SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Bernardo

SANTI PATRONI: S. Bernardo (Colorina)

PROVERBI

San Lorènz da la gràn caldùra a san Bernart poch la dura
(la gran calura di San Lorenzo non dura fino a San Bernardo - Sondalo)
Pànsa piéna pensa minga a pànsa vöida

(chi ha la pancia piena non pensa a chi ha la pancia vuota – Morbegno)
Sant in gésa, diàul in ca (santo in chiesa, diavolo in casa)
Cun i fradèi car, fa pat ciàr (con i fratelli cari fai patti chiari - Tirano)
Cun i macc fa mài cuntràcc (con i matti non far mai contratti - Tirano)
Cun i visìn, amìs ma de luntàn (con i vicini, amici ma da lontano - Tirano)
La fam la cascia fö 'l lüff da la truna (la fame fa uscire il lupo dalla tana)
Ell miis d'agust, giù 'l suul, l'è fusk (il mese d'agosto calato il sole viene subito notte - Pedesina)
ün cor legar nu penza mäl (un cuore allegro non pensa male - Val Bregaglia)
La migliùr midisìna l'é essa san (la miglior medicina è essere sani - Poschiavo)

San Bernardo di Faedo

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la memoria di San Bernardo, rappresentato con una croce di legno o una catena in mano, in atto di calpestare il demonio.

Si celebra oggi la popolare sagra di San Bernardo nell'omonima località sopra il nucleo centrale di Faedo Valtellino (nei secoli passati centro del paese). Tale sagra conserva il nome di sagra del pane e del vino, in quanto si ritrovavano insieme abitanti di Faedo e di Montagna in Valtellina: i primi mettevano a disposizione il loro pane casereccio, mentre i secondi offrivano il loro ottimo vino.
Faedo Valtellino è uno dei più piccoli comuni della provincia, e si trova sul limite orientale dell’ampio versante orobico che scende dal pizzo Meriggio (m. 2346) e dalla punta della Piada (m. 2122), e che separa la val Venina, ad est, dalla valle del Livrio, ad ovest. Non esiste un nucleo principale: si tratta, piuttosto, di un insieme di frazioni. Oggi il centro del paese è la frazione S. Carlo, a 557 metri, ma il nucleo più antico si trova a livello della media montagna: si tratta del bellissimo maggengo di San Bernardo, a 1052 metri, sede della parrocchia fino al 1629: qui, fino al secolo XVII, venivano sepolti i defunti del comune.
Nei boschi a monte di San Bernardo, solitari e bellissimi, si apre un’ampia radura, detta della Foppa, dove il comune ha recentemente riadattato una baita a ricovero sempre aperto, come comodo punto di appoggio per coloro che, per amore della solitudine o per spirito di esplorazione, si trovassero a battere questi luoghi poco conosciuti. Il ricovero, denominato Capanno della Foppa, è quotato 1470 metri e si raggiunge con una tranquilla escursione che parte dalla località Caprari, poco sopra San Bernardo.
A San Bernardo si può salire per due vie, da Faedo Piano o da Albosaggia. La prima è sconsigliata agli autoveicoli (la strada sopra San Carlo è, infatti, in buona parte sterrata e piuttosto dissestata). La raccontiamo ugualmente, in quanto può interessare gli amanti dell’alpin-bike. La salita parte dalla frazione del Piano, a 305 metri; per raggiungerla, dobbiamo staccarci dalla tangenziale di Sondrio, se procediamo in direzione di Tirano, all’altezza dell’ultimo svincolo, a destra, appena prima del passaggio a livello in corrispondenza del quale essa termina. Imbocchiamo, così, il largo ponte sull’Adda e la strada che procede in direzione di Boffetto e Piateda. La lasciamo, però, subito, alla prima deviazione a destra, e ci troviamo, in breve, fra le case del Piano.
Qui possiamo cominciare a pedalare, salendo lungo la comoda strada che raggiunge, prima di S. Carlo, le frazioni di Feruda, Ronchi e Scenini. Ai Ronchi troviamo anche una deviazione a destra, che attraversa il basso versante orobico e raggiunge la Moia, in comune di Albosaggia. Dal Piano a S. Carlo, dove si trova il Municipio, ci sono circa 3 chilometri. Da San Carlo parte la pista in terra battuta, che, dopo un lungo tratto verso sud-ovest, piega a sinistra (sud-est), raggiungendo il bellissimo ed antico nucleo di baite di Gaggi (m. 777), posto su una piccola rocca presso una splendida conca di prati, una sorta di ameno terrazzo che si affaccia sull’aspro e selvaggio versante occidentale della bassa Val Venina. La pista prosegue verso ovest-sud-ovest, passando a monte delle baite di Ca’ dei Giugni, ad 804 metri, fino ad un bivio: proseguendo verso destra si raggiunge il maggengo di Paganoni, ma noi prendiamo a sinistra e, assumendo di nuovo la direzione sud-est, dopo alcuni tornanti ci ritroviamo proprio sotto l’antica chiesetta di San Bernardo, nella parte bassa del maggengo.
Si tratta di una chiesetta quattrocentesca (e forse anche più antica), la più importante in questo settore orobico, dopo San Salvatore. La chiesetta guarda, a nord, al versante retico sopra la valle del Davaglione e la valle di Rhon, ed a sud-est al
pizzo di Rodes, che mostra bene, da qui, il suo inconfondibile profilo conico. Appena a monte della chiesetta si trova un grande masso erratico, fra due castagni, con una piccola edicola (collocata dall’A.N.A. di Faedo per commemorare i propri caduti), chiamato “crap del diàul”, cioè sasso del diavolo, e legato ad una curiosa leggenda.
Si racconta che il diavolo, avendo visto che il Signore si accingeva a costruire una chiesetta a San Bernardo, scommise che avrebbe spinto su fino a quei prati, con la sola forza del suo mignolo, il più grande masso sul letto del torrente Venina prima che la chiesetta fosse finita. Scese, dunque, sul fondo della Val Venina, individò il masso e cominciò di buona lena a spingerlo su, ansimando e sbuffando, poiché faticava non poco a guadagnare metro su metro. Giunto in paossimità dei prati, vide che il Signore era ancora indietro nell'opera di costruzione, per cui si sentì la vittoria in tasca e si fermò a tirare il fiato. Si distrasse per un attimo, ed il masso sfuggì alla sua presa, rotolando giù, fino al fondo della Val Venina. Il diavolo ci restò tanto male che avrebbe voluto prendersi a cornate per la rabbia, ma non c'era tempo: la speranza è l'ultima a morire, ed allora si precipitò giù anche lui, riprese il masso e ricominciò l'imgrata salita verso la piana di S. Bernardo.
Venne su di nuovo con tutta l'energia di cui era capace, ma quando si riaffacciò al bordo dei prati vide che la chiesa era bell'e finita. Fu preso, allora, da un attacco di ira cieca, sferrò un pugno tanto vigoroso al masso, che l'impronta vi rimase impressa, e la si vede ancora oggi.
Lo hanno chiamato "crap de diàul". Poi se ne andò, imprecando, perché una scommessa è una scommessa, e lui doveva pagare pegno. Non sappiamo se si sia riservato di tornare, un giorno, per tornare ad insidiare quelli di Faedo. Ogni anno in molti accorrono da tutto il comune, nella festa del santo, la sagra del “pàa e vìi” (chiamata così perché viene donato a tutti pane e vino), anche per controllare. Non si sa mai.

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Oggi si celebra anche la festa patronale di Colorina. La seguente carrellata di leggende vuol essere un omaggio a questo simpatico paese del versante orobico mediovaltellinese.
La volpe, o “golp”, come si dice nei dialetti di Valtellina, l’animale furbo ed inafferrabile per eccellenza, non poteva non ispirare credenze e leggende. Sentite queste due, che la presentano sotto una luce enigmatica ed inquietante. Non so se vi è mai capitato di fermarvi ad osservare il versante montuoso sopra Colorina, nelle Orobie centrali. Colorina, per chi non lo sapesse, è il paese che si trova a ridosso del versante orobico della media Valtellina, immediatamente ad ovest di Fusine (sul lato opposto rispetto al torrente Madrasco) e di fronte a Berbenno di Valtellina. Il versante montuoso, dicevo: sale, restringendosi, come un grande cono, rivestito, nella parte superiore, di un fitto e bellissimo bosco di abeti, il bosco Nono. Un bosco che sembra fatto apposta per la caccia.

Oggi la caccia qui è vietata, ma un tempo non era così, ed i sentieri che si intrecciano, dipanano e perdono fra gli abeti, splendidi ed alteri, erano spesso calcati da cacciatori solitari e taciturni, tutti presi nelle loro storie, nei loro silenzi, nei pensieri il cui filo attendeva solo di essere spezzato dalla comparsa improvvisa della preda, che era come un sollievo, una liberazione.
Uno di costoro si alzò, un giorno, di buon mattino, uscì dalla sua casa di Colorina, senza quasi far rumore, e si incamminò verso il monte. Era alla Madonnina, appena sopra il paese, quando le prime luci dell’alba sembravano invitare tutte le cose a ricomporsi dopo l’abbraccio complice delle tenebre.
Continuò a salire per l’antica mulattiera che passava per i maggenghi di Gavazzi e Cantone, prima di raggiungere la località di Cornello, che oggi è raggiunta da una carrozzabile che termina poco sopra, ad una quota approssimativa di 1050 metri. Non si fermò a Cantone, ma proseguì, di buona lena, sul sentiero che sale alle baite di Arale (m. 1382), e che ancora oggi si può facilmente trovare, poco prima del termine della carrozzabile, e percorrere: una lunga diagonale verso sinistra, poi una svolta a destra, prima di uscire dal bosco sul limite inferiore dei prati di Arale. Era giorno fatto quando, dopo poco più di due ore di cammino, toccò i prati.
Si fermò e guardò, guardò il superbo scenario di cime che da sempre stava lì, a nord, dai pizzi Badile e Cengalo ai Corni Bruciati ed al monte Disgrazia, e, più a destra, lasciò riposare lo sguardo sull’ampio spaccato della media Valtellina chiuso, sull’orizzonte, dal gruppo dell’Adamello. Pensò a quanto corresse veloce, la sua vita, a confronto di quella quiete perenne nella quale sembravano da sempre immersi quegli scenari. Pensò che erano già lì prima che occhio potesse vederli, e che sarebbero rimasti dopo che l’ultimo occhio di vivente si sarebbe chiuso. Pensò, ed anche il pensiero corse veloce. Quando lo lasciò si era già rialzato per riprendere il cammino.
Un sentiero, meno marcato, prende a salire leggermente partendo dal limite alto di destra dei prati, piegando poi a sinistra e diventando gradualmente più ripido. Gli alti abeti, diritti ed orgogliosi nella loro bellezza, sembravano non accorgersi neppure di quanto accadeva nell’ombra nella quale qualche squarcio di luce si faceva strada, a fatica, di tanto in tanto. Il proposito del cacciatore era di raggiungere la baita del Pizzo, più in alto (m. 1845), e lì pernottare per poi vagare senza meta precisa, l’indomani, nei boschi più alti. Ad una delle tante svolte del sentiero, il passò si arrestò prima che potesse focalizzare il perché: si fece immobile, e solo allora l’occhio vide.
Vide la volpe. Una splendida volpe dal pelo rossastro. Mai vista una volpe di aspetto così elegante. Sembrava intenta a frugare nell’incavo di un vecchio tronco marcio. Non si era accorta di lui. Tolse, con movimenti lenti e silenziosi, il fucile dalla tracolla. L’aveva già imbracciato, quando i suoi occhi incrociarono i piccoli occhi della volpe, che aveva tolto il muso dall’incavo. Un attimo. Pensò che sarebbe fuggita via prima che potesse prendere la mira. Esitò, stava per abbassare il fucile. Ma la volpe non si mosse. Lo guardava. Non sembrava impaurita. Aveva uno sguardo indefinibile. Se fosse stata un essere umano, sarebbe parso perfino uno sguardo malinconico.

Mirò e sparò. Non mancò il colpo. La volpe cadde, fulminata, presso il vecchio tronco marcio. Un’ottima preda. Imbalsamata, avrebbe fatto la sua bella figura nella sua cucina. Mosse qualche passo per avvicinarsi all’animale morto, ma prima che potesse toccarlo udì una risata. Una risata argentina, come di bambino che accoglie il padre al ritorno a casa con un dono inatteso. Si volse intorno, più volte, perlustrò il bosco con lo sguardo: non c’era nessuno. “Sono stanco,” pensò, “sento voci che non ci sono, meglio che torni oggi stesso a casa, questa bella volpe mi ripagherà della fatica di queste ore di cammino”. E così fece. Ai rintocchi dell’Angelus di mezzogiorno era di ritorno a casa. Passò così quella giornata, e ne passarono molte altre.
Passarono mesi, addirittura, prima che accadesse un fatto che lo costrinse a ripensare a quella misteriosa risata, che aveva attribuito alla sua stanchezza. Un giorno se ne andava per le vie di Morbegno, dopo aver fatto qualche acquisto al mercato di piazza S. Antonio. “Ehi, voi, cacciatore, ehi, voi”: una voce lo raggiunse dalle spalle. Si volse, guardò in alto, vide una distinta signora, dai bellissimi capelli rossicci, che gli faceva ampi segni da un balcone. “Ehi, voi, sì, voi, venite, salite, per cortesia, ho da dirvi una cosa di grande importanza”. Esitò, perché non conosceva quella donna, ma l’invito si fece più insistente, ed alla fine l’uomo, anche per la curiosità, si indusse a salire: come poteva sapere, quella donna, che era un cacciatore?
La donna lo accolse, gentile, sulla soglia di casa, lo introdusse in un elegante appartamento, lo fece accomodare. “Vi debbo molto, voi non lo potete sapere, ma vi debbo molto”, disse, con un tono di tale serietà che al cacciatore non venne neppure in mente che si trattasse di una burla. “Cosa mi dovete, signora? Neppure vi conosco. Chi siete, voi?” “Chi sono? Chi sono stata, piuttosto, vi dovrei dire. Un tempo la malvagità mi prese, mi votai al male. Fui punita per i miei malefici, trasformata in animale e condannata a vagare senza sosta e senza pace per boschi e selve, finché qualcuno mi avesse liberato da questa pena. Voi, uccidendomi, mi avete liberato.” Il cacciatore ancora non comprendeva. “Io ero quella volpe che vi guardò, un giorno non lontano, sperando che mi liberaste. Quella volpe ero io.” Capì, allora, vide: vide nei capelli della donna il pelo quella volpe. Lasciò, allora, senza una parola la sua casa. Aveva, ora, nuovi pensieri da portare con sé nelle lunghe e solitarie giornata di caccia.
Ma a questo mondo c'è gran varietà di esseri viventi: non vi si trovano, quindi, solo volpi, ma anche volponi. Che camminano su due zampe ed usano la loro astuzia per ingannare gli altri bipedi. L’imbroglio è forse antico quanto il mondo. Ed è altrettanto antica la convinzione che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi, per cui gli imbroglioni alla fine vengono scoperti e puniti. Se non in questa vita, almeno nell’altra.

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Una leggenda nata da un episodio storico ed ambientata fra l’alta Valmadre e la vicina Val di Tartano testimonia questa convinzione. Se vi capita di essere sorpresi dalle tenebre in Val dei Lupi, che, per l’omonima bocchetta, pone in comunicazione l’alta Val di Tartano con la Valmadre, potete aspettarvi di udire suoni sinistri, come di un battere monotono e disperato di mazza contro un masso, fra i resti degli scavi di una vena di siderite (ferro) che venne sfruttata nei secoli scorsi, fino alla fine del 1700. Qui di massi, dunque, ce ne sono tanti. E gli osservatori più attenti dicono che, tornando a distanza di tempo, si può notare come i più grandi tendano a farsi più piccoli, come se qualcuno si fosse messo d’impegno a ridurli in pezzi. Torniamo ai nostri vagabondaggi notturni: il battere notturno di una mazza si ode solo nelle notti più cupe, quando il buio è pesto e la mezzanotte incombe con le sue segrete paure su ogni vivente. Di cosa si tratta? Per saperlo dobbiamo fare un passo indietro di qualche secolo.
Abitava, nel cinquecento, ai Valeouc, località sul versante occidentale della Valmadre, costituita da quattro boschi fra gli alpeggi di Cogola, a nord, e Dordonella, a sud, un uomo noto per la sua probità e chiamato Rigadìn o Rigadìi. Era originario di Fusine e si vantava di non aver mai detto una bugia in vita sua e di non aver mai frodato nessuno. Oltre che per la sua probità, era noto per l’ottima conoscenza del territorio della Valmadre. Essendo sorti dissidi fra le comunità delle Fusine e di Colorina circa l’esatta ubicazione dei confini fra i due territori sul versante occidentale della Valmadre, si decise di eleggerlo come arbitro, certi che non avrebbe fatto parzialità. Così, con una serie di sopralluoghi, indicò i punti di riferimento dei confini, perché venissero segnati con nettezza. Le sue indicazioni parvero troppo favorevoli alle rivendicazioni della comunità delle Fusine, di cui lui stesso era originario, ma, di fronte alle sue parole perentorie, pronunciate solennemente in tribunale nell'anno di grazia 1533, “Giuro che i miei piedi poggiano su terra della comunità delle Fusine”, nessuno osò porle in dubbio. Alla fine i confini vennero tracciati e trascritti nei documenti.
Ma, prima di morire, sembra che il Rigadìn abbia sentito il bisogno di sgravarsi di un peso sulla coscienza, confessandolo a non sappiamo bene chi. Fu così che si seppe della sua astuzia fraudolenta: prima dei sopralluoghi, infatti, aveva messo all’interno delle sue scarpe una bella manciata di terra di Fusine, e così, a rigor di termini, aveva sempre detto il vero, perché i suoi piedi posavano sulla terra delle Fusine, anche se le scarpe calpestavano il territorio di Colorina. E si seppe che aveva fatto questo "per una scommessa".
La confessione non ebbe effetto sui confini comunali, che, tracciati com'erano, non furono più modificati, ma ne ebbe, e di pesanti, sulla sorte ultraterrena del Rigadìn. Dopo la morte, infatti, ebbe un bel protestare che lui di bugie non ne aveva mai dette: il Signore non lo volle in Paradiso, e neppure in Purgatorio. Ma neanche il diavolo lo voleva: nella sostanza aveva sì truffato gli abitanti di Colorina, ma, a voler essere pignoli pignoli, di bugie non ne aveva dette, ed allora in quale parte dell’Inferno lo si doveva relegare?

Così la sua sorte fu quella comune ad altre anime invise a Dio ed all’inimico suo, come si soleva dire: i famosi “confinati” (“cunfinàa”), condannati (cundanàa) in eterno ad una pena da scontare non all’inferno, ma confinati, appunto, nei luoghi più solitari e tetri delle nostre montagna. Ecco spiegato il battere insistente di mazza su pietra: è il Rigadìn che sconta la sua pena.
Una nota linguistica: Rigadìn o Rigadìi suona un po’ come “riga drìzz”, cioè “riga diritto”; in realtà il termine "rigadìi", nel dialetto della Val di Tartano (come si evince dall'ottimo dizionario di Giovanni Bianchini), significa tessuto di lana a strisce rosse, grigie e nere, utilizzato per le sottante delle donne, detto anche "gagiulìi"; è interessante notare che l'espressione metaforica "fa rigadìi" significa comportarsi in modo incoerente e contraddittorio, dar a vedere una cosa e pensarne o farne un'altra, come frequentare la chiesa e comportarsi contro la legge di Dio, come aveva fatto, appunto, il Rigadìi.

 

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)