SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
SS. Cornelio e Cipriano, Eufemia, Edoardo

SANTI PATRONI: S. Maurizio (Teglio)

PROVERBI

S. Eufemìa i crodèli per la via (a sant'Eufemia le castagne cadute per la via – Teglio)
Se al piöf al dì de santa Eufémia nisciöli e nisciulàm i va tùti in merdàm
(se piove il giorno di santa Eufemia nocciole e nocciolame va tutto in malora - Grosio)
El vai püsé vün cun tüt la lapa, che dudes cun la zapa
(vale di più uno che sa parlare di dodici che sanno zappare)
Mei dì pòru mi che pòri nün (meglio dire “povero me” che “poveri noi” – Montagna in Valtellina)
Chèl che büta ‘l crès (quel che spunta, cresce - Tirano)
Chèl che l’anciùca l’è sémpri l’ültim bicér (quello che ubriaca è sempre l'ultimo bicchiere - Tirano)
Cur ün óm al disc’ bàštä, la dónnä la più da insìst
(quando un uomo dice basta, la donna non deve più insistere - Villa di Chiavenna)
L'è méi ni ros incöö che ğmort domèen
(è meglio diventare arrossire oggi che impallidire domani - Villa di Chiavenna)
A prumèt el fa miga maal la schéna (a promettere non fa male la schiena - Pedesina)
Al val megl un strasc’ om chi dis figliòl bon (vale di più un uomo malridotto che dieci figli sani - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la festa patronale di Teglio, l'illustre paese da cui la Valtellina stessa deriva il suo nome. In suo onore, ecco una carrellata di storie e leggende legate al suo territorio.


Dalla bella piana di Teglio scende, verso sud-ovest, una modesta vallecola, chiamata valle della Magàda, valle della Maga o anche valle de la Strìa, che corre ad oriente della più importante e grande valle della Rogna, quasi parallela a questa. E’ una valle che passerebbe del tutto inosservata, se non fosse che il torrentello, in un punto, si inforra fra rocce strapiombanti, e per un tratto corre nascosto fra le due pareti strette e dirupate.
Questo particolare ha acceso la fantasia popolare, che ha voluto vedere nei nascosti recessi della valle la sede di un covo di streghe (magàda, cioè maliarda, operatrice di malefici, è nome popolare che si dà alla strega). Di qui il nome, e di qui, anche, la credenza che il primo giorno dell’anno le streghe se ne uscissero tutte insieme, dandosi convegno con altre streghe ed abbandonandosi alle folli danze ed ai turpi riti del sabba (o, come meglio si dovrebbe dire, della sabba, detta anche ridda o gazzarra), nei prati e nelle selve vicine. Si raccontava che scendessero, nelle notti di tregenda, fino al Dosso Bello (Dusbél, Dossum Bellum), che costituisce il fianco orientale della bassa valle della Rogna, ad est della chiesa di San Bartolomeo a Castionetto di Chiuro, nella zona della Fràcia. Diverse leggende sono, quindi, fiorite intorno a questa valle.
Si racconta, per esempio, che queste streghe uscissero dai loro antri nelle notti più scure, per rapire dalle culle i bimbi ancora in fasce. Si davano convegno provenendo dai quattro punti cardinali (quattro venti), specialmente nei trivi e nei quadrivi. Per questo in tali luoghi venivano quasi sempre eretti capitéi (cappellette) che avevano lo scopo di tenerle lontane. Durante l’inverno tenevano i loro sabba orripilanti nei luoghi deserti, compresi gli alpeggi temporaneamente abbandonati: di qui la consuetudine di “segnà l gràs”, cioè di salire a recitare il rosario sugli alpeggi il giorno prima che questi venissero caricati, al fine di neutralizzare tutti gli umori malefici che le streghe avevano lasciato nei loro convegni.
La più crudele delle magade fu vista, una volta, in pieno giorno, sulle rive del torrentello della valle della Maga, un po’ a valle rispetto alla forra oscura, in corrispondenza del ponte detto appunto della Maga o della Magàda. Era piccola, orrenda a vedersi, con un solo occhio, i piedi a zampa di mulo ed un cappellaccio di paglia in testa. Aveva con sé un sacco pieno di budella di bimbi rapiti, che cavò fuori, ancora sanguinolente, e lavò all’acqua del torrentello, per poi divorarle tutte intere. Terminato l’orrido banchetto, prese a risalire la valle, fino alla strozzatura, dove, al tocco della verga che teneva in mano, le rocce si aprirono, lasciandola passare, per poi richiudersi alle sue spalle. Fu vista sparire così, dai poveri contadini terrorizzati.
Non tutte le apparizioni della magada erano, però, così terrificanti. Diversi contadini raccontavano che le sue fattezze erano sì, strane, ma non orripilanti. Il volto era attraente, anche se alcuni particolari tradivano la sua natura malefica: i piedi come zampe di capra ed una coda simile a quella di un mulo, alla quale era spesso legata una piccola botte, che la strega trascinava rumorosamente dietro di sé quando si spostava. Particolare curioso: molte volte la magada veniva scorta mentre era intenta a specchiarsi nelle acque di questo o di altri torrentelli vicini, come il valgèla. Un contadino, che scendeva ogni sabato da Teglio a Sondrio per vendere il pane di segale, disse di averla vista più volte intenta a fare l’altalena su una pianta; qualche volta, invece, passeggiava inquieta nei pressi del ponte della Magada, per poi sparire improvvisamente vicino alla cappelletta del ponte.
La più nota leggenda sulla valle della Maga fu raccontata da Giuseppe Napoleone Besta, in una novella dei suoi “Bozzetti Valtellinesi” (Tirano, 1878). Essa parla delle streghe-fate della valle della Maga, non repellenti megere, bensì di avvenenti fanciulle, che il primo giorno dell’anno si davano convegno danzando, ìlari e spensierate, come negli antichi riti pagani. Un pastorello, Giovannino, figlio di una povera vedova, Maria, ne sorprese tre, il giorno di capodanno, mentre danzavano in un prato nei pressi della valle. Gettando il cappello contro la più giovane, la costrinse a seguirlo a casa sua e fece di lei la sua moglie. La ragazza, di nome Cloe, gli diede due splendidi gemelli, e tutto sembrava andare nel migliore dei modi, senonché un brutto giorno, avendola colpita con un manrovescio, la perse per sempre. Sparita la moglie, sparirono anche i figli, dopo che ebbe percosso anche loro. Dieci anni dopo, disperato, Giovanni tornò il primo dell’anno al prato nel quale aveva incontrato le tre giovani, ma non trovò nessuno: si gettò nella forra e nessuno lo trovò più.
Se vogliamo visitare i luoghi di questa triste leggenda, dobbiamo percorrere la strada provinciale panoramica dei Castelli, che da Montagna in Valtellina sale a Teglio, passando sopra Ponte e Chiuro ed attraversando Castionetto di Chiuro. Oltrepassata Castionetto, troviamo un primo ponte, quello sul torrente Rogna, e proseguiamo fino a San Giovanni. 800 metri circa oltre il vecchio edificio della scuola elementare di San Giovanni, poco prima della località Vangione, troviamo un secondo ponte, il ponte della Magada, posto a valle della forra. La valle appare, dal ponte, come una modesta gola, invasa da vegetazione caotica, un luogo tutt’altro che attraente. Appena sotto il ponte, si può ancora osservare una cappelletta cadente, l'unico baluardo a salvaguardia dei viandanti che un tempo salivano a Teglio per un frequentato sentiero. Per guardare più da vicino la forra, però, dobbiamo proseguire verso Teglio. Incontriamo, così, la bella e solitaria chiesa di S. Antonio, appena prima di un tornante sinistrorso. Proseguiamo la salita fino all'ultimo tornante destrorso prima della chiesetta di San Martino, presso il cimitero di Teglio: qui lasciamo la strada e, poco oltre il tornante, scendiamo, sulla sinistra, ai prati sottostanti, approssimandoci al piccolo corso d’acqua che li attraversa. Scendendo per un breve tratto verso valle, in una selva dall’atmosfera arcana, ci troveremo sul limite della forra che la leggenda vuole porta della dimora delle streghe. Forse ci potrà capitare di udire il flebile lamento dello sventurato pastore, che piange sulla miseria della condizione dell’uomo, incapace di trattene l’agognata felicità non appena questa gli tocca in sorte.

 

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Ma la magada, megera o bella fanciulla che sia, non è l’unico volto nel quale si incarnano le paure telline. Nel Dizionario Tellino di Elisa Branchi e Luigi Berti, edito nel 2002 a cura della Biblioteca Comunale di Teglio, sono riportati altri volti della paura. Altrettanto caratteristica è, per esempio, la vermenàia, termine che qualcuno riferisce ad una diversa figura di strega, ma che, in realtà, si riferisce ad un misterioso e terrificante fenomeno che non ha volto. Si tratta di una ridda di suoni diversi, ma tutti agghiaccianti, che squarciano il silenzio della notte, specialmente sugli alpeggi: latrare furioso di cani, pianto lamentoso di bambini, rumore sinistro di catene trascinate, fragore di massi che rotolano lungo un pendio. Questi fenomeni si ripetevano a diverse ore della notte, fino alle sei di mattina, quando i rintocchi dell’Ave Maria riportavano il più profondo silenzio. Qualche volta questi rumori sembravano avere corpo, come se si trattasse di una qualche entità che si muoveva nel boschi e nei prati. In particolare, i contadini che d’estate salivano in Val Belviso (territorio del comune di Teglio) per tagliare il fieno, quando udivano un sinistro rumore di catene avvicinarsi si gettavano a terra e, se riuscivano, si coprivano anche di terra. Avvertivano qualcosa passare vicino a loro, ad un’altezza di circa 35 centimetri, e poi allontanarsi; i più coraggiosi osavano anche guardare, ma non vedevano nulla.
Un rimedio abbastanza sicuro per difendersi dai rumori paurosi erano i campanacci (sampògn), che venivano suonati al primo accenno di fenomeni sospetti (rumori, appunto, ma anche bagliori simili a palle di fuoco). Il loro suono faceva cessare queste misteriose manifestazioni del male. Si ricorreva, però, ovviamente, anche alle preghiere, all’Ave Maria ed all’Angelus: così facevano i contadini che salivano, a dorso di mulo, in agosto a Prato Valentino per la fienagione. Quanto alle spiegazioni dei fenomeni, erano molteplici: alcuni le attribuivano ai “cunfinàt”, anime condannate ad aggirarsi in alcuni luoghi spaventando chi vi passasse, oppure alle “paüre”, fantasmi e spiritelli che, per desiderio maligno o semplice desiderio di divertimento, spaventavano la gente dopo il tramonto.
Diverse sono le storie che si raccontano sulle vicissitudini dei contadini che si trovavano ad attraversare i boschi in orario antelucano. Una donna, che non credeva negli spiriti, salì, un giorno, verso l’alpeggio alle quattro di mattina, prima che facesse giorno, percorrendo un sentiero che tutti evitavano, di notte, perché si diceva fosse infestato dai fantasmi. Camminava, dunque, tranquilla, immersa nei pensieri di quel che avrebbe fatto una volta giunta all’alpe, perché di cose, da fare, ce n’erano fin troppe. D’improvviso avvertì, lontano, un rumore, che non riconobbe. Si fermò. Più nulla. Riprese a camminare. Il rumore si udì di nuovo, più vicino: era il calpestio degli zoccoli di un cavallo al galoppo. Si voltò di scatto, frugò con lo sguardo nel fitto del bosco, ma non si vedeva nulla. Il rumore si faceva via via più intenso. Si mise a correre sul sentiero, ma il rumore si avvicinava sempre più. Aveva la netta impressione che il cavallo fosse ormai a breve distanza, dietro di lei. Senza smettere di correre si voltò, ma non c’era nulla.

Non c’era nulla, ma sentiva il cavallo ormai venirle addosso, ed una voce che lo spronava al galoppo. Le era addosso, ormai. Si cacciò una mano in tasca, afferrando il Rosario e recitando convulsamente un’Ave Maria; fermò, si voltò, alzò le braccia per l’estrema difesa, con il rosario in mano: sentiva che il cavallo stava per travolgerla. Cadde a terra, ma non per l’urto del cavallo, bensì per lo spavento. Vide solo un bagliore, brevissimo. Poi il bosco tornò ad immergersi nel suo profondissimo silenzio. La donna non osava muoversi. Lasciò passare un bel pezzo, poi, ringraziando la Madonna, si rialzò, riprese di gran carriera il cammino e si ripromise di non percorrere mai più quel sentiero.
A due giovani capitò, invece, questa avventura. Dopo una nottata di Carnevale trascorsa in allegria ed in compagnia di due amiche, a Prato Valentino, se ne tornarono, prima che albeggiasse, a Teglio. Mentre scendevano, si accorsero improvvisamente che i loro cappelli erano diventati luminosi, come se avessero preso fuoco. Si spaventarono non poco ed affrettarono il passo. Si udirono, poco dopo, i rintocchi dell’Ave Maria mattutina ed il misterioso fenomeno scomparve. Sempre in periodo carnevalizio, e precisamente di giovedì grasso, un tale si recò da alcuni amici, alla Fracia, per festeggiare. Bussò all’uscio della loro casa, ma si affacciarono ad accoglierlo non i volti noti degli amici, bensì quelli orripilanti di strani esseri, che non aveva mai visto. Scappò via a gambe levate, ma una fiamma lo inseguiva, finché raggiunse una cappelletta, dove recitò una preghiera: la fiammella scomparve.
Casa degli Spiriti: si dice che, subito dopo la sua costruzione, vi si manifestarono fenomeni paurosi, rumori sinistri, bagliori, ombre inquietanti, tanto che nessuno la abitò mai, ma venne subito adibita a fienile.

 

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Per chiudere il variopinto e composito quadro delle paure popolari accenniamo alle tempeste, i furiosi e talora pericolosi temporali estivi che, spesso improvvisi, scatenano la furia degli elementi sulla campagna. I più violenti erano attribuiti all’azione malefica delle streghe. Qualcuno, però, incolpava anche i sciùr survegnüt, cioè i signori che non erano originari del paese: diverse donne credevano, infatti, che i loro vestiti appariscenti e stravaganti ed i loro gesti strani provocassero le tempeste. Si racconta, per esempio, di una donna che fu udita recitare scongiuri contro i sciùr che andavano sui monti “a ‘mbàla tempèste”, cioè a provocare tempeste.  
’era anche un orco. Più burlone, però, che terrificante. Amava, infatti, prendersi gioco dei viandanti che passavano nei pressi della chiesetta di San Rocco di Teglio. Era davvero difficile vederlo: infatti era molto alto, come un larice (una ventina di metri, diciamo), ma, nel contempo, anche estremamente sottile, più sottile di un crine di cavallo, tanto da risultare invisibile. In tal modo se ne poteva andare in giro indisturbato, studiando i tiri da giocare alle malcapitate vittime. Sì, perché ciò che più amava erano le burle: ci si divertiva tantissimo, non ne poteva fare a meno. Approfittando dei suoi poteri magici, si manifestava in diverse sembianze. Un paio di volte, raccontano, assunse l’aspetto di un asino.
Una prima volta attraversò il cammino di un contadino, che se ne scendeva da san Rocco (località a 890 metri, appena ad ovest di Teglio, che si raggiunge prendendo la strada per Prato Valentino e staccandosene quando si trova l'indicazione per San Rocco) a san Giacomo di Teglio, senza alcun mezzo di trasporto. Non gli parve vero, quindi, di vedersi di fronte quel bell’asino, che se ne stava lì, in mezzo al sentiero, come una bestia senza padrone. Così, almeno, pensò il contadino, che non esitò ad approfittarsene: gli saltò in groppa e lo incitò a muoversi verso San Giacomo. Il poveretto non sapeva sulla groppa di chi era finito! L’orco si mostrò all’inizio docile, con grande soddisfazione del contadino, ma, all’improvviso, si imbizzarrì, scartò, come un puledro selvaggio, cominciò a galoppare come un destriero impazzito, lasciando il pover’uomo esterrefatto e terrorizzato.
’asino, lanciato in una corsa folle, ed il contadino che, terreo, cercava di restare aggrappato al suo collo, rappresentavano qualcosa di molto simile. Oltretutto l’asino, forse per tener fede alla fama (meritata o meno) degli animali suoi simili, se ne andò in tutt’altra direzione rispetto a quella che portava a san Giacomo: prese, infatti, a salire, su per i boschi, verso Prato Valentino, fino alle baite della località Bollone. Qui decise di obbedire alle suppliche del suo disperato cavaliere, che lo implorava di fermarsi. Solo che lo fece tutto d’un colpo, cosicché il contadino fu sbalzato in avanti e fece un volo così grande da ritrovarsi sulla cima di un larice. E fu proprio da lì che vide qualcosa che gli svelò l’arcano: l’asino riprese il suo reale aspetto di orco, un orco che se la rideva a crepapelle per la burla giocata al poveretto.
Una seconda volta l’orco, sempre in sembianze d’asino, si mise proprio in mezzo al sentiero che un ragazzo percorreva per tornare a Teglio da una baita sui monti sovrastanti. Si mise per traverso, in modo da non lasciarlo passare, con l’aria di non avere alcuna intenzione di spostarsi. Il ragazzo attese un po’, sperando che l’asino se ne andasse, ma, visto che quello non accennava neppure a muoversi, corse a chiedere aiuto ai suoi amici. Insieme, affrontarono l’asino e lo spinsero sul bordo del sentiero, facendolo poi rotolare giù, nel declivio. Ma, sorpresa delle sorprese, l’animale non parve prenderla troppo male, anzi, mentre rotolata, rideva divertito, tanto che i ragazzi rimasero letteralmente a bocca aperta. Insomma, l’orco burlone, sia che avesse la meglio, sia che avesse la peggio nei suoi scherzi, non perdeva mai il buonumore.

Dopo tanti brividi, ci vuole qualcosa che ci restituisca l’allegria, ci vuole una voce tellina che ci ricordi che le dolci balze di Teglio non sono solo teatro di foschi misteri, ma anche e soprattutto scenario che concilia con una serena e gaia visione della vita. Una visione della vita assai legata al potere della vite, di quell’ottimo vino di Fracia celebrato da Bruno Besta , illustre tisiologo tellino e docente all’Università di Genova, che cantò con profondo amore profumi e suggestioni della sua terra. Ecco alcuni suoi versi, tratti da “Poesie” (raccolta edita nel 1965, ad un anno dalla sua morte, dagli Amici del Rotare Club), che lasciamo come suggello di queste scorribande nella suggestiva terra di Teglio.

VIN DE TEI

Si, n'ho bevut de vin, de tücc i sit
d'Italia, e credem pür in fede mia
che gh'è gnent dótrò, cume 'l frütt di vit,
per fa pasà ogni malincunia.
Bianch o ross, dulz o sech, o razzantin (1),
che pica 'n testa o che fa stravacà,
bevüt con el bicer o 'l galedin (2)
l'è roba che fa sempre 'ntusiasmà!
Ma sto Fracia con sü la Tor te Tei
— che me regorda la me gioventù —
l'è quai cos de special, credím, matei (3)
che me desmentegherò propri piü.
Si n'è bevess 'n tracc i tisighei (4)
i scampares cent agn senza dutù

  1. Frizzantino.
  2. boccale di legno.
  3. Ragazzi.
  4. Tisicuzzi.
  5. Medici.

Non sembri una mancanza di rispetto questo tentativo di “traduzione”:
Sì, ne ho bevuto di vino, di tutti i luoghi / d’Italia e credetemi pure, in fede mia, / non c’è nient’altro come il frutto della vite / per far passare ogni malinconia. / Bianco o rosso, dolce o secco, o frizzantino, / che picchia in testa o che ti butta a terra / bevuto con il bicchiere o con il boccale, / è cosa che tira sempre su di morale. / Ma questo Fracia con sopra la Torre di Teglio, / che mi ricorda la mia gioventù, / è qualcosa di speciale, credetemi, ragazzi, / che non mi dimenticherò proprio più. / Se ne bevessero un sorso i malati di tisi / camperebbero cent’anni senza dottori.

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Il paese di Teglio, infine, è fatto di persone e personaggi. Questi ultimi sono più che semplici persone, spiccano per argutezza, bizzarria, originalità, dabbenaggine, sono protagonisti di storie, detti, casi che sembrano condensare in un sorriso quel che vi è di curioso nelle vicissitudini e sfaccettature dell’esistenza. Non sono tipici, sono tipi. Nel Dizionario Tellino di Elisa Branchi e Luigi Berti, edito nel 2002 a cura della Biblioteca Comunale di Teglio, sono riportate diverse composizioni di Bruno Besta (1905-1964), che fu illustre tisiologo, docente all'Università degli Studi di Genova e fine poeta dialettale. Vi si tratteggia, fra le altre, la figura del Pédro (le sue poesie sono state pubblicate, a cura degli Amici del Rotary Club, nel 1965). Eccone due schizzi.
Una volta el Pédro incrociò, scendendo da Teglio a Vagella, un brigadiere, che non lo conosceva. Ne nacque il seguente dialogo. “Di dove siete?” El dìs: “Mi so de Téi”. “E dove andate?” “’Ndó fin gió a Vangèla" “E la strada l’é lunga?” “Sì, matèi, ma a turnà indré la par gnànca più quéla”. “Ma siete matto?” “Oh, per quést (a)n sé intés, perché, a vulé ben dir la verità, ed dipent tüt de l’ària del paés, che mét adòs (ü)n pó de matedà. Però de galantóm, sciùr brigadiér, se ó pròpe de cüntàla cùme l’é, dòpo che n’ó bevü (ü)n quài bicér, m’encórge gnànca de tirà dré i pé: el nòs vin, quant l’è pròpi sincér, el fa cur piü che l’àsén del Nucré”. La traduzione, per chi ne avesse bisogno, rovina l’irresistibile effetto comico delle battute, ma tant’è, suona così: “Di dove siete?” Dice: “Io sono di Teglio” “E dove andate?” “Scendo a Valgella" “La strada è lunga?” “Sì, ragazzi, ma tornando indietro non sembra neanche più quella”. “Ma siete matto?” “O, per questo siamo d’accordo, perché, a dir la verità, dipende tutto dall’aria del paese, che mi mette addosso un po’ di follia. Però, detto fra galantuomini, signor brigadiere, se devo proprio dirla com’è, dopo che ne ho bevuto qualche bicchiere, non mi accorgo neppure di tirar dietro i piedi: il nostro vino, quando è davvero genuino, fa correre più dell’asino del Nucré”.
Quest’ultimo, poi, era un altro personaggio del paese, ed il suo asino era diventato proverbiale. Tutto era cominciato da un’epica sfida fra il vecchio contadino ed il giovanissimo mostro che sbuffava e sferragliava sulle rotaie della linea ferroviaria Sondrio-Tirano. Il Nucré aveva scommesso che ci metteva meno lui, sul suo asino, a passare da Tresenda a San Giacomo di quanto ci mettesse il treno. E si cimentò in diverse gare per dimostrarlo. Cosa accadde precisamente le cronache non lo raccontano, ma, fosse riuscito a vincere o comunque a tener testa al treno, da allora passò nell’uso, per dire che una persona era velocissima, l’espressione “El cur piü che l’àsén del Nucré”, cioè corre più dell’asino del Nucré.
Ma torniamo al nostro Pédro. Un’altra volta si mise in mente di andare a trovare la figlia, che prestava servizio come domestica presso una famiglia di Milano. Ecco quel che disse, prima di partire, ad un amico. “’Nghì che tè n’dé, Pèdro?” “Ndó a Milàn, che la mè s’cèta l’é lagió a servì; g’ó scià ‘nghe la sachéta ‘n pó de pan e ‘na butìgia che düra tri dì” “Ma cùme fét a ‘ndà?” “’Ndò cul dirèt de la Tresènda fina lagió fò, e quant che rüve, stó ‘n sala d’aspèt, che lé la végne a töm, se no stó gliò.” “Ma te gh’è mìga scià la direziùn?” “Sigüra che ghe l’ó: prèso sciur Möia, via Cesare Scurénta, quarantùn… Ma mì, Giuvàn, ó già maiàt la föia, i né scurénte n’ótro méno bùn, che mi stó gliò a specià fin che gh’ó vöia”. Anche qui il traduttore è traditore, ma tant’è: “Dov’è che vai, Pédro?” “Vado a Milano, perché mia figlia si trova lì a servire; ho con me in un sacchetto un po’ di pane e una bottiglia che dura tre giorni.” “Ma come fai ad andare?” “Vado con il diretto da Tresenda fino a laggiù, e quando sono arrivato sto in sala d’aspetto, che venga a prendermi, altrimenti rimango lì.” “Ma non hai con te l’indirizzo?” “Certo che ce l’ho: presso il signor Moia, via Cesare Scurenta, quarantuno… Ma io, Giovanni, ho già mangiato la foglia, che caccino via un altro meno furbo, perché io rimango lì ad aspettare finché ne ho voglia.” Per capire la comicità della situazione, bisogna sapere che Scurénta è il nome della via, ma suona assai simile a “scurentà”, verbo che significa “cacciar via in malo modo”. Ed il Pédro mangia la foglia…

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Non possiamo lasciare Teglio senza accennare a qualche altra gustosa figura. Come quella di Caterina Valli, energica contadina, che un giorno si deve recare alla Pretura di Tirano a firmare un importante documento con tanto di carta bollata. Si ritrova così, lei che ne aveva affrontate di fatiche nella vita, a “südà de catìf, come se ‘l füs de purtà ‘na culdéra de lac’ fin sü a Nimìna”, cioè a sudare di brutto, come se dovesse portare una caldaia di latte fino all’alpe di Nemìna. Impacciata e confusa, sbagliò a firmare, vergando una “Q” al posto della “C”. Quando il cancelliere se ne accorse, si preoccupò molto, perché quella firma scorretta invalidava l’atto. Decise, allora, per non rifare tutto, di cancellare la lettera galeotta, grattando via con pazienza l’inchiostro, e chiedendo alla contadina di sovrapporvi la lettera corretta. Ma, per giustificare l’evidente cancellatura, decise anche di attestare di proprio pugno che si trattava di una correzione legittima, e scrisse in calce alla firma: “Dichiaro di aver grattato stamattina il Qù alla suddetta Catterina; l'era seràt però porte e fenestre e 'n presenza della guardia campestre”. Ineffabile.
A proposito di donne, merita una citazione l’anonima tellina che, rimasta, ancor giovane, vedova di un anziano marito, e risposatasi subito con il ben più giovane “famèi”, cioè con il contadino che serviva presso la sua famiglia, fece apporre sulla tomba del defunto marito la scritta “La moglie riconoscente pose”. Inarrivabile.
Non può mancare, in questa carrellata tellina, il parroco don Alessandro Valli, che merita di essere ricordato per la battuta fulminante rivolta ad una donna, il giorno del suo solenne ingresso in paese; costei si lasciò scappare il commento “Se l’è brüt e pìscen!” (Com’è brutto e piccolo!); le replicò: “M’han mìga mandà chi per ràzza” (Non mi hanno mica mandato qui per la mia costituzione).
Fra i tipi da paese non manca mai il furbacchione, quello che pensa di poterla fare a tutti, ma alla fine non è mai abbastanza furbo. Restiamo a Teglio, per raccontare la storia di un tale che incarna perfettamente questa figura. Saliva, costui, alla contrada Reghenzani, carico di un gerlo con gherigli di noce che portava al frantoio per ricavarne il prezioso olio. Passò, così, davanti alla cappelletta della Madonna e gli venne fatto di pensare, a lui che non aveva mai sopportato troppo il fumo dell’incenso, che una preghiera non costa nulla, e poi, non si sa mai… Pregò allora la Madonna così: “Cara Madòna, fam vignì fó tant òle de sti nus! Se te ‘n fe vignì fò tant, quànda che turne ‘ndré, te ‘n dó ‘n pò per la lüm », cioè : "Cara Madonna, fammi ricavare tanto olio da queste noci! Se ne fai venir fuori tanto, quando torno indietro, te ne do un po’ per il tuo lume”. Potenza delle preghiere che salgono al cielo con le ali della fede! Da quelle noci di olio ne venne fuori in quantità ed il nostro eroe ne fu interamente soddisfatto. Carico del prezioso olio, si rimise in cammino per tornare a casa.
Era ormai sera fatta, e ripassò dalla cappelletta della Madonna. Già, la promessa! Se n’era dimenticato… Ma poi era proprio necessario mantenerla? Quel bell’olio, peccato lasciarlo lì alla Madonna, qualcun altro ci avrebbe pensato, qualche buona donna devota. La decisione era presa, ma non aveva il coraggio, con la coscienza sporca che si ritrovava, di affrontare lo sguardo della Madonna. Si chinò, allora, e procedette quasi carponi, per sfuggire al suo occhio. Camminava basso, ma teneva lo sguardo alto, per assicurarsi che la Madonna non lo vedesse. Così fu lui a non vedere, a non vedere un sasso che sporgeva dal terreno: vi inciampò, cadde e rovesciò tutto l’olio. Un disastro! Tutta la fatica a raccogliere le noci, a sgusciarle, a portarle al frantoio, tutto per nulla! Lo prese dapprima lo sconforto, poi un moto d’ira. Rialzatosi, guardò con fiero cipiglio la Madonna, che per parte sua non aveva mai perso quel suo dolce sguardo celeste che ora gli dava così fastidio, e sbottò: “Tée, öc de bò. Adès l’é piü gné mè, gné tò!”, cioè “Tu, occhi di bue. Adesso non è più né mio, né tuo”. (Dal Dizionario Tellino, cit.).

STORIA
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AMBIENTE

 

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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