SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
Assunzione della Beata Vergine Maria

SANTI PATRONI: S. Maria Assunta (Aprica, Berbenno di Valtellina, Piuro, Valdisotto)

PROVERBI

De sant'Ana l'aqua l'è màna, de la Madòna l'e amò bòna, de San Bartulamée la pò basàm i pée (a sant'Anna l'acqua è manna, alla Madonna è ancora buona, a San Bartolomeo può baciarmi i piedi - Ardenno)
Ai fest d'agóst, i digiüna gnànca i üsèi del bósc
(alle feste d'agosto non digiunano neppure gli uccelli del bosco - Ardenno)
Noma ai sàch se ghe lìga la bóca (si può chiudere la bocca solo ai sacchi - Sondalo)
Ala Madòna d’agùst sòlta ‘l past àa i urscèi del busch
(alla Madonna di agosto saltano il pasto anche gli uccelli del bosco - Tirano)
Ala prìma àqua de gust al fücc ànca i piöcc (alla prima acqua di agosto fuggono anche i pidocchi - Tirano)
Bach, tabàch e amùr, ùhia che dulùr! (Bacco, tabacco e amore, ahi che dolore! - Tirano)
Aóst gio al sól l'è fósch (agosto, tramontato il sole fa buio - Aprica)
Incur c'al sul as sbassa, al paltrun as alza (quando il sole si abbassa, il pardone si alza - Val Bregaglia)
L'om chi vol viva in pas al làssa cumanda la fèma e 'l tas
(l'uomo che vuole vivere in pace, lascia comandare la moglie e tace - Poschiavo)

La Madonna d'Agosto all'Aprica


VITA DI UNA VOLTA

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria dell'Assunzione della Vergine, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Dal Rapporto del prefetto dell'Adda Angiolini al signor Conte Consigliere di Stato Direttore Generale della Pubblica Istruzione su gli usi e costumi del Dipartimento dell’Adda - Sondrio, 8 gennaio 1812 (Pubblicato in: ARTI E TRADIZIONI POPOLARI - LE INCHIESTE NAPOLEONICHE SUI COSTUMI E LE TRADIZIONI NEL REGNO ITALICO, a cura di Giovanni Tassoni, La Vesconta - Bellinzona, 1973):
"Il popolo del Dipartimento è estremamente attaccato al culto cattolico, o per meglio dire alle esteriorità del culto, non conoscendosi qui presso a poco altri divertimenti che quelli che nascono dalle pompe e cerimonie ecclesiastiche. Lo scampanio, che tanto riesce molesto a chi è dotato d'un orecchio alquanto delicato, sembra contenere per questi contadini tutte le più squisite combinazioni musicali. Il popolo si picca di una grande divozione verso la beata Vergine, a cui viene attribuita una dichiarata parzialità per questa valle. Dessa è venerata da per tutto, né avvi chiesa parrocchiale in cui non abbia un altare e talvolta tre, sotto differenti denominazioni – per esempio del Carmelo, del Rosario, della Neve, dell'Addolorata, del Buon Consiglio, della Cintura, dell'Immacolata, dell'Assunzione, e cosí discorrendo. La rozzezza e semplicità della plebe è tale, che spesso accade che commettansi delle irriverenze all'altar maggiore per rivolgersi a quello della beata Vergine.
Il Santuario della Madonna di Tirano è per cosí dire la rocca de' Valtellinesi, e mi vien detto che negli anni scorsi vi si faceano degli ottavari ai quali concorreva processionalmente la Valtellina intiera. La passione delle processioni è vivissima in tutto il Dipartimento: pare che l'anima di questi contadini si elettrizzi in simili circostanze. Quanto piú sono lunghe, faticose e per istrade alpestri, tanto piú incontrano il genio de' medesimi. Le rogazioni sono veri viaggi; forse ciò che ne aumenta lo zelo ed il concorso sono certi lasciti di particolari, per cui a certa data pausa si distribuiscono delle refezioni
."

Luisa Moraschinelli, nel bel volume "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica" (Alpinia editrice, 2000), scrive:
La «Madona da Osst» era, ed è, la sagra della seconda Parrocchia d'Aprica, la cui chiesa è dedicata all'Assunta. Una festa che, a differenza di quella di San Pietro, coinvolgeva solo le contrade di quella Parrocchia: Santa Maria, Liscidini, Liscedo e Belvedere. Una sagra allora, a differenza di quella moderna, vissuta in un'atmosfera di gioiosa religiosità, favorita anche dal periodo di piena estate. La parte principale era ancora dedicata alle funzioni religiose. La Madonna, dal suo trono al centro dell'Altare, aveva, giustamente, un posto di spicco, più favorevole di quelli, pur dignitosi, dei due Apostoli di suo Figlio. La chiesa durante le funzioni, anche se grande, a fatica riusciva a contenere tutti, anche perché, essendo in piena stagione, i se pur pochi turisti che risiedevano negli alberghi e ville partecipavano. Attorno alla chiesa c'era pure una parvenza di mercato. Non da paragonare alla fiera di San Pietro, ma abbastanza da permettere alla gente di fare qualche compera extra e ai bambini di deliziare gli occhi e la gola (anche se virtualmente come si direbbe oggi) e, da Tifo da rafie, poteva sempre arrivare un soldino, per comperare la trombetta, per fare rumore con la rivoltella giocattolo, per stupire con lo schioppettìo delle cartucce di carta, e al limite la tradizionale «pipa dolscia».
Molto apprezzato e seguito, come ancor oggi, era «l'incanto dei canestri». Prodotti locali: formaggi interi, salami, conigli e tante torte, di solito fatte dalle donne stesse. Il tutto offerto dalla gente locale. Un banditore proponeva i vari prodotti, sapientemente abbinati, al migliore offerente. Anche nelle case quel giorno doveva esserci un pranzo diverso dal solito e, nella maggior parte dei casi, arricchito dalla torta e dalla bottiglia di vino che il capo famiglia aveva «tirato giu all'incanto dei canestri». Magari avevano pagato due volte il suo valore, ma ai bambini questo non interessava e i grandi sapevano d'aver fatto beneficenza.
Il giorno appresso, dedicato a San Rocco, nella stessa Parrocchia, se pure in sordina, era considerato «festa votiva». La popolazione aveva infatti fatto voto a San Rocco in occasione dell'ultima lontana epidemia denominata «spagnola».”

E ancora, Luisa Moraschinelli, nel "Dizionario del dialetto di Aprica", Sondrio, 2010, scrive:
"Madona d'aóst sf. giorno dell'Assunzione (15 agosto) festa patronale della parrocchia Santa Maria Assunta. <la Madona d'aóst l'é la fista da la cuntrada d'Abriga> il giorno della Madonna Assunta è la sagra della contrada St. Maria. Come per ogni festa patronale, c'era la fiera, ma limitata a pochi banchetti. La solennità sí riscontrava maggiormente nell'atmosfera religiosa con le funzioni rese ancora più vivaci per la presenza dei turisti (anche se allora erano pochi). Alla <mèsa granda> seguiva <l'incanto dei canestri> (una spece di asta che si fa ancora oggi con prodotti locali)"

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Ferragosto in bassa Valtellina. I maggenghi, alle prime ombre della sera, si illuminano di fuochi. E’ un susseguirsi di falò che si accendono, quasi richiamandosi, sull’uno e sull’altro versante, quello retico dei Cech e quello orobico dei Maròch. Una festa nella quale si celebra il gusto di ritrovarsi per un sereno momento di condivisione e di gioia conviviale.
Pochi, però, conoscono la leggenda che spiega l’origine della tradizione dei falò ferragostani. Una leggenda che ci riporta a tempi più oscuri, nei quali le streghe, presenza misteriosa ed inquietante, abitavano la Valtellina. Anche la bassa valle ne contava molte, nascoste, di giorno, in qualche casupola solitaria, in qualche casolare sperduto, pronte, però, ad uscire allo scoperto con il favore delle tenebre. Le notti d’estate erano le preferite. In particolare, quelle di luna calante. In queste notti le maliarde si davano convengo in un luogo misterioso, denominato “acqua di Cofana”, o “Cufana”, una radura nascosta, difficile da trovare, sul versante orobico sotto la cima del monte Pitalone (pitalùn, m. 1334), che sovrasta Morbegno.
Giungeva per prima alla radura la più anziana delle streghe, la quale, per indicare alle altre il luogo del sabba. Giungevano, poi, alla spicciolata, tutte le altre, dai quattro angoli della bassa Valtellina, chi a cavalcioni della classica scopa, chi portata a volo da un gufo, da una civetta o da un corvo, chi, infine, a piedi, ma tutte, rigorosamente, con le caviglie coperte da una lunga veste, perché se il mitico Achille aveva il suo punto vulnerabile nel tallone, le streghe ce l’avevano proprio nella caviglia: se qualcuno l’avesse vista, avrebbero perso tutti i loro malefici poteri. Tutte avevano sotto braccio una fascina di legna, per alimentare il fuoco, che ardeva sempre più vigoroso e sinistro, diffondendo bagliori cupi sull’intera bassa valle.
Prima di dare inizio al sabba, si lavavano ad una fonte, l’acqua di Cofana, appunto. Un’acqua opaca, ferruginosa, che da loro riceveva un innaturale calore, un calore infernale. Le streghe restavano pur sempre donne, e non erano insensibili al valore della pulizia e della cura della persona. Approfittavano, quindi, di quella fonte, una fonte sicura, perché quell’acqua non poteva essere benedetta, e quindi pericolosa per quegli esseri malefici. Quando si sentivano sufficientemente belle, si lanciavano in danze frenetiche, forsennate, emettendo urla che non avevano nulla di umano, illuminate dalle fiamme che divampavano selvagge e dalla luce della luna.
All’approssimarsi della mezzanotte, le streghe si placavano per un po’: raggiungevano un abete scuro, al centro della desolata radura, e si accovacciavano, aspettando il Principe del Male, Belzebù, il cui arrivo rappresentava il culmine del Sabba. Da lui, infatti, le streghe ricevevano il potere di spargere ai quattro venti il male su raccolti, animali ed esseri umani. Poi le danze riprendevano, in un crescendo che culminava quando la luna si disponeva sulla verticale del Pitalone. Era l’ora delle maledizioni più terribili, dei malefici più nefasti, che solcavano l’aria impregnandola del male che incombeva sugli ignari abitanti della bassa valle.
La luna, intanto, lentamente, tramontava, dietro il Pitalone. Scomparsa l’ultima sua fioca luce, tutto pareva placarsi, in un silenzio irreale: le malefiche megere si accasciavano a terra, levando verso il cielo lamenti strazianti. Chi si fosse trovato, per malasorte, a passare di lì avrebbe udito dei versi agghiaccianti, simili a quelli dei gatti in amore, simili a raccapriccianti lamenti di bimbi. Fra i versi si potevano distinguere, a malapena, alcune parole: erano invocazioni, rivolte al cielo. Incredibile: il pentimento si era fatto strada anche nel loro cuore piagato dal male? Ascoltando con più attenzione, però, si sarebbe compreso che non di veri e propri lamenti si trattava, ma di una parodia di lamenti, un dileggio, una beffa, sempre più sguaiata e blasfema. “Signore, abbi pietà di noi!”, "Santi del paradiso, pregate per noi!", e giù una sghignazzata da far accapponare la pelle. Intanto il fuoco scemava, e con esso la furia malvagia delle streghe. Alla fine al cielo non salivano più i mugolii di scherno, ma solo il fumo, che si levava dai tizzoni rosseggianti. Poi, solo il buio ed il silenzio.
Tutto questo si ripeteva per molte notti estive, le notti di luna calante. E l’aria era impregnata dei maléfici effetti di quei sabba. I raccolti marcivano, le bestie si ammalavano, improvvise ed inspiegabili colpivano uomini, donne e bambini. La gente non ne poteva più. Sarebbe dovuto salire qualche sacerdote, fin lassù, per esorcizzare quel luogo demoniaco. Ma, un po’ per la difficoltà del percorso, un po’ per la paura, nessuno se l’era mai sentita. Finché ad un contadino venne un’idea, semplice e geniale. Quella di moltiplicare i fuochi, per disorientare le streghe. Sì, perché queste non parevano essere maghe dell’orientamento. Ed allora, nelle sere del sabba, in tutti i maggenghi si accendevano falò, ed i punti di luce si diffondevano sui monti della bassa valle. Immaginate la sorpresa delle streghe, che volteggiavano, alte sui numerosi fuochi, senza riuscire a raccapezzarsi. Qualcuna cominciò a stancarsi, a rinunciare al sabba, e pian piano l’acqua di Cofana tornò ad essere una brulla e desolata radura, frequentata solo da gufi, civette e vipere.
Rimase, però, la tradizione dei falò estivi, anche se si perse la memoria della loro origine e si circoscrissero alla serata del 15 agosto, quando si celebra la solenne festa liturgica di Maria Assunta in cielo, simbolo della vittoria del bene sulle insidie del male.
Possiamo leggere un resoconto di questa leggenda nell’articolo di R. Passerini sul numero dell’agosto 1994 de “L Gazetin”. Questi descrive anche la radura e la sua collocazione. Si trova sotto la cima del Pitalone, in un luogo solitario, a monte di una fascia di rocce, difficile da raggiungere per chi non conosca il sentiero, perché circondato da rovi ed ontani e lontano dai maggenghi, fra il Faedo (faìi) di Arzo (aars), ad ovest, ed il Faedo di Talamona, ad ovest. Da qui si domina, con lo sguardo, l’alto lago di Como, ad ovest, la costiera dei Cech e l’imbocco della
Val Masino, ad nord, le cime del gruppo del Masino, dai pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) al pizzo Torrone occidentale, dalla cima di Arcanzo al monte Disgrazia ed ai Corni Bruciati, a nord-est, il versante retico mediovaltellinese da Ardenno a Sondrio, ad est nord est, il Crap del Mezzodì ed il versante orobico sopra Talamona, ad est. Al centro della radura è posto un abete alto una trentina di metri, scuro e bruciacchiato. Sul lato occidentale, cioè in direzione del lago di Como, si trova la sorgente dell’acqua di Cufana. Queste le indicazioni che il Passerini ci offre.
Sulla loro base ho cercato di trovarlo. Penso di non esserci riuscito e di poter offrire solo una sommaria mappa dei luoghi. Per visitarli bisogna salire ad Arzo (m. 721), frazione di Morbegno che si trova in valle del Bitto di Albaredo, sulla strada per il passo di San Marco (la si imbocca a piazza S. Antonio, a Morbegno), a 7 km da Morbegno. Qui, dopo aver ammirato lo splendido panorama in direzione dell’alto lago di Como, ci si stacca, sulla sinistra, dalla strada, che prosegue verso Albaredo, e si passa accanto al piccolo cimitero del paese. Una stradina, prima in asfalto, poi in terra battuta, guadagna quota con alcuni tornanti, prima di iniziare un traverso in direzione est, cioè verso i monti di Talamona. Ignorata una deviazione a destra (segnalazione per l’alpe Pitalone), proseguiamo fino ad una sbarra, che si trova a circa due chilometri da Arzo. Siamo poco oltre i prati del Faido (o Fai, o Faedo) di Arzo, a 963 metri. La strada pista prosegue per un buon tratto oltre la sbarra, in direzione del Faido di Talamona, poi si interrompe ad una baita solitaria, prima di raggiungere il solco della valle del torrente Ranciga.
Cominciamo, dunque, l’esplorazione della zona. Dalla sbarra, torniamo indietro per un tratto, fino ad una piazzola, nei pressi dei prati del Faido di Arzo, e qui saliamo alle baite più alte, sopra la pista. Alle loro spalle parte, non molto visibile, nel primo tratto, un sentiero che sale, tendendo leggermente a sinistra, fino ad una pianetta che potrebbe essere il luogo misterioso. Vi si trova, infatti, una sorgente, e da qui la vista raggiunge l’alto Lario. La fonte, però, è in direzione opposta (est) rispetto al lago, e l’acqua che sgorga è limpida. Il sentiero prosegue salendo verso sinistra, fino ad una piana più ampia, ora disboscata per i lavori connessi con l’installazione di una teleferica. Che sia questa la radura? Qui la vegetazione è selvaggia, caotica. Della fonte non c’è, tuttavia, traccia. Dalla piana parte un sentiero che, correndo nel bosco, sale verso destra (ovest), fino a perdersi gradualmente. Se proseguiamo a salire a vista, piegando leggermente a sinistra, raggiungiamo una zona piuttosto desolata, disseminata di massi. Con una traversata verso sinistra (est), mantenendo più o meno la stessa quota (m. 1180 circa), possiamo tagliare boschi solitari ed ombrosi, fino a sbucare sul limite superiore dei prati della Tagliata (m. 1172). Di radure non se ne incontrano più.
Dai prati possiamo, poi, scendere, utilizzando un sentiero, fino ad intercettare il sentiero che porta, seguito verso est (destra) al Faido di Talamona. Noi, invece, torniamo indietro, lungo il sentiero, verso sinistra: passiamo nei boschi che si trovano poco a valle dell’ultima baita, presso la quale termina la pista. Incontriamo, proprio nella verticale della baita, un piccolo corso d’acqua, opaca: che sia questa l’acqua di Cofana? Per scoprirlo, dobbiamo raggiungere la fine del sentiero, che ci riporta alla pista sterrata, e procedere, seguendola, verso est, fino all’ultima baita, dove termina. Appena prima della baita, ritroviamo il corso d’acqua, che esce dalla terra della montagna smossa, a monte della pista, dai lavori della sua costruzione. Un’idea: si potrebbe cercare di seguire il corso d’acqua rimontandolo fino alla sorgente originaria. Impossibile, però, farlo: se ne trova una traccia poco sopra, nel cuore del bosco, poi più nulla: se la sorgente non è quella che ora è stata raggiunta dalla strada, e si trova più a monte, per un lungo tratto scende nascosta nel cuore della terra.
Abbiamo esaurito il giro nei boschi della leggenda, ma non sono esauriti i dubbi: dov’è l’acqua di Cofana? Tornando sulla pista, verso ovest, troveremo una baita che reca sulla facciata una piccola crocifissione dipinta: forse un presidio contro le forze del male, quando queste si davano convegno nei boschi vicini. Invitiamo gli amanti del mistero, che volessero cimentarsi nella ricerca, a prestare la dovuta prudenza: aggirarsi per boschi inselvatichiti, su tracce di sentiero, richiede grande accortezza ed esperienza. E poi, forse è giusto così: il luogo, nascosto, conserva intatto il fascino dell’ignoto.
Un’ultima osservazione su questi luoghi: possiamo passare di qui anche per effettuare un interessantissimo anello di mountain-bike, partendo e tornando alla piazza S. Antonio di Morbegno. Già abbiamo detto della prima parte dell’anello: salita lungo la provinciale per il passo di S. Marco, fino ad Arzo, dove si imbocca la stradina per il Faido di Arzo. Poco prima del termine della pista, troviamo, sulla sinistra, un cartello che indica la partenza del sentiero per il Faido di Talamona. Nonostante per diversi tratti il sentiero sia ciclabile, ci conviene scendere di sella, per circa un quarto d’ora, il tempo per raggiungere i prati di Faido di Sopra. Superati due piccoli corsi d’acqua, raggiungiamo il cuore ombroso di un primo vallo (qualche tratto, esposto, richiede attenzione). Poi, dopo un breve tratto, scendiamo nel cuore della valle più grande, percorsa dal torrente Ranciga, che scende ai prati ad ovest di Talamona. Attraversato il greto sassoso del torrente, saliamo per un breve tratto, sul lato opposto, fino a ritrovare il sentiero che, in breve, raggiunge i prati di Faido (per evitare di passare nella proprietà privata di una baita, nei pressi dei prati imbocchiamo una deviazione che sale per un tratto verso destra). Siamo ad una quota approssimativa di 980 metri. Possiamo, quindi, risalire in sella ed iniziare, su strada una comoda strada asfaltata, la lunga discesa verso Talamona, ed il successivo facile ritorno da Talamona alla piazza S. Antonio di Morbegno. L’anello, davvero interessante, richiede complessivamente circa due ore e mezza.

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Ma torniamo ad una domanda, che forse si sarà fatta srada nella mente di qualche lettore: e le streghe, sfrattate dall’acqua di Cofana, che fine hanno fatto? Difficile dirlo. Alcune hanno trovato, forse, un surrogato in altri luoghi maledetti, come il puz di strìi, o pozzo delle streghe, presso Sacco, il primo paese che si incontra in Val Gerola. Altre, forse, si sono inurbate, sono scese fino a Morbegno per sperimentare le gioie della vita di città. Ma non è stata una buona idea, almeno per alcune di loro. Un articolo di Rinaldo Rapella, sul numero del maggio 1970 de “Le vie del bene”, racconta, infatti, del caso delle streghe di Serta, la frazione posta sul limite di nord-ovest di Morbegno. Costoro abitavano in quella che, ancora oggi, è conosciuta come la “ca’ di strìi”, cioè la casa delle streghe, e qui, senza problematiche escursioni notturne, praticavano i loro riti infernali ed i loro oscuri convegni con il diavolo.
Ma la cosa non sfuggì ai mormorii della gente. Ed in tempi nei quali la caccia alle streghe conosceva la sua fase più acuta, per le streghe che abitavano la casa venne il momento della resa dei conti. Furono prese, processate e condannate al rogo. Singolare fu, allora, quel che accadde quando venne acceso il falò (un nuovo falò, ben diverso da quelli di Cofana e dei maggenghi della bassa valle) sul quale doveva essere arsa la più anziana e temuta di loro. Mentre la strega, emettendo urla terrificanti, bruciava, un gallo in metallo che sovrastava la casa cominciò a girare, vorticosamente, senza che spirasse un alito di vento. Fu, quello, un evento portentoso che venne interpretato come segno demoniaco. Si decise, allora, di sovrapporre al gallo una croce in metallo, per intrappolare le forze diaboliche ed impedire che in futuro la casa fosse frequentata dal diavolo. Ancora oggi si possono vedere la casa e la croce in metallo posta sul tetto: basta percorrere la strada che da Morbegno conduce al ponte di Ganda, staccandosene verso sinistra appena prima di impegnare il ponte e procedendo lungo la riva meridionale del fiume Adda; appena prima della conclusione della strada, al depuratore di Morbegno (presso il punto in cui il Bitto si getta nell’Adda), si prende di nuovo a sinistra. Dopo un breve tratto, si incontra sulla destra la casa, riconoscibile per la croce in ferro che ancora la sormonta.
Fu, questo rogo, la fine per le streghe di Valtellina? No, ma fu l’inizio di un lento crepuscolo. Come tramonta la luna dietro il Pitalone, nella frescura incerta delle notti agostane, così tramontò, anche in bassa Valtellina, l’oscuro periodo segnato dalla paura delle streghe. L’ultima strega di Valtellina fu segnalata a Piazzalunga, frazione di Ardenno: schernita, vilipesa e scomunicata, se ne fuggì nei boschi sopra il paese, e non fu più vista. Lì morì, stretta nella morsa dei rigori di un inverno. Altri tempi, rispetto a quelli nei quali le fiamme sotto il Pitalone oscuravano lo splendore della luna.


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Il 15 agosto è anche la festa patronale di Berbenno in Valtellina. La seguente carrellata di leggende vuole essere un omaggio a questo splendido paese del versante retico mediovaltellinese.

La valle di Postalesio, o valle del Caldenno, è l’unico solco glaciale con una propria fisionomia ben definita che si apre sul versante retico mediovaltellinese fra la Val Masino, ad ovest, e la Valmalenco, ad est. Vi passa il confine fra i comuni di Berbenno, ad ovest, e Postalesio, ad est. Una valle certamente modesta rispetto ai colossi che la circondano sui due lati, ma caratterizzata dallo splendido catino glaciale delle alpi Caldenno e Palù, preparato dai ripidi versanti boscosi a monte di Polaggia e Postalesio, un catino che si conclude all’ultimo gradino glaciale, sul quale sta, sospesa, la misteriosa soglia terminale, che raggiunge il piede dei bastioni del complesso dei Corni Bruciati. Una valle densa di colori e fascino, ma anche di ombre e misteri, come suggerisce il suo stesso nome, se è vera la suggestiva ipotesi dell’Orsini, che lo fa derivare da “Calus”, o “Charu”, dio degli inferi, con l'aggiunta del suffisso di origine etrusca "enno". Un’ideale salita dalle sue propaggini più basse al circo terminale è anche un viaggio fra i fantasmi partoriti dall’immaginario popolare nei secoli passati.


Iniziamo, dunque, questo viaggio nell’immaginario. Se, raggiunta Polaggia di Berbenno, proseguiamo lungo la strada che conduce ai prati di Gaggio, incontriamo, all’uscita dal paese, sulla sinistra, un tratturo, con fondo in cemento, la via Della Puncia. Seguendola, arriviamo all’oratorio di San Gregorio (m. 588), posto su un piccolo colle che veniva chiamato, fino al sec. XVII, monte Zardino. Si tratta di una cappella che originariamente era annessa ad una struttura fortificata, detta “castrum Mongiardinus”, di origine trecentesca. Dal colle si gode di un’ottima visuale sulla media Valtellina, da Triangia al Culmine di Dazio. Fra le particolarità dell’oratorio vi è l’ancora lignea dell’altare (scolpita dai milanesi Guglielmo a Gian Filippo Bossi nel 1628), nella quale l’ostia è circondata da due animali squamosi, di origine fantastica. Questi esseri indefinibili hanno sempre acceso la fantasia popolare, che si è foggiata, a loro immagine e somiglianza, una bestia misteriosa, dal nome ancor più misterioso, il “giuèt”. Di essa si raccontava che abitasse i boschi della zona, da Polaggia fino alle soglie dell’alpe di Caldenno.
Le testimonianze popolari sull’animale sono abbastanza varie. L’anziana signora Vittoria Fontana, di Polaggia, ricorda ancora un episodio raccontato dal trisnonno. Questi si trovava, un giorno d’estate, all’alpe Caldenno, con la figlia, e decise di recarsi nei boschi che circondano i prati per fare legna e ricavarne un paio di “sciupèi” (zoccoli). Di ritorno alla baita, si imbatté in un animale mai visto, dalle sembianze di serpente, probabilmente il misterioso giuèt, di cui si parla da tempo immemorabile nella zona. Il ricordo è incerto, perché lo sguardo dell’animale ebbe subito l’effetto di incantare l’uomo, facendolo cadere in un sonno profondo. Venne trovato, riverso a terra mentre dormiva, da altri contadini che tornavano alla baita dopo aver falciato il proprio campo. Portato alla sua baita, rimase in quella condizione, sprofondato in un sonno innaturale, per ben tre giorni e due notti: solo il terzo giorno si svegliò. Era stato vittima di uno degli effetti più risaputi del giuèt, animale incantatore, e gli era andata ancora bene. Dicono, infatti, che, qualora ci si imbatta nel misterioso animale, si deve evitare di guardarlo, perché il suo sguardo può produrre effetti come questo, o ancora peggiori. I suoi poteri magici (detti, popolarmente, la “fisica”), però, sono legati non solo allo sguardo, ma anche al fischio che emette: anche questo può tramortire (qualcosa di simile, è interessante ricordarlo, si dice di un altro animale fantastico ed ancor più temibile, il basilisco –“basalesc” o “basalisc”, in dialetto -: al suo fischio terribile bisogna fuggire precipitosamente, perché al terzo si cade a terra stecchiti).
Ma com’è fatto il giuèt? Il signor Edoardo, uno dei vegliardi di Polaggia, ricorda la descrizione che ne diede la suocera: si tratta di un animale delle dimensioni di un grosso gatto, che all’apparenza può essere scambiato anche per un bambino in fasce, perché le squame che lo ricoprono sono simili a fasce colorate (la signora Giuseppina Fumasoni, di Polaggia - 89 anni -, racconta addirittura che una donna, tratta in inganno, abbia allattato un giuèt, scambiandolo per un bimbo; del resto, si dice ancora, questi animali amano molto il latte, e spesso approfittano delle mucche al pascolo per succhiare dalle loro mammelle questo alimento). A ben guardarlo, però, l’animale appare davvero repellente, e non solo per la sua pelle squamosa e viscida, ma anche per il muso, che è simile a quello di un drago. La suocera del sig. Edoardo gli raccontò di aver riconosciuto il malefico animale, mentre si recava nel bosco a raccogliere fragoline per poi venderle, a valle del sentiero che stava percorrendo. Riuscì però a sottrarsi al suo incantamento e a fuggire via.
Si racconta anche, in quel di Polaggia, che questi animali sono probabilmente una categoria dei “cunfinàa”, cioè delle anime dannate costrette a dimorare in qualche luogo. I boschi di Polaggia ne erano infestati, ma poi, dopo la consacrazione della chiesetta di san Gregorio, tutti i giuèt li lasciarono e si precipitarono nel vallone del torrente Finale, dal quale non riemersero più.


Ma le storie misteriose legate a questa chiesetta non terminano qui. Narrano che nei suoi sotterranei siano stati rinvenuti resti umani dalla forma strana; si dice, poi, che durante la terribile pestilenza portata dai Lanzichenecchi nel 1629-31, che ridusse a poco più di un quarto la popolazione valtellinese, la chiesa fosse stata adibita a lazzaretto dove languivano gli infelici appestati, aspettando la morte liberatrice; si dice, infine, che una rete di cunicoli congiungesse la chiesetta alla dimora dei castellani. Si dice...
Noi inseguiamo non solo le voci, ma anche i sentieri a monte di S. Gregorio. Ecco che, dunque, oltrepassati i densi ed ombrosi boschi sopra Polaggia, ci affacciamo al luminoso alpeggio di Caldenno, dove la valle assume la caratteristica forma ad “U” dovuta all’escavazione glaciale. In questo grande catino, proprio per la sua conformazione, si addensano spesso, nella stagione estiva, le nere nubi che annunciano la violenza del temporale. Qualche volta la furia degli elementi supera la misura che ci si può attendere da un fenomeno naturale, ed allora i contadini ne intuiscono la natura sovrannaturale. Quell’acqua che si abbatte al suolo con una violenza inusitata o, peggio ancora, quella grandine che flagella i frutti sugli alberi ed i grappoli sui filari sono provocati da potenze malefiche, che, secondo un’antichissima prerogativa demoniaca, hanno il potere di scatenare gli elementi. È la strìa, la malefica strega che si accanisce contro il frutto delle fatiche degli uomini, perché ha giurato loro eterna inimicizia e gode della loro sofferenza. È la strìa che addensa i chicchi della grandine, che poi scaglia sui campi.
E allora, per porre fine alla furia cieca degli elementi, c’è un’unica via: spaccare i chicchi di grandine più grandi e cercare un capello della strìa. Chi lo trova e lo spezza, pone fine con ciò stesso al suo potere malefico. Si placa come d’incanto la tempesta, si squarcia la densa coltre delle nubi, la luce del sole di nuovo trafigge le dense nebbie, ponendo fine a paure ed apprensioni.
Ma è solo una tregua: le perfide streghe, istigare dal Demonio loro signore, torneranno a colpire infierendo contro le fatiche dei contadini.
Ma dove dimorano le streghe? Dove scatenano la loro furia malefica? Per scoprirlo, dobbiamo percorrere l'intera Valle del Caldenno e salire al passo di Caldenno (m. 2517). Il pianoro che, sul versante della Val Torreggio, si apre nei pressi del passo è ricco di rocce di gneiss, che riportano segni e cavità che danno l’impressione di costituire un segno dell’arte petroglifica preistorica. Ma anche un terrazzo in alta Valle del Caldenno, che si attraversa percorrendo il sentiero per il passo, prima dell'ultimo traverso a destra che consente di raggiungerlo, è ricco di queste rocce affioranti. Ecco cosa ne scrive don Nicolò Zaccaria, prevosto di Sondalo ed esperto mineralista, il quale, nel 1902, dopo aver visitato questi luoghi, scrisse: “L’anno 1864 feci un’escursione sull’alpe Caldenno in comune di Berbenno. Appartiene al gruppo del Disgrazia, ed è un’alpe a circa 2600 metri sul mare. Alla sua sommità vi è un valico pel quale si entra nella Val Malenco sopra Torre. Or bene, proprio a questo passo la roccia gnesiaca è nuda e quasi piana ed in essa sono scalfite parecchie cavità d’una dimensione e d’una profondità poco su e poco giù come quella delle scodelle. Variano tuttavia nella forma, perché a prima vista hanno l’aspetto di un piede di cavallo. Quegli alpigiani mi condussero loro a vedere le orme impresse nella pietra dalle streghe che vi ballavano sopra con i piedi di cavallo”. In realtà, come poi fu appurato da Antonio Giussani, non ci sono di mezzo né uomini preistorici né streghe: si tratta di erosioni della roccia del tutto naturali.
Ma sarà davvero così, o sarà piuttosto vero quel che la fantasia popolare ha immaginato, figurandosi sfrenati sabba delle streghe danzanti al passo, nelle notti meladette, per evocare il Demonio?
Il Demonio, si è detto: in dialetto è chiamato "bàu" e, sull'antico sentiero che dal Pian del Prete sale verso Prato Isio si trova il suo letto, il "léc del bàu".
Oltre la conca dell’alpe Caldenno e quella, di poco più alta, dell’alpe Palù, ecco il gradino terminale della valle, oltre il quale si nasconde la soglia più alta, ai piedi delle rocce rossastre e grigie del complesso dei Corni Bruciati. Buona parte di questa soglia è occupata, nella sua parte occidentale, da un’enorme colata di sfasciumi. Massi di ogni dimensione, disseminati caoticamente, con un effetto di desolazione che non cessa di stupire chi si trovi a visitare più volte questi luoghi. In alto, i torrioni gotici e nervosi che circondano i Corni Bruciati. Anche qui la fantasia popolare non poteva mancare di dire la sua. Quel deserto di pietre aveva tanto l’aria di essere una sorta di campo di prigionia, o di supplizio: i massi parevano messi lì perché qualcuno vi desse di mazza, frantumando e frantumando, nell’impresa immane ed impossibile di ridurli ai minimi termini. La fantasia era suffragata dalle testimonianze: più di un pastore, e di quelli a cui bisogna prestar fede, aveva raccontato di aver udito, sul far della sera, colpi di mazza provenire proprio da lì. Nessuno aveva mai osato avvicinarsi nottetempo a quei luoghi, nessuno aveva mai visto con i propri occhi quel che accadeva. Ma non era difficile immaginarlo.
Per capire dobbiamo fare un passo indietro, ed addentrarci in qualche scampolo di teologia popolare. Si sa che dopo la morte termina la battaglia fra angeli e demòni per conquistare a sé l’anima degli uomini. La vittoria dei primi guadagna al cielo le anime destinate alla salvezza, che però, in genere, debbono trascorrere un periodo più o meno lungo in Purgatorio prima di accedere al Paradiso. La vittoria dei secondi rappresenta, invece, la condanna delle anime alla dannazione eterna. Ma qualche rara volta accade che la battaglia non abbia vincitori né vinti. Qualche anima, vuoi di eretico, vuoi di falsario o di peccatore ignobile di altra specie, non è voluta né da Dio né dal suo avversario: si diceva, in passato, di questi uomini che fossero “invisi a Dio et a lo inimico suo”. Né cielo né inferno, dunque, per costoro, né beatitudine né tormenti infernali. Una condanna, però, da scontare nei luoghi più inospitali di questa terra. Lì dovevano rimanere confinati. Si tratta, dunque, dei famosi confinati (“cunfinà”), condannati a qualche opera ingrata ed inutile, oppure a spaventare la gente manifestandosi in forma animale o in qualche altra forma terrificante. L’enorme ganda dell’alta valle del Caldenno è uno di questi luoghi, dimenticati da Dio e dal demonio, un luogo di desolazione e di tristezza senza fine. Il vano battere notturno del metallo sulla pietra dice tutta l’angoscia della condizione di queste anime, che nessuno vuole, che nessuno reclama.
Un’angoscia di cui sono muti testimoni i Corni Bruciati, anch’essi legati ad una leggenda maledetta. Si racconta, infatti, che in tempi antichissimi la zona dei Corni Bruciati (come anche quella del monte Disgrazia) fosse ricca di splendidi pascoli, che giungevano fin quasi alle vette più alte. L’egoismo di un pastore, che negò ospitalità al Cristo apparsogli nelle vesti di umile mendicante, attirò però il castigo divino, cui scampò solo il generoso fratello del pastore: dal cielo piovve fuoco, che bruciò tutto, riducendo la zona ad ammasso di rocce incandescenti. Il colore rossastro dei Corni Bruciati testimonia l’antichissimo cataclisma, e ricorda agli uomini la tragedia dell’egoismo che è, troppo spesso, frutto avvelenato della prosperità.

 

STORIA

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000):
"Il 15 marzo 1527 una gelata annientò nuovamente le gemme delle viti appena sbocciate. Il 15 agosto 1602 una grandinata si abbatté sulla Squadra di Traona e rovinò le viti ed altri prodotti agricoli in quasi tutto il Terziere Inferiore. Il 17 aprile del 1618 nevicò su tutta la Valtellina e nella notte seguì un gelo così intenso da danneggiare quasi tutti i vigneti di S. Maria di Desco sotto Ardenno. Nell'aprile del 1620 neve e gelo apportarono simili danni alle viti. Tali gelate erano sempre presagio di sventure."

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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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