi viene gettato o trascinato via, battere con la mazza contro massi e pietre,…).
Vi è poi il registro della profonda commozione per lo strazio del cuore umano. L’amore impossibile, innanzitutto, tema di tante storie che tanta fascino esercitano in ogni tempo e presso ogni pubblico. La vicenda di Fiordareit, principessa bellissima, fiore della Reit, nome, è una di queste, e ripropone il tema della montagna viva, che, dietro la scorza della superficie rocciosa, nasconde un cuore pronto ad aprirsi ed a far tutt’uno con le vicende umane:
Fiordareit, principessa bellissima,  viveva in un castello sulMonte Reit, dal quale aveva preso il proprio nome. Un giorno, stanca per una passeggiata, la ragazza andò a bagnarsi il viso nel torrente Braulio. Lo Spirito delle Acque, però, con mano nera cercò di impossessarsi della fanciulla e, terrorizzatala  le fece promettere che un giorno l'avrebbe sposato. Fiordareit, a casa, dimenticò tutto. Una volta cresciuta era pronta a sposare il Signore di Monte Scale, al quale il padre suo l'aveva promessa con l'accordo della stessa principessa. Una sera, tuttavia, mentre Fiordareit ritornava a casa dopo aver accompagnato il futuro sposo, su dal fondo della valle una serpe bianca salì verso di lei: altri non era che lo Spirito del Braulio venuto a trascinare seco la sua promessa sposa. Fiordareit ricordò allora tutto, avrebbe voluto fuggire ma non poté. Si aggrappò, quindi, ad una rupe che per proteggerla si aprì, rinchiudendo il corpo della fanciulla trasformato in pietra. Sul Monte Reit, dalla rupe che rinserra il corpo della principessa, si protende una coppa di pietra offerta dalla mano invisibile di Fiordareit al suo futuro sposo. Dalla coppa scivola una cascata: è il pianto di Fiordareit che non può dimenticare il suo breve, ma dolcissimo sogno d'amore.”
Una vicenda vera, infine, trasfigurata in leggenda dall’immaginazione popolare e dalla penna di Alfredo Martinelli è quella già citata dell’”Angiolo della Reit”, nella quale si ritrova il tema della montagna vivente e partecipe delle pene umane. Così la sintetizza Maria Pietrogiovanna:
La Reit è la montagna che sovrasta l'inizio della Valfurva. Gli abitanti del luogo, quando si alzano, volgono gli occhi verso di essa, perché la Reit preannuncia la pioggia ed il bel tempo. Inoltre, essa si erge come un bastione, come una fortezza, a protezione del borgo e delle valli, anche perché il monte non è così solo con se stesso, abbandonato come sembra. Infatti, un angiolo circondato da servi e da scudieri dorme nell'interno della montagna, ma il sonno dell'angiolo non è quello della morte: una volta all'anno costui si sveglia e tutti si alzano, sellano i cavalli ed escono dalla profonda luminosa sala, nascosta nel gran cuore di pietra, e si dirigono al chiaro di luna a far carosello dal Pian dell'Alù alle balze di Molina, trasvolando dal Pian delle Calude alle baite di Oga, e abbeverano i loro destrieri sulle rive dei quattro fiumi d'argento. Intorno al borgo essi giostrano guidati dall'angiolo, come nobili d'antichi tempi, per conservare intatte le loro forze e l'angiolo, guidandoli, sorride e lacrima. Spesso i bambini di Oga, di Premadio, di Uzza sentono, essi solamente, il rullo soffocato dei tamburi e si svegliano, parendo loro d'udire il suono del corno e il tintinnio metallico delle spade, delle corazze, degli speroni, ma i piccoli non hanno paura, perché sanno che è l'angiolo della Reit: un angiolo come loro circondato da servi e scudieri, pronto a difenderlo...

C'è, dunque, più di un buon motivo per salire a visitare la Croce della Reit. Vediamo come farlo.
All’uscita da Bormio, dopo il semaforo, incontriamo una sequenza di tornanti dx ed sx; dopo il secondo, sulla destra, vediamo una strada che si stacca dalla ss. 38 dello Stelvio (indicazioni per il Museo Naturalistico), e la imbocchiamo, trovando quasi subito un parcheggio al quale possiamo lasciare l’automobile. Proseguiamo a piedi e, dopo un tornante sx, troviamo, al successivo dx, sulla sinistra, l’indicazione per il Museo Naturalistico. Imbocchiamo, dunque, la stradina che ci porta all’edificio del Museo: se abbiamo tempo, non manchiamo di visitarlo. Tornando, poi, indietro di pochi passi, vediamo, appena prima del Museo, una stradina sterrata che sale diritta, passando a destra del museo, e si ricongiunge con la strada principale dalla quale ci siamo staccati per salire al Museo medesimo. Proseguendo nella salita sulla strada, giungiamo al punto in cui termina, nei pressi del Giardino Botanico, annunciato da un cartello. Poco più avanti vediamo dei cartelli escursionistici, in corrispondenza de punto in cui parte un sentiero: danno la Pedemontana a 15 minuti, Pravasivo a 30, il Pic Nic a 40, Tramezzano ad un’ora e 10 minuti, Uzza ad un’ora e 30 minuti. L’indicazione che ci interessa di più, però, è quella per la Croce Reit, data a 2 ore e 20 minuti.
Saliamo, dunque, diritti, seguendo il sentiero: alla nostra destra vediamo il Giardino Botanico, a sinistra l’alto argine del torrente che scende dalla Valle del Campello. Poco più avanti una scaletta ci fa scendere ad una pista che sale fiancheggiando il letto del torrente, portandoci quasi subito ad un cartello che indica, alla nostra destra, un sentiero. Lo imbocchiamo e procediamo quasi in piano in una bella macchia di larici; poi una breve salita ci porta ad intercettare la strada Pedemontana della Reit, che dalla ss. 38 dello Stelvio traversa, passando nei boschi sopra Bormio, alla frazione di Uzza, all’imbocco della Valfurva. Procediamo a destra per un breve tratto, fino ad un bivio: un cartello ci indica che procedendo sulla pista ci portiamo in 15 minuti all’area Pic-nic, in 40 Pravasivo ed in un’ora ad Uzza, mentre imboccando il sentiero che se ne stacca sulla sinistra saliamo alla Croce di Reit in 2 ore. Nei pressi della partenza del sentiero troviamo anche un crocifisso in legno che commemora Federico Valgoi (giovane promessa dello sci alpino prematuramente scomparso in un incidente; gli è stato dedicato anche un rifugio  in Val Cantone di Dosdè).
Imbocchiamo, dunque, il sentiero, una mulattiera militare che sale, con innumerevoli tornanti, fino al poggio della croce. La salita la salita è lunga, ma non è di quelle che stroncano gambe e logorano i nervi, perché il fondo del sentiero è sempre ottimo e non affatica il piede e la pendenza regolare e medio-blanda. La cornice, poi, concorre anch’essa a distendere l’animo: un gentile bosco di larici ed abeti, sul grande versante che separa la Valle del Campello, ad ovest (alla nostra sinistra) dal Vallone di Uzza, ad est, in cui il silenzio è rotto solo dalle voci di qualche camminatore che frequenta l’itinerario. Ogni tanto un ometto ed un segnavia bianco-rosso, ma non si può sbagliare. Solo nella prima parte, ad un bivio, dobbiamo stare sulla sinistra (sulla traccia più marcata), come ci segnala un cartello, che indica la Croce Reit come itinerario 32. Superiamo anche una radura e, inanellando tornante dopo tornante, giungiamo ad un tornante sx sul quale è posto un piccolo cartello con l’indicazione “26°”. Si tratta del ventiseiesimo tornante dalla partenza? No. Come ci è chiaro più avanti, è una sorta di conto alla rovescia, cioè indica che mancano 26 tornanti alla meta. Troviamo infatti diversi cartelli di questo count-down nel prosieguo della salita.
Intanto, guardandoci intorno, vediamo che ai larici ed agli abeti rossi si sostituiscono sempre più pini cembri (li riconosciamo perché hanno mazzetti costituiti da 5 aghi) e pini mughi. A tratti il bosco si apre o si dirada, regalando alcuni suggestivi scorci sulla piana di Bormio e la Valdisotto. Al tornante sx numerato come 22° troviamo anche l’indicazione “Sentiero Croce Reit – mancano 1.500 metri – Rispettate la natura”. Un chilometro e mezzo ancora, dunque, vale a dire poco più di una ventina di minuti. Al tornante sx 16° troviamo un bivio segnalato: prendendo a destra si scende a Sas Frasc, Paluetta ed Uzza; noi, ovviamente, proseguiamo verso sinistra. Dopo l’ultimo tornante dx, siamo, infine, ai 2132 metri del piccolo spiazzo della Croce della Reit (poco prima, però vediamo un sentiero che si stacca sulla sinistra, salendo fra i pini mughi: ne parleremo più avanti). I pini mughi chiudono un po’ la visuale; vediamo, comunque, un bello scorcio della Valdisotto, alla cui destra si riconoscono la piramide del pizzo di Colombano, la nord della Piazza, le cime della Val Viola ed il corrugato Monte delle Scale, riconoscibile per la grande croce bianca sulla sua cima. Guardando a nord, fra i pini, possiamo vedere uno spaccato dell’impressionante parete della Reit, che scende a lambire la parte alta del vallone di Uzza. Lo scenario colpisce per la sua bellezza selvaggia.
Non si fatica a capire perché la fantasia abbia popolato questo vallone di anime di confinati, tanto remoto e repulsivo appare.
Di questi confinati parla, nella sua splendida ricerca sugli “Usi e costumi del Bormiese” (edita nel 1912, riedita, nel 1998, da Alpinia Editrice) Glicerio Longa. Vale la pena di riportarne una bella pagina: “In Val d'Uzza — una valle ripidissima che scende dai picchi dell'Aréjt al torbido Frodolfo — sono confinati: B... di S. Antonio di Valfurva, che era stato in America e R.., della Madonna dei Monti. A questo proposito, Marco Granaroli — un vecchio caprajo, anche lui novantenne, che ha un occhio roso dal vajolo — così ebbe a dirmi, con aria di profonda convinzione: «I én su i l'Aréjt ka i kàvan Nr, Sono su l'Aréjt che cavano l'oro». «E perché, chiesi, venivano confinati?». «El vegnian konfinéj parké i fecien tanta balosàda. Venivano confinati perché facevano tante bricconate». «Chi li confinava?». «I religiós, i prèt. I religiosi, i preti». Una volta — racconta sempre Màrku — uno di Férba era salito alla cava del gesso a Mofé (Val d'Uzza) e trovò una mazza di ferro di cinque o sei pesi (1 peso [equivale a] 8 kg). Fece per alzarla, ma non era capace. In quel mentre sentì una voce misteriosa e irata: «Làgala glià kuéla màza! Lasciala lì quella mazza!». Ma non volle dare ascolto e venne giù un tratto per la valle, sforzandosi di trascinarsela dietro. «Verrò domani a caricarla sul carro», pensò poi. Ma l'indomani la mazza era scomparsa. Màrku così spiega la faccenda: «Eran stati R. o B. a portarla via!...». Quando B. morì, nella cassa non si trovò più il corpo, perché era stato portato via dal Diavolo!..."

Se abbiamo voglia di camminare per un altro quarto d’ora, di raggiungere un punto più panoramico e soprattutto di trovarci veramente faccia a faccia con la massiccia parete della Reit, torniamo indietro di pochi passi ed imbocchiamo il sentierino alla nostra destra che sale in una fitta macchia di pini mughi, raggiungendo una prima fascia di prati (vediamo sulla sinistra anche un grande impianto per riflettere i segnali radiotelevisivi). Il sentiero qui si perde un po’; seguendone le tracce, superiamo altre due brevi macchie, e siamo agli ultimi lembi di pascolo, che si va a spegnere, a 2230 metri, contro la fascia di detriti scaricati dalla Reit. Una traccia di sentiero li percorre verso un difficile canalone che viene utilizzato per salire al passo Pedranzini. Noi, però, siamo qui solo per ammirare muti il volto corrugato e corrucciato della montagna viva, che nasconde però un grande cuore, nasconde il Pinìn di Oga, le anime dei Bormiesi che difendono la loro terra, e chissà quali grandi spiriti ancora. Solo con grande rispetto volgiamo, infine, le spalle alla Reit, per ammirare il più ampio panorama che si apre: ora, a destra, il nostro sguardo raggiunge anche la Valle di Fraele ed il lago di Cancano.
Siamo in cammino da quasi tre ore, ed abbiamo superato un dislivello approssimativo di quasi 1000 metri. È giunto il momento di tornare: il tempo, che tutto sopravanza, ci incalza. Attenzione, nella discesa che ci riporta alla mulattiera militare, a non imboccare piste secondarie che si affacciano sul ripido versante di sinistra del dosso di Reit.

 

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)