SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Gregorio Barbarigo, S. Adolfo, Manuele

PROVERBI

Quand el vén serén de nòt, l'è cume na végia che va al tròt
(quando si rasserena di notte, è come una vecchia che va al trotto, cioè dura poco)
Aria de fesüra, la ména a sepoltura (gli spifferi portano alla sepoltura)
Mal de pèl, mal de budèl (disturbo alla pelle, disturbo intestinale)
Acqua, diéta e sèrvimi i guaríss de tüt i mai (acqua, dieta e farsi servire guariscono da tutti i mali)
Bisügna nàsach par èss ün del paés (bisogna nascervi per essere uno del paese - Tirano)
El laurà de fèsta él vé ént de la pòrta e ‘l va fò de la fenèstra
(il guadagno di chi lavora nei giorni di festa entra dalla porta ed esce dalla finestra - Teglio)
Un öc' al g(h)at, l'oltar a la padèla (un occhio al gatto, l'altro alla padella - Fraciscio)
Nu dir mäl dal dì, fin ca nu l'è nötc (non dir male del giorno, finché non è notte - Val Bregaglia)
Chi fa da plü chi pà e mama, o ca 'l fa o ca l'ingàna
(chi ti aiuta più di un padre o una madre, o ti aiuta o ti inganna - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Nel “Dizionario etimologico grosino”, di Gabriele Antonioli e Remo Bracchi (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio), leggiamo:
"Sèra: usanza matrimoniale consistente in una sorta di riscatto chiesto dai coetanei scapoli della sposa al pretendente forestiero. Dopo la funzione, la sposa taglia il nastro teso dai coscritti davanti alla porta della chiesa. Lo stesso viene poi annodato a tracolla come segno dell'avvenuto pagamento del riscatto, che viene utilizzato per organizzare un rinfresco sul sagrato."

Nella Credaro Porta, nel bell’articolo “Cucina di valle e di montagna” (contenuto nel volume di aa. vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, 1995), ci offre questo interessantissimo spaccato sulla polenta, il piatto più tipico nella civiltà contadina dei secoli scorsi:

"Più che di polenta, nelle nostre valli, dovremmo parlare di polente perché ce n'è una grande varietà, non solo a seconda delle zone, ma anche in funzione della situazione economica delle famiglie. La polenta classica è la pulénta més'cia, con una parte di farina di mais e una di grano saraceno, ma, a seconda delle zone e delle coltivazioni, le due parti possono comporsi in diverse quantità, fino a veder scomparire del tutto la «farina nera», in zone dove questa non viene prodotta, o ad esserne il solo costituente.
La polenta valtellinese è piuttosto dura; quando si rovescia sulla tafferia, mantiene la forma del paiolo e si taglia col coltello di legno. Deve cuocere sul fuoco del camino almeno un'ora. Il lavoro di rimescolamento è fatto con un bastone di legno dal basso, verso l'alto, in modo che tutta la polenta senta il calore del fuoco in uguale misura. È per lo più l'uomo di casa che fa la polenta, dato che il lavoro è piuttosto faticoso: infatti si tratta di tenere fermo il paiolo che è appeso alla catena con una mano e rimestare con l'altra. Quando la polenta è particolarmente dura, ed è considerato un pregio, si dice che è la polenta dei buréle, cioè dei tagliaboschi (burla è una sezione del tronco di un albero ad alto fusto).
La polenta taragna è la versione «della festa» della precedente. Si consuma in particolari momenti di incontro o prima di grandi lavori agricoli, come la fienagione. Entrano in parti uguali la farina, il burro e il formaggio tipo latteria semigrasso. Si fanno cadere a pioggia nell'acqua che bolle le farine, di grano saraceno e di mais, e dopo averle incorporate si comincia a rimestare la polenta, aggiungendo ogni tanto un pezzo di burro. Dopo un'ora di cottura, due minuti prima di rovesciare la polenta, si unisce il formaggio che sarà stato precedentemente tagliato a scaglie. Si dà un'ultima rimestata e si versa prima che il formaggio sia sciolto. Anche le croste, che devono staccarsi dal paiolo e non devono risultare bruciate, dato che ci va a finire un bel po' di burro, sono ottime.
Nelle versioni più recenti c'è la tendenza a diminuire la quantità del burro e a volte anche del formaggio, ma anche in tempi passati nulla era sicuro: non si pesavano certo gli ingredienti. L'uso di un tempo era di mangiare questa polenta da sola. Ora è invalso l'uso di accompagnarla con fette di salame o sottaceti o salsicce bollite.


La pulénta 'n fiuur (A), dato che la fiuur è la panna, è una polenta in cui la farina è cotta nella panna. Di questa polenta esistono più varianti. Quella classica vede l'impiego di sola farina di grano saraceno, che viene buttata tutta in una volta in un litro o più di panna liquida salata e rimestata ancora più a lungo della polenta normale. Le variazioni riguardano la farina, che a volte è mescolata con mais, e talora è solo mais, la panna, a cui a volte è unito un po' di latte, e l'aggiunta a un certo punto della cottura di uva sultanina (Tirano C), pratica ormai in disuso quasi ovunque. La polenta in fiore è un cibo eccezionale; veniva preparata nell'alpeggio quando il freddo impediva al burro di formarsi nella zangola o, al momento del rientro a valle, come fatto propiziatorio (M).
La pulénta bóna (G) dí Grosio è forse la più ricca di grassi in assoluto; infatti si prepara con panna, formaggio molle e farina di grano saraceno. Quando bolle la panna si sala leggermente, si versa la farina e quasi subito il formaggio e si mescola per almeno quaranta minuti. È chiamata pulénta bóna anche a Sondalo (52) quella preparata nei giorni di festa con farina di grano saraceno, panna o, in mancanza di questa, con burro e latte.
Una versione della polenta in fiore è la crupa, che si mangia vicino a Sondrio. Qui, alla farina di grano saraceno e ad un po' di farina di mais, si uniscono in più delle patate precedentemente bollite e passate e, alla fine, anche del formaggio a pezzetti (M).
Le patate entrano anche nella polenta normale, gialla o bigia che sia. In periodi di carestia o di guerra era una pratica comune quella di risparmiare la farina di mais, che si coltivava solo in pianura, sostituendola in parte con le patate che crescono in ogni terreno e quasi ad ogni altezza. La leggerezza che le patate danno alla polenta di patate la fanno preferire ad interi nuclei famigliari (A).
La pulénta in fríguli (polenta in briciole) di Aprica (1980) si prepara buttando molta farina di grano saraceno in poca acqua e rimestando per un'ora e mezza, sempre da sotto in su. Alla fine si aggiunge parecchio burro e così la polenta si apre in briciole, come dice il suo nome.
Nelle località del versante purivo della media valle, e in val Tartano, dove le castagne sono abbondanti, queste entrano nella preparazione di una polenta di castagne, in cui non si utilizza solo la farina, ma anche, o unicamente, le castagne secche. Queste, dopo essere state messe a bagno in modo da poter togliere tutte le pellicole, vengono cotte in molta acqua per due ore o più. A questo punto si ottengono due diversi cibi: uno è una specie di castagnaccio; infatti si rimestano per dieci minuti le castagne dopo aver aggiunto sale e burro; si versa il composto sulla tafferia e si lascia raffreddare (Castione B). L'altro è una vera e propria polenta: alle castagne cotte nell'acqua e frantumate si uniscono farina di mais, latte e burro (Tartano C).
Una polenta per sfamare può essere considerato él pulentún (Valletta di Traona
C) che nelle stesse zone ha lasciato traccia di sé. Gli ingredienti sono patate non sbucciate, fagioli e castagne che venivano cotti per ore nell'acqua. Una volta cotto, il tutto veniva scolato e impastato per bene fino ad ottenere una specie di grossa palla.
A Samolaco si cucinava la polenta di zucca (S1), facendo ben cuocere la zucca tagliata a fettine e poi amalgamandovi la farina di mais. A questo punto si può dire che dalla polenta discendono per filiazione tre filoni di pietanze: uno è rappresentato dai cibi che nascono dal riutilizzo di polenta avanzata oppure dal trattamento di una polenta fresca e appena rovesciata; un altro dalla serie di pappe ottenute da farina per lo più di mais cotta nell'acqua o nel latte e un terzo da verdure e patate cotte a mo' di polenta, come i taróz.
Abbiamo già visto la pulénta sfetàda, testimoniata da una storica ricetta. In questa preparazione (A) la polenta appena levata dal fuoco viene rovesciata e subito tagliata a fette regolari, e posta in una marmitta, cosparsa di scaglie di formaggio semigrasso, e più recentemente di formaggio di grana, e poi abbondantemente irrorata di burro ben fritto con cipolla e salvia fino a fargli assumere un colore quasi bruno. L'operazione deve essere compiuta rapidamente perché la polenta sia mangiata ancora calda.
A Sondalo la pulénta cóncia (S2) è preparata dividendo a cucchiaiate la polenta appena cotta e cospargendola di formaggio grattato e strutto fuso, aromatizzato con cipolla.
Con polenta avanzata e patate lessate si cucinava un piatto gustoso che a Chiuro (1980) e in paesi vicini si mangia tuttora: i rustìit e che è presente anche in Valchiavenna (C). Si rosola in una padella burro o strutto con cipolla e, quando sono rosolati, si aggiungono la polenta e le patate a fettine che si frantumano con una paletta fino ad ottenere una tortina omogenea, che si deve voltare perché ci sia la crosticina sopra e sotto. Secondo qualcuno va aggiunto anche formaggio a pezzetti. Nel Samolachese, invece del formaggio, compare del latte freddo o del latticello con cui si irrora (S1).
Il melònz (S1) di Samolaco è un'altra versione della precedente. Le patate e la polenta cotte e fredde vengono tagliate a pezzetti, messe nel burro, spolverizzate di farina gialla e cotte sulla piastra calda per quarantacinque minuti, mescolando e tagliando con una paletta forata, in modo che si formino delle piccolissime palline. Una volta cotte si mangiano immerse nel latticello.
Nel melònz della val S. Giacomo non solo è conservato il nome ricordato dal Lehmann, ma il cibo stesso mantiene alcune caratteristiche di secoli fa: la farina di mais inumidita viene tostata a lungo nel burro e poi servita con latte caldo.
A Samolaco (SI) e in Valmalenco (B) si utilizza la polenta in grosse palle in cui si inserisce un pezzo di formaggio, scimiiiit in Valmalenco, dove le pallottole si mettono nelle braci del camino a scaldare, e latteria nel Samolachese, dove il squisgio, questo è il suo nome nella zona, viene posto su una pietra ben pulita davanti al calore delle braci finché il formaggio non sia sciolto. Lo stesso si fa con due fette di polenta sovrapposte in cui si inserisce del formaggio e che poi viene posto sulla pioda o sulla gratella (S1).
A Grosio si chiama chiscèl (G) la polenta appena cotta con cui si formano delle palle con buchi nei quali si mette del formaggio molle. Si fanno arrostire sulla brace in modo che il formaggio fonda. E ancora a Grosio con un po' di polenta appena rovesciata, dopo averla impastata con della farina bianca, si prepara una focaccia, él curnett dé pulénta (G), che viene cotto nel forno per alcuni minuti.
Lo scotamüüs è nome che corrisponde, a seconda delle zone, a due diversi cibi. Nella zona di Arigna (B) non era altro che polenta avanzata, ridotta in briciole, buttata nel latte bollente e fatta cuocere fino a che non fosse ridotta a una pasta ben amalgamata. A Montagna (A) era una polentina molle cotta nel latte e poteva essere arricchita con una spolverata di formaggio di grana aggiunto all'ultimo momento. Questa pappa a Tirano si chiama papa dé munt o farinarsa (M).
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STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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