SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Antonio abate, Alba, Iole, Nadia, Nada, Iolanda, Jole, Iole, Jolanda, Anteo

SANTI PATRONI: S. Antonio Abate (Postalesio)



PROVERBI

S. Antona n'ura bona (A S. Antonio è un'ora buona, cioè il giorno si è allungato di un'ora circa rispetto al solstizio d'inverno del 21 dicembre - Bormio)
A Sant’Antóni, n’óra bóni (A S. Antonio è un'ora buona, cioè il giorno si è allungato di un'ora circa rispetto al solstizio d'inverno del 21 dicembre - Samolaco)
A S. Antoni un'ura bona al fa frecc e nul cuiona
(A S. Antonio un'ora buona, fa freddo e non scherza - Tirano)
S. Antoni padovàn salva nuàlter e al nos besciàm del fok, di ladri, di lof, di can e di mal cristiàn  
(S. Antonio padovano salva noi ed il nostro bestiame, dal fuoco, dai ladri, dai lupi dai cani e dai cattivi cristiani - Grosio)
S. Antoni de la barba bianca u ch' el fioca u pók el manca
(S. Antonio dalla barba bianca, o nevica o poco ci manca)
Dopu S. Antoni tücc i dée iè del demoni
(Dopo S. Antonio tutti i giorni sono del demonio, perché è carnevale)
A Sant'Antoni abat el salta fora tucc i matt
(A S. Antonio abate saltano fuori tutti i matti, perché inizia il carnevale - Bormio)
Sant Antòni da la barba ggiànca u ch’al fiòcca u poch al manca
(Sant'Antonio dalla barba bianca, o nevica o poco manca - Montagna)
Sant’Antòni da la barba bianca, fam truà quel che me manca, sant’Antòni da la barba grìsa, fam truà quel che gu mìga (Sant'Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca, Sant'Antonio dalla barba grigia, fammi trovare quel che non ho - Ardenno)
Sant’Antòni de la barba bianca, o al fiöca o pòc ghe mànca
(sant'Antonio dalla barba bianca, o nevica o poco ci manca)
Sant'Antoni de la barba bianca i è rar i agn che la ghé manca
(Sant'Antonio dalla barba bianca sono rari gli anni nei quali gli manca - Ardenno)
Sant'Antoni de la barba bianca fam truà quel che me manca, sant'Antoni de la barba grìsa fam truà quel che gù mìga (sant'Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca, san'Antonio dalla barba grigia fammi trovare quel che non ho - Ardenno)
Sant’Antòne de la bàrba grìsa, mét sü la màglia sóta la camìsa
(Sant'Antonio dalla barba grigia, metti la maglia sotto la camicia - Teglio)



Sant'Antòni uèn debòtt, gòo gni scarpi gni sciambròcc
(sant'Antonio vieni subito, non ho né scarpe né scarpacce - Selve)
Sant'Antòni e San Giuànn, tuca tèra sensa fa dagn
(Sant'Antonio e San Giovanni, tocca terra senza far danni - lo si diceva quando si faceva accidentalmente rotolare qualche sasso - Selve)
Sant'Antoni dé la barba bianca, vòtt dé prima e vòtt dé dòpu nun la manca
(Sant'Antonio dalla barba bianca, otto giorni prima o otto giorni dopo la neve non manca)
Sant’Antòni abate, te guarénti da le mate, dai sciàt e dai bìs e dai fémni che slufìs
(sant’Antonio abate ti guardi dalle matte, dai rospi, dalle bisce e dalle donne che scoreggiano)
Sant’Antòni a mèzz gené, mèrda ‘n buca ai urscelé
(Sant’Antonio a metà gennaio, tempo inadatto per i cacciatori)
Sant’Antoni Paduàn, salva nualter e ‘l nos bes’ciàm dal föch, di ladri, di lüf, di can e di mal cristiàn (sant’Antonio da Padova, salva noi ed il nostro bestiame dal fuoco, dai ladri, dai lupi, dai cani e dai cattivi cristiani)
A Sant'Antoni i se deslìga i màt (a Sant'Antonio si slegano i matti, perché inizia il carnevale - Sondalo)
A Sant’Antòni al sa desgéla ànca i macc
(a Sant'Antonio si scongelano anche i matti, perché inizia il carnevale - Tirano)
Sant'Antòni se la nif non ghè poc ghe mànca
(a sant'Antonio se non c'è la nece, poco ci manca - Sacco, Valgerola)
San Lurénz de la gran caldüra, sant’Antòne de la gran fregiüra, l’ün e l’ótru póch i düra
(il gran caldo di San Lorenzo ed il gran freddo di Sant'Antonio durano molto poco - Teglio)
San Màuro al va a la comandàa, sant’Antónni al va a la töó, san Baš-cèn al va a la pagàa
(s. Mauro va a comandare, s. Antonio a prendere, s. Sebastiano a pagare la neve - Villa di Chiavenna)

VITA DI UNA VOLTA

S. Antonio abate era figura assai cara alla devozione popolare, in quanto considerato protettore degli animali, soprattutto dall'herpes. Veniva rappresentato con un porcellino, un campanello, un bastone o anche il fuoco in una mano. Nella sua festa questi venivano portati sul sagrato delle chiesette dedicate al santo e solennemente benedetti; i contadini che non potevano portare le loro bestie fin lì, le facevano comunque uscire dalla stalla al rintocco della campanella che annunciava la benedizione.
A Bormio cavalli, muli e somari venivano benedetti sul piazzale della chiesa del SS. Crocifisso, nella contrada di Combo.

Nel "Dizionario etimologico grosino" (Gabriele Antonioli-Remo Bracchi, Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio), leggiamo:
"Secondo una statistica del 1981 nel nostro comune il nome Antonio era portato da 104 maschi e da 33 femmine. Questa diffusione è certamente dovuta alla profonda devozione popolare verso s. Antonio abate, protettore degli animali domestici, la cui festa si celebra il 17 gennaio. In tale occasione vengono benedetti il sale, lo zucchero, la sugna (la sóngia), indumenti e medicinali per le persone e per il bestiame, perché venga preservato da malattie. Questo è l'ultimo giorno per assolvere i pegni contratti a gabinàt e per­tanto può essere considerata l'estrema appendice del tempo natalizio e l'inizio del periodo carnevalesco. Il santo è abitualmente raffigurato dall'iconografia popolare come un vecchio dalla barba bianca, appoggiato a un bordone con un campanello, e con un maiale ai suoi piedi ed è pertanto chiamato con l'appellativo di sant Antòni del purscèl o del campanèl. Sembra che inizialmente il porco indicasse il demonio che aveva tentato invano il Santo durante il suo eremitaggio nel deserto, ma questo significato è andato totalmente scomparendo e il maiale è divenuto invece l'emblema degli animali domestici. A s. Antonio abate è dedicato un altare della antica chiesa di s. Giorgio e la chiesetta alpestre dell'alpe di Biancadìn o Piancadìn in Valgrosina. Al santo ci si rivolge anche per trovare un oggetto smarrito (sant Antoni dela barba biènca, fam truèr quel che al me manca). Quanto alle credenze meteorologiche, per similitudine, si abbina la barba bianca del santo alla neve di cui si ritiene apportatore: sant Antoni e santa Nésa l'é i mercànt dela nef, oppure: sant Antoni dela barba biènca, se nò al ghe n'é, pòch al ghe manca. Ma in prossimità di questa festa possono anche verificarsi delle sciroccate che riducono in fanghiglia la neve presente in paese; da qui il detto: sant Antoni slàper. Per antica consuetudine, regolata da un apposito capito­lo degli statuti comunali, nel giorno di s. Antonio si distribuiva alle porte della chiesa parrocchiale una parte del pane dei legati ad ogni partecipante alla funzione religiosa (cap. 10, ed. 1729). Filastrocche: sant Antoni mio benigno dém la cièf del vostro scrigno, pèr tör su vergót de bèl. Sant Antòni del campanèl, al campanèl al s'é rumpì e sant Antoni l'é fugì, l'é andac' de dré de una pòrta e l'à truài una càura mòrta, l'é vignì un usèl e al n'à fac' una gran pèl, s. Antonio mio benigno prestami la chiave del tuo scrigno per prendere qualcosa di bello. S. Antonio del campanello, il campanello si è rotto e s. Antonio è scappato dietro ad una porta, dove ha trovato una capra morta, è arrivato un uccello e ne ha fatto una scorpacciata."

Nel medesimo dizionario leggiamo anche:
"Benedìr tr. benedire. La benedizione è spesso considerata come un segno propiziatorio o come un preventivo per scongiurare mali maggiori. Gli esempi più comuni in tal senso sono la benedizione del bestiame in stalla prima della salita agli alpeggi o quella di alimenti da somministrare in caso di malattia. Singolare, in passato, era la richiesta di un sacerdote sul luogo di incendi per benedire le fiamme (benedìr al föch) ed evitare che si estendesse ad edifici attigui. Il Sia benedì l'anima di nos pòr mòrt, espressione di ringraziamento e di riconoscenza per un piacere ricevuto. In particolare viene usata dai parenti del defunto per quanti intervengono a suffragarne l'anima con rosari e preghiere."

Nella “Guida escursionistica della Valchiavenna” (edizioni Rota, Chiavenna, 1986), leggiamo:
“Il 17 gennaio, festa di S. Antonio abate, davanti alla chiesa si benedicevano gli animali. Spiccavano soprattutto i cavalli, addobbati a festa. Ancora oggi la cerimonia si svolge nei paesi della piana di Chiavenna. Nel borgo, dal 1686 al 1800 la benedizione si tenne davanti alla chiesa di S. Antonio in piazza Castello. Nello stesso giorno in alcuni paesi viene ancora oggi benedetto durante la messa il sale: bianco per cucina, nero per gli animali.”

Ad Ardenno nella festa del santo si celebrava la messa nella chiesetta a lui dedicata, sopra la frazione Cavallari. In quell'occasione veniva venduta la "cupèta" (coppetta), dolce tradizionale confezionato con noci e miele. In quell'occasione venivano benedette le bestie; i contadini che non potevano raggiungere la chiesetta stavano all'erta e, non appena suonava la campanella della benedizione, scuotevano l'uscio della stalla, perché questa arrivasse anche alle loro bestie.

La festa di S. Antonio nella Samolaco di un tempo viene così descritta da Amleto Del Giorgio, nel bel volume "Samolaco ieri e oggi" (Chiavenna, 1965):
“Si giungeva così a S. Antonio abate, festa celebrata con particolare solennità e fervore per un antico voto al Santo e riguardante la sua protezione in occasione di epidemie ed epizoozie. L'atmosfera era rallegrata già dal sempre più avvertibile aumento della insolazione da noi che in certe annate a S. Antonio (17 gennaio) ci dà un generoso seppur piccolo anticipo di luce e calore. E perciò si diceva: "A sant'Antoni un'ora boni" (boni vuol dire quasi).
Ma ancor più si rallegrava la gente quando, dopo la Messa, un banditore saliva sul muretto-sedile alla facciata della chiesa per annunciare, fra il divertito silenzio di tutti, l'organizzazione e la data scelta per la annuale mascherata: la "bag(h)üta"! Seguiva poi, sempre sulla piazza della chiesa, il cosiddetto "incanto" dell'abbondante offerta per S. Antonio: panetti di burro, forme di formaggio vecchio, ricotte affumicate, salsicce, granoturco, castagne secche.
Era, quella, la cerca che dava i maggiori risultati e per questo si diceva che S. Antonio "teneva in piedi la chiesa". Il banditore, alzando con le due mani i vari campioni delle merci, con voce che si faceva subito rauca attaccava: "La mét verün al bütéer? ... A vòt fraanc e    a vòt fraanc e do... e a vòt fraanc? (qualcuno vuol comprare il burro? .... a otto lire.... ecc.). Allora qualcuno dei numerosi concorrenti, in modo percepibile solo allo sguardo dell'esperto banditore, accennava: "vòt e dées"... E allora riprendeva l'interminabile litania: "A vòt franc e dées e a vòt fraanc e dées e do... e do e mèza... (quest'ultimo prezzo veniva ripetuto numerose volte, intervallate da convenienti pause e incoraggianti occhiate ai concorrenti perché si decidessero ad aumentare l'offerta, poi, finalmente,) ... e mèza tré". E il tempo passava, sicché, dopo le tredici, l'incanto continuava ancora, con la voce sempre più rauca dei due banditori, che si alternavano nell'ardua fatica.
Poi, alle tredici e trenta, prima ancora dello scampanio generale di tutte le campane per il segnale dei vespri, la via di accesso alla chiesa risuonava di allegri tintinnii, di veloci scalpitii, di nitriti e incitamenti. I cavalli del paese arrivavano al trotto, rilucenti di pazienti strigliature, con le code annodate e ornate, insieme alla criniera, con rametti di sempreverdi: bosso e alloro. I più erano montati da baldi giovanotti che, in gara col destriero, si esibivano agli sguardi avidi dei curiosi e... delle curiose che stavano in massa, come in una tribuna, pigiati sul piazzale della chiesa a vedere. In breve la lunga fila dei cavalli, dei bei cavalli di Samolaco dei quali ho già a lungo parlato, era pronta, sebbene inquieta e fremente di vita, sulla larga via che, di fianco alla chiesa, fronteggia la canonica e il palazzo comunale.
Alcuni cavalli, all'insolita scena, nitrivano e scalpitavano fortemente, obbligando l'accompagnatore a dar prova di tutte le sue qualità di... domatore. E il mormorio dei commenti si univa al tintinnio dei sonagli, ai nitriti, allo scalpitio: i ragazzi e gli uomini parlavano dei cavalli, le ragazze anche dei giovani che li reggevano con la cavezza.
Intanto la porta laterale della chiesa si apriva e il sacerdote con i sacri paramenti usciva verso lo schieramento equestre, scortato da numerosi "confratelli” dalle variopinte divise: rosse bianche e turchine (del Santissimo e della Madonna). Allora, impartita appena la benedizione con l'acqua santa, gli accompagnatori dei cavalli saltavano in groppa e via! Era un nuovo e più intenso scalpi tare, un trotto, un galoppo in massa verso l'arco del secolare "culumbée", ove la gran cavalcata si divideva in rivoli sempre più esigui e ognuno tornava alla propria stalla. Ma dalla piazza della chiesa tutti gli sguardi rimanevano fissi ancora verso quella parte ove l'eco dei sonagli, dei concitati incitamenti e del rumoroso scalpitare si faceva sempre più fievole e  lontano. Lo spettacolo era finito.”

Da "Lombardia" (nella collezione almanacchi regionali diretta da R. Almagià), Paravia, Milano, Torino, Firenze, Roma, 1925:

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Riportiamo alcune pagine da “La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, di Tullio Urangia Tazzoli (Anonima Bolis Bergamo, 1935):
Il Carnevale bormiese cominciava il 17 gennaio: "A Sant Antòni abat (a Sant'Antonio abate) Al salta fòra tücc í mat (saltano fuori tutti i matti) „. Era costumanza durante il Carnevale nei secoli scorsi pei Bormiesi di andare in giro travestiti nei pittoreschi costumi delle vallate per i vari paesi o frazioni (Vicinie) della Contea dalla Valfurva sino alla lontanissima Livigno. Nelle case degli amici, dei parenti e di conoscenti si improvvisavano, spesso, rustiche rappresentazioni satiriche, piccole farse, scene comiche e dialoghi pieni di quello spirito frizzante e mordace che caratterizza il dialetto della Valfurva e, soprattutto, il Livignasco.
Nel capoluogo, nella popolosa e ricca Bormio, queste maschere erano accolte con onore anche nelle famiglie più ricche e nobili che, nelle lunghe sere d'inverno, univansi, come i contadini e gli artigiani, a liete veglie (filò). Vi era, come osserva saporitamente Glicerio Longa, una rappresentazione umoristica delle varie valli e paesi del Bormiese ben caratterizzati e caricaturizzati: il livignasco che viene alla fiera di Bormio carico di pelli; la forbaschina che tiene nella cesta colma di uova fresche da vendere e di galline comperate al mercato; il trepallino che porta sulle spalle il sacco dove grugnisce il piccolo maiale da allevare. Ma il massimo della allegria si raggiungeva nelle ultime giornate in cui per molti anni quasi il potere civile veniva sopraffatto dalla furia e pazzia carnascialesca che è degna nelle sue figure più tipiche e di sapore pure storico e politico, di essere rammentata. Queste figure sono: Al Podestà o Monarca dei Matt (il Podestà o Monarca dei Matti); Al Re del Carneval (il Re del Carnevale); Al Kapitani de la Gioventù (il Capitano della Gioventù) figura quest’ultima, che coesisteva già con le precedenti ma con altre attribuzioni secondarie. Queste tre creazioni carnascialesche si susseguirono, sostituendosi, a distanza di tempo, nel Carnevale bormino. Il Podestà dei Matti durò sino al Settembre 1755 il Re del Carnevale ne ereditò le attribuzioni, alquanto però sminuite, sino alla caduta del Governo Grigione (luglio 1797); il Capitano della Gioventù rimase e dura tuttora nel Bormiese sebbene, specie in questi ultimi anni, potere ed attribuzioni siano andate diminuendo e, certe, addirittura, scomparendo.

Dicemmo che il trapasso da una figura all'altra è dato da ragioni storiche e politiche, morali ed economiche. Infatti le larghissime libertà accordate al Podestà dei Matti che per 6 giorni si sostituiva addirittura alle supreme Autorità del Contado (Podestà e Reggenti) coll'immunità completa lasciata al suo "alter ego„ l'Arlecchino, elementi questi – Podestà ed Arlecchino - spesso costituiti ed eletti dal partito di opposizione a quello in carica, erano usate largamente come un controllo all'amministrazione in vigore e, soprattutto, come controllo sull'opera dei due Reggenti che erano sempre gente del Contado. Le satire feroci e mordenti dell'Arlecchino a cui tutto era pubblicamente permesso, le allusioni più offensive come la celia più grottesca e ridicola e piena di sarcasmo celata dalla maschera dell'uomo e dalla parlata carnascialesca in prosa o poesia, costituivano vere offese dolorose oltre che agli amministratori della cosa pubblica all'onore delle famiglie.
Si racconta che un nobile Alberti armato di doppietta appostatosi in posizione dominante nella piazza maggiore di Bormio dietro il kuerc freddasse l'Arlecchino appartenente alla nobile famiglia Bruni che aveva con i suoi lazzi profondamente svillanneggiati gli Alberti. Oltre ai livori politici ed agli odi di parte che in tal modo fomentavansi avveniva che il Podestà dei Matti spesso, ed a volte non volentieri, dovesse assumersi tali e tante gravissime spese da consumare ogni suo avere e ridursi in reale miseria. Questi gravi inconvenienti indussero la maggioranza dei Bormiesi a richiedere la revoca di codesta Istituzione. Interpreti di questi sentimenti il cavaliere Stanislao degli Alberti ed il canonico-teologo Molina a proposito delle delapidazioni a cui era stato costretto per la sua carica l’ultimo Podestà dei Matti Giuseppe Maria Schena si rivolsero alle Leghe Grigie ed ottennero alla Dieta di Tavate (Davos), con decreto del 17 Settembre 1755, che l'antecedente secolare decreto sulle funzioni ed attribuzioni del Podestà dei Matti, venisse revocato. Ma il bisogno di vecchi divertimenti e non ultimo il bisogno ancora di un certo controllo indussero parecchie famiglie patrizie ed il celebre giureconsulto bormino Alberto De Simoni a fare revocare il decreto presso le Tre Leghe Grigie. Esso fu sostituito con un altro decreto in data 6 dicembre 1766 che permetteva i vecchi divertimenti purchè non si commettessero violenze e si rispettasse il Palazzo del Podestà che non poteva essere più occupato dal Podestà dei Matti senza la autorizzazione del Podestà anzidetto e regolarmente in carica. E così avvenne che i Bormiesi si elessero, al posto del vecchìo. Podestà dei Matti, un Re del Carnevale con molte delle attribuzioni antecedenti. Col cadere della dominazione Grigione, nel luglio 1797, Bormio ed il Contado proclamarono la propria indipendenza dal secolare dominio retico e col resto della Valtellina unironsi alla Repubblica Cisalpina. Nella soppressione delle vecchie usanze che troppo ricordavano il passato servaggio anche il dominio del Re del Carnevale cessò quasi avesse sapore di tirannide per quanto carnevalesca e rimase della antica corte buffonesca il solo Capitano della Gioventù.

Esaminiamo partitamente queste figure tipiche del Carnevale bormiese cominciando dal Podestà o Re dei Matti costume carnascialesco più antico e caratteristico. Il Romegialli ce ne dà una saporita descrizione. Una descrizione più particolareggiata ed interessante troviamo in un manoscritto del prof. Neri riportato dal Pitrè e che da lui riproduciamo riflettente il Monarca dei Matti ossia il "Podestà dei Matti„ come è chiamato dal Romegialli: " Il Monarca deve essere capo di casa e non figlio di famiglia restando immune dalla carica i laureati in qualche facoltà: è scelto tanto fra le persone civili che fra gli artigiani e contadini. Appena seguita l'elezione va la gioventù a fargli un evviva con tamburi ed altri strumenti alla sua casa. Il Martedì primo di Carnevale, dopo il pranzo, si veste con abito nobile e manto reale e sopra un cavallo ben bardato e servito dal Capitano della Gioventù e da tutto il ceto di essa che lo va a levare a casa (chi in abiti da maschera e chi in abito proprio usuale ma tutti con divisa al cappello) viene condotto al Palazzo del Podestà o Palazzo Pretorio preceduto da un Dottore e da un Arlecchino pure a cavallo e da due maschere che portano sopra bacili d'argento corona e scettro con altre maschere innanzi ed intorno al suo cavallo in abiti di lacchè. Egli giunge nel tempo che il Podestà ed i suoi Luogotenenti o Reggenti tengono banco e sentono le cause civili. Ivi il Dottore dice a quei signori "che non conviene in quei giorni destinati all'allegria pensare a cose serie, che Podestà e Luogotenenti in quei giorni non devono entrare nel Governo del Paese ma che questo deve darsi al suo Sovrano che avrà tutto l’impegno per il buon regolamento di esso,,. Dopo qualche gentile e piacevole arringa il Podestà lascia il suo seggio nel quale si pone il Monarca. "Fatto in tal modo cessare il tribunale il Monarca dei Matti rimonta a cavallo e, servito come sopra, precedendo tamburi, violini ed altri strumenti musicali viene condotto in Piazza in sito detto il Coverto (kuérc), altro luogo ove come vedemmo si amministrava giustizia ed adunavansi il Consiglio all'aperto, dove era preparato un palco con sopra una sedia sulla quale siede il Monarca che fra gli evviva di tutto il popolo viene dal Capitano della Gioventù coronato ed assume lo scettro.
Eseguita l'incoronazione si pubblicano, dal Dottore e dall'Arlecchino, leggi e statuti in versi berneschi e poscia il Monarca monta di nuovo a cavallo e precedendo i tamburi servito come sopra, con istrumenti musicali appresso, sopra di un carro gira nel paese. La sera dà una festa da ballo con rinfreschi proporzionati alla qualità della persona. Nei giorni di Mercoledì e Giovedì va in diversi luoghi delle valli con lo stesso accompagnamento e stabilisce dei luogotenenti ed ivi dai paesani gli viene fatto il rinfresco. Il Venerdì con tamburi, altri istrumenti e il solito accompagnamento gira a piedi per il paese cercando volontarie contribuzioni per fare la polenta, il Sabato sera, per i "poveri matti„. Tutti contribuiscono chi in farina di polenta, chi in butirro, chi in formaggio e chi in denaro ed il Sabato, alle ore 22, si fa in piazza un grande caldaro di polenta che si distribuisce a tutti i poveri. Termina in detta sera la festa con una cena in una osteria alla quale interviene detto Monarca che occupa il primo luogo della tavola e tutta la gioventù col Capitano: alla detta cena paga ognuno del proprio. In questi giorni il Capitano della Gioventù esige l'”ex pupille„ che è un certo spontaneo regalo che danno tutti coloro che nel decorso dell'anno si sono congiunti in matrimonio. Queste contribuzioni servono per pagare i sonatori che nei cinque giorni di carnevale impiegano se stessi per fare onore al Monarca dei Matti. Il Re del Carnevale (il Re del Karneval) succeduto al Podestà o Monarca dei Matti in realtà conserva le stesse attribuzioni carnascialesche pur non intervenendo come pel passato faceva il Podestà e, molto meno, sostituendosi alle locali Autorità civili e criminali e rispettando gli edifici del Governo. Non possiamo dire, con certezza, se ed in quanto fu limitata la libertà sbrigliata delle satire dell'Arlecchino: riteniamo che, su questo punto almeno, non si peggiorasse.
Il Capitano della Gioventù ebbe, sempre, una parte importante e le violenze od arbitrio del vecchio Podestà o Monarca dei Matti furono assai limitate se non abolite del tutto. Oggi il Capitano della Gioventù, non figura secondaria nelle secolari feste carnascialesche del Bormiese per quanto rimase di esse, dura tuttora sebbene le sue funzioni si siano alquanto modificate. In compenso egli rimane in carica ed in funzione, specie per certe ricorrenze, tutto l'anno. Questo Capitano della Gioventù era l'eletto dai celibi giovani e vecchi del borgo come Capo di essi ed aveva attribuzioni ben distinte oltre che dirigere i divertimenti collettivi nel periodo del Carnevale. A lui attribuivansi vari compiti negli sposalizi.

E, di nuovo, Tullio Urangia Tazzoli, sempre ne "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, (Anonima Bolis Bergamo, 1935), scrive:
In marzo, se fa bel tempo, si trasporta sui prati e si distribuisce il letame. Non si possono intraprendere altri lavori all'aperto la terra essendo in molte parti gelata o coperta di neve. Accennammo già come il contadino nell'inverno avendo più tempo abbia più cura del bestiame raccolto nelle stalle. Quello, il 17 gennaio, a S. Antonio Abate, è stato benedetto all'aperto, innanzi la chiesa, dal sacerdote. Di qui il popolare detto (che equivoca, però, sui Santi) maggiormente popolare a Grosio:
S. Antoni padovàn Salva nuàlter e al nos bes’ciàm del fok, di ladri, di lof, di can e di mal cristian”, S. Antonio padovano salva noi ed il nostro bestiame dal fuoco, dai ladri, dai lupi dai cani e dai cattivi cristiani.”

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A Sant'Antonio Abate, alla cui devozione è legata, in tutti i paesi di Valtellina e Valchiavenna, la benedizione delle bestie, sono dedicate molte chiese. Fra queste la chiesetta di Fumero, piccolo nucleo all'imbocco della Val di Rezzalo, sopra Frontale (Le Prese, in comune di Sondalo).

La Val di Rèzzalo (val di Rézel) è, dal punto di vista naturalistico e paesaggistico, una delle più interessanti, anche se non una delle più frequentate, dell’Alta Valtellina. Essa offre opportunità diverse: dalla semplice passeggiata in uno scenario aperto, luminoso e tipicamente alpestre, alla più impegnativa escursione al Passo dell’Alpe, dal percorso in mountain-bike, reso possibile da un tracciato quasi interamente ciclabile per la presenza di una strada militare, a quello sci-alpinistico, che offre una lunga ed indimenticabile opportunità di scivolare dal punto di arrivo degli impianti di risalita di Valfurva fino a Fumero, nella bassa Val di Rezzalo. Il tutto in una sinfonia di colori e luci che ricorda valli ben più famose, ma non per questo più belle.
Il suo nome deriva da "rez", che significa sentiero scosceso o pista per lo strascico del legname. Essa, in territorio del comune di Sondalo (Sóndel), si presenta come una diramazione laterale ad oriente della Valdisotto, e confina ad est con la Valle del Gavia, in territorio della Provincia di Brescia. Si tratta anche di un ambiente protetto, in quanto rientra nel Parco nazionale dello Stelvio.
La valle è così descritta nella “Guida alla Valtellina” del CAI di Sondrio, edita nel 1884: “La Valle di Rezzo — Questa valle, ricca di pascoli, è popolata di casolari e di malghe. In poco più di un'ora si sale dal piano a Frontale, allegro villaggio fra campi circondati di boschi, dal quale si gode ampia veduta sulla vallo dell'Adda. Dopo Frontale la valle si fa angusta: il torrente scorro in un profondo burrone e in rivelato cascate precipita al basso, con fragore. Il sentiero, sospeso a rupi verticali, discende il monte verso Fumero, altro casolare presse cui appaiono gli faggi e gli ultimi abeti, poi prosegue sulla destra del Rezzalasco fino a Faccia, dove passa sulla sponda sinistra. Da qui un sentiero faticoso sale a destra il vallone, e guida a un passo che mette in Val Grande, e per essa in Vezza in Valcamonica. La stradicciuola continua sulla sinistra del torrente fino a Drazze e a S. Bernardo, chiesuola non lontana dal giogo. I monti che fiancheggiano la Val di Rezzo sono alti e non di rado elevansi a foggia di pareti: in alto sono sormontati da ghiacciai. La parte superiore della valle è melanconica: un lungo e monotono altipiano, appena curvo a sufficienza per determinare i due versanti, l’unisce alla Valle del Piano o dell'Alpe che metta in Val Gavia e per essa in breve a S. Catterina.
Per salirvi bisogna raggiungere Le Prese ("li Présa", termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato), lasciando la ss. 38 dello Stelvio, dopo Sondalo, allo svincolo relativo (oppure anche lasciandola allo svincolo per Sondalo e percorrendo un breve tratto sul vecchio tracciato, in direzione nord, cioè verso Mondadizza (Mondadìcia) e Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato). Raggiunte Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato, m. 949), dobbiamo portarci sul lato orientale della valle (cioè a destra per chi sale), dove, guidati dai cartelli, imbocchiamo la strada che sale verso Frontale (Frontàal, m. 1166), che raggiungiamo dopo circa un chilometro e mezzo di salita. Stiamo salendo sul fianco settentrionale della valle, che si presenta piuttosto ripido; lo è ancor più il versante opposto, occupato da pinete che sembrano precipitare nella forra terminale della valle, denominata “Calderone di Fumero” (Calderóon), perché con il loro impeto le acque del torrente Rezzalasco (Rezalàs'c), che si precipita sul fondovalle dopo una corsa di 9 km, sembrano ribollire come in un grande calderone.
La strada passa a monte della cinquecentesca chiesa parrocchiale di S. Lorenzo martire (g(h)égia de Frontàal) e, dopo altri 4,5 km circa, nei quali supera un versante in diversi punti scosceso (com’è testimoniato dalla presenza di una galleria paramassi), conduce a Fumero (Fumèer), piccolo nucleo di case e baite posto a 1464 metri e quasi sospeso sul ciglio di prati assai ripidi, che precipitano nel solco profondo della valle. La strada asfaltata, che passa a destra della cinquecentesca chiesetta di S. Antonio Abate (g(h)égia de Fuméer). La chiesetta fu consacrata, il 31 agosto del 1506, a S. Antonio Abate, ma dedicata anche alla scoperta della Vera Croce, cioè della croce alla quale fu crocifisso Gesù Cristo. Questa devozione è legata ad una leggenda, secondo la quale un ramoscello dell’albero della conoscenza del bene e del male, del cui frutto avevano mangiato Adamo ed Eva, aveva germogliato e prodotto un albero cresciuto proprio sopra la tomba di Adamo. La regina di Saba aveva profetizzato al saggio Salomone che a quell’albero sarebbe stato sospeso colui che avrebbe segnato la fine del regno dei Giudei; allora Salomone, per scongiurarla, aveva fatto seppellire l’albero sotto la piscina sacra posta nei pressi del Tempio di Gerusalemme. Ma, proprio pochi giorni prima della Passione, i suoi rami riaffiorarono, e furono recisi per costruire la croce cui venne, appunto, appeso Gesù. Questa croce era per i medievali oggetto di una straordinaria devozione, per cui ad essa vennero dedicate diverse chiese. Questa, in particolare, deve molto anche alla devozione degli abitanti che furono costretti, nei secoli scorsi, ad emigrare a Venezia, lavorando come facchini.
La strada termina poco oltre, ad una piazzola che funge da parcheggio. Potremmo, per la verità, percorrere ancora un tratto sterrato, fino alla località di Fontanaccia (fontanàscia), a 1498 metri, dove termina il percorso aperto a tutti i veicoli: la pista che parte da qui, oltre che presentare un fondo irregolare, è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati.
Un cartello ci informa che parte da qui un lungo percorso (13 km), privo di difficoltà, che richiede 5 ore di cammino ed è contrassegnato dai numeri 22 e 19. Si tratta del percorso che, valicato il passo dell’Alpe (m. 2461), in fondo alla valle, scende nella valle dell’Alpe, laterale della valle del Gavia, fino al ponte dell’Alpe (m. 2293), sulla strada che da S. Caterina Valfurva sale al passo di Gavia, per poi proseguire, in Valle di Gavia, verso il passo (destra), fino al rifugio Berni (m. 2591). Avendo a disposizione due automobili, lo si può percorrere interamente; in caso contrario, è comunque assai gradevole ed affascinante una salita al passo con ritorno per il medesimo itinerario di andata.
L’itinerario sfrutta una pista tracciata durante la Prima Guerra Mondiale, nel quadro di un articolato sistema di opere difensive volte a prevenire gli effetti disastrosi di un eventuale sfondamento austriaco sul fronte dello Stelvio e dell’Adamello. Il presidio del passo dell’Alpe, in tale ottica, sarebbe stato di fondamentale importanza per un’eventuale controffensiva. La pista è stata successivamente allargata, ed ora è carrozzabile fino alla località di Tegiacce, ad una quota di 2218 metri. Questi 8 km di pista, da Fumero a Tegiacce, rappresentano, per la pendenza media non eccessiva, un ottimo percorso di mountain-bike. Ma di ciò diremo.
La prima parte della pista si sviluppa su diversi tornanti, nella fresca cornice di splendidi boschi di abeti rossi: il torrente Rezzalasco corre a poca distanza, sulla destra, ed in diversi punti, lasciando la strada, possiamo raggiungerne facilmente la riva ed ammirare il gioco di luci generato dalle acque che scendono impetuose. La pendenza è abbastanza marcata, per cui guadagniamo quota con una certa rapidità, raggiungendo la località Le Gande
(li ghènda), a 1733 metri, dove sgorga una sorgente copiosa, le cui acque confluiscono nell’acquedotto di Sondalo, servendo anche l’ospedale regionale Morelli.
Poi usciamo dai chiaroscuri del bosco (il Bosco Scuro, appunto, legato ad una commovente storia di cui diremo nella seconda sezione), ed approdiamo alla splendida conca verde che ospita le baite di Macoggia (macög(h)ia, m. 1853, sul lato opposto della valle rispetto a quello che percorriamo, cioè sul lato di destra per chi sale) e di San Bernardo (san Bernàart, m. 1851). Nel cuore del pianoro, cui fanno corona, sul fianco montuoso, splendidi boschi di larici, con un ricco sottobosco di rododendri e mirtilli, spicca la chiesetta dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle e consacrata nel 1672. La scelta della dedicazione appare quanto mai azzeccata: il grande monaco del XII secolo, infatti, fondatore dell’ordine dei Cistercensi, esortava a fuggire dalle città, per trovare la salvezza nelle foreste e nei luoghi solitari, fra alberi e pietre. E qui, forse, in una giornata lontana dal cuore della stagione estiva, si sarebbe sentito a casa sua, immerso nella profonda solitudine montana. Una targa, nei pressi della chiesa, ci riporta, invece, a tempi molto più vicini ai nostri, in quanto ricorda il contributo della valle alla lotta della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.
La strada, con andamento pianeggiante, attraversa i prati, passando per le baite di Gnera (gnéra), di Mainivo (mainìo), di Ronzon (o Ronzone, "ronzóon") e del Merlo ("al mérlo", dove si trova anche un’area attrezzata per il pic-nic), raggiungendo il punto nel quale la valle piega leggermente a destra, cioè passa da un orientamento verso nord-est ad un orientamento verso est-nord-est ed infine verso est. Non possiamo mancare di ammirare la bellezza di queste baite, costruite in legno e pietra, spesso nell’Ottocento, con il tetto in piode di scisto, e talvolta anche in legno.
Attraversando la piana, abbiamo l’impressione che essa sia chiusa da un versante coperto di ontani, solcato da una profonda forra, il Sassello. In realtà si tratta di una soglia che ci introduce ad un pianoro superiore. La strada, oltrepassato il Merlo, supera su un ponticello il Rezzalasco e si porta sul lato destro (per chi sale) della valle, risalendo, con qualche tornante, il versante e portandoci ad un punto dal quale possiamo dominare la profonda spaccatura che il torrente ha scavato nella roccia con l’inesorabile pazienza di un lavoro millenario.
La valle mostra, qui, una nuova e meno ampia conca, chiusa da una nuova ed ultima curva del suo andamento, questa volta a sinistra, cioè dall’orientamento verso est a quello verso nord-est. Sui suoi fianchi i boschi non ci sono più. Si vedono, invece, alla nostra sinistra (nord) le baite della località Tegiacce (li teg(h)iàscia, m. 2218, in posizione rialzata rispetto al piano della valle), mentre a destra troviamo quelle della località di Clevio (clevàsc, m. 2153), dove un cartello segnala il bivio fra la pista, che prosegue verso il passo dell’Alpe ed il sentiero che sale verso Bertolda. Sempre alla nostra destra, si mostrano, in primo piano, le cime della dorsale meridionale dell’alta valle, vale a dire, da destra, il Corno dei Becchi (m. 2822), la cima Savoretta o punta di Valmazza (m. 3096, riconoscibile per la lingua della vedretta di Savoretta che scende per un breve tratto alla sua destra e che alimenta il Rio di Savoretta) e la massiccia mole del monte Gavia (m. 3223; meno marcate e più dolci appaiono, invece, le cime della dorsale settentrionale, che scende verso ovest e sud-ovest dal monte Sobretta - sibréta -, cioè, dalla nostra sinistra, il corno di Boero (còrn di Boèer, m. 2878), la punta di Pollore (dal latino "pullus", terreno molle e paludoso, m. 2933) e il corno di Profa (m. 3078), alle spalle dei quali si nasconde uno splendido gruppo di laghetti di alta montagna (i laghi Brodeg, Stelu e delle Tre Mote, in alta valle di Presure).
Attraversando la conca, troviamo un ponticello che ci riporta sul lato sinistro (per noi) della valle. La pista lascia il posto ad una comoda mulattiera, che risale un piccolo sistema di dossi erbosi, effettuando prima un’ampia curva a destra, poi una a sinistra, ed infine un’ultima curva a destra, che conduce all’ampio corridoio del passo dell’Alpe (m. 2461). Nell’ultimo tratto di salita comincia a mostrarsi, sulla nostra destra, oltre il passo, la regolare piramide del monte Tresero (m. 3594). Mentre alla nostra destra si impone un ampio fianco montuoso occupato da sfasciumi, più dolce è lo scenario alla nostra sinistra, che mostra il profilo arrotondato di alcuni grandi dossi erbosi che scendono verso sud dal monte Sobretta (m. 3296), che dal passo non si vede.
Il passo dell'Alpe (pas de l'alp), ampio e luminoso, ispira un senso di serenità ed armonia, anche se sono ancora visibili i segni del sistema di fortificazioni che avrebbe dovuto farne un secondo fronte da tenere, in caso di sfondamento di quello dello Stelvio. Il panorama raggiunge, in direzione nord-est, il gruppo dell’Ortles-Cevedale, mentre, guardando alla Valle di Rezzalo, scorgiamo, sul fondo, in una piccola finestra a sud-ovest, le cime della Val Grosina Occidentale, ed in particolare il corno della cima Viola.
Sul passo troviamo un cartello che segnala che stiamo percorrendo un tratto dell’Alta Via della Magnifica Terra: scendendo la valle dell’Alpe possiamo raggiungere il ponte dell’Alpe in 30 minuti, per poi risalire al rifugio Berni, dato ad un’ora e 45 minuti dal passo; scendendo, invece, in Val di Rezzalo possiamo raggiungere la Fontanaccia sopra Fumero in 3 ore. In realtà un paio di ore bastano per la discesa con buon passo a Fumero, mentre la salita da Fumero al passo richiede circa tre ore o poco più, necessarie per superare un dislivello di 1000 metri.
La Val di Rezzalo, come già detto, offre l’opportunità di uno splendido percorso di mountain-bike, anche se i tratti più alti, in prossimità del passo, soprattutto sul versante della Valle dell’Alpe, non sono interamente ciclabili. Se non si hanno a disposizione due automobili, si metta, però, in conto la necessità di un lungo tratto su strada asfaltata in Valdisotto ed in Valfurva, dalle Prese a S. Caterina Valfurva e da qui, sulla strada per il Gavia, fino al ponte dell’Alpe. La quantificazione del tempo necessario per chiudere questo anello, che potrebbe essere chiamato anello del Sobretta, è difficile, in quanto legata a diversi fattori, e soprattutto all’allenamento ed alla resistenza fisica di chi lo effettua, ma potrebbe essere quantificato in circa 7 ore. Il dislivello è di circa 1350 metri.
Va, infine, segnalato che la Val di Rezzalo si presta anche ottimamente alla pratica dello sci-alpinismo. Sfruttando, infatti, gli impianto di risalita di S. Caterina Valfurva, sul monte Sobretta, si può effettuare una discesa, dal Dosso Sobretta, al passo dell’Alpe, e da qui lungo l’intera valle, fino a Fumero.

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Leggende e storie di Val di Rezzalo

Ora che abbiamo conosciuto le bellezze naturalistiche e le possibilità escursionistiche della Val di Rezzalo, possiamo apprezzarla maggiormente anche sotto il profilo delle storie e delle leggende ad essa legate. C’è un filo conduttore che sembra legare le più note, il tema del confino, per volontà propria od altrui. Sembra, in particolare, che la valle, per la sua posizione in certo qual modo appartata, si prestasse bene ad ospitare spiriti e soggetti che altrove avrebbero fatto troppo danno. In particolare vi venne relegata l’anima di uno dei più famosi cunfinà, il Kuertur. I confinati erano anime che, per la loro malvagità in vita o per essersi macchiati di peccati particolari (qual è, nel nostro caso, l’eresia), non finiscono in paradiso, né in purgatorio, ma neppure all’inferno (perché il diavolo non li vuole), e sono quindi relegati nei luoghi più remoti e condannati in eterno (o, talora, fino all’espiazione delle loro colpe), a lavori gravosi e senza costrutto (classicamente, vibrare colpi di mazza contro le pietre in enormi gande, cavar oro che poi viene versato nei fiumi e si perde, spinger su per i più ripidi versanti grandi massi, che poi rotolano giù, e via di questo passo). Qualche volta la loro anima si unisce al corpo di un animale, che si manifesta particolarmente crudele ed ha un comportamento innaturale (può parlare e pronuncia le peggiori bestemmie e blasfemie).

Glicerio Longa, nel bel volume "Usi e Costumi del Bormiese”, (ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice), ci spiega chi era costui:
Kuertùr eretico di Mondadizza, si ammazzò precipitando in un burrone, mentre tagliava legna in un bosco. Quando alcuni andarono in cerca dello scomparso, incontrarono sul posto un terribile orso e se la dettero a gambe. Questo è avvenuto in Val de Rèz (Palù) dove Kuertùr, trasformato in orso, è confinato...”
Immaginate, dunque, la situazione: nella tranquilla Val di Rezzalo, un bel giorno, compare un orso minaccioso ed aggressivo: si scopre che in quell’animalaccio vive l’anima di un eretico confinato. Non penso che quelli della Val di Rezzalo l’abbiamo presa troppo bene: “Dobbiamo pagare noi per le colpe di quel pessimo soggetto di Mondadizza?” avranno, come minimo, pensato…
Una seconda versione, leggermente diversa, della medesima leggenda si legge nell’opera di Lina Rini-Lombardini, “In Valtellina – Colori di leggende e tradizioni” (Sondrio, 1961):  “…Il Quertur… in Piaz Merga, non lungi da Pineta di Sortenna, trasformandosi stranamente impauriva i pastorelli assumendo un aspetto di fauno con agreste volto coperto di muschio... Non parla, né lo potrebbe, il Quertur, che talvolta si aggira nei boschi di Sondalo, senza testa, ma quand’è scoperto, si butta nell’Adda con grande fragore.
Ma allora dove dove sta il verso Quertur (o Kuertur)? L’indicazione del Longa, infatti, non è univoca: Val di Rezzalo è, con voce dialettale, Val di Rézel e non di Rez, ma resta vero che l’aggiunta della località Palù riporta alla piana paludosa presso la chiesetta di San Bernardo, in Val di Rezzalo.

Se, dunque, rimane il dubbio sui luoghi nei quali scorazzava l’orso malvagio, è sicuro dove venne confinato un secondo soggetto, ancor peggiore. La terra di Bormio era, un tempo, afflitta da un diavolo fra i più pestiferi, chiamato diavolo bormino. Pestifero perché aveva l’incredibile potere di seminar zizzania, di mettere le persone le une contro le altre, di fomentare liti, dissidi, contese senza fine. Figuratevi che, proprio per questo, era stato addirittura cacciato dall’inferno: i suoi colleghi diavoli non ne potevano più di continuare a litigare fra loro per causa sua. Una volta sbucato dalle viscere della terra, il diavolaccio si guardò un po’ in giro ed essendogli piaciuta la terra di Bormio (non a caso chiamata Magnifica Terrza), la scelse come sua dimora, soggiornando, in particolare, nella Valle di Uzza. I Bormini, dunque, sperimentarono a loro volta cosa vuol dire la discordia e quanta sofferenza possa arrecare. Corsero, quindi, ai ripari e riuscirono ad ottenere il suo allontanamento. Il diavolo bormino (diaol bormìn, o diaol de Uza) venne, allora, confinato, indovinate dove?, sì, anche quello in Val di Rezzalo.
Ne è giunta l’eco perfino alla stampa, e se ne parla in un  articolo dell’ “Eco delle Valli” del 16 giugno 1955. La cosa è andata così. I Bormini, tenuto consulto sul da farsi, decisero di chiamare in soccorso San Bartolomeo apostolo, confidando che la sua grande potenza nella lotta contro il male potesse avere la meglio sul diavolo. Così accadde: San Bartolomeo riuscì a trascinarlo via e decise di seppellirlo in un terreno della contrada Dossi Alti, sopra Fumero. I suoi abitanti erano noti per la mitezza e bontà d’animo, per cui il santo, in perfetta buona fede, era convinto che, quand’anche il diavolo fosse riuscito a metter di nuovo fuori la testa dalla terra, non avrebbe avuto presa su quella brava gente. Ma, sapete come si dice, di buone intenzioni è lastricata la via che conduce all’inferno… Il diavolo rimise fuori le corna, e poi la testa, e poi tutto il resto, e ricominciò ad esercitare il suo mestiere. Risultato: gli abitanti della sfortunata contrada divennero i più litigiosi del mondo.
La presenza di un diavolo così diabolico attirò, poi, a Fumero anche tre streghe altrettanto perfide. Narra una leggenda che il covo delle streghe in quel di Sondalo era la piana della Scala: di qui, dopo i rintocchi dell’Ave Maria della sera, le perfide maliarde spiccavano il volo. Alcune si dirigevano verso le prese, altra verso Mondadizza e tre, appunto, a Fumero. L’alpeggio della Scala, sopra Frontale, aveva fama sinistra per via di una cupa storia di streghe. Si racconta che un giorno una bambina, che se ne in un prato con il padre intento a falciarlo, gli disse, forse per noia, forse per desiderio di suscitare la sua ammirazione: “Vuoi vedere che so far piovere?” Il padre dapprima la prese sul ridere, poi, vista la sua insistenza, la seguì alla vicina fontana, dove quella tracciò con il dito alcuni cerchi nell’acqua. Era una di quelle giornate in cui non si vede in cielo una nuvola, ma all’improvviso il cielo si rabbuiò, densi nuvolosi venuti fuori da chissà dove si addensarono in tutta la valle e scoppiò un violentissimo temporale. Il padre trascinò via la figlia nella loro baita, e le chiese, esterrefatto: “Ma chi ti ha insegnato questo?” La bimba, tutta orgogliosa, rispose: “La mamma”. Il contadino comprese allora di aver sposato una strega, ed averne generato un’altra. Aspettò che tornasse il sole e che la campagna si asciugasse, poi, con un pretesto, portò nei prati moglie e figlia, le legò entrambe, le avvolse in un covone e diede loro fuoco.
Oltre a diavolo e streghe, dobbiamo registrare una terza importante presenza del male in Val di Rezzalo. Per incontrarla, però, dobbiamo scendere da Fumero a Frontale, dove i poveri contadini vivevano, un tempo, una paura che letteralmente toglieva loro il sonno, quella del calcaröl. Come dice il termine stesso, il calcaröl è un essere che “calca”, cioè preme. Un essere diabolico che si introduceva, di notte, nelle case della gente, ponendosi sul loro petto e cominciando a premere, e premere, e premere. Ora, o il povero disgraziato riusciva a svegliarsi in tempo e cacciarlo, oppure moriva asfissiato. Per questo i contadini si premuravano di chiudere bene tutte le fessure delle baite, per impedire che entrasse. Ma non sempre bastava. Per essere più sicuri bisognava deporre sulla soglia di casa libri religiosi, come il libro dell’Ufficio delle preghiere o il Messale.

Per chiudere questa breve carrellata sulle presenza malvagie in Val di Rezzalo, citiamo quella più divertente. Una volta all’alpeggio di Ronzòn una vecchia, che viveva sola in una baita, udì, sull’uscio, il pianto di un bambino. Aprì la porta e vide un bambino di pochi mesi, che piangeva a dirotto. Ne ebbe pietà e, senza chiedersi chi fosse o di chi fosse, lo fasciò e gli preparò una pappa con latte e farina, che allora si chiamava “pòlt”. Con molta pazienza e dolcezza prese, poi, ad imboccarlo. Il bambino non si fece pregare, mangiò tutto avidamente. “Avevi proprio fame, eh…”, gli disse allora, sorridendo. Girò un attimo lo sguardo per deporre sul tavolo il recipiente vuoto della pappa, e quando tornò a guardare il bambino non lo vide più. Sparito. Letteralmente sparito. Restavano solo le fasce, afflosciate su loro stesse. Corse, allora, all’uscio, per vedere se in qualche modo fosse sgattaiolato fuori. Fuori non c’era nessuno, ma più in là, ad una certa distanza, vide un omaccio enorme, brutto e deforme, che se ne andava via cantando, allegro: “U, u, u che sont plèn de pòlt!”. Altro che bambino! L’ingenua vecchietta aveva sfamato nientemeno che un orco!
Ma torniamo alla considerazione iniziale: sembra che la Val di Rezzalo abbia avuto in sorte di essere la valle degli esseri confinati. Per scelta altrui, come il diavolo bormino ed il Quertur. Ma anche per scelta propria. Ecco una leggenda ed una storia che mostrano questa seconda possibilità.
Gli abitanti di Frontale vengono scherzosamente apostrofati dai Sondalini con l’epiteto di “strölech”, zingari. Il motivo risiede nell’origine leggendaria del paese. Pare che in temi remoti una tribù di zingari risalisse la Valtellina, con l’intendo di passare nelle terre di lingua tedesca. Trovarono, però, la via sbarrata alla stretta di Serravalle, la storica porta d’accesso alla contea di Bormio, perché i Bormini non ne volevano sapere di farli passare, diffidando della loro onestà. Gli zingari decisero, allora, di eludere l’ostacolo passando per la Val di Rezzalo che, avevano sputo, terminava ad un passo per il quale agevole era la discesa in alta Valtellina. Si incamminarono, dunque, sui sentieri di accesso alla valle ma, sorpresi dalla prima neve, decisero di svernare sull’ampio poggio all’ingresso della valle. Venne, così, la primavera, ed il luogo assunse un volto così gentile ed ameno, da persuaderli a fermarsi lì, ponendo fine al loro vagabondare.
Una variante, sul medesimo tema del forestiero che decide di stanziarsi a Frontale, è sviluppato da questa leggenda. Una terribile pestilenza aveva fatto strage di tutti gli abitanti di Frontale, risparmiando solo, un anziano, chiamato il véc’ de la Val, e le sue tre belle figlie. Costui pensava, con angoscia, a cosa potesse fare, solo com’era, con le tre figlie. Un giorno bussarono alla sua porta tre giovani trentini, che erano ricercati per diserzione. Il vecchio li accolse benevolmente, ma, più che dalla benevolenza del vecchio, furono colpiti dalla bellezza delle tre figlie. Com’è facile intuire, la storia andò a finire in un bel matrimonio, anzi, in tre. Dalle tre nuove famigliole ebbero, poi, origine le tre contrade del paese, “al segondìn”, “i falculìn” e “i turch”.
Infine, una storia vera. La storia di una donna di Fumero, Maria, moglie di Stefano Mazzetta, che, colpita da un male che temeva incurabile, scelse volontariamente di relegare se stessa in un angolo remoto della valle. La sua vicenda è ricordata da un dipinto ex-voto, nella chiesetta della Madonna del sassello, o della Pazienza, al quartiere Combo di Bormio, dipinto che ritrae una donna in mezzo alle rocce ed un uomo, più in basso, presso un ponte ed una baita.
Una nota, sotto, racconta la grazia che la donna ricevette dalla Vergine Maria: “Maria moglie di Stefano Mazzetta della Cura di Frontale e Fumero in Valle Tellina inferma et abbandonata di ogni aiuto e sostegno humano a caso portatasi li 31 Marzo a hora 14 1687 su l’alto e sassoso monte sopra il Bosco Scuro nella Valle di Rezzel sotto la pendenza d’un sasso a Ciel scoperto senza alimento fuor che di pura neve, giorno e notte fra intolerabili freddi, nevi e geli noti e sperimentati in quella stagione, ivi dimorò sino li 9 Aprile a hore 22 del anno suddetto dove fu ritrovata viva e ben stante e ricondotta alla casa di suo marito in Fumero con incredibil e generale stupore manifestò et oggidì li settembre 1687 ancor vivente manifesta esser stata ivi conservata in vita per gratia particolare della Madonna della Sassella hor detta della Pazienza situata in Bormio a cui fra quei sassosi dirupi si votò.” (cfr., sulla vicenda, l’articolo di Dario Cossi sul sito www.altavaltellinacultura.com)
Insomma: la poveretta, disperata per la sua malattia, alle due pomeridiane del 31 marzo 1687 lasciò la casa di Fumero e, vagando a caso, raggiunse un anfratto in cima al Bosco Scuro, dove venne ritrovata, fra la neve, alle 10 di sera del successivo 9 aprile. Dopo oltre nove giorni di permanenza all’addiaccio e di digiuno, era, miracolosamente, indenne, in buona salute, guarita. Un miracolo, della Madonna della Pazienza, cui la donna aveva fatto voto. La vicende suscitò enorme scalpore e commozione, di cui in valle non si è persa l’eco. Così come non si sono persi il Bosco Scuro (bos’c s’cur), che dalla Fontanaccia (fontanàscia, sulla strada che da Fumero sale in valle, m. 1575) sale fino al maggengo delle Gande (li ghènda, m. 1674), e la roccia sul suo limite superiore, dove la donna si portò, il sasc di planàsc. Percorrendo la pista della Val di Rezzalo, guardiamo alle ombre di questo bosco: potremo ancora sertirvi aleggiare la profonda angoscia della donna, e la luminosa gioia per la grazia ricevuta.

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STORIA
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AMBIENTE

Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890:


 

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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