SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Albina, Eusebio

SANTI PATRONI: S. Eusebio (Prata Camportaccio )

PROVERBI

La néf e i vècc i va de parlùr (la neve ed i vecchi se ne vanno da soli)
El salàm s'ha da taiàl a fuiét e mangiàl a quinternétt

(il salame va tagliato a fette sottili e gustato cinque fette per volta)
Valtelin pecatùr senza Madùnna e senza Signùr, i-à brüsàt la crus delegnn per fa bui i castégnn (Valtellinesi peccatori, senza Madonna e senza Signore, hanno bruciato la croce di legno per far bollire le castagne – Montagna in Valtellina)
A magliér sa sc’pénd a rejonér s'inténd (a mangiare si spende, a parlare ci si intende – Livigno)
I cavì de la cuppa ai fa verì la butta
(i capelli della nuca fanno aprire la bocca, quando vengono tirati – Montagna in Valtellina)
A la dumà mangià da ré, a misdì da principi, a la sera da pór diàu
(al mattino mangiare da re, a mezzogiorno da principi ed alla sera da poveri diavoli - Aprica)
Lan muntagna la stàn salda, ma la gent s'incuntra
(le montagne stanno ferme, ma la gente si incontra - Val Bregaglia)
Noma 'na mòla fa miga farina (una sola mola non produce farina - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

La notte del 16 dicembre, nel cuore della Costiera dei Cech, fra Traona e Mello, è avvolta di mistero. E' la notte della Regina, notte nella quale riappare, anno dopo anno, dalla mezzanotte all'alba, il dolente fantasma della Regina. Una dama bianca il cui diafano profilo interrompe la densa oscurità della notte. L'hanno vista, in molti, molti di più ne raccontano le ripetute e regolari apparizioni. Con un misto di reverenza e trepidazione, più che di timore, perché non di spirito malvagio si tratta, anzi.
Il 16 dicembre non è data casuale: si ricorda, infatti, proprio in questa notte, la sua memoria. Stiamo parlando di santa Adelaide, al secolo Adelaide di Borgogna, vissuta nel lontano ed oscuro secolo X, già bellissima moglie e vedova del Re d'Italia Lotario II. Triste la sua vicenda: nel 950 resistette con decisione alle proposte di matrimonio di Berengario d'Ivrea, consigliere del defunto re e suo successore, ma anche, si sospettava, mandante del suo avvelenamento. Per questo venne rinchiusa in un castello, che la leggenda e la tradizione vogliono fosse proprio quello di Mello. Lì subì ogni sorta di angherie, ma, riuscì a fuggire l'anno successivo, il 951, facendo giungere, quindi, le sue lamentele al potente Ottone I di Sassonia; questi scese, allora, in Italia, sconfisse Berengario, prese la corona regale e sposò la coraggiosa donna. Costei, quindi, ne condivise la sorte, e fu imperatrice del Sacro Romano Impero della nazione Germanica. I suoi ultimi giorni furono, però, tutti per l'altro signore, il Signore: si ritirò a vita monastica, di mortificazione e preghiera. del resto, conosceva già bene cosa la moritificazione fosse. Per questo fu poi proclamata santa.

Don Domenico Songini, in “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004, scrive:
"Adelaide, rimasta vedova dal 991, con la tutela del minore Ottone II, resse con rara saggezza l'impero.
Memore delle sue tristi avventure, piena di carità veniva incontro agli indigenti con larghe sovvenzioni, diventando la consolatrice in tutte le sventure. Intervenne generosamente in ogni vicenda dolorosa; fu in stretti rapporti con il movimento di Cluny (che spingerà le sue propaggini nel secolo seguente, fino al monastero di S.Pietro in Vallate).
Costruì chiese e cenobi, beneficò particolarmente l'abbazia di Seltz da lei fondata nel 987, nei pressi di Strasburgo, dove si ritirò verso la fine della vita, preparandosi ad una santa morte che sopravvenne il 16 dicembre 999. Fu presto venerata come santa in Alsazia e canonizzata da Urbano II nel 1097, con la sua festa fissata, appunto, il 16 dicembre. La Santa viene rappresentata con vesti e dignità di sovrana talvolta con un modellino di chiesa in mano, altrove le sta accanto una barca, quella appunto con cui effettuò la sua fuga, mentre un'incisione famosa la rappresenta nascosta fino alle ginocchia in un campo dalla ricca messe, mentre lontano, su uno sfondo di valle montana, spiccano due cavalieri in arme, con stendardo
."

Ma consideriamo, ora, il luogo, denso di misteri, nel quale Adelaide venne imprigionata, quasi murata viva in un loculo oscuro. Si tratta del castello passato alla storia con la denominazione di Domòfole, o anche di castello della Regina, perché legato alle vicende di Adelaide, ma, sembra, anche di altre regine.
Vediamo di saperne di più.

Se, all’ingresso occidentale di Morbegno, provenendo da Lecco, svoltiamo a sinistra al primo semaforo, e raggiungiamo, dopo un secondo semaforo, il ponte sull'Adda, per poi prendere ancora a sinistra, incontriamo, dopo pochi chilometri, uno dei più bei centri della Costiera dei Cech, Traona, il cui nome sembra derivi dall’espressione “Terra buona”. Subito dopo aver varcato il ponte sul torrente Vallone e prima di entrare in paese, troviamo, sulla destra, la deviazione per Mello, il paese del miele (se ha fondamento l’ipotesi che vuole la derivazione del suo nome dal latino “mel”, che significa, appunto, miele).
Salendo verso Mello, dopo qualche tornante troveremo, in località Castello, un cartello che indica il castello ed indirizza ad una stradina che si stacca, sulla sinistra, dalla strada e diviene ben presto sentiero; seguendolo, in pochi minuti raggiungiamo i ruderi del castello di Domòfole, recentemente sottoposti ad un restauro che li ha restituiti ad una vita dignitosa.
Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga (figlia di Teodolinda), accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo (o Rodoaldo), con la complicità del duca di Toscana Tosone. Lo afferma lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio, nelle sue "Dissertazioni critico-storiche sulla...Valtellina" (I). A metà strada fra terra buona e miele, dunque, sta un luogo legato ad una vicenda amara, ad una terra infelice, la terra dell’ingiusta prigionia.
Una leggenda popolare assai diffusa racconta che una regina è stata ingiustamente rinchiusa fra queste austere mura. Una regina che neppure dopo la morte ha potuto trovare pace per la calunnia che l’ha colpita. Una regina che, nelle chiare notti estive, torna a visitare il luogo delle sue sofferenze, vestita del colore dell’innocenza, cioè di bianco. Sembra che si aggiri, senza pace, nei sotterranei, ma talvolta esce all’aperto, forse a guardare il cielo. La si può scorgere, passando nei pressi del castello nel cuore della notte. Si può vedere una figura diàfana, la figura di una dama bianca, che si staglia contro il cielo, incerta e pallida come un riflesso della luna, alta, in cima alle mura diroccate, come una candida torre d’avorio, silenziosa, come il cuore di una notte senza vento. Una figura che ispira pietà più che paura. Ma di chi si tratta? Diverse le versioni in campo.
Forse è l’illustre Teodolinda, la più famosa fra le regine longobarde, che ha legato la sua fama al tentativo di convertire il suo popolo dall’Arianesimo al Cristianesimo ortodosso. Il suo tentativo le attirò contrasti ed anche odi all’interno del suo popolo. In particolare, si narra che venne in Valtellina per convertire le genti di questa valle al Cristianesimo. La sua opera ebbe ovunque successo, si dice, tranne che fra le popolazioni della costiera che va dall’attuale Dubino a Paniga, popolazioni che rimasero ostinatamente attaccate ai culti pagani. Forse per dar maggiore vigore alla sua opera, allora, Teodolinda soggiornò proprio nel castello di Domofole, o, come si chiamava anche anticamente, Domophile.
Scrive, al proposito, Lina Rini-Lombardini, nel bel volumetto "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Ed. Ramponi, Sondrio, 1961, pp. 124-125): "Il torrione di Demofole..., con mura formate da conci di granito di varia grandezza, ha una finestra a sesto acuto. Si pensa: "Qui si affacciò Adelaide, la prossima sposa di Ottone II". Prima di lei, secondo la tradizione, Demofole, bel castello, aveva accolto la longobarda Teodolinda; in pompa di regina e in umiltà di cristiana. Cristiana fervorosa che, narra la leggenda, convertì alla fede gli abitanti della nostra valle. Tutti, meno quelli detti poi "cech": ciechi alla fede. Fu lei che mandò a cercare, per devolvere a nostre opere di bene, l'oro, nelle montagne Orobie (così dette per quella gran ricchezza di prezioso metallo)." L'autrice attribuisce però queste notizie alla leggenda, poiché l'edificazione del castello dovette risalire ai secoli XI o XII.
Non lasciamo, però, per ora, i fascinosi sentieri della leggenda. A nulla valse, dunque, l'infaticabile azione di Teodolinda presso le genti che contornavano l'orgoglioso castello della Regina: queste popolazioni rimasero sorde all’annuncio della nuova fede, e sembra che da allora furono denominate Cèch, vale a dire cieche di fronte alla luce della verità. Forse la dama bianca, dunque, è la grande regina che non si dà pace per il suo insuccesso.
Un insuccesso che non rimase limitato all’opera di conversione. La leggenda, come abbiamo visto nel passo citato dalla Lombardini, ha un secondo è più misterioso risvolto. Narrano che i monti di fronte alla Costiera dei Cech vennero anticamente denominati “Orobie” perché custodivano nel loro cuore il più ambito dei metalli, l’oro. Ne venne a conoscenza l’ambiziosa regina, che, durante il suo soggiorno in Valtellina, non pensò solo alle cose del cielo, ma anche a quelle della terra, e mandò diverse spedizioni ad esplorare quelle misteriose valli che si nascondevano, più che aprirsi, al suo sguardo, quando, dal suo castello, guardava verso sud. Le spedizioni fallirono: i messi tornarono a mani vuote, oppure non tornarono affatto. Forse la dama bianca, che compare sulle antiche mura, è proprio Teodolinda che rivolge con insistenza lo sguardo alle montagne che non vollero dischiuderle il loro segreto, e che mai vollero dischiuderlo ad essere umano. Forse, invece, è sua figlia, la meno nota ed assai più sfortunata Gundeberga. Costei, come narra lo storico Sidonio Apollinare (ripreso, come abbiamo visto, da Francesco Saverio Quadrio), era andata in sposa ad Arioaldo, re dei Longobardi. Di lei si innamorò Adalolfo, che le manifestò i suoi sentimenti e le chiese di diventare suo amante. La regina rifiutò, ed Adalolfo, ferito nel suo orgoglio più ancora che nel suo amore, macchinò una perfida vendetta. Fece circolare, ad arte, voci calunniose che parlavano di una tresca della regina con il potente duca di Toscana Tatone (o Tosone), di un progetto che prevedeva, addirittura, la morte del re Arioaldo, e la sua sostituzione con il duca traditore. Più volte, infatti, il duca, durante i suoi viaggi alla corte di Pavia, aveva manifestato una particolare devozione per la sua regina, una devozione troppo accesa, come volevano le voci malevole, mentre, per converso, si era mostrano assai più freddo nei confronti del re.
La calunnia, come si sa, è un venticello che poi diventa turbine: calunniate, calunniate, che qualcosa resterà, così si dice anche. E quel che restò fu assai doloroso per la regina: la calunnia giunse alle orecchie di Arioaldo, che ne chiese subito ragione alla consorte. Costei protestò vivacemente la propria innocenza, non tanto da persuaderlo interamente, ma quando basta per dissuaderlo dal comminare la pena che si deve ai traditori, la morte. Il re, nel dubbio, decise quindi di far rinchiudere la moglie in un castello lontano, dove, sicuramente, non avrebbe potuto continuare a tessere le fila del complotto, se di complotto veramente si trattava. Correva l’anno 634, ed egli scelse il castello che già aveva ospitato la madre Teodolinda, nella lontana Valtellina. Il castello di Domofole, appunto. Lì Gundeberga rimase rinchiusa, per tre lunghi anni, continuando a proclamare la propria innocenza. Intanto il re non se ne stette con le mani in mano, ma diede ordine di condurre un’approfondita inchiesta, interrogando innanzitutto il duca sospettato di tradimento. Tre anni, appunto, durò l’inchiesta: alla fine trionfò la verità, la calunnia venne scoperta come tale, ed a pagare fu il perfido Adalolfo, mentre la regina riebbe la sua libertà. Ma forse è lei che torna, di tanto in tanto, come fantasma, sui luoghi del dolore, di quel dolore amarissimo che non potè essere ripagato neppure dalla riabilitazione.
Sempre che quel che scrive Sidonio, che parla di un castello di Amello, vada inteso come un riferimento al castello di Mello, e non a quello di Lomello, come vogliono altri interpreti. In questo secondo caso la dama bianca non sarebbe lei, ma, forse, una terza regina, Adelaide, vedova del re Lotario, anche lei, come narrano, imprigionata nel castello.
O forse non si tratta di nessuna di queste regine, ma di qualche anima sventurata, senza pace, che, per motivi che ci sono ignoti, ha avuto a che fare con questo castello. Probabilmente non lo sapremo mai. Né vedremo mai, con i nostri occhi, la pallida figura che si staglia contro il cielo stellato. A meno che, a notte fatta, abbiamo l’ardire di ripercorrere il sentiero che porta nei pressi del rudere, ed il nostro ardire sia premiato dallo spirito inquieto, con la rivelazione di quel segreto finora sconosciuto ai viventi.
Nell’attesa accontentiamoci di conoscere la storia del castello.
E' possibile che alla fine del VI secolo il re longobardo Agilulfo, abbia fatto questo castello, dove per qualche tempo avrebbe soggiornato la moglie, la celebre regina Teodolinda, dalla quale sarebbe derivata la tradizionale denominazione di “castello della Regina”. Si ipotizza anche che vi sia stata imprigionata Gundemberga, figlia di Teodolinda, accusata di adulterio.
Qualche secolo più tardi, nel 950, vi sarebbe stata imprigionata anche la regina Adelaide, catturata dopo la fuga per evitare il matrimonio con Adalberto, figlio del Re d’Italia Berengario. Secondo lo storico Egidio Pedrotti (cfr. "Castelli e torri valtellinesi", Milano, Giuffré, 1957, pg. 25) a questo episodio si deve la denominazione di "castello della Regina".
Il primo documento storico che menziona la fortificazione è, però, più tardo, e precisamente del 1023. Incerto è anche l'etimo: l'Orsini ritiene che il suo nome derivi da "domare
le folle", con allusione alla sua funzione di presidio contro disordini ed insurrezioni. Bisogna, però, tener presente che "Domofole" era anche, nel medio-evo, nome personale. Le varianti "Demophile" e "Demofole" fanno, infine, pensare ad un'origine greca, da "demos", popolo, e "philos", amico, nel significato, dunque, di "amico del popolo".
Nel secolo XI la fortificazione passò ai Vicedomini, la potente famiglia feudale che da Como si insediò nella bassa Valtellina prima dell'anno Mille. La famiglia si divise in due rami, che dominavano l'uno sul versante meridionale della bassa valle, con centro nel Castello di Cosio, l’altro su quello settentrionale, con centro, appunto, nel Castello di Domofole.
Siccome la fortezza era centro della potenza del ramo della famiglia che dominava sull'intero versante retico noto come "Costiera dei Cech" (o, semplicemente, la "Costéra"), questa zona veniva chiamata, in quei secoli, "comunitas montaneae Demopholi", comunità dalla quale si staccarono i comuni della futura squadra di Traona. Per diversi secoli ancora l'attuale Val Masino veniva semplicemente denominata "monte di Demofele".
La già citata Lina Rini-Lombardini riporta un episodio storico che ha sempre come cornice la possente fortificazione (op. cit., pg. 126): "A Demofele, allora castello appena sorto, venne da Como nel 1195 la sposa Galizia a Giordano Vicedomini, accolta con gran feste: ardenti fiaccole di gioia fra le merlature e i cornicioni; fluir di voci e di sete lungo il ballatoio alto tutt'intorno a corona sul cortile dal pozzo inghirlandato di vitalba. Per venire allo sposo, Galizia aveva osato passare sul lago fra lotte di Guelfi e Ghibellini; scampò quasi per miracolo. Serena, anomosa, certamente bella, fu felice?"
Alla fine del XIII secolo la Valtellina fu coinvolta nelle lotte fra famiglie comasche dei Vitani (o Vittani), guelfi, e dei Rusconi, ghibellini. Nell’agosto del 1292 i primi riuscirono a cacciare dalla Valtellina i Rusconi, ed i Vicedomini, amici di questi ultimi, pagarono le conseguenze della vittoria guelfa: in quel medesimo 1292 il castello, simbolo del potere ghibellino, venne fatto distruggere dai Vitani. I Vicedomini, però, lo ricostruirono subito dopo, ampliandolo e facendone la loro dimora.
La Lombardini (op. cit., pg. 126), sostiene che, a metà del quattrocento circa, nel castello fu teatro di un nuovo dramma, quello di Giovannina, imprigionata dallo zio Andrea Vicedomini, che poi morì pazzo.
Nel primo quarto del successivo cinquecento, e precisamente nel 1524, venne la seconda distruzione, questa volta per ordine delle Tre Leghe Grigie, che dal 1512, avevano resa tributaria la Valtellina. Dopo aver subito il tentativo di riconquista della valle operato dal Medeghino, i Magnifici Signori Reti pensarono bene di abbattere nella valle tutte le fortificazioni che potessero, in futuro, servire come base d'appoggio per analoghi tentativi di ribellione al loro dominio.

Terminarono, così, i fasti della potente fortezza, segnata da memorie e leggende di splendore e d'impenetrabile ombra. Il castello venne, infatti, abbandonato ed iniziò a subire un progressivo degrado, fino alla recente lodevolissima iniziativa del comune di Mello, che ha curato il restauro delle strutture rimaste. La chiesa di Santa Maria Maddalena, infine, anch'essa restaurata, a nord del torrione, non appartiene storicamente al corpo del castello, in quanto fu costruita alla fine del secolo XVI.

Per visitare il castello dobbiamo imboccare la strada che, staccandosi dalla provinciale Valeriana occidentale, sulla destra (per chi proviene da Morbegno), appena prima del ponte oltre il quale si accede a Traona, sale verso Mello. Dopo un tornante dx, in località Castello, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala il Castello, in corrispondenza dell'imbocco di una stradina alla nostra sinistra (non è facilmente visibile a chi procede in automobile) che porta, in breve, ad un parcheggio. Lasciata qui l'automobile, procediamo a piedi seguendo una pista che, attraversato un torrentello, porta ai piedi del poggio panoramico sul quale il castello si mostra nella sua veste restaurata, nella quela rivive un bagliore dell'antico orgoglio.

BIBLIOGRAFIA:
Egidio Pedrotti, "Castelli e torri valtellinesi", Milano, Giuffré, 1957
Rita Pezzola, "Uno sguardo dal castello di Domofole: materiali e riflessioni per una storia della bassa Valtellina nel Medioevo, secoli IX- XII", edito dalla Comunità Montana Valtellina di Morbegno, con foto di Vincenzo Martegani.

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Ines Busnarda Luzzi, nel suggestivo libro di ricordi della propria infanzia a Naguarido, "Case di sassi" (II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994), racconta:
Mio padre allevava sempre un maiale. Lo comperava piccolo, di pochi chili, alla fiera di Safit'Antonio di Morbegno: il Natale seguente pesava quasi sempre più di due quintali. Alcune volte arrivava anche a due quintali e mezzo. Per l'orgoglio di saper ingrassare simili maiali, se ne accollava in esclusiva anche le cure. Gli preparava pastoni di castagne, farina di grano turco e crusca che faceva cuocere a puntino, tanto da far dire ad un nostro ragazzo, tornato da un campo di prigionia, d'aver spesso sognato di poter mangiare almeno il pastone che lo Jacom dava ai suoi maiali. Ce lo macellava un norcino di Morbegno intorno alle feste natalizie.
Arrivava a piedi prima delle otto di mattina con gli attrezzi del mestiere nello zaino. Era sempre sudato per quella camminata di sette o otto chilometri; si sedeva sullo scalino del focolare per asciugarsi la schiena, beveva un grappino ed una tazza di caffelatte e poi si metteva al lavoro. Noi avevamo preparato l'occorrente per non fargli perdere tempo. Di primo mattino avevamo acceso il fuoco nella cascina, sotto un'enorme caldaia piena d'acqua, che quando il norcino arrivava era bollente. Alla loggia delle stanze avevamo già appeso una grossa fune e sul muro della strada era pronta la "marna", o "margna", così si chiamava una grande cassa, a forma di tronco di piramide capovolta, di pesante legno e ben a tenuta.
Il babbo conduceva il suo grosso maiale vicino alla corda penzolante e credo che la fatica per trascinarvelo gli attenuasse l’emozione, ma sono certa che prima di invitarlo ad uscire dal suo recinto di asse, ci fosse fra i due un commiato quasi doloroso. Io e zia Ginevra stavamo in cucina e dal momento che il maiale si metteva a gridare, fino a quando sotto la finestra era tornato un silenzio fin troppo parlante, tenevamo le mani sulle orecchie e versavamo qualche lacrima.
Quando il silenzio ci diceva che tutto era finito e la pietà era inutile, scendevo anch'io in strada dove c'erano già i miei amici, che avevano potuto assistere alla macellazione senza troppo commuoversi, perché il maiale non era loro.Adesso l'animale era sdraiato nella "margna" immerso nei vapori dell'acqua bollente versata sopra con i secchi. Il norcino e il babbo con lunghi e spessi coltelli, in fretta, lo stavano già pelando e la sua pelle sotto quei colpi di "rasoio" diventava rosea e liscia.
Quando non c'era più segno di peli sul suo corpo si doveva compiere l'operazione più faticosa: appendere il maiale alla fune e tirarlo su. Qualche volta norcino e babbo si trovavano in difficoltà e se c'era qualche uomo intorno lo chiamavano a dare una mano.
E finalmente il maiale penzolava dalla loggia con il grosso grugno fin quasi a terra e anche il mio dispiacere e la mia compassione si tramutavano in ridente curiosità e quasi orgoglio, per quella enorme bestia che a detta di tutti non trovava uguali nei dintorni.
Il norcino, sempre gaio ed in vena di scherzare, ma che non perdeva mai tempo, con mani abili e svelte, cosa che mio padre apprezzava molto, col primo taglio staccava la testa dell'animale, poi lo fendeva per tutta la sua lunghezza. Toglieva le interiora, passava cuore, fegato, reni fumiganti a mia madre che le disponeva separatamente in enormi marmitte. A mio padre invece passava le budella dicendogli: "Mi raccomando, lavare, lavare" e il babbo andava sotto il pero, vicino al campo con un mastello di legno e secchi d'acqua e puliva, puliva e rovesciava quelle budella che dovevano servire per insaccare i salumi. Dopo averle così lavate, e dopo che il norcino le aveva odorate e passate in rassegna pezzo per pezzo, le immergeva in acqua e aceto per togliere loro ogni resto di cattivo odore, e nuovamente le rovesciava usando un bastoncino ben levigato.
Sul maiale squartato e liberato dalle interiora si buttavano ancora secchi d'acqua calda, poi le mezzene venivano staccate e il macellaio, che era più giovane ed alto di mio padre, ne portava una per volta a spalla sui lunghi tavoli che avevamo preparato in cucina. Una faticaccia salire la scala con quei pesi.
Ed allora cominciava il lavoro lungo, ma quasi piacevole del taglio delle carni, della separazione dei vari pezzi e qualità. Lavorava anche la mamma a tagliare se le rimaneva tempo dalle altre faccende, che erano sempre tante. Io facevo la mia parte e quando finalmente si arrivava a tritare le carni e poi ad insaccare salsicce, salami e mortadelle, sostituivo mio padre nel girare la manovella del tritacarne e dell'insaccatritrice, non appena lui l'abbandonava…
Intanto che si svolgevano questi impegni, sul fuoco della cucina, in un paiolone stagnato, cuoceva il grasso del maiale misto ad una dose di lardo macinato…. Il fuoco doveva essere lento e la lunga cottura terminava quando grasso e lardo, completamente sciolti, davano un olio dorato, profumato dalle spezie, dalle cipolle e dall' aglio, che, infilati a corona e appesi alla catena del camino, vi erano appena immersi.
Lo strutto allora veniva scolato e versato nelle belle "olle" di terracotta rossa, antiche di generazioni. Un condimento prezioso per quasi
ogni cibo della famiglia, che sarebbe durato un anno. Si diceva che il suo era un sapore delicato, che non raspava in bocca, perché il maiale era stato ingrassato con castagne, le castagne dei Cech, cresciute e maturate al sole.”

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
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Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
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Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
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Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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